Superquizzone per lettori perspicaci

Immaginate per un attimo di abitare all’estero, magari in Germania, come me. E un giorno di trovarvi su un aereo diretto a Nonsisabenedove, bendati e improvvisamente incapaci di distinguere in quale lingua parli la gente intorno a voi. Per qualche motivo misterioso, comprendete ciò che i vostri interlocutori vi dicono, ma non siete in grado di determinare in quale idioma si stanno esprimendo. Siete smarriti e disorientati e non sapete neppure quanto durerà il viaggio. Tuttavia, dopo poco – ma non sapete dire se ore o minuti – atterrate in un aeroporto misterioso, sempre bendati, e vi viene comunicato che rimarrete cosÌ per tutta la durata del soggiorno, a meno che non riusciate ad indovinare dove vi troviate. Ovviamente non potete chiederlo direttamente a nessuno o sarebbe troppo facile. Come uscite dall’aereo, il clima torrido e l’afa che v’investono, vi fanno immediatamente escludere dall’elenco di luoghi papabili le zone nordiche del pianeta. Proseguite quindi la vostra esplorazione, vi addentrate all’interno nel paese di destinazione e iniziate a raccogliere indizi, nella speranza di indovinare quanto prima dove siete finiti e quindi potervi finalmente togliere la fastidiosa benda dagli occhi.

Nei giorni seguenti notate le seguenti cose o vi capitano gli episodi descritti sotto:

1 – gli automobilisti intorno a voi guidano in una maniera molto più spericolata e incauta di quanto non siate abituati dal vostro paese di residenza. Spesso vi ritrovate con una macchina che viaggia a velocità assai superiore al limite consentito e che vi tallona per chilometri, a pochi centimetri di distanza dal retro della vostra vettura.

2 – un pomeriggio vi recate al bancomat per un prelievo e la macchina, per un problema di software, di colpo si blocca e, prima ancora che inizi a operare, ingoia la vostra tessera senza risputarla. Poiché sono le 17, la banca è chiusa e a voi tocca fare ritorno il giorno dopo per riprendervi la preziosa scheda. Il mattino seguente in banca vi viene detto che dovreste andare alla vostra filiale per il recupero. Loro devono prima spedire il bancomat là e questo richiede 10 giorni di tempo. Dopodiché, con l’autorizzazione del direttore, lo potrete riavere. E voi pensate: “Ma come? Io sono qui, la tessera voi l’avete lì in mano, l’avete appena rinvenuta nel bancomat e non c’è alcun modo di ridarmela e basta?”. Grazie al cielo, prima ancora che possiate verbalizzare i vostri pensieri, è l’impiegata stessa che dice: “Beh, sentiamo in centrale, se si può fare un’eccezione!”. E te credo! Soddisfatti, dopo essere tornati dopo un’ora (il tempo necessario affinchè il direttore rientrasse da una riunione e desse l’ok) e avere fatto la fila, con una semplice firma riottenete felici il vostro bancomat.

3 – immaginate di avere un figlio piccolo e di essere stati catapultati a casa di un parente misterioso, il quale ha effettuato per se stesso l’iscrizione annuale ad un circolo con piscina nei pressi di casa propria. Immaginate che sia proibito severamente l’ingresso in piscina ai non soci del circolo. Immaginate poi ancora che il parente, impietosito dal vostro aspetto sudaticcio e dalla faccia sbattuta che avete a causa della gran calura, decida di chiedere al gestore del circolo se, per il tempo del vostro soggiorno, egli possa chiudere un occhio e far entrare voi e il pargolo in piscina. Il gestore, a questo punto, risponde: “Ma certo, come no, ci mancherebbe! Ma dai, si fa un’eccezione! Dobbiamo tenere un bimbo lontano da una piscina in piena estate? Ma nooooo! E il genitore? Ma non sia mai, ma che siam matti! Ma che vengano tutti e due e non se ne parli più.”. Al che a voi si apre il cuore e vi si risolleva la pressione sanguigna, scivolata nei giorni precedenti a 50/70, a causa dell’afa insopportabile.

4- ogni notte un cane di grossa taglia, rinchiuso in una stanza in un’abitazione non lontana da dove vi trovate, abbaia insistentemente per ore e ore, impedendo a voi e tutto il vicinato di dormire. Indagando, scoprite che il cane abbaia allo stesso modo ogni notte da mesi, dato che i padroni, proprietari di una pizzeria, lo chiudono in gabbia ogni sera per poter gestire il loro locale in pace.  Scoprite anche che sono già state fatte dai vostri vicini diverse segnalazioni alla polizia a riguardo del disturbo e dei latrati insopportabili. Poiché non potete chiudere le finestre di notte, sempre a causa del calore infernale, siete costretti a ciucciarvi gli ululati laceranti a spese del vostro sonno. Una notte, però, decidete che così non si può andare avanti. La mattina dopo telefonate alla polizia e il seguente dialogo si svolge:

–      Buongiorno, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire.

–      Dove esattamente? A chi appartiene il cane? […] Ah ho capito. Ma sa una cosa? Noi non ci possiamo fare niente. Così la denuncia è troppo generica. Anche se andiamo là adesso, che cosa vuole che facciamo? Se il cane non abbaia… sa com’è.

–      Sì, ma questo cane è già stato segnalato tante volte in passato per il disturbo.

–      Senta, faccia una cosa. Io intanto segnalo la cosa, ma vedrà che i miei colleghi non faranno nulla (Ah! Complimenti per il servizio e la professionalità!). Lei deve chiamare di notte, nel momento in cui il cane abbaia. Poi se i miei colleghi fanno storie e inventano scuse, dica che sono stato io a consigliarle di telefonare la notte.

La notte stessa, dopo mezz’ora di guaiti a mille decibel, vi tirate su dal letto, chiamate la polizia notturna e il seguente dialogo si svolge:

–      Salve, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire. Sta abbaiando anche in questo momento.

