La visita pre-scolastica di screening obbligatoria di Fantozzi

In Germania non è detto che i bambini debbano andare a scuola nell’anno in cui compiono sei anni. Ci possono essere diversi motivi per i quali il pargolo farà il suo ingresso un anno più tardi nel mondo della frequenza obbligatoria. Può succedere e qua non v’è nulla di strano al riguardo. Alcuni bambini vanno a scuola a sei anni, altri a sette e fine della storia. Tuttavia quando ho raccontato questo fatto ai parenti italici, la cosa ha suscitato un mezzo scandalo e molta molta perplessità. In Italia, infatti, i piccoli, raggiunta l’età di circa 72 mesi, devono andare a scuola. Che siano pronti o no. Qua è diverso, anche se a noi pare difficile da capire. E per essere sicuri sicuri sicuri che il bambinello adorato sia davvero pronto per il grande passo che cambierà la sua vita e quella dei suoi genitori, i tedeschi lo sottopongono anche un’approfonditissima visita medica obbligatoria. Sì, visita medica. Sì, obbligatoria. In pratica l’anno precedente l’ingresso a scuola del proprio bambino o bambina, si riceve a casa una lettera in cui viene fornita una spiegazione del perchè e percome di questa visita e si viene invitati a telefonare all’ufficio igiene per fissare l’appuntamento. Ma non si può telefonare a caso eh. No. “Tutti i bambini nati nel mese X dell’anno Y: telefonare per prendere l’appuntamento tra il 15 e il 30 marzo dell’anno prossimo.”. In pratica ti danno l’appuntamento per prendere l’appuntamento, cosa che tanto piace ai nostri organizzatissimi amici teutonici. Bene, allora il genitore solerte telefona e fissa l’appuntamento, che, va da sé, sarà in orari da ufficio (tanto la mamma non lavora no? E quindi che problema c’è?), quindi gli toccherà prendere un permesso, uno dei tanti che devi prendere di continuo per accompagnare il pargolo alle milioni di visite mediche a cui qua i bambini vengono di continuo sottoposti. Fin da quando nascono, infatti, i pupattoli dovranno andare incontro ad una serie di controlli medici obbligatori a cadenza regolare, le cosidette U Untersuchungen (dove U sta appunto per Untersuchung, cioè visita medica). C’è la U1, la U2, la U3 e via di seguito, manco fossero nomi di  linee di metropolitane. Il risultato di ciascuna visita viene quindi certificato e accompagnerà il bambino per sempre nel suo percorso di vita. Questo serve ovviamente a fare emergere eventuali problemi nello sviluppo e, nel caso, ad intervenire tempestivamente. Da noi in Italia l’intera vicenda è presa, a mio avviso, molto più sottogamba e infatti ho conosciuto nel Belpaese diversi bambini i cui problemi sono stati scoperti quando ahimè era troppo tardi per porvi rimedio, perché “nemmeno il pediatra se n’era accorto!”; e allora il piccolo si è dovuto tenere i suoi casini. Vabbeh. Torniamo a noi. Il giorno della visita medica pre-scolastica di screening obbligatoria di Fantozzi, ci si presenta all’ufficio igiene con il bimbo, il suo libretto delle vaccinazioni, che devono essere state fatte tutte – qua, mi pare di capire, c’è poco spazio per le proteste sociali degli anti-vaccinisti, ma potrei sbagliare – il suo libretto giallo con sopra tutti i risultati delle U Untersuchungen e soprattutto il risultato della U9 Untersuchung, quella immediatamente precedente l’ingresso a scuola, la più importante. Il bimbo viene quindi ribaltato come il classico calzino, in quanto viene pesato, misurato in altezza e circonferenza cranica, gli vengono fatte prove dell’udito e della vista, gli viene chiesto di contare fino a dieci, di disegnare, di riconoscere alcune immagini e poi viene sottoposto a vari altri test più o meno ameni. Alla fine, se non v’è stato nulla di particolare durante questo primo screening, si può andare via felici. Se invece c’è stato anche il minimo inghippo, bisogna fare un ulteriore passaggio e cioè andare da un medico vero e proprio (quella di prima era un’infermiera), sempre lì all’ufficio igiene. Per esempio, nel caso del bambino bionico, l’infermiera s’è accorta che con l’occhio destro il piccolo, pur portando gli occhiali, non riusciva a leggere le ultime due righe della tabella per la prova della vista. Allora la dottoressa ci ha consigliato di andare dall’oculista per un controllo (l’ultimo era stato sei mesi prima). Io ho pensato dentro di me: “Beh andremo a Natale dal nostro oculista in Italia, come sempre. Faccenda risolta”. Mi ero illusa troppo presto. La dottoressa mi ha consegnato un foglio, pregandomi di consegnarlo a mia volta allo specialista degli occhi, che lo dovrà compilare con i risultati della visita e poi timbrarlo e firmarlo. Poi io lo dovrò faxare compilato all’ufficio igiene. Ovviamente questo ha escluso subito la possibilità del medico in Italia. Echeppalle, lasciatemelo dire. La duemilionesima visita medica! Arrivata in ufficio quella mattina, ho fatto subito partire un sondaggio d’opinione tra i colleghi genitori: “Tu dove porti il tuo pupo dall’oculista? Da nessuna parte? A chi potrei chiedere allora? Hai mai sentito di uno in zona? Me lo consigli?”. E poi giù dell’ennesimo appuntamento da prendere, sempre in orario da ufficio (ma quando lo capiranno che non è vero che le mamme sono tutte a casa full-time a prendersi cura della prole?). Poi bisogna ricordarsi di faxare il risultato della visita pre-scolastica alla scuola del bimbo, così sanno che la visita è stata fatta. Poi c’è la copia per noi, da archiviare nel faldone “Documenti Germania bambino bionico”. Poi c’è la copia per il pediatra, quella per il farmacista, quella per la donna delle pulizie, quella per il vicino di casa, per la nonna, per l’edicolante che ci vende il Topolinen, per il panettiere (ok, tutte queste ultime sono degli scherzi). Se ne esce vivi? si domanda alla fine di tutto il genitore smarrito. Forse no.

Per fortuna che di visite pre-scolastiche, come di mamme, ce n’è una sola!

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Paziente privello, paziente fortunello. O no?

