Archivi categoria: Vita da Expat

Il Paese di Bengoden

Stamattina, leggendo “Italians” di Beppe Severgnini, una lettera in particolare mi ha colpita. S’intitola “Perché pensate che la Germania sia il paese di Bengodi?”, scritta da Rita Cagiano. La riporto integralmente:

“Gentile Severgnini, mai come quest’anno il nostro soggiorno estivo in Italia è stato accompagnato da un certo imbarazzo generato dal modo in cui noi, famiglia italo-tedesca residente in Germania, siamo stati percepiti in Italia. Tralasciamo una richiesta, nemmeno troppo velata, di cercare un lavoro in Germania ad una parente da parte di conoscenti nemmeno troppo stretti, cosa da far drizzare i capelli anche a chi sa, come me, come vanno le cose in Italia. In generale ci siamo sentiti dei paperoni che vengono dal paese dell’eldorado, dove tutto funziona, dove c’è lavoro a volontà e dove si può fare ogni giorno il bagno in una piscina piena di monete d’oro! La Germania è percepita da una parte come potenza dalle aspirazioni egemoni, dall’altra come paese del Bengodi, peccato che si debba lavorare! Certamente la qualità della vita è alta e lo stato sociale ancora efficiente, ma trovare un lavoro  può risultare difficile anche qui, e la paura di perderlo è sempre in agguato. Molti fanno la spesa da Aldi o al discount più vicino, per non parlare dei costi dei servizi. La generazione dei quarantenni/cinquantenni andrà in pensione a 67 anni, e le pensioni saranno da fame. Le proiezioni del governo parlano di una diffusa povertà senile tra 20/30 anni. Ecco, in Germania non si parla di spread perché è più un problema nostro che loro, ma questo non significa che non si parli di Euro e del domani. Il futuro fa tanta paura anche qui. Saluti da Colonia.”.

Questo intervento riassume in maniera ottima il mio pensiero e le mie impressioni. Sei in Germania ed ecco che molti tendono a pensare che tu sia nella Landa di Cuccagna, dove basta allungare un braccio e si colgono frutti maturi da alberi rigogliosi; dove le aziende suonano al campanello della gente implorando di andare a lavorare per loro e dove, in ultima analisi, non vi sono problemi. Non mi stancherò mai di ripetere a tutti gli aspiranti emigranti che questa idea è ben lontana dalla realtà. Consiglio vivamente la lettura di questo ottimo post  e i relativi commenti, per farvi un’idea di ciò di cui sto parlando.

Proprio ieri facevo due chiacchiere con una vicina di casa, qui a Monaco, e si ciarlava delle ferie. Indovinate dove le ha fatte lei? Polinesia in resort di lusso? Non esattamente. Tour delle capitali Europee? Acqua. Visitato le principali città tedesche alloggiando in simpatici alberghi tipici? Nemmeno. La verità è che è rimasta a casa sua. Ha rinunciato alle ferie e, dal tono con cui l’ha detto, dubito si sia trattato di una scelta volontaria. Mentre ne parlava, la sua voce era tra il mesto e il malinconico. Si è autoconsolata dicendo: “Beh ma il tempo è stato comunque bello”, ma non è stata molto convincene. E non è la sola. E non si tratta di una signora indigente, ma di una persona normalissima. Il punto è che, vista da lontano e attraverso il cannocchiale del wannabe expat, la Germania pare il luogo idiallico che, una volta conquistato, regala pace, benessere, gioia, latte, miele e noccioline a chiunque. Infatti, nonostante le mie minacce, i post antipatici al riguardo, i toni da cafona di alcune risposte a certi commenti – o in alcuni casi addirittura il silenzio stampa – non cessano di fluire a me le richieste più disp(e)arate, da parte di gente che sogna di trasferirisi qui e di dare LA svolta alla propria precaria esistenza. “Eireen, ho tre figli piccoli e un compagno che non parla nè tedesco, nè inglese. Secondo te faccio bene a trasferirmi a Monaco senza avere ancora un lavoro?”. La risposta? NO. NO. NO. Sei una donna con figli piccoli e non sei neanche tanto sicura di voler espatriare? Vieni a Monaco solo al seguito di un marito con uno stipendio molto esuberante. O non venire affatto. Diventerai cretina per gestire lavoro [se lo trovi] e pargoli e inoltre il povero compagno al seguito che non parla la lingua, che farà? E se avrete lasciato l’Italia con motivazione così così, siete fritti. Pessima l’idea di avventurarsi con famiglia, ma senza avere già un lavoro: quello sarebbe un finissimo modo per autotorturarsi e finire per tornare miseramente in patria depressi e demotivati.

Non la voglio tirare troppo in lungo con esempi già menzionati in altri post, ma chiudo con il consiglio principe, quello che ripeto sempre, quello che ormai i miei lettori hanno la nausea, quello che è il più banale di tutti, ma che molti, troppi sottovalutano. Non sognatevi neanche di notte di riuscire a cavarvela in Germania senza il tedesco. Non esiste. Punto. Riuscireste ad immaginare una vita normale in Italia senza un bit d’italiano, affrontando uffici pubblici, negozi, banche, assicurazioni, asili, scuole, istituzioni, tv, radio, giornali?

Ecco.

Annunci

Bambini con valigia

 

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento del 19 luglio. Questa non posso non raccontarla. La blogger di cui parlo nel post qua sotto (machedavvero.it) si è presa il tempo e la briga, su mia segnalazione, di leggersi questo articolo e di twittarlo, non con uno, ma addirittura con due Tweet. Mi scrive che condivide la mia opinione, mi ringrazia e mi fa i complimenti per il post. Che dire? Son quelle cose che ti cambiano la giornata! Grazie Chiara!