–      Eh ma io che ci posso fare? Non ho mica pattuglie da mandare fuori. (Ma che, è un problema mio?). Sa che cosa deve fare? Chiamare i miei colleghi della polizia diurna e segnalare l’episodio a loro.

–      Veramente è ciò che ho fatto stamattina e mi è stato detto di chiamare voi.

–      Ah, beh, ma dovrebbe chiamare di giorn…eh…ecco…sì… ma io non ho pattuglie da mandare.

–      E allora io che cosa faccio, scusi? Mi tengo i latrati tutta la notte? (Non mi sembra sia un porblema mia se non hanno pattuglie!).

–      Senta, aspetti, vediamo che cosa posso fare. Giovannaaaaaaa, senti…c’è un cane che abbaia, c’abbiamo una pattuglia da mandare più tardi? […] Eh lo so, ma loro gli hanno detto di chiamare la notte! Che si fa? Si manda la pattuglia più tardi? […]      Va bene, senta, tra poco mando qualcuno a guardarci. Appena posso. Buonanotte.

Ecchecavolo, esclamate voi, riappoggiando la cornetta al telefono e la vostra guancia sul guanciale, nella speranza di riuscire finalmente a dormire in santa pace!

Ditemi ora, a quale punto della storia avreste capito di essere stati catapultati in Italia?

Cercando di destreggiarsi tra le paludi nebbiose del bilinguismo

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Era inevitabile. Ho sperato che il nostro caso fosse diverso, che per qualche specie di magia noi ci saremmo salvati. Invece niente. Ci tocca affrontare la realtà: il bambino bionico, dopo un anno e mezzo di soggiorno in Teutonia, sa meglio il tedesco dell’italiano. Parla tra sè e sè in tedesco, ad esempio quando gioca da solo. Pensa in tedesco e traduce in italiano. Esempi. “Mamma, quando divento 6?” = “Quando compio 6 anni?” (dal germanico “Wann werde ich 6?”); “Mamma, dopo il mese di Iulio c’è Augosto!” (Juli e August in tedesco); “Mamma voglio giù” = “Mamma voglio scendere” da “Mamma, ich will runter”. Inutili i miei tentativi di correggerlo per ricondurlo sulla retta via dell’italica grammatica. La sua risposta fissa è “Sì, ma a me non interessa: io parlo come voglio”. Ah ok, se lo dici tu. Spesso poi mi chiede come si dicono determinate parole in italiano, a volte mettendomi parecchio in difficoltà. Tipo “Mamma, come si dice “Wasserstrudel” in italiano?”. Ehm…ehm… ci ho dovuto riflettere. “Vortice d’acqua!” ho poi esclamato trionfante dopo qualche minuto di meditazione. Stesso discorso per “Luftschlangen” (stelle filanti), “Planschbecken” (piscina gonfiabile) e “Matschhose” (intraducibile – sono pantaloni impermeabili spesso neri, blu o giallo fluo che i bimbi qua indossano per proteggersi dal freddo o per evitare di sporcarsi quando giocano in giardino).

Ora, da una parte mi fa ovviamente piacere che il b.b. stia assorbendo la lingua di Goethe con cotanta facilità. Dall’altra mi dispiace però che stia perdendo in qualche modo l’idioma di Dante, che poi è la mia lingua madre. Ed anche la sua. Ora, è vero che noi in casa parliamo quasi esclusivamente italiano, tranne quando viene zio Fritz a curare il giardino e il b.b. gli dà una mano (e tra l’altro ora, grazie a ciò, sa un discreto numero di nomi di piante in tedesco). Ma è anche vero che non appena mettiamo piede fuori dalla porta, ci immergiamo in un mondo in cui la lingua prevalente è il tedesco. All’asilo le tate parlano tedesco, anche se il b.b. tende a fare gruppo con i bimbi italiani. Va da sè che gli vengano insegnate le canzoncine tipiche dei bimbi, le filastrocche e le nenie in tedesco. Diciamolo: il suo mondo e la sua identità di bambino si stanno pian piano costruendo più che altro in tedesco. Certo, il b.b. non sarà mai al cento per cento come un bambino nato qui e con genitori entrambi tedeschi. Crescerà invece con due (o forse tre, data l’origine del marito supersonico) identità culturali. Sarà per sempre una sorta di mix, una persona con l’anima patchwork.

A me viene però da chiedermi: che cosa posso fare io affinchè non dimentichi completamente l’italiano? O meglio affinché lo impari correttamente. Posso portarlo in Italia il più spesso possibile. Posso supportarlo con DVD in italiano, libri di favole in italiano, fumetti in italiano. A un certo punto mi era anche balenata l’idea di iscriverlo ad un corso d’italiano di quelli organizzati dal Consolato, ma poi mi sono anche detta. “Non sará troppo? Già questi bimbi fanno diverse attività all’asilo, tra yoga, inglese, ginnastica, computer, taglio e cucito, pizzi e merletti. Ma che, ci devo infilare anche le lezioni di lingua? Non sarà meglio che invece si rilassi un po’ nel suo tempo libero, senza avere pensieri per la testa?”. E così, per ora, ho accantonato l’idea.

Stiamo a vedere come si sviluppa la situ in futuro. Lo terrò monitorato. Intanto, giusto per mostravi fino a quale punto questo bimbo si sta integrando, non solo linguisticamente, vi regalo una perla assoluta. Un’immagine esclusiva, una fotografia unica, una testimonianza preziosa e, forse, irripetibile. Uno di quegli scatti epocali, che le riviste di gossip di tutto il mondo faranno a gara per avere: il piede del bambino bionico che indossa….tadà… nientepopodimeno che sandaletto e calzinooooo! Ebbene sìììì!!! Non ci credevate eh? E invece è tutto vero; si tratta di un regalo per voi fedeli – o occasionali – lettori del blog.

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Che scoop eh?