In Germania il sistema sanitario funziona, detto molto in soldoni, che si può essere un paziente pubblico oppure un paziente privato. Immagino s’intuisca la differenza. I pazienti privati pagano di più, tramite una bella cifretta mensile e, quando si recano dal medico di base o dallo specialista, pagano la tariffa intera. Ovvero si vedono recapitare a casa una fattura che dovranno saldare entro, a seconda dei casi, una settimana, quindici giorni, un mese. Dopodichè girano tutto alla loro assicurazione privata, la stessa che si è intascata la cifra mensile di cui sopra e questa provvede a rimborsare. A seconda del tipo di prestazione ricevuta e del tipo di rimborso concordato, il paziente si ribecca indietro – dopo due o tre settimane e se l’assicurazione non tira fuori cavilli – tutta la somma spesa o gran parte di essa. Che detta così, a uno viene da pensare: “Che figata! Mi posso rivolgere a tutti gli specialisti che voglio, spendere quello che mi pare e poi vedermi rimborsato.”. Frena, frena, frena. Non è proprio così. Intanto bisogna vedere quanto hai speso e quanto di ciò che hai sborsato ti torna indietro. Insomma, un contributo da parte tua ci scappa quasi sempre. Poi ci sono i tetti annuali o biennali. Per le visite specialistiche puoi spendere, esempio a caso, massimo tremila euro l’anno; il resto, te lo paghi tu. “Eeeeeh, tremila euro!!! Ma sono un sacco di soldi. Prima che io spenda tremila euro bisogna che mi vengano 25 bronchiti, 7 gotte, 8 gomiti del tennista, 1 calvizie, 2 disturbi alimentari. Vai tra!”. E invece no. Qua casca il primo asino. Se uno non è abituato alle tariffe che i medici applicano ai pazienti privati qua, rischia un infarto (e allora giù di ospedalizzazione con costi annessi e connessi e salasso garantito). Per esempio, può succedere di fare due visite dal pneumologo e vedersi recapitata a casa una fatturina da 700 euro. No, non ho sbagliato a digitare, non volevo scrivere 70. Volevo proprio dire SETTECENTO. Dopo essere svenuti, si passa a controllare il dettaglio del documento, le voci di spesa. E qua viene il bello. Si passa dai termini più facili, tipo “Visita generale degli organi” a quelli più astrusi e incomprensibili persino se fossero in italiano, tipo “Schmackfitzujnderierung”. Che uno dice: “Ma quando m’ha fatto sta roba il medico? E soprattutto che cosa cavolo è?”. Poi, indagando, si scopre che magari era una robina che l’infermiera ti ha fatto e tu non te ne sei nemmeno accorto; magari mentre eri girato per starnutire, ZAC, la gentile signorina te l’ha messo in quel posto. Nel senso che ti ha infilato una supposta anti-dolorifica e poi te l’ha messa in fattura. La cosa più stupefacente di tutte però, è la “Beratung”, che si può tradurre con “consigli” o “raccomandazioni”. Esempio. Vai dal medico di base perché hai il naso chiuso. Quello ti dice: “Si copra bene, mi raccomando!”. Beratung: dieci euro. Giuro, non sto scherzando, è tutto vero. E poi i dottori t’invitano caldamente a telefonargli, se hai domande/o dubbi. “Es gibt keine dummen Fragen” (non esistono domande stupide) mi disse il mio medico di base la prima volta che mi visitò. “Chiami quando vuole, sono a disposizione!”. E te credo: mi fai pagare cinque euro ogni domanda! A sto punto ti posso chiamare anche per chiederti quanto costano le mele al chilo e fastidio non te ne dò di sicuro. Il punto è che il sistema sanitario tedesco, mi par di capire, si basa parecchio sui privati, che pagano e stra-pagano le vacanze in Thailandia dello specialista e compensano i soldi che i pazienti pubblici non sborsano. Questi ultimi hanno diritto, se non sbaglio, a visite ed esami in gran parte gratuiti. Ovvio che nel momento in cui il medico ha davanti a sè un privato, farà di tutto per ciucciargli più soldi possibile. E allora giù di sorrisi a trentadue denti, strette di mano calorossime, interessamenti profondi a te come persona, tappeti rossi srotolati da schiavi stesi ai tuoi piedi – che poi ti mettono in fattura alla voce “srotolamento di tappeto tramite meccanismo umano a mo’ di conforto psicologico”- , bigliettini di auguri di buon compleanno e buona guarigione (mi è capitato, vi assicuro). E poi giù di esami e farmaci assolutamente inutili, ma fatti passare per vitali e indispensabili.

“Dottore, ho un callo.”

“Da quanto?”

“Mah saranno due mesi, solo che le scarpe mi danno fastidio”.

“Ussignur, due mesi? Ah qua ci vuole un laser eh. Un laserino tira via tutto.”.

“Per un callo?”

“Sì, per un callo. Guardi che in men che non si dica si può trasformare in tumore. Conoscevo una donna che è morta così eh. Infermiera, fissi un appuntamento per la signora per tre sedute di laser.”.

“Tre sedute per togliere un callo?”

“Bisogna andare in profonditá, per evitare recidive.”

“Recidive di un callo?”

“Lo chiama ancora callo? Lo chiamarei piuttosto carcinoma all’ultimo stadio. Veda lei. Ah e già che ci siamo facciamo le analisi del sangue. Spesso i calli si accompagnano a carenze di globuli rossi. A proposito, le emorroidi come vanno? Pomatina? Nel frattempo per il callo mi prenda le compresse Callosin, una al giorno; la pomata Sanopied, quattro spalmate al dì; le pastiglie omeopatiche Camminoben, tre al mattino, e fasci bene tutto il piede con la fascia Fasciapied. Ecco la ricetta, può comprare tutto in farmacia qua sotto. ”

“Scusi, ma è proprio necessario dottore? Tutto questo rumore per un callo?”

“Insiste ancora a chiamarlo solo callo?”.

Allora il paziente deve imparare a difendersi, a dribblare gli attachi del medico, a ignorare coraggiosamente i tentativi di essere spaventato, a ricusare analisi continue, ulteriori visite, controlli, approfondimenti, accertamenti. Pur di non andare più dal medico allora, impari l’autoguarigione quantica tramite il pensiero positivo, che sta venendo tanto di moda. Oppure, la prossima volta che ti viene un callo, te lo tieni.

