Archivi categoria: usi e costumi

La celeberrima riservatezza tedesca tra mito e realtà

L’invito è arrivato tramite una conoscente del marito supersonico, una vicina di casa con cui prende regolarmente il bus il mattino. L’evento si sarebbe svolto un sabato pomeriggio, nella via dietro casa nostra. Abbiamo deciso quindi di accettare. “Perché no?” ci siamo detti. E così il pomeriggio dell’appuntamento abbiamo atteso che la ragazza ci venisse a prelevare e siamo andati. Fatti pochi metri a piedi, girando l’angolo, abbiamo visto le panchine e i tavoli con le tovaglie bavaresi (ossia a quadretti bianchi e azzurri) allestiti sulla strada; poi abbiamo notato bevande di ogni genere, dal caffè all’acqua, all’Apfelschorle, all’immancabile birra, lì a disposizione di tutti. Torte e dolcetti di vario genere facevano bella mostra di sé su un tavolo, mentre i barbecue attendevano soltanto l’orario giusto per essere accesi. Da parte nostra abbiamo contribuito al magna-magna generale con una bella ciambella all’italiana, che abbiamo appoggiato sul tavolo, quindi tagliato e condiviso con i presenti. In pratica abbiamo partecipato alla nostra prima festa del vicinato alla tedesca. Come siamo arrivati, le persone sedute al nostro stesso tavolo, gentilissime, si sono presentate. “Hallo! Grüß Gott, ich bin der Werner! Ich wohne hier gegenüber in dem grünen Haus!” (Ciao, salve, sono Werner, abito qui di fronte nella casa verde!“). Ciascuno dava il nome e la posizione geografica, tanto per aiutare l’altro ad orientarsi. “Ti ho già visto, mi sembra, ma non ricordo dove” ha detto un signore dall’aria sorniona al marito supersonico. Poi di colpo è giunta l’illuminazione: “Aaaah sì, ho capito. Mi capita di passare spesso davanti a casa tua e attraverso le finestre, ti vedo cucinare!” Eh già è proprio lui. Intanto il bambino bionico, con fare circospetto, osservava i numerosi bambini del circondario anche loro intervenuti alla festa: ce n’era di tutte le età, dai 2 agli 11 anni. “Certo, è carina questa festa, è stata una bella idea organizzarla!” ha detto uno. “Eh sì, perché in questa zona siamo in tanti, ma praticamente non ci conosciamo.”, gli ha fatto eco un altro. “Ci si saluta, ci si sorride, ma poi finisce lì, non c’è un vero rapporto ed è un peccato!” ha aggiunto una signora lì a fianco. Ma allora è vero, mi sono detta io, è proprio come mi sembrava: questi tedeschi fanno più fatica di noi a fare amicizia tra di loro. Non sono solo io che, a causa della mia leggendaria timidezza, ci metto anni per lasciarmi andare oltre a un “Ciao” con chi non conosco. Qua sono tutti come me! Ciò da una parte conferma il mito dei tedeschi riservati, chiusi, distanti. D’altra parte però, guardando la scena in cui eravamo immersi, facevo fatica a pensare a gente fredda e poco sociale. Vedevo sorrisi a bizzeffe, mani e sguardi che s’incontravano, birre bevute assieme, sentivo risate comunitarie, udivo persone che non si erano mai viste prima tra loro, parlare come se si conoscessero da anni. Tedeschi asociali e gelidi? A quanto sembra stasera, direi di no, dicevo tra me e me. Addirittura in più di una occasione sono stata avvicinata spontaneamente da persone gentilissime, che mi hanno fatto ogni sorta di domanda su di me, con curiosità e vero interesse. Non c’era niente di formale o vuoto nel loro approccio, ma solo desiderio di conoscermi meglio. “Da quanto vivete qui? E dove lavori tu? E il bimbo dove va all’asilo? Ah sei italiana? Ah io sono stata in vacanza in Italia quest’estate. Roma, Genova, che meraviglia! È quello sul monopattino il tuo bimbo, vero? Che carino!”. Io trasecolavo, impressionata da tanta cordialità (fino a questo punto si spingevano i miei pregiudizi sui tedeschi: fino a rimanere stupita dalla loro simpatia!). All’inizio della festa, lo ammetto, mi sentivo come il solito baccalà decorativo. Nelle  situazioni sociali nuove, come ormai avrete capito, mi sento solitamente poco sciolta e tendenzialmente non vedo l’ora di andare via. Eppure dopo qualche ora, durante questa festa, ho iniziato a rilassarmi. Ho cominciato, udite udite, a sentirmi a mio agio. Robe da matti. Verso sera, mentre le chiacchiere andavano avanti e nuove persone arrivavano a getto continuo, qualcuno ha portato la legna e un contenitore di metallo ed ha acceso il fuoco. Poi fuori i bastoni, fuori i marshmellows e via coi bimbi intorno alle fiamme a cuocerli! Il buio scendeva, il freddo aumentava, ma l’allegria intorno a noi, oltre al fuoco, ci hanno scaldati parecchio. Abbiamo scoperto di vivere in una zona piuttosto internazionale del quartiere: oltre ai tedeschi provenienti da ogni parte della Germania, abbiamo incontrato greci, ungheresi e non ricordo più bene quale altra nazionalità. La festa, col passare delle ore, si animava sempre di più, il via vai di gente è stato continuo e ad un certo punto c’è stato anche chi ha iniziato a cantare.

