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De-icing methodology

In Germania verso settembre-ottobre inizia la stagione de “Lo strato di ghiaccio che ricopre la macchina al mattino, se questa nottetempo non è stata riposta accuratamente in garage”. Se poi, come me, non avete il garage, allora siete fritti. Preparatevi a mesi e mesi di raschiamento della macchina nel piacevole frescolino post-alba delle lande teutoniche.

Vi sono due diversi metodi per liberare la macchina dallo strato di ghiaccio che s’impossessa di lei durante le ore notturne. L’operazione è obbligatoria, sia perché se non grattate via il ghiaccio obiettivamente non vedete una cippa e sia perchè in ogni caso se vi becca la pula, vi fa il culo. Dunque, dicevo, esistono due modi distinti di compiere l’operazione di de-icing del vostro veicolo.

Metodo nr. 1 – all’italiana.

–       Essendo usi ad alzarvi alla mattina verso le 07:00 nella stagione calda, cioè quando l’auto non ghiaccia, continuate tranquillamente nello stesso modo nella stagione fredda. Oppure mettete la sveglia dieci minuti prima (=il tempo necessario allo sbrinamento del veicolo) e poi però lasciatela suonare lo stesso fino alle 07:00.

–       Fate colazione, vestitevi e truccatevi con la massima tranquillità.

–       Uscite di casa dieci minuti prima dell’orario in cui dovreste essere in ufficio, sapendo che di minuti per arrivare in ufficio ne servono quindici.

–       Realizzate con orrore che la notte la temperatura è scesa parecchio e di conseguenza la vostra auto è ora ricoperta di ghiaccio.

–       Nel panico, correte in ripostiglio o in cantina o nel cassetto degli attrezzi  per vedere se riuscite a recuperare da qualche parte il guanto imbottito dotato di uncino levaghiaccio, senza il quale rischiate l’immediato congelamento dell’arto mentre tentate di ripulire i vetri dell’auto.

–       Guardate ora nel vano bagagli dell’auto per cercare quantomeno una sorta di disco grattaghiaccio che, vi pare, avevate comprato al supermercato l’inverno scorso. Se non l’avete dato al bimbo o al gatto per giocarci.

–       Guardate sotto ai sedili.

–       Disperati, usate, al fine di pulire l’auto, il disco orario in plastica che tenete nel cruscotto, se lo trovate.

–      Falliti tutti i tentativi di cui sopra, grattate come pazzi con qualunque oggetto, comprese le vostre unghie, i vetri dell’auto, mentre il tempo scorre e voi dovreste già essere da diversi minuti alla vostra scrivania.

–       Partite avendo tolto il ghiaccio solo parzialmente, perché ormai è tardissimo, rischiando così multe ed incidenti.

–       Mettete il riscaldamento in auto a palla, sperando che sbrini il ghiaccio rimasto mentre sfrecciate in ufficio.

–       Arrivate in ufficio in ritardo e col fiatone annunciate: “Mamma mia, ma quanto traffico c’era stamattina per strada! Robe da matti! Mai visto code così in vita mia!”.

Metodo nr. 2 – alla tedesca

–       Verso luglio acquistate al supermercato il kit del perfetto sbrinatore di auto: guanto imbottito con uncino levaghiaccio, quadrato in plastica con bordi zigrinati anch’esso levaghiaccio, spray scongelante per vetri dell’auto et similia.

–       Riponete tutto dentro ad un apposito contenitore e riponete l’apposito contenitore nel vano bagagli della vostra auto, in posizione comoda, raggiungibile e facile da ricordare. Possibilmente, etichettatelo.

–       A partire da settembre, ogni sera seguite con attenzione le previsioni del tempo, in modo da capire se la notte l’auto ghiaccerà.

–       Nel caso, impostate la sveglia un quarto d’ora prima del solito.

–       Alzatevi non appena la sveglia suona.

–       Preparatevi per uscire, circa mezz’ora prima di essere in ufficio, quando l’ufficio è a cinque km da casa vostra.

–       Grattate via con calma tutto il ghiaccio dall’auto usando tutti gli strumenti acquistati in precedenza.

–       Partire sereni per l’ufficio e arrivateci in anticipo.

Consiglio finale: compratevi un garage.

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La celeberrima riservatezza tedesca tra mito e realtà