Di come si cerca casa a Monaco – parte II

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La ricerca continua. Hai sentito dire, da colleghi e amici, che loro hanno impiegato dai tre mesi in su per trovare casa, quindi tu, che hai appena iniziato la caccia al tesoro, ti tranquillizzi, dato che rientri ancora nei parametri standard. Solo che qualcosa inizia a cambiare dentro di te. Le prime ricerche che facevi tramite Internet erano parecchio pretenziose: voglio un appartamento a tutti i costi a piano terra. Primo piano? No, neanche a sassate. O piano terra o sotto un ponte. E ci devono essere almeno quattro stanze, neanche mezza di meno. Deve costare poco e poi la provvigione di 2,38 mensilità all’agente immobiliare non la voglio pagare, ecchecavolo. Meglio se c’è un po’ di verde intorno e magari che i negozi non siano troppo lontani, sai per comodità. Insomma, all’inizio vuoi la luna e pure il sole.  Poi ti rendi conto che la sistemazione perfetta a Monaco esiste solo nella tua testa. Che trovi l’appartamento dei tuoi sogni, ma costa 200 euro in più del budget che ti puoi permettere. Che costa giusto, ma è troppo fuori mano. Che è a due metri da dove lavori, ma ha una stanza in meno di quello che vorresti. Che ha tutte le stanze del mondo, costa ok, ma è al nono piano senza ascensore.  Che è il nido dei tuoi sogni da sempre, ma l’hanno già assegnato a qualcun’altro. Insomma, è un casino. Inizi allora a far scendere le tue pretese. “Ok, anche se non è a piano terra, beh, il bimbo farà un po’ di casino, ma magari sotto abita una famiglia con bambini e allora sono disposti a chiudere un occhio. Qua si paga la provvigione, ma c’è già la cucina dentro, quindi con i soldi che avrei speso per la cucina, ci pago la provvigione. Questo appartamento è lontanuccio dall’ufficio, ma vabbeh mi farò quei dieci minuti in più in macchina la mattina. Per dieci minuti in più di viaggio non è mai morto nessuno, a quanto mi risulta.”. E via dicendo.

La concorrenza, inoltre, è spietatissima e il fatto di non essere tedesco oppure di non avere abbastanza buste paga da mostrare (di solito ne chiedono almeno tre), a seconda dei casi, non ti aiuta sicuramente.  Al proposito sai che è fondamentale essere velocissimo a contattare l’Anbieter (=offerente) e allora ti attacchi a Internet come un disperato giorno e notte, per riuscire ad essere il primo a individuare l’annuncio, poi a telefonare o mandare l’e-mail. E qui comincia la rumba. All’e-mail non è detto che qualcuno risponda. Dopo il messaggio in segreteria non è detto che verrai richiamato. Se anche chiami, devi essere disponibile istantaneamente per una visita. E dopo la visita, nel caso l’alloggio ti sconfinferasse, devi essere un fulmine a confermare il tuo interesse.  La minima esitazione ti può essere fatale. Dopodichè, devi, sempre a seconda dei casi, snocciolare il rosario, toccare ferro o semplicemente sperare che questa volta la bbotta de culo tocchi a te. (continua…)

O tu, persona tedesco-studiante

È fatto universalmente noto, è cosa detta e ridetta, è certezza inoppugnabile da sempre che la lingua tedesca sia particolarmente impegnativa da imparare, parlare, ricordare (infatti, se non la si parla affatto per più di un anno, sarà circa come non averla mai imparata – tutto l’opposto che andare in bicicletta, insomma). Per esempio io , in 38 anni di vita, non ho ancora avuto l’onore di conoscere qualcuno che mi dicesse: “Imparare il tedesco? Ci ho messo tre mesi e mi sono divertito un sacco. Pensa che a volte, quando tornavo stressato dall’ufficio, mi facevo un bel bagno con le essenze di sandalo e mughetto e intanto mettevo in sottofondo il CD con la lezione sul Preteritum e le frasi secondarie. Uno spasso. Alla fine, spesso mi addormentavo in vasca, tanto ero in relax!”. Per dire, no?

Ovviamente ci sono varie sfumature di difficoltà nell’apprendere questa rigorosa lingua e così nel parlarla. Nel senso che, esempio, se siete una persona che parlava fin da piccola cinque lingue a causa dei trasferimenti continui di vostro padre in paesi diversi, vi sieteanche laureati in lingue straniere e queste  lingue sono l’inglese, il nederlandese, lo svedese, il finnico e l’islandese, beh credo che il tedesco lo parlerete così bene nel giro di soli sei mesi, da potervi far passare come ridere per un madrelingua. Se invece, sempre per fare un esempio, siete una persona cresciuta in uno sperduto paesino calabro, non vi siete mai mossi di casa, sapete così così anche l’italiano e avreste gli incubi di notte anche solo a imparare il francese a livello base, direi che potreste incontrare qualche difficoltá in più nell’assorbire la lingua di Goethe. Poi, va detto, io tendo un pochettino ad esagerare. Nel senso che, essendo in generale perfezionista, lo voglio sempre parlare come se fossi nata qui in Germania e non sono mai soddisfatta di quello che dico; spesso rimugino sugli errori che ho fatto (acc…ho detto mit die Schwester invece che mit der Schwester,  sarò sembrata una burina della grammatica teutone), vorrei avere usato una parola più adatta alla situazione (invece di dire “hanno caricato l’automobile sulla nave per spedirla via” avrei dovuto usare il verbo einschiffen che in tedesco significa proprio quello), non mi perdono i balbettii e le incertezze e via dicendo. Ma a parte il mio caso, che riconosco essere patologico, bisogna ammettere che la lingua in sé ha parecchie complicanze per noi italiani. Tanto per fare un esempio, mentre in italiano abbiamo due generi per i sostantivi, maschile e femminile, e di conseguenza due articoli determinativi, il/lo e la, i tedeschi hanno pensato bene che due non bastavano, che per essere più precisi e accurati, sarebbe stato meglio usare tre generi diversi, ovverosia udite, udite, il maschile, il femminile e…tadá…il neutroooooo (applausi). Ebbene sì.  “Ok” dice il temerario studente di tedesco, “allora vorrà dire che il maschile si userá pe r le cose maschili, tipo il bambino, il contadino, il sole; il femmminile per le cose femminili, tipo la bambina, la casalinga, la luna e il neutro per le cose neutre, cioè quelle non ben identificabili con uno dei due generi di cui sopra.”. Ah! Credevi eh? O tu ingenuo, o tu facilone. Così sarebbe troppo semplice. No, la mentalità che ci sta dietro è molto, ma molto più contorta e diabolica. I generi sono in realtà determinati a caso, quasi senza logica – almeno ai nostri occhi latini. La ragazza, das Mädchen, è neutro. Prime perplessità dello studente.  Il Sole, die Sonne, è femminile. La Luna, der Mond, è maschile. “Ok, per questi basta ricordarsi che è il contrario che in italiano” pensa ancora lo studente di prima. Ma non è finita. La testa, der Kopf,  è maschile. La gamba, das Bein, è neutro. Ciascuna parte del corpo ha infatti il suo genere specifico, assegnato praticamente a caso. Tutti da ricordare a memoria. La gonna? Der Rock, maschile. Chissenefrega se è una roba che si mettono le donne. Divertente, nevvero?