Verso le dieci di sera, “stanchi, ma felici”, ci siamo decisi a tornare a casa. Abbiamo salutato tutti con un sorriso e ricevuto indietro altrettanti sorrisi.  “Tschüüüß! Gute Nacht! Bis bald! Danke für die Einladung! Wiedersehen” (Ciao, buonanotte, grazie dell’invito, arrivederci). E forse da questa esperienza, ci siamo portati dietro la fine di una leggenda e il crollo di un mito inossidabile: quello dei teutonici gelidi e inavvicinabili!

Surfando allegramente sull’Isar

Qui a Monaco c’è un posticino piccino picciò vicino alla Haus der Kunst, nel quale il marito supersonico mi ha portata qualche settimana fa. È un angolino quasi invisibile di città: si rischia di passarci accanto e non vederlo affatto. Bisogna farsi largo tra la folla e le fronde, scendendo un declivio, per veder aprirsi davanti a sè, come su palcoscenico, la seguente scena:

“Ma siamo a Monaco oppure a Miami?”, mi sono chiesta la prima volta, vedendo questi ragazzi allineati belli belli, con tuta termica e surf, tutti ordinati uno accanto all’altro in paziente attesa. In pratica che cosa avviene? Beh esiste questo tratto del fiume Isar, il corso d’acqua principale della città, nel quale chi lo desidera, senza limiti a parte quelli della propria paura, può surfare liberamente e gratuitamente, più o meno come ci si trovasse alle Hawaii. Ok, non proprio così, ma insomma, circa. Il luogo é chiamato “Eisbach Welle” e, pare, vi sono costantemente surfisti appassionati che lo bazzicano: d’estate e d’inverno (sì, avete capito bene, anche d’inverno, con -15 gradi; come facciano, non lo so). In pratica questi si buttano con la tavola nel fiume, proprio lì dove si forma l’onda lunga e poi via che la cavalcano, con mille evoluzioni, piroette, salti, azzardi, scivolate. Lo spettacolo è elettrizzante, affascinante, ipnotico. Difficile staccare gli occhi dalla scena e venire via. Guardate:

Visto che roba? Confesso che io non ci riuscirei mai! Un po’ la paura di cozzare il capo contro qualche roccia, un po’ il freddo dell’acqua, un po’ gli spettatori tutt’attorno che fissano. No, grazie, non fa per me! Ma continuiamo con la carrellata.

E l’angolino del riposo:

La fila prima di ributtarsi

Che dite, ci buttiamo anche noi?

T’attacchi al tram!

Qualche sera fa, mi è capitata l’occasione di attaccarmi al tram. Letteralmente. Ma non perché mi si fosse rotta la macchina e io sia dovuta ricorrere ai mezzi pubblici per spostarmi. No, piuttosto sono stata invitata ad un tram party. “Cioè?” dirà il lettore incuriosito e desideroso di saperne di più. “Cioè che sono andata ad una festa su un tram, sopra al tram o meglio dentro al tram.” Risponderà la blogger divertita. “Ma che cosa ci facevi là? Non ci pare di avere letto da nessuna parte che tu, Eireen, sia un party animal o robe simili. Insomma, non sei fra le prime dieci frequentatrici della vita notturna bavarese.”. “E neanche tra le prime venti, se è per questo. In generale conduco infatti una tranquilla vita da donna di famiglia, ma qualche volta potrò pur uscire anche io a divertirmi, no? Altrimenti mi dimentico come si fa!”. Insomma, long story short, una mia collega in procinto di sposarsi e il suo futuro consorte hanno voluto festeggiare l’addio alla vita da single, raccogliendo tutti i più cari amici a bordo di un mezzo di trasporto monacense risalente agli anni ’50. “Affascinante! Chissà che atmosfera. Ma come si è svolta la cosa?”, continuerà il nostro lettore, perplesso e disorientato, “Come si fa a fare un party sopra a un tram? Tutti lì seduti a guardare fuori dal finestrino, col biglietto in mano pronto per l’obliterazione, ma con capellino a cono in testa e trombetta in bocca?”. Allora la blogger, magnanima, con un sorriso scioglierà tutti i dubbi, raccontando della festa nel dettaglio e chiarendo i particolari della vicenda.