Da blogger appassionata quale sono, mi piace ogni tanto infilarmi qua e là tra i blog altrui; sono curiosa, mi piace mettere il naso nelle vite degli altri abitanti del Web. Mi diverto a scoprire autori interessanti, scritti originali, post divertenti, diari on lain simpatici. Così, tra una lettura e l’altra, qualche tempo fa sono approdata anche sul celeberrimo blog di una mamma espatriata. Se mi seguite, sapere che ho un’idiosincrasia per i mommy blog, ma questo, bisogna dirlo, è diverso. Leggero, fresco, spiritoso, ironico, non incentrato ossessivamente sulla bambina come fonte di vita e di senso per la madre. Si parla di tutto un po’, inclusa la vita a Londra, e per questo trovo carino leggerlo di tanto in tanto. Orbene l’ultimo post scritto dall’autrice, che parla di come ha mandato la figlia in vacanza per due settimane in Italia dalla nonna, ha suscitato un vespaio pazzesco. Quasi 300 commenti nei quali si alternano voci adoranti (sei la mamma perfetta, ti voglio bene, un bacio alla piccola!) a condanne irrevocabili (sei una deficiente che abbandona sua figlia per divertirsi come se avessi ancora 18 anni). Tutta questa confusione per una quindicina di giorni in vacanza lontana da mamma, mi ha veramente fatto impressione. Mi sembra che la quantità e l’intensità dei commenti rifletta il fatto che, in Italia, la tematica del distacco tra madre e figlio sia ancora un tema scottante, qualcosa di mal elaborato; come un piatto di cannelloni non ben digeriti adagiati sullo stomaco. Veramente tutta roba italiana, mi viene da dire. Pur non conoscendo approfonditamente la mentalità tedesca riguardo alla maternità, infatti, vi posso certamente dare la mia impressione dopo circa due anni di permanenza in Crucconia: le mamme tedesche sono molto meno melodrammatiche di quelle italiane. Sono attaccate ai figli, ovvio, ma non ossessivamente. Vogliono bene ai pargoli, di sicuro, ma possono sopravvivere anche a distanza da loro senza sentirsi smarrite, vuote e prive di senso. Cercano di promuovere l’autonomia dei loro cuccioli, anche attraverso vacanze in solitaria, perché sanno che questi, un giorno, dovranno prendere la loro strada.  Chiaro, parlo di un trend, non dico che tutte le mamme tedesche in blocco siano così. Ma insomma, tanto per farvi capire.

Poi c’è da fare un discorso a parte per le mamme espatriate, di qualunque nazionalità esse siano. Quando si espatria, si sa, si sconvolge tutta la propria esistenza, dato che la quotidianità costruita fino a quel momento va di colpo a gambe all’aria. Si abbandonano le proprie radici e ci si allontana da famiglia e amici (fa pure rima, voilà). Questo significa, il più delle volte, che i pargoli, che fino a ieri ogni tanto sbolognavamo alla nonna magnanima, mollavamo alla zia pensionata, consegnavamo alla sorella impietosita, beh quei pargoli ce li dobbiamo accollare noi genitori tutto il tempo. Tutto il tempo. Sempre. No stop. Ok, noi si va al lavoro e loro all’asilo, ma dopo? Ce li hai sempre appiccicati come delle cozze, diciamocelo. Meraviglioso, per carità; intensissimo, ci mancherebbe; straordinario, non dico di no. Ma anche faticoso, pesante, stressante. A volte decisamente soffocante, non neghiamolo. E allora che cosa c’è di più naturale, più benefico per gli uni e gli altri, più ideale, più liberatorio per tutti (quindi anche i bimbi!) che mandarli a casa dalla nonna, nella fattispecie in Italia, per un po’? Ovviamente non se questo comporta crisi atroci nel bimbo, nel caso in cui non sia ancora pronto per staccarsi dalle appendici materne e paterne. Ma vi assicuro che quasi tutti i miei colleghi expat, ad esempio, fanno così. L’estate incombe e la scuola chiude? Spedisci il pargolo in patria dalla nonna. Lui si diverte, tu ti rilassi, la nonna s’impegna, ma che vogliamo di più? La mia collega Carmen, spagnola, ogni estate a inizio luglio, di sabato, accompagna i pupi a Barcellona dalla madre, torna la domenica, lunedì va in ufficio e poi ogni venerdì sera per un mese prende l’aereo e li raggiunge.  Poi lei, il marito e i pupi trascorrono tre settimane in agosto alle zusammen, tutt’assiem! Sono morti i bimbi? No. Sono traumatizzati? Neppure. Sono crudelmente abbandonati al loro destino? Non direi. La situazione in realtà è una gran pacchia per tutti? Penso di sì.  A me questo giochetto non è ancora riuscito per una serie di ragioni, ma qualche settimana fa la nonna P. ha dichiarato che l’estate prossima sarebbe felicissima di ospitare  il bambino bionico a casa sua nel Bel Paese per una settimana o due. O gioia, o gaudio, che cosa odono le mie orecchie! Aspetta che prendo appunti. Mo’ mooo segno!  Sarà che non sono mai stata troppo appiccicosa col b.b., sarà che i piccoli distacchi mi sono sempre parsi molto salutari per entrambi, ma io in una situazione del genere non ci vedo davvero nulla di male, né di dannoso.  Anche se, va da sé, mi butterei dall’Alter Peter per il b.b, tanto gli voglio bene.

In conclusione, ripeto, non vedo alcunchè di scandaloso e neanche nulla di fuori dal normale nel regalare ai figli, ai noi stessi e ai nostri genitori un’opportunità di questo genere. Chissà un giorno come saranno ricchi, variegati e intensi i ricordi di questi bambini, divisi tra due mondi, ma in senso buono; bimbi/adulti che si  sentiranno a casa propria e a loro agio sia all’estero che in patria, senza che vi sia troppa distinzione tra questi due concetti. Lo immagino già il b.b., ormai grande, che si muove tra Italia e Germania con la stessa scioltezza, facilità e tranquillità con la quale io da piccola mi muovevo tra la città e il paesino di montagna a un’ora di macchina di distanza da casa. Dico, ma vogliamo mettere?

Ricetta per un espatrio di successo

Continuano a fluire incessanti su questo sito e nella mia casella e-mail le richieste non sollecitate di aiuto all’espatrio oppure di consigli pratici su come trasferirsi in Germania. A rischio di passare per pesante e antipatica, mi ripeto: questo sito non è un centro per l’impiego né un’agenzia immobiliare. In nessun modo. Punto. Fine della frase. Non sono ammessi dibattiti né discussioni. Anzi, tanto per prevenire delusioni: d’ora in poi non risponderò più ad alcun commento sul genere: “Cara Eireen, sono un lattaio di Canicattì la cui attività sta fallendo. Parlo italiano molto bene e in tedesco so dire Je m’appelle Giuseppe. Secondo te, faccio bene a volermi trasferire a Monaco? Ho sentito dire che lì c’è molto lavoro. Nel mio settore c’è necessità? E nel caso, tu conosci qualcuno che mi affitterebbe una stanza?”. “Caro Giuseppe, la risposta è no a tutte le tue domande. Saluti, Eireen.”. Dunque evitate, grazie.