La struttura della frase in tedesco poi, tanto per dirne un’altra, è particolarmente rigida. Verbo in seconda posizione nella frase affermativa. Punto. “Ma proprio in seconda?” Si domanda lo studente smarrito. “Non si può fare un’eccezione, qualche volta?”. No, non si può. Verbo in seconda. Fine. Niente discussioni. O verbo in seconda o morte.  Mettilo pure in terza o quarta o decima, se ti va, ma ti farai istantaneamente identificare come Ausländer (straniero). E qua entra in gioco il menefreghismo personale. Fino a che punto, o studente, t’interessa parlare tedesco alla perfezione da subito? Preferisci parlare e basta, tanto per farti capire e poi il resto verrà col tempo  – atteggiamento che io consiglio caldamente –  oppure scegli di preferenza di concentrarti sullo strutturare frasi pulite, composte e appropriate alla situazione  – dove questo rischia di generare in te stesso insicurezze, paure e tremolii nella voce? Vuoi farti passare giá nei primi mesi di soggiorno in Germania come quello che vi abita da anni e potrebbe partecipare con facilità ad un concorso letterario o vuoi anche divertirti e quindi credi che sia fondamentale buttarsi e poi quello che succede, succede e le finezze si lasciano per il futuro? Lascio a ciascuno la sua personalissima risposta.

La celeberrima riservatezza tedesca tra mito e realtà

L’invito è arrivato tramite una conoscente del marito supersonico, una vicina di casa con cui prende regolarmente il bus il mattino. L’evento si sarebbe svolto un sabato pomeriggio, nella via dietro casa nostra. Abbiamo deciso quindi di accettare. “Perché no?” ci siamo detti. E così il pomeriggio dell’appuntamento abbiamo atteso che la ragazza ci venisse a prelevare e siamo andati. Fatti pochi metri a piedi, girando l’angolo, abbiamo visto le panchine e i tavoli con le tovaglie bavaresi (ossia a quadretti bianchi e azzurri) allestiti sulla strada; poi abbiamo notato bevande di ogni genere, dal caffè all’acqua, all’Apfelschorle, all’immancabile birra, lì a disposizione di tutti. Torte e dolcetti di vario genere facevano bella mostra di sé su un tavolo, mentre i barbecue attendevano soltanto l’orario giusto per essere accesi. Da parte nostra abbiamo contribuito al magna-magna generale con una bella ciambella all’italiana, che abbiamo appoggiato sul tavolo, quindi tagliato e condiviso con i presenti. In pratica abbiamo partecipato alla nostra prima festa del vicinato alla tedesca. Come siamo arrivati, le persone sedute al nostro stesso tavolo, gentilissime, si sono presentate. “Hallo! Grüß Gott, ich bin der Werner! Ich wohne hier gegenüber in dem grünen Haus!” (Ciao, salve, sono Werner, abito qui di fronte nella casa verde!“). Ciascuno dava il nome e la posizione geografica, tanto per aiutare l’altro ad orientarsi. “Ti ho già visto, mi sembra, ma non ricordo dove” ha detto un signore dall’aria sorniona al marito supersonico. Poi di colpo è giunta l’illuminazione: “Aaaah sì, ho capito. Mi capita di passare spesso davanti a casa tua e attraverso le finestre, ti vedo cucinare!” Eh già è proprio lui. Intanto il bambino bionico, con fare circospetto, osservava i numerosi bambini del circondario anche loro intervenuti alla festa: ce n’era di tutte le età, dai 2 agli 11 anni. “Certo, è carina questa festa, è stata una bella idea organizzarla!” ha detto uno. “Eh sì, perché in questa zona siamo in tanti, ma praticamente non ci conosciamo.”, gli ha fatto eco un altro. “Ci si saluta, ci si sorride, ma poi finisce lì, non c’è un vero rapporto ed è un peccato!” ha aggiunto una signora lì a fianco. Ma allora è vero, mi sono detta io, è proprio come mi sembrava: questi tedeschi fanno più fatica di noi a fare amicizia tra di loro. Non sono solo io che, a causa della mia leggendaria timidezza, ci metto anni per lasciarmi andare oltre a un “Ciao” con chi non conosco. Qua sono tutti come me! Ciò da una parte conferma il mito dei tedeschi riservati, chiusi, distanti. D’altra parte però, guardando la scena in cui eravamo immersi, facevo fatica a pensare a gente fredda e poco sociale. Vedevo sorrisi a bizzeffe, mani e sguardi che s’incontravano, birre bevute assieme, sentivo risate comunitarie, udivo persone che non si erano mai viste prima tra loro, parlare come se si conoscessero da anni. Tedeschi asociali e gelidi? A quanto sembra stasera, direi di no, dicevo tra me e me. Addirittura in più di una occasione sono stata avvicinata spontaneamente da persone gentilissime, che mi hanno fatto ogni sorta di domanda su di me, con curiosità e vero interesse. Non c’era niente di formale o vuoto nel loro approccio, ma solo desiderio di conoscermi meglio. “Da quanto vivete qui? E dove lavori tu? E il bimbo dove va all’asilo? Ah sei italiana? Ah io sono stata in vacanza in Italia quest’estate. Roma, Genova, che meraviglia! È quello sul monopattino il tuo bimbo, vero? Che carino!”. Io trasecolavo, impressionata da tanta cordialità (fino a questo punto si spingevano i miei pregiudizi sui tedeschi: fino a rimanere stupita dalla loro simpatia!). All’inizio della festa, lo ammetto, mi sentivo come il solito baccalà decorativo. Nelle  situazioni sociali nuove, come ormai avrete capito, mi sento solitamente poco sciolta e tendenzialmente non vedo l’ora di andare via. Eppure dopo qualche ora, durante questa festa, ho iniziato a rilassarmi. Ho cominciato, udite udite, a sentirmi a mio agio. Robe da matti. Verso sera, mentre le chiacchiere andavano avanti e nuove persone arrivavano a getto continuo, qualcuno ha portato la legna e un contenitore di metallo ed ha acceso il fuoco. Poi fuori i bastoni, fuori i marshmellows e via coi bimbi intorno alle fiamme a cuocerli! Il buio scendeva, il freddo aumentava, ma l’allegria intorno a noi, oltre al fuoco, ci hanno scaldati parecchio. Abbiamo scoperto di vivere in una zona piuttosto internazionale del quartiere: oltre ai tedeschi provenienti da ogni parte della Germania, abbiamo incontrato greci, ungheresi e non ricordo più bene quale altra nazionalità. La festa, col passare delle ore, si animava sempre di più, il via vai di gente è stato continuo e ad un certo punto c’è stato anche chi ha iniziato a cantare.