Surfando allegramente sull’Isar

Qui a Monaco c’è un posticino piccino picciò vicino alla Haus der Kunst, nel quale il marito supersonico mi ha portata qualche settimana fa. È un angolino quasi invisibile di città: si rischia di passarci accanto e non vederlo affatto. Bisogna farsi largo tra la folla e le fronde, scendendo un declivio, per veder aprirsi davanti a sè, come su palcoscenico, la seguente scena:

“Ma siamo a Monaco oppure a Miami?”, mi sono chiesta la prima volta, vedendo questi ragazzi allineati belli belli, con tuta termica e surf, tutti ordinati uno accanto all’altro in paziente attesa. In pratica che cosa avviene? Beh esiste questo tratto del fiume Isar, il corso d’acqua principale della città, nel quale chi lo desidera, senza limiti a parte quelli della propria paura, può surfare liberamente e gratuitamente, più o meno come ci si trovasse alle Hawaii. Ok, non proprio così, ma insomma, circa. Il luogo é chiamato “Eisbach Welle” e, pare, vi sono costantemente surfisti appassionati che lo bazzicano: d’estate e d’inverno (sì, avete capito bene, anche d’inverno, con -15 gradi; come facciano, non lo so). In pratica questi si buttano con la tavola nel fiume, proprio lì dove si forma l’onda lunga e poi via che la cavalcano, con mille evoluzioni, piroette, salti, azzardi, scivolate. Lo spettacolo è elettrizzante, affascinante, ipnotico. Difficile staccare gli occhi dalla scena e venire via. Guardate:

Visto che roba? Confesso che io non ci riuscirei mai! Un po’ la paura di cozzare il capo contro qualche roccia, un po’ il freddo dell’acqua, un po’ gli spettatori tutt’attorno che fissano. No, grazie, non fa per me! Ma continuiamo con la carrellata.

E l’angolino del riposo:

La fila prima di ributtarsi

Che dite, ci buttiamo anche noi?

Bambini con valigia

 

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento del 19 luglio. Questa non posso non raccontarla. La blogger di cui parlo nel post qua sotto (machedavvero.it) si è presa il tempo e la briga, su mia segnalazione, di leggersi questo articolo e di twittarlo, non con uno, ma addirittura con due Tweet. Mi scrive che condivide la mia opinione, mi ringrazia e mi fa i complimenti per il post. Che dire? Son quelle cose che ti cambiano la giornata! Grazie Chiara!

Da blogger appassionata quale sono, mi piace ogni tanto infilarmi qua e là tra i blog altrui; sono curiosa, mi piace mettere il naso nelle vite degli altri abitanti del Web. Mi diverto a scoprire autori interessanti, scritti originali, post divertenti, diari on lain simpatici. Così, tra una lettura e l’altra, qualche tempo fa sono approdata anche sul celeberrimo blog di una mamma espatriata. Se mi seguite, sapere che ho un’idiosincrasia per i mommy blog, ma questo, bisogna dirlo, è diverso. Leggero, fresco, spiritoso, ironico, non incentrato ossessivamente sulla bambina come fonte di vita e di senso per la madre. Si parla di tutto un po’, inclusa la vita a Londra, e per questo trovo carino leggerlo di tanto in tanto. Orbene l’ultimo post scritto dall’autrice, che parla di come ha mandato la figlia in vacanza per due settimane in Italia dalla nonna, ha suscitato un vespaio pazzesco. Quasi 300 commenti nei quali si alternano voci adoranti (sei la mamma perfetta, ti voglio bene, un bacio alla piccola!) a condanne irrevocabili (sei una deficiente che abbandona sua figlia per divertirsi come se avessi ancora 18 anni). Tutta questa confusione per una quindicina di giorni in vacanza lontana da mamma, mi ha veramente fatto impressione. Mi sembra che la quantità e l’intensità dei commenti rifletta il fatto che, in Italia, la tematica del distacco tra madre e figlio sia ancora un tema scottante, qualcosa di mal elaborato; come un piatto di cannelloni non ben digeriti adagiati sullo stomaco. Veramente tutta roba italiana, mi viene da dire. Pur non conoscendo approfonditamente la mentalità tedesca riguardo alla maternità, infatti, vi posso certamente dare la mia impressione dopo circa due anni di permanenza in Crucconia: le mamme tedesche sono molto meno melodrammatiche di quelle italiane. Sono attaccate ai figli, ovvio, ma non ossessivamente. Vogliono bene ai pargoli, di sicuro, ma possono sopravvivere anche a distanza da loro senza sentirsi smarrite, vuote e prive di senso. Cercano di promuovere l’autonomia dei loro cuccioli, anche attraverso vacanze in solitaria, perché sanno che questi, un giorno, dovranno prendere la loro strada.  Chiaro, parlo di un trend, non dico che tutte le mamme tedesche in blocco siano così. Ma insomma, tanto per farvi capire.