L’invito è arrivato tramite una conoscente del marito supersonico, una vicina di casa con cui prende regolarmente il bus il mattino. L’evento si sarebbe svolto un sabato pomeriggio, nella via dietro casa nostra. Abbiamo deciso quindi di accettare. “Perché no?” ci siamo detti. E così il pomeriggio dell’appuntamento abbiamo atteso che la ragazza ci venisse a prelevare e siamo andati. Fatti pochi metri a piedi, girando l’angolo, abbiamo visto le panchine e i tavoli con le tovaglie bavaresi (ossia a quadretti bianchi e azzurri) allestiti sulla strada; poi abbiamo notato bevande di ogni genere, dal caffè all’acqua, all’Apfelschorle, all’immancabile birra, lì a disposizione di tutti. Torte e dolcetti di vario genere facevano bella mostra di sé su un tavolo, mentre i barbecue attendevano soltanto l’orario giusto per essere accesi. Da parte nostra abbiamo contribuito al magna-magna generale con una bella ciambella all’italiana, che abbiamo appoggiato sul tavolo, quindi tagliato e condiviso con i presenti. In pratica abbiamo partecipato alla nostra prima festa del vicinato alla tedesca. Come siamo arrivati, le persone sedute al nostro stesso tavolo, gentilissime, si sono presentate. “Hallo! Grüß Gott, ich bin der Werner! Ich wohne hier gegenüber in dem grünen Haus!” (Ciao, salve, sono Werner, abito qui di fronte nella casa verde!“). Ciascuno dava il nome e la posizione geografica, tanto per aiutare l’altro ad orientarsi. “Ti ho già visto, mi sembra, ma non ricordo dove” ha detto un signore dall’aria sorniona al marito supersonico. Poi di colpo è giunta l’illuminazione: “Aaaah sì, ho capito. Mi capita di passare spesso davanti a casa tua e attraverso le finestre, ti vedo cucinare!” Eh già è proprio lui. Intanto il bambino bionico, con fare circospetto, osservava i numerosi bambini del circondario anche loro intervenuti alla festa: ce n’era di tutte le età, dai 2 agli 11 anni. “Certo, è carina questa festa, è stata una bella idea organizzarla!” ha detto uno. “Eh sì, perché in questa zona siamo in tanti, ma praticamente non ci conosciamo.”, gli ha fatto eco un altro. “Ci si saluta, ci si sorride, ma poi finisce lì, non c’è un vero rapporto ed è un peccato!” ha aggiunto una signora lì a fianco. Ma allora è vero, mi sono detta io, è proprio come mi sembrava: questi tedeschi fanno più fatica di noi a fare amicizia tra di loro. Non sono solo io che, a causa della mia leggendaria timidezza, ci metto anni per lasciarmi andare oltre a un “Ciao” con chi non conosco. Qua sono tutti come me! Ciò da una parte conferma il mito dei tedeschi riservati, chiusi, distanti. D’altra parte però, guardando la scena in cui eravamo immersi, facevo fatica a pensare a gente fredda e poco sociale. Vedevo sorrisi a bizzeffe, mani e sguardi che s’incontravano, birre bevute assieme, sentivo risate comunitarie, udivo persone che non si erano mai viste prima tra loro, parlare come se si conoscessero da anni. Tedeschi asociali e gelidi? A quanto sembra stasera, direi di no, dicevo tra me e me. Addirittura in più di una occasione sono stata avvicinata spontaneamente da persone gentilissime, che mi hanno fatto ogni sorta di domanda su di me, con curiosità e vero interesse. Non c’era niente di formale o vuoto nel loro approccio, ma solo desiderio di conoscermi meglio. “Da quanto vivete qui? E dove lavori tu? E il bimbo dove va all’asilo? Ah sei italiana? Ah io sono stata in vacanza in Italia quest’estate. Roma, Genova, che meraviglia! È quello sul monopattino il tuo bimbo, vero? Che carino!”. Io trasecolavo, impressionata da tanta cordialità (fino a questo punto si spingevano i miei pregiudizi sui tedeschi: fino a rimanere stupita dalla loro simpatia!). All’inizio della festa, lo ammetto, mi sentivo come il solito baccalà decorativo. Nelle  situazioni sociali nuove, come ormai avrete capito, mi sento solitamente poco sciolta e tendenzialmente non vedo l’ora di andare via. Eppure dopo qualche ora, durante questa festa, ho iniziato a rilassarmi. Ho cominciato, udite udite, a sentirmi a mio agio. Robe da matti. Verso sera, mentre le chiacchiere andavano avanti e nuove persone arrivavano a getto continuo, qualcuno ha portato la legna e un contenitore di metallo ed ha acceso il fuoco. Poi fuori i bastoni, fuori i marshmellows e via coi bimbi intorno alle fiamme a cuocerli! Il buio scendeva, il freddo aumentava, ma l’allegria intorno a noi, oltre al fuoco, ci hanno scaldati parecchio. Abbiamo scoperto di vivere in una zona piuttosto internazionale del quartiere: oltre ai tedeschi provenienti da ogni parte della Germania, abbiamo incontrato greci, ungheresi e non ricordo più bene quale altra nazionalità. La festa, col passare delle ore, si animava sempre di più, il via vai di gente è stato continuo e ad un certo punto c’è stato anche chi ha iniziato a cantare.

Verso le dieci di sera, “stanchi, ma felici”, ci siamo decisi a tornare a casa. Abbiamo salutato tutti con un sorriso e ricevuto indietro altrettanti sorrisi.  “Tschüüüß! Gute Nacht! Bis bald! Danke für die Einladung! Wiedersehen” (Ciao, buonanotte, grazie dell’invito, arrivederci). E forse da questa esperienza, ci siamo portati dietro la fine di una leggenda e il crollo di un mito inossidabile: quello dei teutonici gelidi e inavvicinabili!

Ore 18: calma piatta

Sono rientrata da qualche giorno a Monaco di Baviera. Sul volo di ritorno io e il bambino bionico eravamo gli unici passeggeri diretti a Monaco: tutti gli altri hanno proseguito per esotiche destinazioni e turistiche mete. Al nastro bagagli spirava un forte vento da sud e sulla scena passavano gatti enormi di polvere, modello film western. Il giorno dopo il nostro arrivo, io e il b.b. siamo andati a fare un giro in die Stadt, ovvero in centro. Già quando sono salita sulla U-Bahn semivuota, ho capito che, una volta arrivata, non avrei dovuto per forza sgomitare per farmi largo tra la folla. E infatti. Praticamente i miei passi risuonavano sul selciato, mentre l’afa che è calata in questi giorni su Monaco mi avvolgeva tra le sue spire! Boccheggiavo, vedevo annebbiato e disperavo di riuscire a mettermi su un mezzo di trasporto per tornare a casa: di sicuro sarei svenuta prima di raggiungere la fermata. Anche i turisti erano pochi e sparuti e degli artisti di strada che di solito decorano la zona pedonale, non vi era neppure l’ombra. Vedere Marienplatz e dintorni così poco frequentati e a mia totale disposizione, è stata un’emozione insolita. Una di quegli eventi che capitano ogni 100 anni, tipo araba fenice che rinasce dalle sue ceneri. Cammina, cammina, io e il b.b. stavamo per rientrare a casa scoraggiati, quando all’improvviso…TADÀ! abbiamo scoperto una vera e propria oasi in centro città, tra selciato, chiese e centri commerciali.