Tuttavia quello che posso fare è stendere una sorta di check list propedeutica all’espatrio. “Ohibò che cosa significa questo, Eireen?” chiede il lettore incuriosito, aggrottando le sopracciglia. Significa in sostanza che vi sconsiglio caldamente, vivamente, appassionatamente di espatriare se

1. Lo state facendo per risolvere tutti i vostri problemi. L’espatrio non risolve i problemi, li moltiplica. Quantomeno i primi anni. 2. Emigrate pensando che andrete a vivere nella terra di cuccagna, dove il lavoro si raccatta per strada, gli stipendi sono altissimi, le case enormi e a prezzi ridicoli, la gente è amichevole e accogliente, il clima favoloso, i servizi eccellenti, la città mozzafiato. Ora, d’accordo che ad esempio la Germania è uno dei pochi paesi in Europa che ha resistito alla crisi, ma questo non significa che essa sia un Eden. Va bene: avete letto che un operaio tedesco prende il doppio di uno italiano; ma vi siete chiesti quanto di quello stipendio va in tasse? E il costo della vita, com’è? E poi voi, venendo qui, potreste fare l’operaio? O essendo stranieri dovreste adattarvi a fare il gelataio? Siete disposti? E comunque anche per fare il gelataio, oggi in Germania ci vuole un corso di formazione certificato. Quindi…. 3. State scappando da qualche situazione interiore difficile. Se, ad esempio, fuggite perché “qua sono infelicissimo, ma all’estero troverò la gioia di vivere”, state pur sicuri che anche nel vostro paese di destinazione sarete infelicissimi. Se invece state venendo via da casa perché, esempio classico, il vostro problema è uno stipendio da ricercatore ridicolo e altrove vi offrono il triplo, allora il discorso cambia. 4. Non siete flessibili. Dovunque andrete, ci sarà da adattarsi a vari livelli. Sia che vi spostiate da Barberino del Mugello a Wellington, Nuova Zelanda, sia che vi trasferiate da Milano a Lugano, dovrete affrontare cambiamenti più o meno ingenti. Dovrete – tra gli altri – adattarvi ad un clima diverso, a gente nuova, ad usi apparentemente bizzarri, a costumi ai vostri occhi incomprensibili, ad una lingua che spesso non è la vostra, a modi di fare forse inconsueti, ad un’alimentazione curiosa, a mentalità diverse e con cui a volte vi scontrerete anche con violenza. E siete a casa loro, non vostra. Quindi, come detto, siete voi a dovervi adattare. 5. Non siete disposti a fare della gavetta. Anche se siete un professionista ultra-qualificato, che viene trasferito dalla propria ditta a una sede estera, dovrete comunque, per certi aspetti, ripartire dal basso. Tanto più se volete invece emigrare allo sbaraglio, con nessun titolo in tasca e nessuna certezza. Tanto per ribadire quanto detto al punto 2: magari in Italia avete conseguito una strepitosa laurea in giurisprudenza con lode e dignità di stampa, ma arrivati in Germania, ad esempio, al massimo potrete aspirare a diventare addetto call centre in Italiano, almeno all’inizio. 6. Non avete voglia di imparare una lingua straniera. Il discorso vale in generale, tranne ovviamente se nel paese di destinazione si parla la stessa lingua del vostro paese di provenienza. Per il tedesco, come ho detto più e più volte, il discorso vale doppio. Imparare questa lingua raffinata e machiavellica richiede un’enorme costanza, dosi industriali di pazienza, secchiate di precisione e molto molto amore. Se, che ne so, siete una persona a cui già imparare lo spagnolo sembrerebbe difficile come mandare a memoria la Divina Commedia, allora lasciate proprio perdere da subito. 7. Non avete messo in conto diversi momenti drammatici tra senso di solitudine e disorientamento, flash di machimelhafattofarismo, giorni cupi, noia, nostalgia di casa tipo mal d’Africa, depressione e certe volte anche distillati di disperazione pura. Non sto dicendo che vi verranno tutti questi sintomi insieme o che starete sempre male; anzi, magari non ve ne verrà neppure uno e sarete felicissimi fin dall’inizio. Molto dipende dal vostro carattere, va da sé.

Detto ciò, se avete controllato la check-list e constatato che, nonostante tutto il desiderio di espatriare vi è rimasto, il coraggio non vi manca, la voglia resiste, la curiosità domina, lo spirito di avventura urla dentro di voi; se bramate un cambiamento, se siete curiosi, aperti, flessibili, se piace la vita con tutto quello che porta con sé, ma davvero tutto, allora partite senza remore; non indugiate. Vi divertirete.

I motivi per cui restare

Come ho raccontato in più post, ogni volta che faccio rientro sul suolo italico per le ferie d’ordinanza, vengo colta da attacchi di mal d’Africa mica da ridere. No, non che io voglia tornare nella sconfinata savana a correre con le gazzelle e sentire il contatto con madre terra, cosa che per inciso non ho mai fatto.  Intendo dire che la mia città d’origine in Italia, nel momento in cui mi ci reco in vacanza, improvvisamente mi sembra il luogo più accogliente del mondo, quando fino a ieri in pratica ci sputavo sopra. Tipico effetto boomerang dell’espatriato: ma fa parte del gioco e bisogna in qualche modo farci i conti. Poi, al rientro a Monaco, i giorni scorrono, io riscivolo nella routine e, come per magia, mi dimentico della nostalgia di casa. Perchè alla fine, diciamocelo pure senza pudore, a Monaco ci sto bene, faccio la vita che ho tanto a lungo desiderato e, grazie al cielo, tante mattine ancora mi sveglio “confusa e felice” di abitare e lavorare qui. E sospetto che non si tratti solamente di un fatto soggettivo. Voglio dire, ci sono anche dei fatti indiscutibili che mostrano che qui si vive bene e mi fanno pensare che i miei pensieri periodici di rientrare debbano rimanere , appunto, solo pensieri.

Tanto per dire, in ordine totalmente sparso, ecco alcune motivazioni per rimanere:

–          Monaco è una città super-sicura. Puoi dimenticare la tua borsa con dentro passaporto e chiavi di casa in metropolitana  e, garantito al cubo, la ritrovi dopo due giorni all’ufficio oggetti smarriti. Con tutto il suo contenuto intatto. Puoi parcheggiare la macchina per una settimana in una strada pubblica e al tuo ritorno ritrovarla esattamente come l’hai lasciata, senza un graffietto in più o uno specchietto in meno. Se sei un bambino di 8-10 anni, puoi già andare a scuola in metro da solo; e arrivarci. Tutto intero.

–          Fai la conoscenza di una tua lettrice, giovanissima ed intraprendente ingegnere, che sta facendo le valigie per andare a lavorare in Norvegia e alla domanda: “Ma quanto conti di restare?”, ti risponde, con un gran sorriso: “Non lo so”. E ti fa capire, che se ci starà bene, potrebbe anche decidere di rimanere. Allora ti chiedi perchè l’Italia continui a formare gente sveglia ed intelligente, che poi per trovare condizioni lavorative interessanti deve fare 10.000 km.

–          Parli con una tua amica in Italia che fa la pratica da avvocato e contemporaneamente la commessa in un negozio di prodotti cosmetici, che ti dice: “L’italia sta diventando come un paese dell’Est Europa. Rimani dove sei.”. E allora ti ricordi che sei espatriato anche per il futuro di tuo figlio (vedi anche motivazione qua sopra).