Verso le dieci di sera, “stanchi, ma felici”, ci siamo decisi a tornare a casa. Abbiamo salutato tutti con un sorriso e ricevuto indietro altrettanti sorrisi.  “Tschüüüß! Gute Nacht! Bis bald! Danke für die Einladung! Wiedersehen” (Ciao, buonanotte, grazie dell’invito, arrivederci). E forse da questa esperienza, ci siamo portati dietro la fine di una leggenda e il crollo di un mito inossidabile: quello dei teutonici gelidi e inavvicinabili!

Di come si cerca casa a Monaco – parte I

In pratica funziona così. Tu vai su Internet e ti butti su uno dei numerosi siti a disposizione dell’utente del web per  trovare case, appartamenti e in generale alloggi di qualsiasi natura (si veda sezione “Link su Monaco e la Germania”)  e poi imposti i criteri di ricerca per una sistemazione proprio come piace a te. “Voglio una casa con almeno X stanze – ricordandosi che in Germania la parola “stanze” negli annunci immobiliari include anche il salotto e non solo, come da noi, le stanze da letto pure e semplici – che sia nella zona Y di Monaco o tot km intorno, che costi massimo Z e sia grande minimo W”. Dopodiché clicchi su INVIO e attendi con trepidazione che il motore di ricerca faccia il suo dovere e ti sputi diverse golosissime proposte per la tua nuova dimora. E, una volta comparsi sullo schermo, via che ti metti a scorrere gli annunci, nella speranza di trovare il nido dei tuoi sogni nella zona ideale della città e per di più a un prezzo ridicolo. “Lussuosa maisonette con 3,5 camere a Schwabing, appena rinnovata, 2 bagni, balcone a Sud (dettaglio fondamentale per i tedeschi. NdA), garage, finiture di pregio”. Ehm, lasciamo perdere, non stiamo neanche a guardare quanto verrebbe a costare, per evitare infarti. “Appartamento da sogno in zona tranquilla della città, con piccolo giardino, a pochi passi dalla U-BAHN, con tutti i servizi a cinque minuti a piedi.” Meraviglioso, peccato che la zona tranquilla della città sia troppo lontana dal tuo posto di lavoro e così finiresti per doverti alzare ogni mattina alle 5 per arrivare in ufficio. Ciccia: avanti il prossimo! E via così, finché non individui il rifugio che più si avvicina all’ideale che hai in testa e allora cerchi con gli occhi l’indirizzo e-mail o il numero di telefono con cui contattare l’agenzia. Sai che dovrai pagare la cauzione di 2 o 3 mesi e sai anche che dovrai sganciare al “Makler” (agente immobiliare) la temutissima “Provision”, che in pratica si risolve di solito con 2,38 mensilità; ma sai anche che andare tramite privati, per evitare di pagare la commissione, non è sempre semplice e allora, in qualche modo, di questi soldi che se ne andranno te ne fai una ragione. Nei giorni successivi aspetti col cuore in gola che qualche agente a cui hai lasciato il tuo numero ti contatti e, se non arriva subito la chiamata, ci rimani male. Quando invece entri un contatto con una voce umana che ti propone un appuntamento per visionare quello che tu pensi già essere il tuo futuro nido, allora esulti. E tutto tremante il giorno fatidico ti rechi all’appuntamento, con le palpitazioni e il sudorino che ti cola dalla fronte; manco fossi un quindicenne brufoloso alla sua prima uscita con la fanciulla dei suoi sogni, magari la Cheerleader, quella ambita da tutta la scuola. E mentre ti avvicini all’oggetto del desiderio noti parecchio movimento, come una piccola folla che si aggira nel giardino, davanti all’ingresso e anche per le stanze. Subito non capisci, ma poi realizzi. Che mazzata! Tu che speravi di essere l’unico con la sua bella, ti ritrovi con mille concorrenti addosso, mille altri a cui l’appartamento fa gola. Chi vincerà? Chi sarà il migliore? Chi piacerà di più al proprietario? Oddio forse dovevi metterti il vestito buono, quello della festa, dovevi agghindarti un po’, farti bello. “Vabbeh, ormai è andata e sono qui, cerchiamo di cavarcela al meglio.”, mormori tra te e te. Vedi il Makler con pantaloni, giacca, scarpe eleganti e leccata in testa che cerca un po’ goffamente di barcamenarsi come può tra gli “Interessenten”. “Accidenti”, dice, “di solito quando do gli appuntamenti collettivi, due o tre persone mi danno sempre il bidone, ma voi vi siete presentati tutti e adesso … è un po’ un casino!”. Entri in casa e ti accorgi che è come essere all’Isola dei Famosi: non si sopravvive senza coltello tra i denti, coraggio, spavalderia e farsi largo tra la folla! Ne rimarrà soltanto uno! Metti piede in salotto e pesti il ditone di un altro Interessent. Sgomiti per entrare nel cesso e dare un’occhiata ai sanitari e nel mentre zucchi contro un signore che ha appena aperto di colpo la doccia, senza chiedere permesso e sotto gli occhi increduli del proprietario della casa. “Eh volevo controllare la pressione dell’acqua!” si giustifica. Ma certo, fai pure come se fossi (già) a casa tua, ci mancherebbe! Intanto, mentre il Makler è distratto, fai lo sgambetto a un altro concorrente, per metterlo fuori gioco. Poi guardi negli occhi l’agente per cercare di capire se stai andando bene, se il tuo punteggio è buono, se hai speranze di passare il turno, se stai piacendo. Intanto lui continua il tour guidato della casa, illustrandone i vari aspetti e le qualità. “Potete vedere qui una spettacolare cucina abitabile, come oggi non se ne vedono più. Ai nostri giorni troviamo solo cucine a parete magari senza tavolo, tanto ognuno mangia in piedi e per conto suo; non c’è più quel senso di famiglia di una volta, che qui potreste invece recuperare. E osservate l’immenso e luminosissimo salotto, con il “Kachelofen” (stufa a parete di ceramica) che anche lui vi fa recuperare quel calore, quel senso di casa delle famiglie di una volta. Per non parlare del giardino, gigantesco, spazioso, utilissimo. Qui potreste fare giardinaggio e rilassarvi, mentre i bimbi giocano spensierati, senza pericoli. Vedete com’è tranquilla la zona? Qui avrete silenzio e pace garantiti, oltre ad un’immersione totale nella natura.”. Certo, pensi tu, alla faccia della pace: pure troppa ce n’è qui, dove intorno non v’è nulla, dove sei in un villaggio di contadini bavari, dove la notte ululano i lupi e per arrivare al primo negozio ti devi avventurare nella steppa. Ecco il perchè del prezzo d’affitto così ridicolo. Il Makler, col suo solito sorriso, ti consegna il foglio da compilare e faxare a loro nel caso tu fossi interessato all’affitto dell’appartamento. Tu gli fai a tua volta un sorriso, ma stiracchiato, perché non è che sei proprio convintissimo e noti che la donna baffuta di fianco a te esclama: “Bello qui, ma bisogna che ti piaccia tutto il pacchetto, compreso il circondariato”. A questo punto sali in macchina, ti metti sulla via del ritorno e ti rendi conto che la ricerca non sarà proprio così agevole come ti eri immaginato. Ma tu non ti arrendi, pensi che è solo l’inizio, ti rendi conto che in fondo è anche divertente, che mentre osservi le case ti fai un’idea di come funziona qui il mercato immobiliare, che la cultura della ricerca casa a Monaco ha dei risvolti interessanti, che insomma tutta la situazione è un po’ un’avventura. E con un sorriso ti avvii verso il prossimo appuntamento, la prossima visita collettiva, il prossimo Makler, la prossima speranza.