Poi c’è da fare un discorso a parte per le mamme espatriate, di qualunque nazionalità esse siano. Quando si espatria, si sa, si sconvolge tutta la propria esistenza, dato che la quotidianità costruita fino a quel momento va di colpo a gambe all’aria. Si abbandonano le proprie radici e ci si allontana da famiglia e amici (fa pure rima, voilà). Questo significa, il più delle volte, che i pargoli, che fino a ieri ogni tanto sbolognavamo alla nonna magnanima, mollavamo alla zia pensionata, consegnavamo alla sorella impietosita, beh quei pargoli ce li dobbiamo accollare noi genitori tutto il tempo. Tutto il tempo. Sempre. No stop. Ok, noi si va al lavoro e loro all’asilo, ma dopo? Ce li hai sempre appiccicati come delle cozze, diciamocelo. Meraviglioso, per carità; intensissimo, ci mancherebbe; straordinario, non dico di no. Ma anche faticoso, pesante, stressante. A volte decisamente soffocante, non neghiamolo. E allora che cosa c’è di più naturale, più benefico per gli uni e gli altri, più ideale, più liberatorio per tutti (quindi anche i bimbi!) che mandarli a casa dalla nonna, nella fattispecie in Italia, per un po’? Ovviamente non se questo comporta crisi atroci nel bimbo, nel caso in cui non sia ancora pronto per staccarsi dalle appendici materne e paterne. Ma vi assicuro che quasi tutti i miei colleghi expat, ad esempio, fanno così. L’estate incombe e la scuola chiude? Spedisci il pargolo in patria dalla nonna. Lui si diverte, tu ti rilassi, la nonna s’impegna, ma che vogliamo di più? La mia collega Carmen, spagnola, ogni estate a inizio luglio, di sabato, accompagna i pupi a Barcellona dalla madre, torna la domenica, lunedì va in ufficio e poi ogni venerdì sera per un mese prende l’aereo e li raggiunge.  Poi lei, il marito e i pupi trascorrono tre settimane in agosto alle zusammen, tutt’assiem! Sono morti i bimbi? No. Sono traumatizzati? Neppure. Sono crudelmente abbandonati al loro destino? Non direi. La situazione in realtà è una gran pacchia per tutti? Penso di sì.  A me questo giochetto non è ancora riuscito per una serie di ragioni, ma qualche settimana fa la nonna P. ha dichiarato che l’estate prossima sarebbe felicissima di ospitare  il bambino bionico a casa sua nel Bel Paese per una settimana o due. O gioia, o gaudio, che cosa odono le mie orecchie! Aspetta che prendo appunti. Mo’ mooo segno!  Sarà che non sono mai stata troppo appiccicosa col b.b., sarà che i piccoli distacchi mi sono sempre parsi molto salutari per entrambi, ma io in una situazione del genere non ci vedo davvero nulla di male, né di dannoso.  Anche se, va da sé, mi butterei dall’Alter Peter per il b.b, tanto gli voglio bene.

In conclusione, ripeto, non vedo alcunchè di scandaloso e neanche nulla di fuori dal normale nel regalare ai figli, ai noi stessi e ai nostri genitori un’opportunità di questo genere. Chissà un giorno come saranno ricchi, variegati e intensi i ricordi di questi bambini, divisi tra due mondi, ma in senso buono; bimbi/adulti che si  sentiranno a casa propria e a loro agio sia all’estero che in patria, senza che vi sia troppa distinzione tra questi due concetti. Lo immagino già il b.b., ormai grande, che si muove tra Italia e Germania con la stessa scioltezza, facilità e tranquillità con la quale io da piccola mi muovevo tra la città e il paesino di montagna a un’ora di macchina di distanza da casa. Dico, ma vogliamo mettere?

Ricetta per un espatrio di successo

Continuano a fluire incessanti su questo sito e nella mia casella e-mail le richieste non sollecitate di aiuto all’espatrio oppure di consigli pratici su come trasferirsi in Germania. A rischio di passare per pesante e antipatica, mi ripeto: questo sito non è un centro per l’impiego né un’agenzia immobiliare. In nessun modo. Punto. Fine della frase. Non sono ammessi dibattiti né discussioni. Anzi, tanto per prevenire delusioni: d’ora in poi non risponderò più ad alcun commento sul genere: “Cara Eireen, sono un lattaio di Canicattì la cui attività sta fallendo. Parlo italiano molto bene e in tedesco so dire Je m’appelle Giuseppe. Secondo te, faccio bene a volermi trasferire a Monaco? Ho sentito dire che lì c’è molto lavoro. Nel mio settore c’è necessità? E nel caso, tu conosci qualcuno che mi affitterebbe una stanza?”. “Caro Giuseppe, la risposta è no a tutte le tue domande. Saluti, Eireen.”. Dunque evitate, grazie.

Tuttavia quello che posso fare è stendere una sorta di check list propedeutica all’espatrio. “Ohibò che cosa significa questo, Eireen?” chiede il lettore incuriosito, aggrottando le sopracciglia. Significa in sostanza che vi sconsiglio caldamente, vivamente, appassionatamente di espatriare se

1. Lo state facendo per risolvere tutti i vostri problemi. L’espatrio non risolve i problemi, li moltiplica. Quantomeno i primi anni. 2. Emigrate pensando che andrete a vivere nella terra di cuccagna, dove il lavoro si raccatta per strada, gli stipendi sono altissimi, le case enormi e a prezzi ridicoli, la gente è amichevole e accogliente, il clima favoloso, i servizi eccellenti, la città mozzafiato. Ora, d’accordo che ad esempio la Germania è uno dei pochi paesi in Europa che ha resistito alla crisi, ma questo non significa che essa sia un Eden. Va bene: avete letto che un operaio tedesco prende il doppio di uno italiano; ma vi siete chiesti quanto di quello stipendio va in tasse? E il costo della vita, com’è? E poi voi, venendo qui, potreste fare l’operaio? O essendo stranieri dovreste adattarvi a fare il gelataio? Siete disposti? E comunque anche per fare il gelataio, oggi in Germania ci vuole un corso di formazione certificato. Quindi…. 3. State scappando da qualche situazione interiore difficile. Se, ad esempio, fuggite perché “qua sono infelicissimo, ma all’estero troverò la gioia di vivere”, state pur sicuri che anche nel vostro paese di destinazione sarete infelicissimi. Se invece state venendo via da casa perché, esempio classico, il vostro problema è uno stipendio da ricercatore ridicolo e altrove vi offrono il triplo, allora il discorso cambia. 4. Non siete flessibili. Dovunque andrete, ci sarà da adattarsi a vari livelli. Sia che vi spostiate da Barberino del Mugello a Wellington, Nuova Zelanda, sia che vi trasferiate da Milano a Lugano, dovrete affrontare cambiamenti più o meno ingenti. Dovrete – tra gli altri – adattarvi ad un clima diverso, a gente nuova, ad usi apparentemente bizzarri, a costumi ai vostri occhi incomprensibili, ad una lingua che spesso non è la vostra, a modi di fare forse inconsueti, ad un’alimentazione curiosa, a mentalità diverse e con cui a volte vi scontrerete anche con violenza. E siete a casa loro, non vostra. Quindi, come detto, siete voi a dovervi adattare. 5. Non siete disposti a fare della gavetta. Anche se siete un professionista ultra-qualificato, che viene trasferito dalla propria ditta a una sede estera, dovrete comunque, per certi aspetti, ripartire dal basso. Tanto più se volete invece emigrare allo sbaraglio, con nessun titolo in tasca e nessuna certezza. Tanto per ribadire quanto detto al punto 2: magari in Italia avete conseguito una strepitosa laurea in giurisprudenza con lode e dignità di stampa, ma arrivati in Germania, ad esempio, al massimo potrete aspirare a diventare addetto call centre in Italiano, almeno all’inizio. 6. Non avete voglia di imparare una lingua straniera. Il discorso vale in generale, tranne ovviamente se nel paese di destinazione si parla la stessa lingua del vostro paese di provenienza. Per il tedesco, come ho detto più e più volte, il discorso vale doppio. Imparare questa lingua raffinata e machiavellica richiede un’enorme costanza, dosi industriali di pazienza, secchiate di precisione e molto molto amore. Se, che ne so, siete una persona a cui già imparare lo spagnolo sembrerebbe difficile come mandare a memoria la Divina Commedia, allora lasciate proprio perdere da subito. 7. Non avete messo in conto diversi momenti drammatici tra senso di solitudine e disorientamento, flash di machimelhafattofarismo, giorni cupi, noia, nostalgia di casa tipo mal d’Africa, depressione e certe volte anche distillati di disperazione pura. Non sto dicendo che vi verranno tutti questi sintomi insieme o che starete sempre male; anzi, magari non ve ne verrà neppure uno e sarete felicissimi fin dall’inizio. Molto dipende dal vostro carattere, va da sé.