In pratica questo pare essere l’ultimo grido delle feste qui nella capitale bavarese. Il festeggiato si mette d’accordo con l’azienda dei trasporti pubblici di München, noleggia un tram, invita gli amici e… via che si parte! Il mezzo viene decorato a festa, con palloncini e altre amenità; viene allestita una zona bar, per cui sta all’ospite e/o ai festeggiati provvedere bevande e cibo e infine viene organizzata anche la zona DJ, dove si può diffondere musica a tutto volume. Il giro è partito, nel nostro caso, da Max-Weber-Platz alle 20:00 scoccate, esattamente come da contratto: giuro, neanche un microsecondo di ritardo, robe proprio da tedeschi!. Noi invitati ci siamo trovati alla fermata e poi il glorioso automezzo al momento dovuto è giunto e ci ha caricati tutti. Lo ammetto, all’inizio mi sono sentita abbastanza cretina. Soprattutto perché per raggiungere la fermata designata, causa impossibilità a trovare parcheggio, sono dovuta andare in U-Bahn. E poiché mi ero messa abbastanza elegantina, con camicia di classe e scarpa vellutata tacco 10, beh in metropolitana sulle prime mi sentivo leggermente fuori posto. Perché si sa che, da noi, il binomio “mezzo pubblico-tiratura a lucido del passeggero”, non va molto di moda. Invece qua in Germania è normalissimo vestirsi eleganti per un evento e poi prendere la metro per raggiungere il luogo prescelto per la serata. Infatti quando quella sera ho visto frotte di supersgnoccole tedesche, anche loro in gran tiro, prendere la metro insieme a me, un poco mi sono rilassata. Per risentirmi subito cretina a bordo del tram. Voglio dire, uno si trova lì in piedi, in uno spazio vitale ridottissimo, schiacciato dagli altri passeggeri, con in mano un pacchetto di patatine che si è portato dietro per contribuire alla festa. Poi il tram parte, inizia a scivolare attraverso le via e le piazze della città, uno guarda fuori dal finestrino, fa due chiacchiere con gli altri, si mette in bocca qualche nocciolina per non sembrare del tutto idiota, ma poi? Allora ho pensato: vado verso il bar, così magari col bicchiere in mano ho l’aria più coinvolta e meno rigida e magari un goccino d’alcol mi scioglie un po’ e non sembrerò più una scopa nel ripostiglio. Il tram intanto viaggiava, con noi a bordo, con la musica che saliva e l’atmosfera che pian piano si scaldava, mentre la notte calava sulla Weltstadt mit Herz. E ovviamente con il trascorrere delle ore, per tutti quanti l’entusiasmo è salito, l’alcol è entrato in circolo(*), la parlantina si è sciolta, il piede si è mosso sempre di più ed alla fine, verso le 22.30 la festa ha raggiunto il suo picco massimo di riuscita. Tutti gli ospiti ballavano e si agitavano senza remore, né inibizioni, lanciandosi in passi di danza mai osati a bordo di un mezzo pubblico e scatenandosi come forse non avevano ancora fatto in vita loro. C’era poi chi faceva foto, chi filmava la scena , chi annunciava a squarciagola: “La mia prossima festa, anche io la faccio su un tram! Su le maniiiiiiii!”. Insomma, un successone. Alle 22:45, come da accordi, il tram ha chiuso il giro e ci ha mollati a Sendlinger Tor, dove ciascuno ha proseguito la propria notte godereccia facendo vela verso altri locali notturni (i più giovani) oppure ha raggiunto senza indugi la propria abitazione per crollare immediatamente addormentato (IO!). “Carino” dice il lettore alla fine del reportage “adesso provo a proporlo alla azienda municipalizzata della mia città e chissà, magari. Ma un dubbio. E se a uno scappa la pipì durante il viaggio? Con tutto quelle bibite, per tre ore, insomma come ci si organizza? “. “Oh mio ingenuo lettore” sorride ancora la blogger, scuotendo la testa “non ricordi forse che siamo in Germania? Credevi che questo particolare fosse sfuggito alla teutonica previdenza? Giammai! All’interno del giro turistico festaiolo sono previste, infatti, ben due fermate presso bagni pubblici. Non sia mai che l’azienda tramviaria di Monaco si ritrovi con la vescica di qualcuno sulla coscienza!”.

(*) Don’t try this at home! Bevete sempre con moderazione e non guidate dopo avere bevuto!