– Per questo (anche se io non sono del Sud): http://lafilosofiareggina.com/2012/04/17/lettera-della-madre-di-lucia28-anni-morta-suicidalaureata-con-110-voleva-solo-vivere-in-calabria/

–          Non c’è niente da fare, bisogna che io lo ripeta e lo confermi. Qua le cose funzionano: c’è organizzazione e i servizi brillano. Lo so che se lo chiedi ad un tedesco, ti comincerà a snocciolare i motivi per cui in realtà in Germania le cose non vanno affatto, potrebbero andare meglio e tutto l’ambaradan. Ma per noi che veniamo dall’Italia, questo è un paradiso. Ve lo assicuro. Scusate, ma quando mai da noi capita che mandi un’e-mail ad un ufficio pubblico e dopo pochi minuti l’impiegato ti chiami sul cellulare e ti spieghi che ha bisogno di altri documenti e se puoi, per favore, farglieli avere? Anche via pdf va bene.

–          Il fatto di essere expat, si sa, alza la qualità della vita. Non sei più graziato mensilmente dai classici mille euri al mese. Non sei più costretto a tirare la cinghia su tutto e a non dormire la notte se hai comprato un paio di scarpe di troppo. Puoi finalmente, finalmente, finalmente, fare ragionamenti del tipo: “C’è un bel ponte di quattro giorni a Giugno. Che si fa, si va via? Dai, pensiamo dove.” Invece di “Sabato sera andiamo a cena? No eh? Meglio di no, dai. Un bel DVD e la serata si allieta”. Per carità, è fondamentale godere delle piccole gioie quotidiane e anche stare sul divano col partner a guardare semplicemente un film è una cosa splendida, ma dopo che hai vissuto solo di piccole gioie per tutta la vita, permettemelo, le piccole gioie ti hanno decisamente rotto gli zebedei!

–          Last, but not least, vuoi mettere avere la chance a 36 anni, oppure un’età qualunque, di ricominciare tutto da capo in un posto strepitoso, di mettersi alla prova e vedere che sì, ce la puoi fare, ce la stai facendo, ce l’hai fatta. Hai superato lo scoglio linguistico, inizi a conoscere il territorio e ad avere amici; sei felice di ogni conquista, hai mille luoghi ancora da esplorare, lezioni ancora da imparare e persone ancora da conoscere. Hai spezzato la quotidianità, hai dato il classico giro di vite e, come se non bastasse, ti diverti! Sì, lo so, lo so che poi mi passa e anche Monaco mi sembrerà eccitante quanto Canicattì – senza offesa per i canicattesi – ma per adesso lasciatemi sognare, lasciatemela godere!

Chiarimento indispensabile (once and for all)

Nel lontano ottobre del 2010, in una notte buia e tempestosa,  decisi di aprirmi un blog, ovvero un weblog, un diario on lain. Il senso dell’impresa era quello di raccontare a me stessa, e a chiunque fosse interessato, le mie avventure da espatriata in Germania, i miei pensieri sui tedeschi e gli italiani e le mie riflessioni sull’universo. Nè più nè meno di questo.  Sono stata più che contenta di vedere che, nei mesi, alcune persone iniziavano ad interessarsi a quanto scrivevo e a lasciare commenti ai piedi dei post. Leggere commenti e rispondere ai lettori mi diverte e mi dà soddisfazione: mi sembra un bel modo di condividere esperienze e sensazioni. E fin qua niente di strano.

Solo che ultimamente ho sempre di più la certezza che il senso di questo blog sia stato equivocato, travisato e malinterpretato dai miei commentatori. Perciò questo post serve a chiarire una volta per tutte qual è, ma soprattutto quale NON è lo scopo dei miei scritti.

ATTENZIONE, AVVISO A TUTTI I NAVIGANTI DEL WEB: QUANTO STO PER DIRE VERRÀ RIPETUTO UNA SOLA VOLTA E PER SEMPRE: SI PREGA DI PRENDERNE DEGNA NOTA.

Questo blog NON è un’agenzia di collocamento. L’ho già detto nella sezione FAQ, ma lo ripeto sonoramente: non ponetemi domande sul mondo del lavoro tedesco. Primo: io lavoro in un’organizzazione internazionale con regole e modi di lavorare che esulano dal resto della Germania. No, non so come funziona in Germania coi licenziamenti e le liquidazioni o i congedi di maternità. No, non conosco gli stipendi medi tedeschi delle varie categorie di lavoratori: conosco lo stipendio medio mio e questo mi basta.  Secondo: io lavoro a Monaco di Baviera come ASSISTENTE DI DIREZIONE. Non ne so un piffero delle possibilità di lavoro che ci sono, che ne so, a Dortmund per esperti di pannelli fotovoltaici. No, non so neppure che possibilità avete se volete aprire un ferramenta a Düsseldorf. Perciò NON me lo chiedete. Accetto solo domande inerenti alla mia area d’interesse: diversamente rischierei di dirvi un cumulo di sciocchezze.

Questo blog NON è assolutamente un’agenzia immobiliare. No, non conosco tutte le zone della città, ma solo la mia e il centro. No, non ho amici che cercano coinquilini. Non ho neanche amici, ok? Non chiedetemi se conosco case sfitte o se vi posso trovare una camera. Non posso. Qui a Monaco avevo già la pappa…ehm…la casa pronta e quindi non ne so un pero di come si cerca casa qui. So solo che i prezzi degli appartamenti sono esorbitanti. Perciò vi diffido dal chiedermi robe tipo “Siamo una famiglia con 4 bambini molto vivaci. Mio marito parla un po’ francese e lavorerà in zona nord, mentre i miei figli andranno a scuola a sud. Esiste un quartiere a metà strada, che accoglie volentieri tanti bimbi chiassosi e magari multiculturale con prevalenza di immigrati dal Quebec? E secondo te la scuola che ho scelto per i pargoli è buona?”. Risposta: ma che ne so?

Questo blog NON è un’agenzia di disbrigo pratiche burocratiche varie per immigrati italiani a Monaco. Spiacente, ma essendo io anche cittadina tedesca, arrivata qui ho dovuto fare trafile burocratiche del tutto diverse da quelle che dovrebbe affrontare un italiano che decidesse di emigrare in Germania.  L’unica mia certezza è che esiste un “Kreisverwaltungsreferat” (tipo anagrafe) a cui rivolgersi per questo tipo di domande. Non so nulla o quasi neppure di sanità, o di come si diventa medici di famiglia a Monaco e non sono nel sistema sanitario pubblico. No, non so come si ottiene una tessera sanitaria, nè quali sono le modalità assistenziali previste se uno ha la sindrome di Tourette.