Detto ciò, se avete controllato la check-list e constatato che, nonostante tutto il desiderio di espatriare vi è rimasto, il coraggio non vi manca, la voglia resiste, la curiosità domina, lo spirito di avventura urla dentro di voi; se bramate un cambiamento, se siete curiosi, aperti, flessibili, se piace la vita con tutto quello che porta con sé, ma davvero tutto, allora partite senza remore; non indugiate. Vi divertirete.

Schrannenhalle Viktualienmarkt

Avviso: questo non è un post sponsorizzato! Ho scritto tutto di mia iniziativa e non avrò per questo articolo retribuzione alcuna.

No, tranquilli, il titolo di questo post non è, nonostante l’apparenza, un’imprecazione in tedesco! Non è neppure una formula magica tipo “Hocus Pocus Maleficus”. Non è un codice fiscale, né un codice segreto da decifrare, ma il nome di un posto magico di Monaco di Baviera. Se passate di qui o addirittura ci vivete, vale totalmente la pena di farci il classico salto. Schrannenhalle Viktualienmarkt si trova a pochi passi dall’altro Viktualienmarkt, quello tradizionale, il più celebre, il famoso mercato all’aperto dove si vendono cibi freschi, quali frutta verdura, pane, carne, Würstel e ogni altro bendiddio. Schrannenhalle è, in buona sostanza, il suo fratello “di lusso”. Al chiuso, raffinato, ordinato, invitantissimo. Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 20, riserva gioie infinite per gli occhi e trionfi di sapori, colori, odori. Vi sono vari banchetti dove la merce, tutta di primissima qualità, tutte Delikatessen provienenti da tutto il mondo, è esposta in file disciplinate dalle quali non riuscivo personalmente a staccare lo sguardo. Cibo italiano, cibo asiatico, cibo esotico, cibo nostrano, tutto di prima classe. Confezioni invitanti, sacchettini colorati, pacchetti di design. Té profumato, riso di prima categoria, pasta selezionata, dolcetti gustosissimi,  condimenti superiori, pane sopraffino. Una manna.

Come ho messo piede dentro a Schrannenhalle, non ho potuto fare a meno di pensare: qua devo fare un reportage fotografico; questo ambiente è troppo magico, troppo unico, troppo imperdibile per non fare un paio di scatti da regalare ai lettori del mio blog. E allora ho tirato fuori il coraggio (vi ho detto che sono negata per la fotografia) e il cellulare e ho iniziato  a scattare. Portate pazienza se la qualità è quella che è, vi prometto che migliorerà.

Ecco a voi il risultato delle mie fatiche!

Sotto vedete il banchetto di O&CO. Si tratta di ottimi prodotti tutti a base di olio di oliva. Il gentilissimo commesso mi ha fatto assaggiare un olio di oliva a dir poco strepitoso, miscelato con una sorta di aceto per condire l’insalata veramente ottimo, dolce, fruttato. Un’esperienza gustativa, olfattiva e visiva da raccomandare!

Come vedete, si trova un po’ di tutto, non solo cose mangerecce.

Spero che questa carrellata di immagini vi sia piaciuta e vi abbia fatto venire voglia di passare da Schrannenhalle e magari assaggiare qualcosa. Noi abbiamo preso delle brioches e un Brezen  che ci hanno davvero deliziato il palato. Sto già pensando alla prossima volta in cui passerò da lá e farò scorta di prelibatezze.

E adesso, in esclusiva per voi, una grande sorpresa, un regalo, una perla imperdibile, una di quelle cose che succedono una volta ogni cent’anni e forse neanche.

Vi dico la verità. Per questo evento speciale mi sono ispirata ad un celeberrimo blog mammesco, che parla anche di vita all’estero. L’autrice del blog pubblica spesso foto della sua bimba; foto in cui però della piccola si vedono soltanto dettagli: un occhio, un piedino, la gonnellina, i capelli, il visetto coperto da un palloncino e via dicendo.  Allora, mi sono detta, perché non posso anche io regalare ai miei lettori delle foto-perla del bambino bionico, naturalmente visto solo in dettaglio o semi-nascosto? Accontentiamo schiere di fan in attesa delirante di vedere un angolino del b.b., un suo dettaglio, un particolare, magari la foto delle scarpine delicate, che, nel caso del blog di cui sopra, hanno pure fatto aumentare le vendite delle calzature fotografate? Non posso sottrarmi e quindi ecco a voi!

Visto che roba? Visto che inquadratura, che prospettiva, che angolatura? Visto che bimbo?