ImmagineSolo guardare la fontana dal magico zampillo, ci ha fatti sentire rinfrescati e rinvigoriti! Non a caso quello era l’angolo della città con la densità per metro quadro più alta in quel momento. Ma le gioie e le godurie di piccolo pezzo di paradiso, non erano finite lì. Era stato infatti allestito una sorta di circo ambulante a disposizione di bambini e adulti per il loro massimo divertimento. Attrezzi come trampoli, hula-hop, birilli, una corda per equilibristi, strane biciclette, palle e altre amenità erano lì per tutti, semplicemente da prendere ed utilizzare a volontà.

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Inutile aggiungere che i bambini si stavano divertendo come forse non era mai accaduto in vita loro, ma gli adulti di piú! Mamme e papà facevano a botte pur di accaparrarsi anche loro un attrezzo qualunque, un trampolo su cui torreggiare, una boccia da lanciare, un oggetto non ben identificato con cui compiere divertenti evoluzioni. Naturalmente con la scusa di insegnare al pargolo come si fa o per giocare un po’ con lui, da bravo genitore moderno. Ho lasciato il b.b. a  sbizzarrirsi, mentre io, accomodata su una sedia, mi godevo il fresco che arrivava dall’acqua della fontana! Vi lascio immaginare quanto sia stato difficile convincerlo a venire via: passavo da semplici ordini, a implorazioni, a minacce modello “Niente ovetto di cioccolata se non molli subito i birilli!”.

Ancora una volta Monaco è riuscita a sorprenderci! Sembra che la città non si dimentichi mai dei bambini, di dare loro un’occasione per spassarsela, di considerare che ci sono anche le loro esigenze.  E le vostre città sono a misura di bambino? Vi ricordate qualche esperienza particolare di quando eravate piccoli, sia a casa vostra che qualche città all’estero? Lasciate un commento!

C’è grossa crisi

C’è grossa crisi. Sono nella mia città d’origine, provinciale e opulenta, quantomeno una volta. Mi aggiro tra le corsie quasi deserte del gigantesco centro commerciale BigCentre, inaugurato 15 anni fa e da allora punto di riferimento classico nei noiosi sabati pomeriggio di tante famiglie della zona. Entrando nei vari negozi la prima cosa che mi salta all’occhio, oltre al fatto che anch’essi sono semi-vuoti, è la quantità di merce esposta sugli scaffali. Da Calzettonia, tanto per dirne una, fanno bella mostra di sé, a prezzi minuscoli, file intere di costumi da bagno di ogni forma, taglia, colore. Reggiseni a fascia, a triangolo, a quadrato, a pentagono, a esagono, col ferretto, senza, imbottiti  un pochino, abbastanza, moltissimo, troppo. Slip di tutte le varietà: dal tanga/filo interdentale alla coulotte superavvolgente, con tutte le varianti possibili e immaginabili di fantasie, dalle classiche righine ai darkissimi teschi con ossa. Siamo a inizio agosto e pare invece fine maggio, come se tutto quel bendiddio a metà prezzo fosse arrivato ieri fresco fresco dal magazzino. Se non ricordo male, dico tra me e me, anni fa arrivati a questo punto della stagione, nei negozi non era rimasto quasi niente. Se ti andava bene, trovavi nell’ordine: una maglietta color “senape andata a male” con stampata la faccia di Topolino taglia 50, un paio di ciabatte beige da nonna numero 35, una cintura in pura plastica amaranto con borchie, fondo di magazzino di tre stagioni prima. Punto. Volevi più varietà, più colori, più taglie? Compravi a inizio stagione. Oggi compri il 30 agosto e puoi permetterti anche di storcere un poco il naso e dire: “Ma non c’è di una taglia in più e magari viola lavanda?”. C’è grossa crisi.

Una mattina decido di fare la classica vasca  in centro città e la situazione di cui sopra mi si ripresenta identica. Negozi vuoti, con dentro commesse annoiate e dallo sguardo implorante; schiere foltissime di vestiti, scarpe, borse che pare dicano “Acquistami! Acquistami!”. Tutto ovviamente super-scontatissimo e in mega-offerta. Praticamente  tirano la roba dietro e si rischia una commozione cerebrale a causa del lancio di un bauletto in vera pelle che nessuno ha voluto per tutta la stagione! Le occasionissime, infatti, si sprecano.  Alla libreria Disgiunti, chi compra un volume da donare ai terremotati,  riceve un buono sconto del 15% sull’acquisto di un altro libro a settembre. Presso la catena di negozi di prodotti di bellezza La Boutique Verde, invece, sono arrivati addirittura a donare una parure di lenzuola ai clienti senza che questi acquistino nulla. Sì avete capito bene: biancheria da letto gratis al 100%. Basta passare dal negozio una volta alla settimana per 18 settimane, farsi fare un timbro su una tessera, anche senza comprare nulla, e alla fine del gioco …voilà: lenzuola, federe e copriletto in pile apposta per te, in esclusiva solo per i migliori clienti! Gli basta  che qualcuno faccia un giro là e mostri la sua bella faccia una volta alla settimana per premiarlo, capito? Da lì a pagare i clienti affinché comprino, il passo è breve. Quali saranno le prossime super-offertone dei commercianti del centro, pensate appositamente dall’ufficio marketing per attirare compratori? Già me le immagino! “Compri sette, paghi uno!”;  “Acquista oggi, paghi tra tre mesi, ma solo se vuoi!”;  “Prendi, indossa, usa, restituisci e va bene così!”; “Parla bene di noi e ti regaliamo la collezione autunno-inverno completa fino al 2020!”. Ormai non sanno più che cosa inventarsi, diciamocelo, pur di attirare gente che, però, di soldi non ne ha. Mille domande mi frullano in testa: quando ripartirà il mercato? Quando ricomincierà l’economia a girare, le aziende a vendere, i clienti a comprare? Quando s’intravederà, anche solo in lontananza, la classica luce in fondo al tunnel? Per il momento, a giudicare da quanto ho visto, il traguardo è lontano. C’è grossa crisi.