San Martino

Ich gehe mit meiner Laterne und meine Laterne mit mir. Dort oben leuchten die Sterne und unten leuchten wir!“ (Vado con la mia lanterna e la mia lanterna con me. Lassù brillano le stelle e quaggiù brilliamo noi!) . Erano giorni e giorni che il bambino bionico ci deliziava le orecchie in casa con la canzocina tradizionale che accompagna la festa di San Martino, cioè l’undici novembre. Festa qui in Germania molto sentita, assai più che in Italia, dove praticamente passa inosservata; perlomeno al nord, dalle mie parti. Quando ero piccola ricordo che mia madre ce ne parlava di questo San Martino, l’uomo che non aveva esitato a tagliare in due il proprio mantello con una spada per donarlo ad un povero in un fredda giornata autunnale. Allora ecco che Dio, per premiarlo, aveva fatto spuntare un raggio di sole e da qui l’origine dell’“Estate di San Martino” i primi giorni di Novembre, che sono di solito un poco più caldi degli altri.
Qui in Germania San Martino si festeggia per bene, con il Laternenumzug¸ la sfilata delle lanterne. All’asilo del bambino bionico le tate hanno chiesto di fornire un bastoncino con una lucina elettrica appesa – si trovano in tutte le cartolerie o supermercati a pochi euro – e poi i bimbi si sono costruiti con le loro manine d’oro la “Laterne” da appendere al bastone. Il b. b. era esaltatissimo all’idea della festa, della lanterna, della sfilata, dell’atmosfera che si era creata nell’aria, fino a voler dormire can la lanterna in camera, nei pressi del letto, per alcune notti. E quando è così, non puoi fare a meno di sentirti coinvolto anche tu.  Perciò alla fine ero emozionata anche io nell’attesa della festa all’asilo, che si è svolta il 9 novembre. Ci siamo trovati la sera nel giardino del Kindergarten, con il buio e la nebbia  a fare da contorno ideale per il corteo. Tutti i bimbi erano schierati in fila e i genitori con loro. Come al mio solito, mi sono esaltata alla sola idea di essere in mezzo a un gruppo di mamme, papà e pargoli di diverse provenienze e di sentire mille lingue tutte insieme, dall’ovvio tedesco, all’indispensabile inglese, all’onnipresente italiano, al immancabile francese, all’insolito ungherese: manco la Torre di Babele nel suo momento di massima gloria! E va beh, perdonatemi, ma io in mezzo  a questo tipo di situazioni ci sguazzo come un paperotto, come si suol dire.
Comunque il corteo si è snodato negli immediati dintorni dell’asilo, al freddo e al gelo appunto, accompagnato da canti tradizionali e infine coronato da un bicchiere di punch caldo per tutti: giusto per riportare il corpo ad una temperatura normale ed impedire così l’ibernazione generale.
Sarò infantile, sarò banale e forse anche retorica, ma mi sono davvero emozionata a passeggiare per mano col b.b. nell’oscuritá, in mezzo alle foglie cadute sul terreno, tra cento voci, con le lucine che ci accompagnavano. Mi sentivo io la bimba che canta le filastrocche, ride coi compagni e si diverte. Ich gehe mit meiner Laterneeee und meine Laterne mit miiiiiir. Dort oben leuchten die Sterneeeee und unten leuchten wiiiiiiiiir! Ein Lichtermeer zu Martinsehr. Rabimmel rabammel rabom bom bom!

P.S. al post. Proprio il giorno di San Martino mi è capitato di entrare nell'ufficio di una collega e vedere stelle filanti ovunque. Immaginate la mia sorpresa: cose del genere già in novembre! Beh la collega, tedesca, mi ha spiegato che qui in Germania il carnevale, cioè Fasching, comincia l'11 novembre. A Monaco il tutto non è molto sentito, ma ad esempio a Köln, prendono la  cosa molto "sul serio" e iniziano davvero i festeggiamenti con mesi di anticipo. Poi nei pressi della data fatidica, addirittura ci sono molti che si presentano in ufficio in costume da carnevale, un po' come qua in Baviera per l'Oktoberfest, dove la gente viene a lavorare in Dirndl o Lederhosen!. Roba da matti!