Il Paese di Bengoden

Stamattina, leggendo “Italians” di Beppe Severgnini, una lettera in particolare mi ha colpita. S’intitola “Perché pensate che la Germania sia il paese di Bengodi?”, scritta da Rita Cagiano. La riporto integralmente:

“Gentile Severgnini, mai come quest’anno il nostro soggiorno estivo in Italia è stato accompagnato da un certo imbarazzo generato dal modo in cui noi, famiglia italo-tedesca residente in Germania, siamo stati percepiti in Italia. Tralasciamo una richiesta, nemmeno troppo velata, di cercare un lavoro in Germania ad una parente da parte di conoscenti nemmeno troppo stretti, cosa da far drizzare i capelli anche a chi sa, come me, come vanno le cose in Italia. In generale ci siamo sentiti dei paperoni che vengono dal paese dell’eldorado, dove tutto funziona, dove c’è lavoro a volontà e dove si può fare ogni giorno il bagno in una piscina piena di monete d’oro! La Germania è percepita da una parte come potenza dalle aspirazioni egemoni, dall’altra come paese del Bengodi, peccato che si debba lavorare! Certamente la qualità della vita è alta e lo stato sociale ancora efficiente, ma trovare un lavoro  può risultare difficile anche qui, e la paura di perderlo è sempre in agguato. Molti fanno la spesa da Aldi o al discount più vicino, per non parlare dei costi dei servizi. La generazione dei quarantenni/cinquantenni andrà in pensione a 67 anni, e le pensioni saranno da fame. Le proiezioni del governo parlano di una diffusa povertà senile tra 20/30 anni. Ecco, in Germania non si parla di spread perché è più un problema nostro che loro, ma questo non significa che non si parli di Euro e del domani. Il futuro fa tanta paura anche qui. Saluti da Colonia.”.

Questo intervento riassume in maniera ottima il mio pensiero e le mie impressioni. Sei in Germania ed ecco che molti tendono a pensare che tu sia nella Landa di Cuccagna, dove basta allungare un braccio e si colgono frutti maturi da alberi rigogliosi; dove le aziende suonano al campanello della gente implorando di andare a lavorare per loro e dove, in ultima analisi, non vi sono problemi. Non mi stancherò mai di ripetere a tutti gli aspiranti emigranti che questa idea è ben lontana dalla realtà. Consiglio vivamente la lettura di questo ottimo post  e i relativi commenti, per farvi un’idea di ciò di cui sto parlando.