Superquizzone per lettori perspicaci

Immaginate per un attimo di abitare all’estero, magari in Germania, come me. E un giorno di trovarvi su un aereo diretto a Nonsisabenedove, bendati e improvvisamente incapaci di distinguere in quale lingua parli la gente intorno a voi. Per qualche motivo misterioso, comprendete ciò che i vostri interlocutori vi dicono, ma non siete in grado di determinare in quale idioma si stanno esprimendo. Siete smarriti e disorientati e non sapete neppure quanto durerà il viaggio. Tuttavia, dopo poco – ma non sapete dire se ore o minuti – atterrate in un aeroporto misterioso, sempre bendati, e vi viene comunicato che rimarrete cosÌ per tutta la durata del soggiorno, a meno che non riusciate ad indovinare dove vi troviate. Ovviamente non potete chiederlo direttamente a nessuno o sarebbe troppo facile. Come uscite dall’aereo, il clima torrido e l’afa che v’investono, vi fanno immediatamente escludere dall’elenco di luoghi papabili le zone nordiche del pianeta. Proseguite quindi la vostra esplorazione, vi addentrate all’interno nel paese di destinazione e iniziate a raccogliere indizi, nella speranza di indovinare quanto prima dove siete finiti e quindi potervi finalmente togliere la fastidiosa benda dagli occhi.

Nei giorni seguenti notate le seguenti cose o vi capitano gli episodi descritti sotto:

1 – gli automobilisti intorno a voi guidano in una maniera molto più spericolata e incauta di quanto non siate abituati dal vostro paese di residenza. Spesso vi ritrovate con una macchina che viaggia a velocità assai superiore al limite consentito e che vi tallona per chilometri, a pochi centimetri di distanza dal retro della vostra vettura.

2 – un pomeriggio vi recate al bancomat per un prelievo e la macchina, per un problema di software, di colpo si blocca e, prima ancora che inizi a operare, ingoia la vostra tessera senza risputarla. Poiché sono le 17, la banca è chiusa e a voi tocca fare ritorno il giorno dopo per riprendervi la preziosa scheda. Il mattino seguente in banca vi viene detto che dovreste andare alla vostra filiale per il recupero. Loro devono prima spedire il bancomat là e questo richiede 10 giorni di tempo. Dopodiché, con l’autorizzazione del direttore, lo potrete riavere. E voi pensate: “Ma come? Io sono qui, la tessera voi l’avete lì in mano, l’avete appena rinvenuta nel bancomat e non c’è alcun modo di ridarmela e basta?”. Grazie al cielo, prima ancora che possiate verbalizzare i vostri pensieri, è l’impiegata stessa che dice: “Beh, sentiamo in centrale, se si può fare un’eccezione!”. E te credo! Soddisfatti, dopo essere tornati dopo un’ora (il tempo necessario affinchè il direttore rientrasse da una riunione e desse l’ok) e avere fatto la fila, con una semplice firma riottenete felici il vostro bancomat.

3 – immaginate di avere un figlio piccolo e di essere stati catapultati a casa di un parente misterioso, il quale ha effettuato per se stesso l’iscrizione annuale ad un circolo con piscina nei pressi di casa propria. Immaginate che sia proibito severamente l’ingresso in piscina ai non soci del circolo. Immaginate poi ancora che il parente, impietosito dal vostro aspetto sudaticcio e dalla faccia sbattuta che avete a causa della gran calura, decida di chiedere al gestore del circolo se, per il tempo del vostro soggiorno, egli possa chiudere un occhio e far entrare voi e il pargolo in piscina. Il gestore, a questo punto, risponde: “Ma certo, come no, ci mancherebbe! Ma dai, si fa un’eccezione! Dobbiamo tenere un bimbo lontano da una piscina in piena estate? Ma nooooo! E il genitore? Ma non sia mai, ma che siam matti! Ma che vengano tutti e due e non se ne parli più.”. Al che a voi si apre il cuore e vi si risolleva la pressione sanguigna, scivolata nei giorni precedenti a 50/70, a causa dell’afa insopportabile.

4- ogni notte un cane di grossa taglia, rinchiuso in una stanza in un’abitazione non lontana da dove vi trovate, abbaia insistentemente per ore e ore, impedendo a voi e tutto il vicinato di dormire. Indagando, scoprite che il cane abbaia allo stesso modo ogni notte da mesi, dato che i padroni, proprietari di una pizzeria, lo chiudono in gabbia ogni sera per poter gestire il loro locale in pace.  Scoprite anche che sono già state fatte dai vostri vicini diverse segnalazioni alla polizia a riguardo del disturbo e dei latrati insopportabili. Poiché non potete chiudere le finestre di notte, sempre a causa del calore infernale, siete costretti a ciucciarvi gli ululati laceranti a spese del vostro sonno. Una notte, però, decidete che così non si può andare avanti. La mattina dopo telefonate alla polizia e il seguente dialogo si svolge:

–      Buongiorno, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire.

–      Dove esattamente? A chi appartiene il cane? […] Ah ho capito. Ma sa una cosa? Noi non ci possiamo fare niente. Così la denuncia è troppo generica. Anche se andiamo là adesso, che cosa vuole che facciamo? Se il cane non abbaia… sa com’è.

–      Sì, ma questo cane è già stato segnalato tante volte in passato per il disturbo.

–      Senta, faccia una cosa. Io intanto segnalo la cosa, ma vedrà che i miei colleghi non faranno nulla (Ah! Complimenti per il servizio e la professionalità!). Lei deve chiamare di notte, nel momento in cui il cane abbaia. Poi se i miei colleghi fanno storie e inventano scuse, dica che sono stato io a consigliarle di telefonare la notte.

La notte stessa, dopo mezz’ora di guaiti a mille decibel, vi tirate su dal letto, chiamate la polizia notturna e il seguente dialogo si svolge:

–      Salve, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire. Sta abbaiando anche in questo momento.