Oktoberfest

Per chi si trova a Monaco, evitare l’Oktoberfest è praticamente impossibile. Se ci vivi, non puoi non parteciparvi: non si parla d’altro, tutti ci vanno e alla fine, anche se sei molto anticonformista, un salto ce lo fai comunque. Se sei un turista, quasi certamente in questo periodo sei a Monaco per quello. Se sei nella capitale della Baviera per affari, sicuro che il cliente o il fornitore ti ci porteranno a fare un giro. L’Oktoberfest è il festival popolare più grande al mondo, con un afflusso annuale medio di sei milioni di visitatori; noi italiani abbiamo anche il “Week-end italiano” all’interno della manifestazione, dedicato a noi, perché ci presentiamo là in maniera decisamente massiccia.  Quest’anno la celebrazione della birra compie 201 anni. 201 anni fa, infatti, si sposavano proprio a Monaco il Principe Ludwig e la Principessa Teresa di Saxe-Hildburghausene e per l'occasione fu organizzata una grande festa. Da allora non si è mai smesso di festeggiare il loro anniversario di nozze, mentre la festa diventava sempre più grande e turusitica di anno in anno. L’estate scorsa, appena arrivata a Monaco, ho avuto la fortuna di assistere all’Umzug, la parata di apertura, insieme a dei tedeschi, che mi hanno raccontato tutto quanto ho scritto sopra. Quest’anno non ho voluto perdere l’occasione di far partecipi di questo evento imperdibile il marito supersonico e il bambino bionico. Anche questa volta ho trovato l’Umzug spettacolare, divertente, affascinante e assolutamente degno di essere visto. Se si va in metro, come noi, si possono notare decine e decine di persone vestite coi tradizionali costumi bavaresi, il Dirndl per le donne e i Lederhosen per gli uomini. Se ne vedono di tutti i tipi, coloratissimi e allegri; le signore, poi, si vede benissimo, curano l’intero look per ore prima di uscire, attente ad ogni dettaglio, dai capelli, al trucco, alla borsetta, alle scarpe e alla fine paiono tutte bellissime. Scesi dalla metro, ci siamo accodati alla folla immensa che si stava spostando per assistere all’Umzug. Ovviamente c’erano spiegamenti di polizia ovunque. Ci siamo ritagliati il nostro posticino in qualche modo e abbiamo atteso con ansia. Poi la sfilata è cominciata. Abbiamo visto i carri, uno per ciascuna marca di birra, che passavano con sopra barilotti decorati, fiori in abbondanza e decine di persone vestite tipiche che salutavano la folla. Abbiamo visto cortei di gente a piedi, i cavalli, le mucche (ne ho viste di enormi, mai viste così grosse in vita mia), abbiamo sentito la musica delle bande che accompagna il tutto, eravamo in mezzo al pubblico che applaudiva, urlava, rideva, salutava a sua volta e fotografava, con i bimbi in spalla ai papà e i neonatini addosso alle mamme. Il sole splendeva fortissimo: abbiamo avuto l’onore di avere un ultimo scampolo d’estate. Tutto era praticamente perfetto. Finita la sfilata ci siamo buttati, insiemea tutti gli altri, sul Theresienwiese, il luogo dove si svolge la festa vera e propria, con giostre di tutti tipi, baracchini che vendono dolciumi, bevande, cibo e poi le celeberrime tende sotto le quali, se si trova posto, ci si può sedere e bere fiumi di birra. Pensate che i lavori per l’allestimento dell’intero “baraccone” iniziano già a luglio, ben due mesi prima. Quindi vi lascio solo immaginare l’estensione in metri quadrati di tutto l’ambaradan e l’allegra confusione che regna sul Theresienwiese per circa due settimane all’anno.
Solitamente evito i luoghi troppo affollati e chiassosi, gli eventi a cui tutti vanno perché “ci vanno tutti” e non sono nemmeno una fan della birra, che praticamente non bevo, dato che non mi piace. Quindi in teoria dovrei provare repulsione per l’Oktoberfest, combinazione di tutti e tre gli elementi sopra descritti. Invece…invece…trovo che questa festa abbia in sé qualcosa di magico, di irresistibile, di unico, forse legato a Monaco, alla atmosfere bavaresi, alla Germania in generale. Non lo so, ma forse non è neppure necessario trovare una spiegazione: basta stare bene e divertirsi.oktoberfest 1Oktoberfest_umzugoktoberfest_wiese

Appuntamenti (mica tanto al buio)