Proprio ieri facevo due chiacchiere con una vicina di casa, qui a Monaco, e si ciarlava delle ferie. Indovinate dove le ha fatte lei? Polinesia in resort di lusso? Non esattamente. Tour delle capitali Europee? Acqua. Visitato le principali città tedesche alloggiando in simpatici alberghi tipici? Nemmeno. La verità è che è rimasta a casa sua. Ha rinunciato alle ferie e, dal tono con cui l’ha detto, dubito si sia trattato di una scelta volontaria. Mentre ne parlava, la sua voce era tra il mesto e il malinconico. Si è autoconsolata dicendo: “Beh ma il tempo è stato comunque bello”, ma non è stata molto convincene. E non è la sola. E non si tratta di una signora indigente, ma di una persona normalissima. Il punto è che, vista da lontano e attraverso il cannocchiale del wannabe expat, la Germania pare il luogo idiallico che, una volta conquistato, regala pace, benessere, gioia, latte, miele e noccioline a chiunque. Infatti, nonostante le mie minacce, i post antipatici al riguardo, i toni da cafona di alcune risposte a certi commenti – o in alcuni casi addirittura il silenzio stampa – non cessano di fluire a me le richieste più disp(e)arate, da parte di gente che sogna di trasferirisi qui e di dare LA svolta alla propria precaria esistenza. “Eireen, ho tre figli piccoli e un compagno che non parla nè tedesco, nè inglese. Secondo te faccio bene a trasferirmi a Monaco senza avere ancora un lavoro?”. La risposta? NO. NO. NO. Sei una donna con figli piccoli e non sei neanche tanto sicura di voler espatriare? Vieni a Monaco solo al seguito di un marito con uno stipendio molto esuberante. O non venire affatto. Diventerai cretina per gestire lavoro [se lo trovi] e pargoli e inoltre il povero compagno al seguito che non parla la lingua, che farà? E se avrete lasciato l’Italia con motivazione così così, siete fritti. Pessima l’idea di avventurarsi con famiglia, ma senza avere già un lavoro: quello sarebbe un finissimo modo per autotorturarsi e finire per tornare miseramente in patria depressi e demotivati.

Non la voglio tirare troppo in lungo con esempi già menzionati in altri post, ma chiudo con il consiglio principe, quello che ripeto sempre, quello che ormai i miei lettori hanno la nausea, quello che è il più banale di tutti, ma che molti, troppi sottovalutano. Non sognatevi neanche di notte di riuscire a cavarvela in Germania senza il tedesco. Non esiste. Punto. Riuscireste ad immaginare una vita normale in Italia senza un bit d’italiano, affrontando uffici pubblici, negozi, banche, assicurazioni, asili, scuole, istituzioni, tv, radio, giornali?

Ecco.

Ore 18: calma piatta

Sono rientrata da qualche giorno a Monaco di Baviera. Sul volo di ritorno io e il bambino bionico eravamo gli unici passeggeri diretti a Monaco: tutti gli altri hanno proseguito per esotiche destinazioni e turistiche mete. Al nastro bagagli spirava un forte vento da sud e sulla scena passavano gatti enormi di polvere, modello film western. Il giorno dopo il nostro arrivo, io e il b.b. siamo andati a fare un giro in die Stadt, ovvero in centro. Già quando sono salita sulla U-Bahn semivuota, ho capito che, una volta arrivata, non avrei dovuto per forza sgomitare per farmi largo tra la folla. E infatti. Praticamente i miei passi risuonavano sul selciato, mentre l’afa che è calata in questi giorni su Monaco mi avvolgeva tra le sue spire! Boccheggiavo, vedevo annebbiato e disperavo di riuscire a mettermi su un mezzo di trasporto per tornare a casa: di sicuro sarei svenuta prima di raggiungere la fermata. Anche i turisti erano pochi e sparuti e degli artisti di strada che di solito decorano la zona pedonale, non vi era neppure l’ombra. Vedere Marienplatz e dintorni così poco frequentati e a mia totale disposizione, è stata un’emozione insolita. Una di quegli eventi che capitano ogni 100 anni, tipo araba fenice che rinasce dalle sue ceneri. Cammina, cammina, io e il b.b. stavamo per rientrare a casa scoraggiati, quando all’improvviso…TADÀ! abbiamo scoperto una vera e propria oasi in centro città, tra selciato, chiese e centri commerciali.

ImmagineSolo guardare la fontana dal magico zampillo, ci ha fatti sentire rinfrescati e rinvigoriti! Non a caso quello era l’angolo della città con la densità per metro quadro più alta in quel momento. Ma le gioie e le godurie di piccolo pezzo di paradiso, non erano finite lì. Era stato infatti allestito una sorta di circo ambulante a disposizione di bambini e adulti per il loro massimo divertimento. Attrezzi come trampoli, hula-hop, birilli, una corda per equilibristi, strane biciclette, palle e altre amenità erano lì per tutti, semplicemente da prendere ed utilizzare a volontà.

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Inutile aggiungere che i bambini si stavano divertendo come forse non era mai accaduto in vita loro, ma gli adulti di piú! Mamme e papà facevano a botte pur di accaparrarsi anche loro un attrezzo qualunque, un trampolo su cui torreggiare, una boccia da lanciare, un oggetto non ben identificato con cui compiere divertenti evoluzioni. Naturalmente con la scusa di insegnare al pargolo come si fa o per giocare un po’ con lui, da bravo genitore moderno. Ho lasciato il b.b. a  sbizzarrirsi, mentre io, accomodata su una sedia, mi godevo il fresco che arrivava dall’acqua della fontana! Vi lascio immaginare quanto sia stato difficile convincerlo a venire via: passavo da semplici ordini, a implorazioni, a minacce modello “Niente ovetto di cioccolata se non molli subito i birilli!”.

Ancora una volta Monaco è riuscita a sorprenderci! Sembra che la città non si dimentichi mai dei bambini, di dare loro un’occasione per spassarsela, di considerare che ci sono anche le loro esigenze.  E le vostre città sono a misura di bambino? Vi ricordate qualche esperienza particolare di quando eravate piccoli, sia a casa vostra che qualche città all’estero? Lasciate un commento!

C’è grossa crisi

C’è grossa crisi. Sono nella mia città d’origine, provinciale e opulenta, quantomeno una volta. Mi aggiro tra le corsie quasi deserte del gigantesco centro commerciale BigCentre, inaugurato 15 anni fa e da allora punto di riferimento classico nei noiosi sabati pomeriggio di tante famiglie della zona. Entrando nei vari negozi la prima cosa che mi salta all’occhio, oltre al fatto che anch’essi sono semi-vuoti, è la quantità di merce esposta sugli scaffali. Da Calzettonia, tanto per dirne una, fanno bella mostra di sé, a prezzi minuscoli, file intere di costumi da bagno di ogni forma, taglia, colore. Reggiseni a fascia, a triangolo, a quadrato, a pentagono, a esagono, col ferretto, senza, imbottiti  un pochino, abbastanza, moltissimo, troppo. Slip di tutte le varietà: dal tanga/filo interdentale alla coulotte superavvolgente, con tutte le varianti possibili e immaginabili di fantasie, dalle classiche righine ai darkissimi teschi con ossa. Siamo a inizio agosto e pare invece fine maggio, come se tutto quel bendiddio a metà prezzo fosse arrivato ieri fresco fresco dal magazzino. Se non ricordo male, dico tra me e me, anni fa arrivati a questo punto della stagione, nei negozi non era rimasto quasi niente. Se ti andava bene, trovavi nell’ordine: una maglietta color “senape andata a male” con stampata la faccia di Topolino taglia 50, un paio di ciabatte beige da nonna numero 35, una cintura in pura plastica amaranto con borchie, fondo di magazzino di tre stagioni prima. Punto. Volevi più varietà, più colori, più taglie? Compravi a inizio stagione. Oggi compri il 30 agosto e puoi permetterti anche di storcere un poco il naso e dire: “Ma non c’è di una taglia in più e magari viola lavanda?”. C’è grossa crisi.