–      Eh ma io che ci posso fare? Non ho mica pattuglie da mandare fuori. (Ma che, è un problema mio?). Sa che cosa deve fare? Chiamare i miei colleghi della polizia diurna e segnalare l’episodio a loro.

–      Veramente è ciò che ho fatto stamattina e mi è stato detto di chiamare voi.

–      Ah, beh, ma dovrebbe chiamare di giorn…eh…ecco…sì… ma io non ho pattuglie da mandare.

–      E allora io che cosa faccio, scusi? Mi tengo i latrati tutta la notte? (Non mi sembra sia un porblema mia se non hanno pattuglie!).

–      Senta, aspetti, vediamo che cosa posso fare. Giovannaaaaaaa, senti…c’è un cane che abbaia, c’abbiamo una pattuglia da mandare più tardi? […] Eh lo so, ma loro gli hanno detto di chiamare la notte! Che si fa? Si manda la pattuglia più tardi? […]      Va bene, senta, tra poco mando qualcuno a guardarci. Appena posso. Buonanotte.

Ecchecavolo, esclamate voi, riappoggiando la cornetta al telefono e la vostra guancia sul guanciale, nella speranza di riuscire finalmente a dormire in santa pace!

Ditemi ora, a quale punto della storia avreste capito di essere stati catapultati in Italia?

Bambini con valigia

 

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento del 19 luglio. Questa non posso non raccontarla. La blogger di cui parlo nel post qua sotto (machedavvero.it) si è presa il tempo e la briga, su mia segnalazione, di leggersi questo articolo e di twittarlo, non con uno, ma addirittura con due Tweet. Mi scrive che condivide la mia opinione, mi ringrazia e mi fa i complimenti per il post. Che dire? Son quelle cose che ti cambiano la giornata! Grazie Chiara!

Da blogger appassionata quale sono, mi piace ogni tanto infilarmi qua e là tra i blog altrui; sono curiosa, mi piace mettere il naso nelle vite degli altri abitanti del Web. Mi diverto a scoprire autori interessanti, scritti originali, post divertenti, diari on lain simpatici. Così, tra una lettura e l’altra, qualche tempo fa sono approdata anche sul celeberrimo blog di una mamma espatriata. Se mi seguite, sapere che ho un’idiosincrasia per i mommy blog, ma questo, bisogna dirlo, è diverso. Leggero, fresco, spiritoso, ironico, non incentrato ossessivamente sulla bambina come fonte di vita e di senso per la madre. Si parla di tutto un po’, inclusa la vita a Londra, e per questo trovo carino leggerlo di tanto in tanto. Orbene l’ultimo post scritto dall’autrice, che parla di come ha mandato la figlia in vacanza per due settimane in Italia dalla nonna, ha suscitato un vespaio pazzesco. Quasi 300 commenti nei quali si alternano voci adoranti (sei la mamma perfetta, ti voglio bene, un bacio alla piccola!) a condanne irrevocabili (sei una deficiente che abbandona sua figlia per divertirsi come se avessi ancora 18 anni). Tutta questa confusione per una quindicina di giorni in vacanza lontana da mamma, mi ha veramente fatto impressione. Mi sembra che la quantità e l’intensità dei commenti rifletta il fatto che, in Italia, la tematica del distacco tra madre e figlio sia ancora un tema scottante, qualcosa di mal elaborato; come un piatto di cannelloni non ben digeriti adagiati sullo stomaco. Veramente tutta roba italiana, mi viene da dire. Pur non conoscendo approfonditamente la mentalità tedesca riguardo alla maternità, infatti, vi posso certamente dare la mia impressione dopo circa due anni di permanenza in Crucconia: le mamme tedesche sono molto meno melodrammatiche di quelle italiane. Sono attaccate ai figli, ovvio, ma non ossessivamente. Vogliono bene ai pargoli, di sicuro, ma possono sopravvivere anche a distanza da loro senza sentirsi smarrite, vuote e prive di senso. Cercano di promuovere l’autonomia dei loro cuccioli, anche attraverso vacanze in solitaria, perché sanno che questi, un giorno, dovranno prendere la loro strada.  Chiaro, parlo di un trend, non dico che tutte le mamme tedesche in blocco siano così. Ma insomma, tanto per farvi capire.

Poi c’è da fare un discorso a parte per le mamme espatriate, di qualunque nazionalità esse siano. Quando si espatria, si sa, si sconvolge tutta la propria esistenza, dato che la quotidianità costruita fino a quel momento va di colpo a gambe all’aria. Si abbandonano le proprie radici e ci si allontana da famiglia e amici (fa pure rima, voilà). Questo significa, il più delle volte, che i pargoli, che fino a ieri ogni tanto sbolognavamo alla nonna magnanima, mollavamo alla zia pensionata, consegnavamo alla sorella impietosita, beh quei pargoli ce li dobbiamo accollare noi genitori tutto il tempo. Tutto il tempo. Sempre. No stop. Ok, noi si va al lavoro e loro all’asilo, ma dopo? Ce li hai sempre appiccicati come delle cozze, diciamocelo. Meraviglioso, per carità; intensissimo, ci mancherebbe; straordinario, non dico di no. Ma anche faticoso, pesante, stressante. A volte decisamente soffocante, non neghiamolo. E allora che cosa c’è di più naturale, più benefico per gli uni e gli altri, più ideale, più liberatorio per tutti (quindi anche i bimbi!) che mandarli a casa dalla nonna, nella fattispecie in Italia, per un po’? Ovviamente non se questo comporta crisi atroci nel bimbo, nel caso in cui non sia ancora pronto per staccarsi dalle appendici materne e paterne. Ma vi assicuro che quasi tutti i miei colleghi expat, ad esempio, fanno così. L’estate incombe e la scuola chiude? Spedisci il pargolo in patria dalla nonna. Lui si diverte, tu ti rilassi, la nonna s’impegna, ma che vogliamo di più? La mia collega Carmen, spagnola, ogni estate a inizio luglio, di sabato, accompagna i pupi a Barcellona dalla madre, torna la domenica, lunedì va in ufficio e poi ogni venerdì sera per un mese prende l’aereo e li raggiunge.  Poi lei, il marito e i pupi trascorrono tre settimane in agosto alle zusammen, tutt’assiem! Sono morti i bimbi? No. Sono traumatizzati? Neppure. Sono crudelmente abbandonati al loro destino? Non direi. La situazione in realtà è una gran pacchia per tutti? Penso di sì.  A me questo giochetto non è ancora riuscito per una serie di ragioni, ma qualche settimana fa la nonna P. ha dichiarato che l’estate prossima sarebbe felicissima di ospitare  il bambino bionico a casa sua nel Bel Paese per una settimana o due. O gioia, o gaudio, che cosa odono le mie orecchie! Aspetta che prendo appunti. Mo’ mooo segno!  Sarà che non sono mai stata troppo appiccicosa col b.b., sarà che i piccoli distacchi mi sono sempre parsi molto salutari per entrambi, ma io in una situazione del genere non ci vedo davvero nulla di male, né di dannoso.  Anche se, va da sé, mi butterei dall’Alter Peter per il b.b, tanto gli voglio bene.