Dopo un anno di vita vera vissuta da emigrante in Germania, ho capito una grande verità. Una di quelle che, solo essendo immersi in una cultura diversa dalla propria per lungo tempo, si può cogliere. Una verità che si tramuta poi in una regola di vita la quale, se applicata a dovere, permette di sentirsi a proprio agio in terra straniera, come un neonato avvolto in una calda coperta di lana: più si va a nord, più i rapporti perdono spontaneità e più è necessario prendere appuntamento per qualunque cosa.
Cercherò d’illustrare la sopracitata verità attraverso degli esempi pratici, più efficaci di complicate teorie sociologiche sugli usi e costumi delle diverse popolazioni del pianeta Terra.
Per spiegare, partirò dal sud e prenderò ad esempio l’Africa (più a sud di così è praticamente impossibile: diventerebbe di nuovo nord!). Il marito supersonico è africano, pertanto in anni di conoscenza e convivenza con lui, nonché di osservazione accurata  del suo gruppo di amici, ho potuto toccare con mano e vedere personalmente come gli africani, quando si tratta di fare qualcosa, ad esempio andare a trovare degli amici, lo facciano in maniera del tutto spontanea, naturale e non programmata. Mi viene voglia di vedere una persona? Mi prendo su, mi vesto e vado. Che lui/lei lo sappia o no, fa lo stesso: lo scoprirà nel momento esatto in cui suonerò il campanello. Se non trovo nessuno in casa, pazienza, ripasserò. Ma se l’amico c’è, sarà sicuramente felicissimo di vedermi, accogliermi in casa sua e magari offrirmi di cuore il classico tozzo di pane o, in questo caso, piatto di riso.
Poi ci siamo noi italiani, che scioccamente credevo essere già il massimo della programmazione sotto taluni aspetti. Rimanendo in tema di amici, per noi vale senz'altro la regola “Mai andare a casa di qualcuno senza prima avvertire, senza prendere un appuntamento.". Lo dice anche il Galateo: comportarsi così, sarebbe infatti indice di una cafoneria e una maleducazione indescrivibili. E poi, sempre parlando di appuntamenti, in generale è bene prenderne per, che ne so, andare dal medico di base, andare in banca nel caso si desideri una consulenza particolarmente approfondita e simili. Ma non è comunque una regola stretta: la maggior parte delle volte si entra da qualche parte spontaneamente e via, accada quel che deve accadere.
In Germania non è esattamente così. Per fare qualunque cosa occorre prendere un appuntamento (anche per vedere amici, va da sé, ci mancherebbe). Esempio: quando aprii il mio conto in banca qui, un anno fa, mi presentai tutta garrula alla filiale, convinta di poter fare il tutto lì per lì, esattamente come da noi. Nein. La sportellista mi diede un appuntamento – c’erano pochissimi a disposizione – e mi fece tornare per una consulenza vera e propria, estensiva ed accurata! Nel corso della quale mi spiegò che, se desideravo una carta di credito, potevo scaricare i moduli on line, compilarli e poi PRENDERE APPUNTAMENTO per consegnarglieli e sbrigare la pratica. Mah. Già lì ero abbastanza stordita e incredula.
Andare dal medico di base, ovvio, comporta prendere l’appuntamento, mentre da noi non tutti offrono questa possibilità. Qui ci si può andare anche senza, ma si aspetta di più perchè gli altri hanno tutti la precedenza. Va da sé che questo genera un po’ di frustrazione per chi, come noi, non è abituato a prendere appuntamenti per praticamente qualunque cosa. Eppure allo stesso tempo genera un sistema perfettamente organizzato ed efficiente  i cui benefici rispetto alla nostra “terra dei cachi”, spiace dirlo ancora una volta, sono evidenti. Unico svantaggio: a volte si arriva a dei veri e propri paradossi, veramente degni  di quei racconti del tipo “Mio cuggino una volta è andato in Germania e sai che cosa gli è successo?”. Ho telefonato di recente in uno studio di fisioterapia per prenotare una serie di sedute per il marito. Il fisioterapista mi ha chiesto esattamente di quanti e quali trattamenti avesse bisogno. Io gli ho risposto e poi ho domandato: “Quando possiamo fare?”. Lui: “Beh dica a suo marito di venire qua che fissiamo gli appuntamenti di persona”  e io: “Ah ok, glielo dico, grazie. Arrived…”. “No, aspetti che fissiamo un appuntamento. Che venga mercoledì all’una, così gli do gli appuntamenti”. Cioè, capiamoci: ho preso un appuntamento per fissare degli appuntamenti. L'appuntamento dell'appuntamento. Il massimo. O il minimo, a seconda dei punti di vista.