Visto che poesia, che tocco artistico, che foto misteriosa? Ci ho messo ore per ottenere questa sfumatura. Sfumatura, non “fuori fuoco” ok?

E ora la perla più assoluta, lo scatto più imperdibile, la foto che tutti sognano. Il dettaglio che vi farà capire più di ogni altro il carattere del b.b. : le scarpine delicateeee! Visto che esclusiva?

E ora mi aspetto almeno 46 commenti deliranti sul tipo: “Oddio, ma é meraviglioso il bambino bionico!! Siete stupendi! Che invidia, ti ammiro tantissimo per quello che fai. Fai delle fotografie meravigliose, vorrei tanto essere come te! Ti prego, fai altri post così, che mi fai sognareeee! Un bacio al piccolo!”

Ahahahahahahahahah!

Io linko, tu blogghi, egli posta, noi twittiamo

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Ispirata da un post di Torquitax, ho iniziato a riflettere anche io su come migliorare il mio blog. Mumble mumble. Come prima cosa vi dico subito che anche a me piacerebbe aggiungere di tanto in tanto delle foto scattate da me in persona.  Vi sono tuttavia due problemi a tal proposito. Uno non posseggo una macchina fotografica degna di tale nome. Ho solo quella incorporata al cellulare, che, diciamolo papale papale, fa delle foto che fanno pietà: sgranate, scentrate, fuori fuoco, con chiaroscuri improponibili. Meglio di no, grazie. Secondo ostacolo : come fotografa, faccio schifo all’umanità. Riesco a fotografare volti a metà, a cogliere angoli insignificanti e inutili anche in posti magnifici, a fissare immagini con luci che peggiorano tutto e far risultare orendo persino il volto angelico di un bimbo in primo piano e in piena luce. Tuttavia sono ottimista e ho deciso che in un futuro non troppo lontano acquisterò una camera e cercherò di migliorare le mie abilitá fotografiche, per poter mostrare a voi lettori angoli insoliti e simpatici di Monaco di Baviera. Quindi portate pazienza e vedrete; vi attendono ritratti del capoluogo bavarese degni di Helmut Newton (beh circa…).

Se poi voi lettori, tanto per scopiazzare un’idea del collega blogger sunnominato, avete idee e suggerimenti che mi possano aiutare a migliorare con efficacia il mio diario on lain, ben vengano le vostre proposte. Si accettano a braccia aperte critiche costruttive di qualunque genere (“costruttive” ho detto eh).

Vi è un’unica cosa alla quale mai e poi mai mi piegherò, neanche tra cent’anni, neanche nella prossima vita; una cosa a cui sono contraria di default, che non comprendo, non appoggio, non condivido. Nemmeno se questo dovesse garantirmi il successo istantaneo, la diffusione planetaria del mio blog, il contatto immediato di tutti i maggiori sponsor della Terra. Tutto, ma non questo.

Parlo della necessitá di essere su tutti i social network possibboli e immagginabboli. Di mettere nella colonna di destra il logo di tutti i principali s.n. conosciuti. Ora, non prendetela come un’offesa personale se siete un blogger che twitta, che posta su Feisbuc, che bazzica LinkedIn e quant’altro, ma secondo me la mania di essere ovunque e a qualunque ora, non ha senso. Ora, va bene cercare di farsi conoscere, di raggiungere il pubblico, di comunicare, di creare un ponte mediatico coi lettori, ma a volte mi sembra che si esageri.

Ordunque, immaginiamo la situazione. Desidero appunto farmi conoscere e raggiungere il maggior numero di utenti possibile. Allora prima scrivo un post, poi lo pubblico su Feisbuc, poi ci metto il “like” da sola, poi magari scrivo un’e-mail – anzi 3 e-mail , ciascuna da un account diverso – a tutta la compa, pregandoli di mettere anche loro il “like” e di commentare. Poi ci faccio un Twitter sopra, quindi scatto una foto della Frauenkirchen, la aggiungo al post e la metto su Instagram e dopo la vado a sharare anche su Picasa e su Flickr. Infine metto la mia destinazione su Foursquare, ti aggiungo su Google+ , aggiorno il CV su LinkedIn, poi, non paga, creo una newsletter nella quale informo i lettori di tutte le attività di cui sopra. Diciamolo pure all’emiliana: vacca boia! Primo: non ho tutto questo tempo a disposizione. Io ho una vita. Io. Secondo: ma perché devo essere dappertutto a tutti i costi? Per poi, tra l’altro farmi venire il patema, perché 1) non ho abbastanza followers su Twitter 2) ho troppi pochi “like” su Feisbuc 3) il mio CV non è visionato abbastanza su LinkedIn. Mi sembra veramente che l’insopprimibile necessitá di essere continuamente collegati, linkati, networkati sia una nuova dipendenza. Scrivo un post, lo linko su Google+. Preparo una torta, la instagrammo. Vedo una conoscenza dell’asilo nido  e mando la Friend Request. Faccio pipì, scrivo un Tweet (non sia mai che io non aggiorni tutto l’universo su questo fatto fondamentale). Sapete che cosa vi dico? No, grazie, non fa per me. Sul mio blog non vedrete mai i patacchini luccicosi dei vari social networks in voga. Mi dispiace (o forse no). Cercare di farsi pubblicità va bene, comunicare va ancora meglio. Con ragionevolezza, con cautela però o si rischia l’inflazione. E adesso scusate, vado a inserire il mio profilo su quel nuovo sito per blogger, me ne hanno parlato tanto bene,corro a dare un’occhiata. Ahahahahah!