BASTA con le domande se ci si può inserire qui se non si parla tedesco. NO NO NO. NON SI PUÒ! Scordatevi di stare bene qui se non parlate la lingua locale. No, non si può solo con l’inglese. E per cortesia mettete in conto tempi biblici prima di sapere bene il tedesco. Il tedesco è difficilissimo, è una lingua bastarda, iper-precisa e scoraggiantissima. Punto. So di gente che si è suicidata ingoiando il libro di grammatica, dalla disperazione di non riuscire ad imparare il tedesco. Perciò non mandatemi domande tipo: “Eireen parlo solo il dialetto barese, però molto bene. Ho cominciato a studiare tedesco ieri coi corsi accelerati DeAgostini. Secondo te se mi trasferisco a Monaco, trovo lavoro entro il primo mese?”. Risposta: no, stai a Bari, che è meglio!

In generale questo blog NON è la sede delle seguenti iniziative: Associazione Amici dei Prodotti Alimentari Italiani in Alta Baviera; Comitato d’Accoglienza Italiani a Monaco; Gruppo di Aiuto-aiuto per l’Inserimento dell’Immigrante in Germania. No, no, no.

Questo è un diario on lain. Se avete voglia e tempo di leggermi e commentarmi, io ne gioirò infinitamente. Ma non posso in alcun modo darvi aiuti pratici per affrontare al vostro posto il processo di espatrio.

O forse sì? Forse dovrei semplicemente cambiare lavoro ed aprire un’agenzia di prima accoglienza per i nuovi arrivati. Sono 30 euro l’ora per l’assistenza con i documenti da presentare; 25 se siete sposati e con figli (sconto comitiva); 40 per la ricerca casa e lavoro (più impegnativi). 50 per la garanzia di un posto in una scuola privata per i vostri bambini (dopotutto si tratta del futuro dei vostri pargoli). Che dite, diventerei ricca?

Herr Doktor!

Immagine

Sono arrivata a Monaco il 14 agosto. Il 18 avevo la bronchite. No, non sto scherzando: ho infatti una lieve tendenza alle infezioni dell’apparato respiratorio.

I primi giorni facevo finta di niente, mi comportavo da eroina e cercavo di resistere al malanno, sperando che passasse da solo. Trascorrevo la giornata tossendo ed emettendo strani rantoli di gola, fino a preoccupare la collega della stanza accanto, che dopo un po’ che udiva questi gracidii sospetti, mi è venuta a mettere una mano sulla spalla e a dire “It doesn’t sound that good, you know”.

Che uno dice: “Scusa, ma un salto dal dottore, proprio no?”. Embeh sembra semplice, ma vacci tu dal dottore, quando a) sei appena arrivato in una terra straniera e ti ricordi a malapena qualche parola della lingua locale, perché sono 10 anni che non la parli b) non hai la più vaga idea di come funzioni il sistema sanitario c) non sai dove caspita pescare un dottore decente o anche solo un dottore d) ancora non hai ricevuto dal tuo datore di lavoro la tessera di assicurazione sanitaria.

Alla fine è stato il mio capo a costringermi a rivolgermi a un medico quando, tra il serio e il faceto  – come si usa dire – mi ha detto: “Con tutta quella tosse, prima o poi ci infetterai!”. Allora mi sono rivolta allo zio Fritz e gli ho chiesto per caritá di indicarmi il nome di un medico di base che mi potesse dare una mano. E lui prontamente ha fatto. Così mi sono ritrovata dal personaggio più buffo che io abbia mai incontrato qui. Il dr. Manicaretto – pare infatti che il suo cognome qua in Baviera abbia questo significato – ha due baffoni a manubrio, un sorriso congelato sul viso, un sincero interesse per i suoi pazienti e la mania di dire “gel?” (pronuncia “ghel”=vero?) a chiusura di ciascuna frase che pronuncia.  “Sie sind die Frau Eireen, gel? Kommen Sie bitte rein, gel. Es ist kalt heute, gel?”. Comunque, per evitare di scrivere un trattato su di lui, vado al sodo: il dr. Manicaretto parla solo tedesco, con pesante inflessione bavarese. Non parliamo poi delle receptionist del suo studio, che ho dovuto affrontare, ovviamente terrorizzata, per accedere a lui. Non mi dilungo sugli equivoci sorti a causa del mio tedesco del cavolo di allora e della mia ignoranza su come gira il sistema sanitario in Germania. Vi dirò solo che sono uscita da quella prima visita sperando nel profondo del mio cuore di avere azzeccato a descrivere i sintomi e che le medicine che il doc mi aveva prescritto fossero quelle giuste. Perché dovete sapere che sono talmente cogliona, che pur di non dover spiegare in tedesco che erano diversi anni che soffrivo di bronchiti ricorrenti e che quindi forse non bastava un antibiotico, ma ci voleva la visita dal pneumologo, sono stata zitta e mi sono limitata a dire: “Ho molta tosse”.

Così ho deciso da sola che era necessario un pneuomologo e iniziato a ravanare su Internet per trovarmene uno. Criteri: che parlasse inglese e che avesse lo studio in una parte della cittá che conoscevo. Criteri impeccabili eh? Un genio sono. Solo dopo mi sono resa conto che la zona della città prescelta, il centro, era sì conosciuta, ma anche lontanissima da dove lavoro e quindi rendeva l’ufficio scomodo da raggiungere dopo la visita, facendomi perdere così ore preziose di permesso. Va bene. Poi altra lezione ricavata: meglio evitare medici che si spacciano per conoscitori dell’inglese e poi lo sanno così così. Altro esempio è la pediatra del bambino bionico, che non appena attacco a parlare nella lingua di Albione, s’impanica visibilmente e passa al tedesco senza pietà, nonostante sulla sua web page sia scritto a chiare lettere che visita volentieri i piccoli pazientini in inglese. Perchè evitare questi personaggi? Perchè è troppo importante, in questo campo, farsi capire e capire a nostra volta bene, senza equivoci. Si tratta pur sempre della nostra salute no? Inutile andare dal medico per un mal di fegato e ritrovarsi con la prescrizione di un ciclo di fisioterapia per la rotula; non ha senso. Allora mi sono decisa ad abbandonare le mie convinzioni integraliste, i.e. sono in Germania e ogni volta che posso mi devo sforzare di parlare tedesco, e mi sono votata alla scelta di medici che parlassero anche l’italiano. Anche perché credo sia fondamentale che essi riescano a leggere i referti di visite fatte nel Belpaese, senza che io debba diventare stronza per tradurre, rischiando ancora una volta di cadere in equivoci fatali, alla lettera. E poiché io vado più di frequente da medici vari che a qualunque altro tipo di evento, di qualunque natura, da aperitivi, a mostre, a cinema, a cene…