La saga del bidet

Ci siamo riusciti. Ce l’abbiamo fatta. È stata durissima, è stata un’impresa estenuante e a tratti logorante, ma alla fine ne siamo usciti vincitori. Abbiamo dovuto superare decine di ostacoli, cento prove di forza e d’intelligenza, mille test di pazienza e di coraggio, ma non abbiamo mai ceduto e, convinti della bontà dell’obiettivo da raggiungere, incrollabili nella certezza di procedere nella direzione giusta, abbiamo trionfato. Nemmeno quando tutto sembrava perduto e negli sguardi altrui leggevamo solo compassione e pietà, abbiamo voluto lasciar perdere. Abbiamo stretto i denti, siamo arrivati in fondo. Siamo riusciti ad installare un bidet in bagno.
Ebbene sí. Il bidet, questo sconosciuto (si veda
post). Il bidet, questo oggetto del mistero, questo totem, questo “maipiusenza”, questo simbolo culturale, la cosa che tutto il mondo c’invidia. Il bidet.
Tempo fa io e il marito supersonico abbiamo infatti stabilito che è sì giusto cercare d’integrarsi nel paese d’accoglienza, ma che è importante anche porre dei limiti, soprattutto se ne va dell’igiene personale. E quindi abbiamo deciso, alla faccia della cultura tedesca, che avremmo appunto installato un bidet in una casa esistente dagli anni ’50, ma dove non ve n’era mai stato uno. Primo passo: cercare di convincere zio Fritz, proprietario della casa in questione,  che non sarebbe stato necessario distruggere a picconate l’intero bagno allo scopo, ma sarebbe stato sufficiente togliere qualche mattonella e collegare qualche tubo. Grazie al cielo il marito supersonico ha fatto l’idraulico per anni in passato e questo ci ha risparmiato di dover aprire un mutuo per chiamare un professionista a casa, visti i costi di queste cose a Monaco.
Poi si è trattato di girare i negozi di sanitari alla ricerca del bidet dei sogni: bene, sappiate che qui si trovano soltanto bidet sospesi – uno di essi avrebbe comportato però molto più lavoro – e a prezzi esorbitanti. Abbiamo perciò rinunciato e, in occasione di un giro in Italia, ne abbiamo comprato uno a un prezzo ragionevole. Comodo, no? Il marito si è dunque messo al lavoro, sperando di finire il tutto nel giro di una mezza giornata. Mai valutazione fu più sbagliata. A un certo punto si è accorto che gli mancava un pezzo, detto "presa a staffa non rinforzate" (si veda immagine), senza il quale non avrebbe potuto procedere. Baldanzoso, si è recato in un grande magazzino con l’intento di acquistarne uno, pensando di stare fuori massimo mezz’ora. Ebbene sappiate che, dopo aver peregrinato con l’immagine del pezzo mancante in mano, per ore prima e giorni poi, a volte con me per tradurre, a volte persino da solo, ha scoperto che questo tipo di pezzo in Germania non si trova in nessun grande magazzino, nemmeno specifico per questo tipo di articoli, ma solo in alcuni negozi di sanitari, dove però ve lo vendono solo se siete un installatore – ovviamente certificato, non basta dichiararsi tale.  In pratica si tratta della mafia degli idraulici: "Hai bisogno di quel pezzo? Mi chiami a casa, io te lo compro, lo installo e ti chiedo 200 euro per il servizio.". Così il marito, per aggirare l’ostacolo, ha pensato bene di chiedere a un tizio incontrato da OBI e che dalla faccia sembrava proprio un installatore, di darci una mano. Il tipo si è mostrato disponibilissimo (mio marito riesce ad acchiappare la simpatia di chiunque – se glielo avessi chiesto io, il personaggio mi avrebbe guardato malissimo e se ne sarebbe andato sdegnato; diciamo che non ho esattamente lo stesso suo savoir-faire!), ha guardato l’immagine del pezzo e ha dichiarato che entro sera si sarebbe presentato a casa nostra per consegnarcelo. Siamo andati a casa carichissimi e nell’attesa di vederlo comparire col nostro tesoro, guardavamo fuori dalla finestra ogni 5 minuti. Ovviamente non si è mai presentato. Così il marito, imperterrito, ha chiesto a un amico italiano che vive qua e sarebbe andato in Italia a breve, di acquistare una presa a staffe per lui. Avuto il pezzo e credendo di essere ormai alla fine di questa ridicola saga, si è messo al lavoro. Inutile dire che, non so se per la legge di Murphy o altro, il pezzo si è rotto mentre lui lo maneggiava. Per fortuna il m.s. è sempre il m.s.: non si è perso d’animo e ha iniziato di nuovo il tour dei negozi di sanitari, stavolta praticamente appostandosi fuori da uno di questi per intercettare un idraulico che passava di lì, spiegargli la situazione  – veramente mirabolante, visto il poco tedesco che ancora conosce – e ottenere finalmente, trionfante, il pezzo. Roba da matti: io ero trasecolata per la sua intraprendenza e forza d’animo. Commossa, l’ho osservato finire il lavoro. Al momento il bidet è quasi  pronto, ormai la nostra vita sta per cambiare: aspettiamo solo che zio Fritz finisca di rimettere le mattonelle che sono state tolte e poi sappiamo che inizierà per noi una nuova fase dell’espatrio. A proposito, zio Fritz mi ha sorpresa perché, osservando il lavoro compiuto, non ha potuto fare a meno di chiedere, genuinamente stupito: “Ma ditemi, dai, a che cosa serve questo? Davvero”. Io ero talmente trasecolata da non riuscire a rispondere e così ci ha pensato lui stesso, per poi esclamare: “Non vi capisco, sinceramente. Io ho vissuto tutta la vita senza e sto benissimo. Mi faccio la doccia, che problema c’è?”. Inutili i miei tentativi di fargli notare differenze e vantaggi rispetto alla doccia. Non possiamo certo pretendere di convertire un tedesco a questa filosofia di vita, no?

 

img_75_06.IMG_9194

1 settembre 2011.
Tanto per concludere la saga e farvi sapere com'è andata a finire. Ci eravamo illusi di essere giunti alla meta, di esserci ormai lasciati alle spalle il tormento di un'esistenza senza bidet. Grave errore. Intanto siamo dovuti diventare cretini per convincere zio Fritz a rimettere a posto le mattonelle divelte. Dopo alcune settimane, in cui non dava segni di vita, gliel'ho gentilmente ricordato, solo per sentirmi rispondere: "Vedo quello che riesco a fare, ma sai, fuori c'è caldo, si sta bene, non ho voglia di chiudermi in bagno a lavorare. Pensavo di farlo in inverno!". Aaaaargh! Fino a novembre/dicembre senza bidet? Non sia mai. Ho fatto opera di persuasione e così il week-end successivo le mattonelle sono state riposizionate: due giorni di lavoro, con annesse difficoltà all'utilizzo dell'unico bagno che abbiamo in casa. Il marito si è poi apprestato a riallacciare il bidet e… tada! … gli attacchi erano stati messi troppo in basso e non andavano bene (non so i dettagli tecnici). Mannaggia. il marito ha dovuto rifare, rispostare, riposizionare, ri-insomma. L'ha fatto senza mai scoraggiarsi, come sempre. Ieri sera, trionfante, ha concluso l'opera, stavolta sul serio. Non ci potevo credere, eppure era proprio così. Certo, ormai mi aspetto di tutto: che le tubature cedano, che il rubinetto si scolli, che le mattonelle fossero incollate male e siano da rimettere su da un momento all'altro.
Mi chiedo se non ci fosse una brutta congiunzione astrale quando abbiamo preso la decisione. Che Plutone, signore dell'oscurità, fosse quadrato a qualche pianeta che domina le questioni di pulizia corporea  o integrazione in terre straniere? A questo punto non resta che incrociare le dita e sperare in bene per il futuro…

Schönes Wochenendeeeeeeee!