In conclusione, ripeto, non vedo alcunchè di scandaloso e neanche nulla di fuori dal normale nel regalare ai figli, ai noi stessi e ai nostri genitori un’opportunità di questo genere. Chissà un giorno come saranno ricchi, variegati e intensi i ricordi di questi bambini, divisi tra due mondi, ma in senso buono; bimbi/adulti che si  sentiranno a casa propria e a loro agio sia all’estero che in patria, senza che vi sia troppa distinzione tra questi due concetti. Lo immagino già il b.b., ormai grande, che si muove tra Italia e Germania con la stessa scioltezza, facilità e tranquillità con la quale io da piccola mi muovevo tra la città e il paesino di montagna a un’ora di macchina di distanza da casa. Dico, ma vogliamo mettere?

Malincopost

Oggi non posso fare a meno di riflettere sugli aspetti più impegnativi dell’espatrio. Sarà che ho poco da fare al lavoro e quindi c’è più spazio per i pensieri che girano a vuoto, sarà che l’autunno inoltrato e il cambio di orario invernale incombono e così si fanno largo le malinconie, sarà che oggi va così e basta. Oggi mi mancano gli amici. Eh sì, lo dico proprio io che sono emigrante convinta, sostenitrice sfrenata di questa esperienza e dei suoi vantaggi e mai stanca di vivere in un paese diverso dal proprio d’origine. Proprio io, che in Italia non resistevo più, che ho sempre proclamato: gli affetti si possono vivere anche a distanza, ma la qualità della vita si può migliorare solo andando via. Ne sono convinta tuttora, ma ciò non toglie che vi possano essere giornate in cui essere lontani da casa pesa di più. Vuoi mettere prendere un caffè alla macchinetta con la collega che magari è anche una tua cara amica, fare due chiacchiere, sfogarsi e poi tornare rinfrancati alla scrivania? Vuoi mettere uscire dal lavoro, magari sentendosi giù e nel giro di una telefonata o due, riuscire ad acchiappare qualcuno con cui organizzare “una delle nostre serate a base di film, cibo spazzatura e confidenze”? Vuoi mettere il relax totale di passare del tempo in tuta sul divano con l’amica che ti conosce a menadito da anni e sa esattamente che parole dirti e quali frasi invece evitare o che cosa può consolarti e farti felice e quindi si fa in quattro per procurartelo? Qualcuno che abbia il potere di interrompere il tuo treno di pensieri aggrovigliati solo con un’occhiata, un’intonazione della voce o un "Ma figurati, che cosa vuoi che sia!"?  Qualcuno con cui parlare nella tua lingua madre senza paura di far intendere i famosi fischi per fiaschi, ma potendo invece esprimere mille sfumature del pensiero e certi dettagli dei sentimenti che in una lingua straniera neanche se la studi per vent'anni!
“This is the price we pay” mi ha detto di recente una collega-amica expat. Questo è il prezzo che paghiamo. Sì lo so che c’é Skype, sì lo so che ci sono le e-mail e tutto l’ambaradan moderno che oggi serve a collegare le persone dai lati opposti del pianeta e consente di far parlare Londra con Sydney come se fosse Bologna con Casalecchio di Reno. Ma non è la stessa cosa. E oggi è uno di quei giorni in cui lo sento e mi andava di parlarne.