Una mattina decido di fare la classica vasca  in centro città e la situazione di cui sopra mi si ripresenta identica. Negozi vuoti, con dentro commesse annoiate e dallo sguardo implorante; schiere foltissime di vestiti, scarpe, borse che pare dicano “Acquistami! Acquistami!”. Tutto ovviamente super-scontatissimo e in mega-offerta. Praticamente  tirano la roba dietro e si rischia una commozione cerebrale a causa del lancio di un bauletto in vera pelle che nessuno ha voluto per tutta la stagione! Le occasionissime, infatti, si sprecano.  Alla libreria Disgiunti, chi compra un volume da donare ai terremotati,  riceve un buono sconto del 15% sull’acquisto di un altro libro a settembre. Presso la catena di negozi di prodotti di bellezza La Boutique Verde, invece, sono arrivati addirittura a donare una parure di lenzuola ai clienti senza che questi acquistino nulla. Sì avete capito bene: biancheria da letto gratis al 100%. Basta passare dal negozio una volta alla settimana per 18 settimane, farsi fare un timbro su una tessera, anche senza comprare nulla, e alla fine del gioco …voilà: lenzuola, federe e copriletto in pile apposta per te, in esclusiva solo per i migliori clienti! Gli basta  che qualcuno faccia un giro là e mostri la sua bella faccia una volta alla settimana per premiarlo, capito? Da lì a pagare i clienti affinché comprino, il passo è breve. Quali saranno le prossime super-offertone dei commercianti del centro, pensate appositamente dall’ufficio marketing per attirare compratori? Già me le immagino! “Compri sette, paghi uno!”;  “Acquista oggi, paghi tra tre mesi, ma solo se vuoi!”;  “Prendi, indossa, usa, restituisci e va bene così!”; “Parla bene di noi e ti regaliamo la collezione autunno-inverno completa fino al 2020!”. Ormai non sanno più che cosa inventarsi, diciamocelo, pur di attirare gente che, però, di soldi non ne ha. Mille domande mi frullano in testa: quando ripartirà il mercato? Quando ricomincierà l’economia a girare, le aziende a vendere, i clienti a comprare? Quando s’intravederà, anche solo in lontananza, la classica luce in fondo al tunnel? Per il momento, a giudicare da quanto ho visto, il traguardo è lontano. C’è grossa crisi.

Can che abbaia

Tanto per continuare sull’onda degli “indizi che rivelano dove mi trovo” del post precedente, ci tengo a raccontare al volo quello che mi è successo stamattina.

Vado a fare spesa al supermercato insieme a mia madre. Appena entrati, lei nota subito una donna con un cane di grossa taglia dentro il carrello. Un cane. Di grossa taglia. Dentro il carrello. In un supermercato, in mezzo ai cibi. Ma non era proibito agli animali entrare nei supermercati? Voglio dire, ok l’amore per gli animali, ci mancherebbe; guai a maltrattarli e massimo rispetto a chi decide di tenersene uno in casa. Però da lì a farne entrare uno in un negozio di alimentari, metterlo dentro un carrello dove poi altri metteranno i propri acquisti – quindi il cibo – mi sembra che ne passi! L’aspetto più stupefacente di tutta la vicenda, tuttavia, era che nessuno, né i clienti, né le cassiere, né la direzione del supermercato, abbia protestato o quantomeno notato l’accaduto. Tutti zitti, tutti tranquilli, tutti passivi. E suvvia che sarà mai, facciamo un’eccezione, no? Non siamo forse noi il paese delle eccezioni e del chiudiamounocchismo? “Ma dai, ma guarda che bel cagnone, bello lui che mi lecca la faccia! Tenero, che mi bacia le guance. Ma quanto sei bello eh? Uh guarda com’è carino che piscia sull’insalata riccia e i pomdori pachino!”.

E la signora, intanto, via che girava col cane nel carrello attraverso le corsie, nel reparto frutta e verdura, tra gli yogurt e le mozzarelle, in mezzo a bibite e patatine. Che la sfiorasse il minimo dubbio di stare compiendo un atto d’ inciviltà e di avere infranto una regola di convivenza in società, assolutamente no. E poiché mia madre è totalmente intollerante a queste forme di maleducazione, ha subito approcciato la signora e le ha fatto notare che il cane non doveva essere lì. Quindi si è rivolta alla direzione del supermercato e ha denunciato la presenza dell’animale. La direzione ha ammonito la signora, la quale si è scocciata e si è messa sulla difensiva immediatamente. Ma certo, tu porti un cagnone in un luogo in cui non si può, poi quando ti chiedono di portarlo fuori e di non tornare più con lui, t’infastidisci perché sono gli altri che rompono. Io stentavo a credere alla scena cui avevo appena assistito; ma pochi minuti dopo, sono entrata in un altro supermercato e…ZAC…anche lì girava beato e tranquillo un cliente con un cane in braccio e, anche in quel caso, nessuno che facesse una piega. In sostanza, questa mattina ho avuto l’onore di assistere a due episodi simili tra loro che hanno messo in evidenza diverse caratteristiche negative del nostro paese: la maleducazione, l’arroganza, l’inciviltà, la tendenza a fare i furbi e ignorare le regole, l’omertà collettiva degli altri e il lasciar passare sotto silenzio l’episodio da parte del personale di entrambi i supermercati.

Ma non è finita qua! Al rientro a casa mia madre ha voluto telefonare alla polizia municipale per segnalare entrambi gli episodi. Ve lo devo raccontare come si è svolta la telefonata oppure lo indovinate da soli? Chi ci azzecca, vince un prosciutto! (si veda post precedente per un aiutino).