Le 10 cose che detesto della Germania

Sulla scia dell’intervento su Italians di Monica Mel, desidero condividere con voi le 10 cose che detesto della Germania:

  1. Tanta cortesia, una profusione di “grazie, prego, buongiorno, buon fine settimana, buona serata, carissimi saluti” ma poi i rapporti umani, tendenzialmente, si fermano lì. Tra vicini, ad esempio, non sia mai che si faccia amicizia o ci si inviti a cena. Vade retro!
  2. D’inverno fa un freddo insostenibile. Certi giorni tra dicembre e febbraio, tocca fare la caccia grossa per un parcheggio il più vicino possibile all’ingresso del supermercato/ufficio/casa, per accorciare al massimo il percorso all’aperto.
  3. Il fatto che non si può dire “Come va?”, come da noi, per rompere il ghiaccio con qualcuno. Qua è considerata una domanda molto intima da fare solo a chi si conosce molto bene.
  4. Essere obbligati ad entrare in sauna nudi. E se ci entri con l’asciugamanino, ti guardano malissimo.
  5. L’inflessibilità. Veramente mastodontica rispetto alla mentalità italiana. Ad esempio, qualche giorno fa ero in un negozio col bambino bionico, ho chiesto dov’era la toilette per lui, che non ce la faceva più, e mi sono sentita dire: “Ce l’abbiamo, ma è per i dipendenti. Quindi no”. Ho dovuto spedire il b.b. al parco giochi di fronte, dietro un cespuglio. Stesso episodio in Italia qualche anno fa: “Beh sarebbe la toilette dei dipendenti, ma per una volta… Venga pure signora!”.
  6. Dover sbattere il muso di frequente con il dialetto e sopportare l’impazienza dell’interlocutore che non comprende come mai tu chieda così spesso: “Bitte?”.
  7. L’enorme quantità di case con giardino e l’enorme quantità di gente che in giardino non ci sta.
  8. I negozi chiusi la domenica anche sotto Natale.
  9. La lamentela preferita dei tedeschi nei confronti dei colleghi: “È poco strutturato!”.
  10. La poca varietà nel cibo. Ottime le Schnitzel con Kartoffel, ma dopo un po’….

E voi? Quali sono le cose che detestate del vostro paese d’origine o d’adozione?

Post fulmine

Ieri mattina stavo uscendo da casa come sempre per andare al lavoro e che ti vedo? Due tizi in divisa che scrutano ed osservano – almeno mi è parso – la macchina parcheggiata davanti a casa nostra. “Saranno addetti comunali che controllano il verso in cui sono parcheggiate le macchine (qua ci sono)?” mi sono detta. “Eppure l’auto è girata nel verso giusto, è dentro allo spazio, non invade la strada, non ha l’assicurazione scaduta. Insomma tutto a posto. Quasi quasi chiedo lumi direttamente ai due personaggi.”. E così ho fatto. Lei, gentilissima, mi ha spiegato subito il quid. In pratica erano davvero due addetti comunali, ma addetti al controllo delle strade e di come vengono tenute. “Ci sono parecchi erbacce qua in giro, bisogna che le togliate”. E in effetti. Non me ne ero davvero accorta, lo ammetto. E la signora, sempre con un sorriso, ha subito proseguito. “Forse siete appena arrivati qui e non conoscevate questa regola.”. Avrà notato la targa italiana, Miss Sherlock Holmes. “Appunto!” mi sono affrettata a precisare io.  “Nulla di grave” ha proseguito lei, soave: “Vi lasciamo una lettera con l’invito a ripulire tutto entro qualche giorno e a posto così. Poi ripasseremo a controllare.” e si é cortesemente congedata. Io me ne sono andata tranquilla al lavoro, per ritornare la sera e trovare il marito supersonico e il bambino bionico diligentissimi, che toglievano erbacce dalla staccionata e sul marciapiede a tutt’andare. E difatti ora la zona davanti a casa l’è molto più bellina!

Ora, diciamolo, potrei farvi un post lungo 3000 caratteri sui tipici ordine e pulizia tedeschi, su quanto sia civile un paese in cui ai cittadini viene richiesto imperativamente di prendersi cura della zona intorno a casa propria, anche per far risparmiare soldi al Comune, su quanto noi italiani dovremmo prendere esempio, su come tutto ciò contribuisca a migliorare l’immagine della cittá e via sulla stessa scia. Potrei farlo, ma non lo farò. Questa volta preferisco lasciarvi un post fulmineo con tanto di immagine-verità (cliccare per credere ) e lasciar trarre a voi le conclusioni, di qualunque genere esse siano.

Che ne dite?

Mamma mia!

Questo è il post di una mamma arrabbiata. O meglio: di una donna arrabbiata. Arrabbiata, perché non capisce come mai, dopo decenni di scontri, rivendicazioni, battaglie, discussioni, conflitti, lotte e contese, ancora la condizione materna deve essere così impegnativa e complicata da vivere. Sì perché la Germania, vista dall’Italia, appare come il paradiso delle mamme. Congedi di maternitá eterni, posto mantenuto al rientro in ufficio dopo anni, Kindergeld (cifra mensile che lo stato eroga ai genitori), mamme che fanno il part-time come se piovesse. Quindi prima di partire mi dicevo: “Chissà come saranno avanti là, in quanto a conciliazione tra vita lavorativa e vita da genitore. Altro che qua in Italia, dove una deve fare il triplo carpiato di continuo per far combaciare gli orari dell’ufficio con quelli dell’asilo, poi il bimbo si ammala e non si sa come fare, poi t’iscrivi in graduatoria per il nido, ma non hai abbastanza sfighe punti e allora non te lo prendono; poi i nonni lavorano o abitano a 500 km e gli asili privati costano troppo, d’altronde con 1000 euro al mese come fai? Ancora peggio con una baby-sitter. Poi la volta che fai tardi alla riunione perché il pupo ha il caghetto, il capo ti guarda storto.” Insomma, un inferno, o quasi. Era un continuo dover incastrare esigenze diversissime, orari sballati, riunioni coi clienti coincidenti con la festicciola di fine anno alla materna, febbroni da cavallo della prole che diventano anche i tuoi.