Dal dottore

Pare che questo blog sia troppo pro-Germania e molto anti-Italia; pare che io sia sbilanciata dalla parte dei tedeschi e che sia disposta a perdonar loro tutto, mentre agli italiani non ne faccio passare una. Sembra che io non sia granchè obiettiva e che penda pericolosamente a favore del mio paese d’accoglienza piuttosto che di quello d’origine. Girano voci che io sia antipatriottica e che il mio entusiasmo per l’espatrio in Baviera sia eccessivo.
È tutto vero.
Che ci posso fare io se la Germania mi piace, mi affascina e ci sto bene? E se dell’Italia, invece, ne avevo le scatole colme e stracolme, tanto per usare un’espressione fine, e sarei venuta via anche a piedi e zoppa, se non avessi avuto la macchina o i soldi per il biglietto aereo? “Certi amori non si controllano”, come dice il mio saggio e ormai celeberrimo collega blogger Torquitax. E io questo amore non lo controllo. Però ho deciso che è giusto sforzarsi, almeno per una volta, per essere un po’ più equilibrata, di focalizzarsi su qualcosa che in Germania non va o che non mi trova d’accordo o che mi provoca irritazione. Ebbene questo aspetto sono le visite mediche. Proprio così. In Germania, almeno qui a Monaco, i medici di base e gli specialisti visitano in orari per me limitatissimi e quasi sempre perfettamente coincidenti con gli orari di lavoro della maggior parte delle persone. E questo, vi assicuro, provoca non pochi problemi organizzativi e logistici. Provate ad immaginare: io lavoro appena fuori da un simpatico paesello il quale, a sua volta, è appena fuori Monaco. Per raggiungere casa mia, ai bordi della città, impiego dall’ufficio 15 minuti in macchina. Per raggiungere altri punti della città, in auto o metro, impiegherò per forza di più. Sappiate inoltre, che finisco di lavorare ogni giorno alle 17.15 e al venerdì alle 16. Che dove lavoro non esiste il concetto di “permesso lavorativo”, ma solo di ferie, a blocchi di mezza o un’intera giornata. Che se si ha bisogno di un permesso, come noi italiani lo intendiamo, bisogna chiedere al proprio capo di poter arrivare tardi la mattina o uscire prima il pomeriggio. Mettendo insieme tutti questi elementi, che cosa se ne ricava? Che andare dal medico è ogni volta un grandissimo casino. Intanto devi trovare lo specialista che sia bravo, possibilmente parli inglese e/o italiano e non abbia lo studio a milioni di anni luce da dove tu lavori, per non impiegare ore e ore a raggiungerlo. Poi devi chiedere di avere un appuntamento o al mattino prestissimo (affrontando i lupi mannari e il gelo d’inverno per arrivare allo studio del tipo verso l’alba) o al pomeriggio il più tardi possibile. Se sei fortunato, ma sono casi rarissimi, ottieni appuntamenti verso le 18/18.30, diversamente ti propongono le 16 o le 17. E allora tu devi andare dal capo, spiegare e petire, che dopo un po’, credetemi, diventa una gran scocciatura. Provi a chiedere di poter vedere il medico il venerdì pomeriggio, ma quello il venerdì riceve solo fino alle 15 o le 16. E il sabato mattina? Non se ne parla neanche, va da sé. E allora tu che fai? Magari ti becchi un appuntamento alle 10 del mattino e devi prenderti l’intera mattinata di preziosissime ferie, che pensavi invece di usare per fare shopping o una scampagnata. Ma io dico, perché non fanno come nei paesi latini sti medici che ricevono ad orari in cui la gente può? Ma che in Germania secondo loro sono tutti studenti, casalinghe, pensionati e lavoratori a turno? Mah.

Emigrare oggi

Diciamoci la verità: non ci sono più gli emigranti di una volta. Oggi l’emigrazione, perlomeno in molti paesi europei, ha cambiato completamente volto. Ai nostri giorni, come prima cosa, si chiama “espatrio” oppure “expatriation”, che fa tanto figo.  Chi emigra è l’”expatriate” o “expat”, che fa ancora più figo. Ben lungi dall’essere l’omino disperato con la valigia di cartone, l’expat odierno è, più spesso che no, un privilegiato. Se ne va perchè ha ricevuto una ghiotta offerta di lavoro all’estero o perchè al seguito di qualcuno che ne ha ricevuta una a sua volta. Prende il primo volo che trova – magari pagato dal futuro datore di lavoro – oppure la sua macchinina e via che parte con la valigia piena e il cuore ricolmo di speranza o svuotato dalla paura, a seconda delle circostanze. Certo, se è furbo, l’expat prima di partire ha seguito appositi corsi di lingua straniera, per non arrivare completamente impreparato e impossibilitato a comunicare con chiunque. Oppure si arrangia con l’inglese che ha imparato a scuola e va bene così. Diversamente si mette on lain e segue un corso gratuito di lingua, prima e dopo la partenza.
Dunque l’expat giunge nella sua nuova città e inizia a cercare di ambientarsi.  E lo fa tramite i motori di ricerca su Internet. In poche ore, infatti il nostro tramite la rete, comodamente da casa sua, riesce ad individuare nell’ordine:

  • L’associazione di italiani più vicina a casa sua e alla quale rivolgersi nel caso di problemi pratici o linguistici.
  • L’agenzia immobiliare più conveniente e che offra la possibilità di vedere in anteprima le foto e magari i filmati degli appartamenti disponibili, con tutti i dettagli del caso.
  • L’asilo, la scuola o la babysitter più adatti per i figli.
  • I supermercati o i negozi in zona che vendano prodotti alimentari provenienti dal proprio paese d’origine, per poter continuare a mangiare come si deve.

E ovviamente l’elenco di ciò che si può trovare è infinito. Dopo alcune ore, l’expat è stanco e si sente magari un po’ solo. Allora decide quale delle possibilità sfruttare per prendere contatto con amici o parenti rimasti a casa: e-mail, sms, videochiamata, chat, telefonata tramite Skype oppure telefonata semplice vecchia maniera, ma con tariffa speciale per spendere meno. Infine decide che ha voglia di passare un weekend in patria e allora, sempre on lain, prenota un volo low cost e conta allegramente i giorni che mancano al rientro. Poi la sera si cucina un piatto di pasta al pomodoro, con la pasta e il sugo acquistati al negozio di specialità di cui sopra e infine si rilassa davanti alla TV con un programma italiano, che può vedere grazie al satellite che ha fatto appositamente installare. Sì insomma, la sua situazione è decisamente migliore di quella dell’omino summenzionato, che doveva cuccarsi mesi e mesi di solitudine, senza poter comunicare con i cari rimasti a casa, se non al prezzo di costose telefonate internazionali; doveva adattarsi a imparare la lingua locale quanto prima, per non soccombere; doveva dormire magari dove capitava; doveva, volente o nolente, adattarsi al cibo locale, dimenticare la pizza e, nel caso della Germania, accettare i Würstel e Gurken, che gli piacessero o no; adattarsi altresì al gelo invernale tedesco, senza poter prendere un charter e trascorrere 10 giorni a Sharm el Sheik per scaldarsi…e via sulla stessa linea.
Quindi, cari expat all’ascolto, se ogni tanto vi capita di sentirvi soli o disperati o troppo lontani dagli affetti, focalizzate i vostri pensieri sull’omino con la valigia di cartone, sulla vera solitudine e sulla vera disperazione, quelle di chi non poteva mettersi di andare on lain e tornare a sentirsi per un po’ virtualmente  a casa o ricreare intorno a sé l’ambiente domestico, come se non si fosse mai mosso dal paesello. Vedrete che vi passa subito, fidatevi!