Così adesso, per ciasuna area di competenza della medicina, ho il mio specialista di fiducia, che per conoscenza della lingua assume varie gradazioni. C’é il medico puramente italiano che si è trasferito qui tanti anni fa e per giunta viene dalla mia stessa cittá natale, così si fanno due chiacchiere finto nostalgiche, ci si dá pacche sulla spalla e ci si sente subito amici; c’é quello tedeschissimo, ma con un italiano favoloso  e solo un leggerissimo accento tedesco, che ti fa rimanere a bocca aperta dalla venerazione; c’é quella russa che ha fatto un paio di semestri a Bologna quando studiava, dunque trent’anni fa, e quindi ti fa le frasi come può, ogni tanto c’infila un termine tedesco con pronuncia russa,  però si  fa capire e poi ispira fiducia, quindi ci si va. La gamma è varia ed interessante devo dire che più di una volta mi sono stupita in effetti di quanto sia diffusa la conoscenza della nostra lingua qui nella capitale bavarese. Voglio dire, uno è medico, studia come un pazzo, magari anche in inglese e si deve mettere pure a imparare l’Italiano? Ma chi glielo fa fare? E invece. Perciò se venite a Monaco e avete bisogno di una dritta in questo senso, chiedete pure senza timori. E voi invece? Siete expat e avete deciso di affidarvi ai medici del luogo oppure al contrario, come facevo io all’inizio, vi fate curare solo in terra natia perché non vi fidate di nessuno? O ancora andate dal dottore solo se accompagnati da qualcuno che traduca? O non ci andate addirittura perché state sempre benissimo? Ditemi. Anzi, ditemi 33.

Come tutto è cominciato

Cari lettori, qualche volta mi capita di ricevere e-mail di aspiranti expat a Monaco che mi chiedono come ho fatto a trovare lavoro qui e se posso suggerire loro delle strategie infallibili per trovare a loro volta un’invidiabile posizione e riuscire così a trasferirsi nella città di Ludovico, der Märchenkönig, come ho fatto io. Premesso che non esistono percorsi predeterminati, consigli dispensa-certezze o magie delle magie che si possono applicare a chiunque, io posso soltanto raccontare com’è andata a me e augurare a tutti che vada nello stesso modo, anzi meglio!

Tutto ebbe inizio quando io e il marito supersonico ci conoscemmo, ossia nove anni fa. Ci guardammo negli occhi e in un attimo capimmo che non saremmo voluti rimanere in Italia a lungo, che avremmo invece volentieri costruito il nostro futuro altrove. Tutto ciò a causa delle cause che spingono molti a lasciare l’italico suolo per emigrare altrove: precarietà diffusa, mentalità retrograda, possibilità ristrette di crescita professionale, desiderio di allargare i propri orizzonti e sperimentare qualcosa di diverso. Gli anni dunque passarono, le cose cambiarono, ma il progetto rimase. Nacque il bambino bionico e insieme nacque la convinzione che fosse giunto il momento ideale per levare le tende dal paese natio. Ed iniziò la ricerca di un lavoro all’estero.

La nostra eroina pensò che il modo più intelligente per trovare il tesoro nascosto di cui narra la leggenda, fosse di aggredire senza sosta i siti web delle aziende multinazionali più celebri. D’altronde non aveva lei forse lavorato in diverse aziendone importanti con sedi in tutto il pianeta e non era forse già abituata a muoversi in inglese all’interno di questi ambienti multi-culti? Quale migliore biglietto da visita per acchiappare le simpatie degli uffici personale di questi luoghi magici situati all’estero? Iniziò dunque un percorso irto di ostacoli, prove, nemici e difficoltà di ogni sorta. Alla nostra protagonista furono richieste enormi dosi di pazienza, coraggio, tenacia, astuzia. Tante volte, alla mancanza quasi assoluta di riscontri o risposte, la nostra diletta fu tentata di lasciar perdere, di pensare che in fondo forse si sta così bene a casa, ma chi me lo fa fare, non ho già tutto qua? Tante volte la speranza fu ridestata invano da una risposta illusoria, da un’e-mail che risvegliava ingannevolmente i sogni e i progetti tanto accarezzati. Che gioia infatti certe mattine provava ella nell’aprire la posta elettronica e leggere qualche manciata di righe: “Saremmo interessati al suo CV, ci manterremo in contatto per eventuali posizioni si dovessero presentare in futuro.”. E che delusioni quando poi a queste righe non seguiva nulla di fatto per mesi e mesi. Due però gli episodi degni di nota. Il primo: la mega-multi-nazionale del mobile fa-da-te con sede nel Nord Europa che una volta contattò la nostra impavida ricercatrice di tesori, proponendole un ghiotto colloquio. Oh giubilo, o gaudio, forse la meta agognata si stava avvicinando? Forse stava arrivando il premio tanto atteso? Ahimè dopo due mesi dal messaggio illusorio, ne arrivò un altro che spiegava che, a causa di fulmini e tempeste, la selezione era stata sospesa e un’altro candidato aveva avuto occasione di sconfiggere il drago prima di lei e vinto così non solo il tesoro nascosto, ma anche il trono. Ahinoi. Ma la nostra non si fece abbattere nemmeno in questa circostanza e fu così che, un giorno, imbattutasi per caso nel bando di concorso per un posto alla Corte Europea dei Diritti Umani in quel della cittadella di Strasburgo (secondo episodio degno di nota), non esitò un istante a mettersi in lista per la partecipazione al torneo. E anche in questa circostanza ella affrontò prove su prove, prese treni su treni per recarsi a Roma e a Strasburgo, incontrò persone su persone, pregò preghiere su preghiere. E quando finalmente uscirono i risultati della gara…. tadà…ella era risultata TERZA! Terza su quasi 200 aspiranti, che meraviglia! Peccato che le posizioni offerte fossero riservate…ai primi due della lista! Quante lacrime, quanta sofferenza, quanti sogni di pedalare allegramente per le vie della cittadine francese andati in pezzi. Ma ancora una volta ella ebbe il coraggio di rialzarsi, di non abbandonare la ricerca. Nel frattempo gli anni erano passati, il piccolo principe bionico cresceva e lei si rendeva conto di quanto fosse in effetti prezioso il tempo passato in patria, in famiglia, con gli amici, in preparazione al grande salto futuro. Fu così che una sera di esattamente due anni fa, l’eroina s’imbattè nuovamente in un annuncio affascinante, che parlava di un lavoro interessante anzichennò proprio in quel di Monaco di Baviera, città di una parte della sua famiglia, e proprio in un luogo che si presentava speciale ai suoi occhi, lei, interessata proprio all’argomento di cui si trattava in questa sorta di castello. E fu così, che col cuore pieno di trepidazione, prese coraggio ancora una volta e inviò il messaggio con il proprio curriculum e una lettera di presentazione accuratamente preparata. Poi inviò il tutto e si mise, per l’ennesima volta, in paziente attesa. Attesa che fu presto premiata, in quanto dopo sole quattro settimane…ZAC…magica magia, si ritrovò un invito con tutti crismi a viaggiare, per di più in aereo, fino alla città bavarese, spesata e coccolata di tutto punto. Il viaggio programmato fu addirittura impedito da un vulcano della lontana Islanda, che decise di eruttare proprio qualche sera prima della partenza, provocando così la chiusura degli aeroporti la mattina stessa del grande giorno. Ma lei, incrollabile, prese un autoveicolo e, in men che non si dica, fu a Monaco di Baviera. Grazie alla sua precedente esperienza a Strasburgo (che dunque alla fine non si rivelò inutile), non mancò di sostenere un brillante colloquio e di essere subito richiamata, nel giro di alcuni giorni, per un “ulteriore colloquio”. Nel colloquio in questione le fu addirittura chiesto di affrontare il re in persona, la massima autorità del regno. Ma per la nostra, ormai abituata a tutti i tipi di prove, questa non fu che la più classica delle passeggiate. E poi iniziò la centomilionesima trepidante attesa di un responso, nella convinzione, questa volta, che se il destino le aveva riservato un posto a Monaco, questo sarebbe arrivato, altrimenti la vita le avrebbe fatto arrivare qualcosa di addirittura meglio. E l’attesa fu ripagata in pieno, quando finalmente giunse la magica telefonata del Granduca di Baviera, che la informava che il posto sospirato era stato assegnato ad un’altra eroina, MA lui le chiedeva, in ginocchio, di “accettare la sua mano” o meglio di accettare di andare a lavorare per lui, che da lei tanto era rimasto colpito in occasione del primo, fatidico colloquio. La nostra ne discusse con il proprio consorte, ma bastò uno sguardo fra i due per capire che l’occasione tanto attesa era arrivata, che il momento della svolta era giunto, che il tesoro stavolta era sul serio a portata di mano. Lei dunque disse di Sí al Granduca. O, per citare Manzoni, “la (s)avventurata rispose”. E il resto è, come da copione, storia.