“In Germania sarà tutto molto meglio organizzato”, pensavo prima di fare il grande salto. E gongolavo all’idea di liberarmi di alcuni fardelli legati alla condizione materna. Beh mi sbagliavo. Le difficoltà che incontra qui una mamma che lavora sono diverse da quelle italiane, ma sono comunque numerose. Come prima cosa, ho dovuto constatare quanto sia difficile trovare posto negli asili della città: bisogna organizzarsi molto per tempo e iscrivere il pupo quanto prima: bene se al momento del test di gravidanza, meglio ancora se in quello del concepimento. Qua non esistono graduatorie o robe simili, ma solo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”. Se vi trasferite, esempio, a Monaco a luglio e volete un posto per il pargolo a settembre in un Kindergarten, iniziate a dire il rosario. Poi magari vi capita il colpo di fortuna, per carità, ve lo auguro e come arrivate vi offrono il posto all’asilo sotto casa full-time.

A supporto della mamma disperata poi, c’è sempre il servizio di consulenza gratuito della città di Monaco, in cui vi spiegano come organizzarvi con la Betreuung del bimbo: asili, Tagesmutter, nonne in prestito, la scelta è ampia e questo è un aspetto lodevolissimo. Ma bisogna comunque correre come delle pazze per organizzare il tutto. A partire dal fatto che questo servizio di consulenza è disponibile quasi solo dalle 9 alle 12. Eh? Ma io lavoro a partire dalle 8 e fino alle 17. Se non lavorassi potrei andarci alle 9, ma a quel punto avrei meno bisogno di una sistemazione per il pupattolo, no?  E in ogni caso la stragrande maggioranza dei servizi è aperta solo al mattino (ne ho parlato in un post di qualche tempo fa). Al mattino.  Al mattino. Al mattino. E il pomeriggio? Al pomeriggio ti attacchi! Chiedi ai nonni, se li hai; trovi una vicina pietosa che ti tiene il pargolo oppure …oppure non lo so. Qualche asilo full time ovviamente esiste qui a Monaco. Ma sono contatissimi e per avere un posto bisogna essere disposti ad uccidere. Ve la sentite? Se sì, siete a posto.  Il punto qua è che per fare una vita da mamma serena, esiste un’unica soluzione: non lavorare. Ebbene sì. Vuoi avere uno o più figli e intanto anche realizzare te stessa, guadagnare qualcosa e sentire di mettere a frutto i tuoi talenti? Cambia nazione, non trasferirti in Germania, o tu donna che stai per espatriare o sei già espatriata causa offerta di lavoro. Oppure sii una donna che sta bene anche a casa a crescere i pargoli. Scelta, tra l’altro rispettabilissima, ma qui praticamente obbligata. Non c’è scelta. O meglio c’è: o stai a casa o diventi stron*a per riuscire a lavorare e stare anche con i tuoi figli. Le scuole pubbliche, ad esempio, i primi anni delle elementari chiudono verso le 11 o le 12.Per non parlare del coinvolgimento massiccio e obbligatorio dei genitori nei compiti a casa. Ma chi ha tempo?  Vuoi un posto al doposcuola perché tu e tuo marito lavorate full time? Vediamo, non so, non garantisco. Altro esempio di vita genitoriale difficile: una coppia di nostri amici, di recente ha dovuto vendere l’anima al diavolo, perché hanno trovato posto per l’ultimo anno di asilo del loro bimbo solo in una struttura che è aperta dalle 8 alle 14. Fine. Chiuso. Schluss. E dalle 14 in poi? Hanno dovuto lottare per rimediare il posto in un secondo asilo dove, grazie al cielo, un bus lo porterà ogni pomeriggio. Ma quanto stress comporta per tutti una situazione così? E potrei citarvi ancora quel mio collega che, alla fine della giornata lavorativa porta i figli al parco, mentre la moglie, appena rientrata dall’ufficio, cucina la cena. Spesso lui si ritrova ad essere l’unico padre del parchetto. Allora capita che venga avvicinato dalle altre mamme, che gli chiedono, trasecolate: “Ma la mamma dei bimbi dov’è?” e lui: “A casa che cucina, sapete, ha lavorato tutto il giorno, così porto a spasso io le belve qui.”. Risposta classica: “Lavooooooooooooooooooooooooooooraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa? E PERCHÈÈÈÈÈÈ?”. Cioè, riuscite a credere che gli chiedono perché lavora? Zio canta, ma secondo te perché lavoro? Sai, lavoro perché sono un po’ matta, non ho tutte le rotelle a posto. E poi avendo un’allergia ai tappeti in casa è meglio se sto in ufficio tutta la giornata, così evito di starnutire troppo. Ma santa pazienza, ma si può? No, non si può. Non si può ancora essere fermi all’idea della donna angelo del focolare e basta, senza via di scampo. Non si può negare alle donne la possibilità di una libera scelta, o fargliela pagare cara se decidono di lavorare full time. Non si può lamentarsi della bassa natalità e poi non offrire servizi adeguati di child-care ai genitori. Non si può trasferirsi all’estero, sperare di fare un balzo in avanti come qualità della vita da mamma e poi scoprire di avere fatto invece un salto indietro nel medioevo. No, così non va.  Ma quante strade ancora dobbiamo percorrere noi donne per essere veramente libere di essere donne intere, senza dover immolare parti di noi sull’altare del biberon e della pappa oppure sulla scrivania in mogano? Non ci siamo.

P.S. tardivo al post. Ho appena parlato col marito supersonico, che mi ha spiegato che qua in Germania la tematica di cui sopra è oggetto di acceso dibattito politico. Ah per fortuna che non sono l’unica che se ne lamenta. Marito mi ha parlato di famiglie, ad esempio africane, che abitano a Monaco. E poichè per ogni figlio mensilmente percepiscono parecchio denaro, una somma che aumenta all’aumentare della prole, alla fine a queste mamme conviene fare molti figli e poi stare a casa. Problema: in questo modo i figli degli stranieri non imparano il tedesco e hanno dunque difficoltà ad integrarsi. E al momento di andare a scuola, ovviamente obbligatoria, arriva il dramma. Vi pare che si possano chiudere gli occhi su una situazione del genere? Perchè le istituzioni e la politica su questo non vogliono cedere e continuano a fare finta di niente?