Sport?

(Premessa doverosa: il seguente post mi é stato ispirato dal recente scritto di un collega blogger che seguo molto volentieri, nonchè vincitore del mio concorso a premi. Grazie Torquitax!)

Non sono mai stata un’amante dello sport. Mi definisco pigra: nasco pigra, cresco pigra, morirò pigra. Mi piace starmene a letto il più possibile, leggere, indolenzirmi su una poltrona e coccolarmi con una coperta e un giornale. Non sono portata per il movimento, è inutile. Sono decisamente scoordinata: lo so perché ho provato aerobica e devo dire che una marionetta si muove meglio di me. Sono poco a mio agio nello scatto felino e nella competizione: lo dico in base al fatto che ho giocato a pallavolo per anni e non vi dico con quali risultati. Non m’interessa correre qua e là come una pazza per un campo delimitato da strisce: so quel che dico, dato che ho sperimentato il tennis per un’estate intera col CONI e l’ho sempre schifato, lui e il tutto il CONI. Allora, direte voi, Eireen che cosa ci racconti? Prima dici di odiare lo sport e poi ci snoccioli tutt’un elenco di attività che hai praticato nel corso della tua lunga vita! Ebbene miei cari, tutti questi sport li ho praticati perché costretta. Sì avete capito bene. Già all’età di quattro anni mia madre mi aveva iscritto ad un corso di pattinaggio, consigliatissimo, forse, dalla pediatra. Un esordio precoce. Ma io odiavo il corso, gli altri bimbi e l’insegnante e mi ribellavo ogni volta a questa pratica per me barbara. Poi fu la volta, in ordine sparso e lungo il corso degli anni, di ginnastica artistica, danza classica, danza moderna, nuoto, pallavolo, tennis, sci, ginnastica a corpo libero e forse altri di cui neanche ricordo il nome, che ho cancellato dalla memoria. Davvero li ho provati tutti, tranne i classici più “da maschio”, tipo basket e calcio.  Mia madre credeva fermamente nell’utilità e indispensabilità dello sport a tutte le età e a tutti i livelli e così nonostante le mie proteste, mi ha sempre iscritta a corsi su corsi e poi mi ci spediva  con i classici calci nel sedere. Va da sé che il risultato è stato uno solo: provocare in me un odio e uno schifo sempre più profondi per qualsiasi tipo di attività fisica. Ecco infatti che arrivata a 16 anni, ormai in grado di dire no, ho smesso completamente di muovermi: passavo il tempo immobile tra i banchi di scuola e la poltrona di camera su cui studiavo. Mi sentivo finalmente libera e sollevata! Finalmente l’assenza di moto, finalmente il riposo della guerriera. Ahimè i risultati sul fisico dopo qualche anno si sono visti e allora mi sono spaventata e ho deciso, stavolta di mia volontà, di ricominciare a fare qualcosa, giusto per non ridurmi a un ammasso umano senza muscoli. Allora ho scoperto la ginnastica a corpo libero, la palestra, la bicicletta, il camminare, l’aerobica. Ho anche recuperato il nuoto che, ancora è oggi, è l’unico sport che mi piace davvero; infatti lo chiamano lo sport dei pigri: è facile, basta buttarsi in acqua e fare due movimenti e l’acqua fa tutto il resto!. Solo che anche in questo caso l’attività fisica non era associata al piacere, ma solo al dovere, cioè il dovere di mantenersi in forma e tonica, per motivi di salute, estetici e sociali. Quindi per me sport=fatica, sacrificio, noia. Purtroppo non ho mai avuto il piacere di poter dire, come fanno tanti: “Se non mi muovo, non sto bene, mi sento che mi manca qualcosa; invece dopo lo sport sono tutta carica, felice, motivata!”. Cose così mi accadono solo ogni tanto, appunto col nuoto.
Da quando è nato il bambino bionico, però, ho di nuovo smesso, per mancanza di tempo e, ora più che mai, voglia! Continuo a rimandare, di settembre in settembre, l’inizio di una pratica sportiva nuova, che io non abbia mai sperimentato e che quindi mi motivi, m’invogli,  m'incuriosisca e mi seduca. E soprattutto mi faccia ritrovare la tonicità d’un tempo, senza però fare troppa fatica, sia chiaro. Chiedo troppo? Forse ci potrei riuscire col pilates, che ne dite? Pare che sia grazie ad esso che la single d’oro d’Inghilterra, Pippa Middleton, si sia guadagnata il sedere più celebrato del pianeta. Non sarebbe mica male farle concorrenza.  Per ora mi limito all’uso di creme rassodanti: non proprio la stessa cosa ehm ehm. Pensate che quando sono arrivata in Germania, avendo dato una svolta così decisiva alla mia vita, ero convinta che sarei riuscita ad infilare nella mia nuova esistenza anche un  nuovo corso di "qualcosa". Niente da fare (lo yoga che faccio al martedì non vale, non è sport). Il massimo del movimento che sono riuscita ad ottenere finora è di agitare le dita sulla tastiera del pc alla ricerca di qualche palestra o centro sportivo nel mio quartiere. A Monaco c'è solo l'imbarazzo della scelta. Così trovo qualcosina, mi annoto il sito web, magari l’indirizzo, mi ripropongo di passare di lì, sentire per i corsi, informarmi.  Poi il tempo passa, vengono avanti altre priorità, cade tutto nel vuoto e io sono ancora qua, immobile. Però ieri il marito supersonico mi ha portato in regalo da un viaggio le scarpe da ginnastica di quella famosa marca che, pare, basti indossarle e camminare per stimolare i muscoli e avere in poco tempo gambe e glutei sodissimi. Funzionerà?