Expatriation Blues

L’expatriation blues si presenta come un disturbo dell’umore che sopraggiunge a sopresa e resiste tanto più tenacemente, quanto più si crede di esserne immuni. Si tratta di una sorta di virus parassita, non particolarmente dannoso se ben gestito, ma quasi letale se gli si permette di prendere possesso completo di sè. Puó attaccare all’improvviso, del tutto inaspettatamente, o può installarsi gradualmente nella mente dell’espatriato in procinto di rientrare all’estero, ad esempio pochi giorni prima del rientro stesso.

I sintomi sono inequivocabili e sono i seguenti (non si presentano necessariamente tutti insieme):

–       Tristezza diffusa;

–       Insostenibile necessità di piangere copiosamente a tratti;

–       Senso di attaccamento al proprio paese natale in stile melodramma. Del tipo che non vorreste più andarvene e vi aggrappate alle tende del salotto mentre ponete un braccio sulla fonte in segno di disperazione;

–       Impressione netta che “come qui da nessuna parte al mondo”;

–       Timore o, nei casi peggiori, puro terrore di avere sbagliato tutto emigrando all’estero; questo sintomo sopraggiunge con tanta più forza, quanto maggiore è stata la convinzione con la quale siete originariamente partiti;

–       Convinzione che nel vostro paese di destinazione non troverete mai amici così cari e che vi vogliono così bene come a casa;

–       Generico senso di nostalgia;

–       Visione improvvisamente rosa di tutti gli atroci difetti per i quali vi siete allontanati dal vostro luogo natio. Esempio nel caso dell’Italia: “Beh in fondo tutta questa disorganizzazione e questo caos si traducono in allegria e simpatia” oppure “Se torno indietro, un lavoretto lo trovo, dai. Che sarà mai sta crisi, poi?”.

Cari lettori, non ci vuole un QI superiore alla norma per intuire che scrivo il mio post su un argomento del genere perchè l’expatration blues questa volta ha preso anche me. Eh sì, lo devo ammettere. Non più tardi di qualche giorno fa scrivevo quanto avessi voglia di tornare in Germania, alle mie abitudini, al mio ambiente. E adesso sono qui che pesto sulla tastiera del mio PC, sprofondata in uno stato malinconico, che l’asinello di Winnie Pooh al mio confronto sembra un ilare mattacchione.

Vi assicuro, io non sono proprio il tipo da EB. Chi mi conosce lo sa bene; sa con quanta forza, tenacia e voglia ho cercato per anni un lavoro all’estero. Sa quantio io credessi, e ancora credo, in questo progetto, in questo sogno, in questo cambiamento. Sa quanto io ne avessi bisogno. Sa quanto non resistessi più nel Belpaese e come vedessi difetti ovunque: credo che negli ultimi mesi, quelli precedenti la partenza, io fossi addirittura diventata allergica all’Italia. Eppure.

Tuttavia. Ieri ho avuto una conversazione illuminante sul tema con Paula, una del gruppo dei miei inseparabili compagni di pranzo in caffetteria. Paula, la mia dea ex-machina, Paula, il mio faro nella notte, Paula, il mio “Moment” per l’emicrania . Proprio lei che è venuta via da casa solo per seguire il fidanzato, che non si sarebbe mai mossa dal paesello, Paula che “mi sa che prima o poi torno in Portogallo”. Io ho esordito con “Sai che due giorni prima di partire per tornare qui, mi sono sentita triste e ho pianto?”. Lei ha risposto con un netto, deciso, stupitissimo: “TUUUUU?” a occhi e bocca spalancati. E già questo vi da l’idea di quanto lei mi percepisca come qualcuno che può avere nostalgia di casa. Insomma, per farla breve, le ho spiegato a grandi linee il mio stato d’animo. E lei, con la massima naturalezza, parlando come se esprimesse la più ovvia delle ovvietà ed accompagnando il tutto con il più dolce dei sorrisi, mi ha detto: “Sì, ma considera che mentre eri in Italia, eri in vacanza. Avevi ritmi rallentati, non dovevi andare in ufficio, potevi vedere i tuoi amici in qualsiasi momento, eri rilassata e sapevi che saresti stata lì per poco tempo, quindi tutte le tue sensazioni belle erano amplificate. Se tu tornassi davvero a casa, non sarebbe così, dovresti cercarti un lavoro, tornare nella routine, rifare la vita che facevi prima. Proveresti sentimenti del tutto diversi!”. Santo cielo. Ha ragione, mi sono detta, come ho fatto a non pensarci, come ho potuto credere che queste tre settimane a casa riproducessero lo stile di vita che potrei avere se rientrassi? Si è trattato di uno strappo nella trama della mia vita quotidiana, di un salto in una dimensione diversa, di un’incursione temporanea in un altro livello di esistenza, che non ha niente a che vedere con la vita reale. Beh, non mi sono subito sentita sollevata? Non ho visto subito l’intera situazione sotto una prospettiva differente? Non è stato come risvegliarsi da un sogno, bello, ma anche pericoloso? Direi di sì. È stato come vedere di colpo qualcosa che in realtá era già lì, davanti a me, ma io avessi per tutto il tempo guardato altrove.

Oggi ancora un po’ di tristezza la sento e me la concedo, ci mancherebbe, ma non lascio che prenda il sopravvento e mi affoghi, travolgendomi. Va a onde.  So che queste onde passeranno e attendo, sicura che tra pochi giorni l’EB sarà giusto un ricordo.

Vacanze di Natale

Ah eccomi finalmente a casa, saranno mesi che non torno, quanti saranno? cinque, sei…aspetta…era maggio, no, no, sono sette, sette mesi? santo cielo, mi sembrano sette anni, sarà tutto cambiato, mi sentirò fuori posto e d’altronde, cosa vuoi, ormai con la vita che faccio, internazionale, sempre in movimento…ma senti quante arie mi dò, ma chi mi credo di essere? vola basso e schiva i sassi Eireen, certo mi ricordavo che in Italia facesse più caldo, invece anche qui la siberia si fa sentire, mi chiudo la giacca o altrimenti finisce che mi becco qualcosa subito, ah  che bello ritrovare le cose di sempre, l’edicola, la via della chiesa, il parchetto, il negozio di ferramente, ecco la signora Vanna, è sempre uguale, mi saluta, chiede come sto, “salve, auguri, auguri, eh sì siam qua per il Natale, cosa vuole, un salto a casa lo si fa sempre volentieri, buongiorno anche a lei Maurizio, la vedo bene, sì rimango circa un paio di settimane, ci voleva proprio; grazie, buon Natale anche a voi, auguri!”,  ma adesso apro le valigie, disfo, sistemo, poi mi rilasso, dopo il volo ci vuole, il bambino bionico magari vede la cuginetta Cecilia, io una bella doccia e via, si parte col tour de force dei regali per tutti, certo che potevo comprarli a Monaco, avrebbe avuto più senso regalare qualcosa di preso all’estero, sì ma poi come infilo tutto in valigia? poi mi tocca pagare il sovrapprezzo al check in, magari anche no, mi ricordo un bel negozio di casalinghi, magari vado là che hanno tutto, tac, un giro solo e accontento tutti, oddio quasi mi scordo di Tiziana, che sicuramente un pensierino per me l’avrà comprato… e Angelo? non posso presentarmi alla cena di ritrovo di gruppo a mani vuote, per giunta il giorno del suo compleanno, adesso penso a qualcosa, oddio è tardi, devo correre a casa, domani magari continuo,  sí poi c’è il pranzo di Natale da preparare, bisogna dare una mano a fare i tortellini e poi chi va a prendere Emilia che arriva da Londra in aeroporto?  bisogna aiutare la mamma con sti tortellini, e poi si prende, che ne so, una torta, alla pasticceria Esse, le fanno buonissime, chissà se c’è ancora, ma sicuramente, dai, ci andava sempre a prendere le paste la Giorgia, che poi devo chiamarla, avevo promesso di vederla per un pranzo, ha detto che mi deve raccontare delle cose, ha tutti gli aggiornamenti dei gossip, adesso le mando un sms, ovvio poi vorrei rivedere la Daria, Carlo e la Stefy, senò non torno in Germania contenta, poi c’è la zia Lalla, le cugine Biba e Terry coi bimbi, non posso scordarmi di Patrizio, sono mesi che ci scriviamo che vogliamo andare al cinema sotto Natale, e la Fede, che sono 2 anni che´cerco di beccarla e non ci riesco? certo incastrare tutti non è semplice, ma se non li vedo poi torno a Monaco che mi dispiace, d’altronde lo dico spesso che la lontananza dagli amici è la parte più difficile dell’espatrio, eh certo tutto non si può avere, lo sapevo fin dall’inizio, ma guarda che bel vestito in quella vetrina, carino, tutto rosso, in tono con il Natale, ma io che cosa mi metto il giorno di Natale? non ho mica portato niente di decente, ho le solite cose, ma gli altri di sicuro saranno tutti in tiro, bisogna che faccia un salto da Obieffe, che mi prendo un straccetto, uno qualunque, ma con qualche lustrino, una paillete, un fiocco, a proposito di fiocchi devo anche comprare la carta da regali, ma prima di sabato, ma non giovedì perché devo andare dal dottore, ne approfitto che sono qua, sai mi conosce, invece a Monaco mi tocca andare da uno che manco sa chi sono poi spiegaglielo tu in tedesco quello che hai, magari gli dici che ti fa male lo stomaco e lui ti manda fuori con una pomata per le emorroidi, meglio evitare, aspetta che passo in farmacia a prendere quella crema che mi diceva l’Emilia, tra l’altro che cosa faccio io l’ultimo dell’anno, la cena africana tradizionale salta perchè il marito supersonico è in Africa, magari faccio un giro di telefonate e sento se c’è qualcosa di bello in giro, una cena, un festino, ma magari anche no, dove sta scritto che devo per forza uscire, io poi ste feste obbligatorie le ho sempre odiate, mi sa che sto a casa, chissà che non ci sia un bel film in TV oppure l’oroscopo di Paolo Fox per il 2012, oppure mi noleggio un DVD e taglio la testa al toro, toro si prospetta un 2012 ricco di sorprese, ma quasi quasi vado a letto alle dieci e chi s’è visto, s’è visto e dicano pure che sono vecchia dentro, si vede che è vero, aspe… suona il telefono, uddio mi ero scordata completamente della Giulia, avevo detto che la sentivo appena arrivata, va beh adesso non riesco, la richiamo dopo, certo che quasi tre settimane di vacanza sono una bella cosa, finisce che mi dimentico il tedesco, genau, ich habe wunderschöne Feiertage in Italien verbracht, alle Freunde wiedergesehen, meine Familie, das war so schöööön, mi esercito per quanto racconterò il Natale ai colleghi in ufficio, hi there it’s been a long time, how are you doing? Happy new Year!!!! My holidays have been great, although a bit stressful. How about yours? Really? Lovely!! cavoli che cosa mi succede, quasi mi manca Monaco, il mio ambiente, le mie abitudini, le persone, le atmosfere, certo ormai casa è quella, in Italia ci vengo in vacanza, tre volte l’anno, un tuffo nel passato, abbracci e baci a tutti e poi di nuovo a Monaco, a casa, sì l’8 gennaio posso dire che torno a casa. A casa.