I tedeschi hanno una cultura del Wochenende (fine settimana), che noi neanche ci sogniamo. Al loro confronto, i nostri week-end, per quanto divertenti, impallidiscono e diventano noiosi e scialbi. Il venerdì, verso le 16:00 iniziano i messaggi in radio “Ecco che si scivola veloci verso il fine settimana. Woooooooooo!” e gli scambi di auguri tra colleghi prima di lasciare l’ufficio: “Schönes Wochenendeeeeeeeeee!”. Loro investono un sacco in questi due giorni e mezzo: si finisce di lavorare prima del solito e ci si organizza, affinchè il sabato e la domenica trascorrano pieni di attivitá divertenti. Da quando sono qui, infatti, se mi capita di passare un week-end semplicemente senza fare nulla di particolare, poi mi sento un po’ strana e quasi mi vergogno a dirlo, sapendo che gli altri, tendenzialmente hanno fatto cose mirabolanti. Si va dalla partecipazione a festival o fiere, alla visita di qualche luogo ameno, alla gita sul lago, al tour in bici o moto, alla pratica di attività sportive. Gettonatissimi in Baviera d’estate sono le camminate in montagna e d’inverno lo sci, viste le stupende montagne che si trovano qua intorno. In questa stagione, se si va per sentieri, si noteranno gruppi di tedeschi attrezzatissimi che passeggiano per i boschi. Sono quasi in divisa e sono fornitissimi degli accessori più adatti: i pantaloni da trekking multi-tasche e larghi per non impedire i movimenti, la camicia a quadretti assorbisudore, il cappello che protegge dal sole, ma non vola via dalla testa, le racchette (tipo quelle da sci) per camminare più equilibrati e sicuri, gli scarponcini impermeabili, proteggi-piede, ma anche morbidi, i calzettoni anti-vescica, la borraccia termica. Tutti gli acessori extra (ricambi, salviette umide, K-way, cerotti) poi, sono infilati nello zainetto alla perfezione, ogni cosa al suo posto. Non vedi nessuno con l’attrezzatura sbagliata o con vestiti presi a casaccio dall’armadio.  E poi adorano genuinamente camminare, sono dei gran camminatori. Mentre noi italiani abbiamo la fama, presso di loro, di essere i classici che non schiodano il culo dalla macchina. Non hanno torto. Noi siamo abituati ad andare in macchina ovunque, mentre i tedeschi non temono le distanze a piedi e anzi le affrontano con spirito.  A noi terrorizza l’idea di parcheggiare  a più di cinque minuti dalla nostra destinazione finale (“Uh aspetta che cerco parcheggio più vicino al negozio, senò tocca camminare 100 metri!” e poi ci mettiamo 10 minuti a trovare il posto per l’auto, invece dei 2 che avremmo impiegato a camminare!), mentre a loro, se percorrono 1 km a piedi, sembra di stare fermi.
Credo che dovrò adattarmi: infatti mi sono comprata gli scarponcini da montagna – mai posseduti prima –  in occasione di una gita sociale per sentieri con i colleghi; ora che ho speso i soldi, dovrò usarli per ammortizzare il costo. E comunque non posso esimermi dall'abbracciare gli usi locali, se voglio integrarmi davvero. Dopo cinque anni di blocco dall’attività sportiva (vedi, è nato il bambino bionico, non ho più tempo, sai com'è!) ormai non ho più scuse.

L’oroscopo speciale

 Ho una passione incontrollabile per Paolo Fox e i suoi oroscopi: d’altronde, ognuno ha le sue debolezze. In Italia mi piaceva da matti guardarlo la domenica a mezzogiorno in TV. Impazzivo per il modo in cui entra in scena e guarda la telecamera, e quindi lo spettatore, dritto negli occhi con l'aria sorniona. Mi esaltavo, quando sentivo la sua voce squillante e suadente pronunciare le tipiche frasi: “Cari Cancretti, anche questa settimana siete i favoriti delle stelle!” oppure “Non credete agli oroscopi, ma verificateli”. Mi affascinava quando descriveva il cielo e le influenze planetarie. Giove in Pesci, Nettuno in Acquario, Plutone in Capricorno. Mi ricordo che attendevo con ansia di sapere a quale posto della classifica dei segni fortunati mi sarei trovata. Speravo di essere tra i primi, ma poi mi accorgevo che, arrivato lui nella zona alta delle hit, agli ultimi minuti concessi dai tempi televisi, accelerava il passo e accorciava le spiegazioni. I racconti più dettagliati e approfonditi, li riservava ai segni dal dodicesimo al sesto e solo per poter avere più dettagli sul proprio destino, c’era da sperare di avere davanti a sé una brutta settimana.
Del resto, bisogna dirlo, noi italiani siamo un po’ fissati con gli oroscopi, lo zodiaco e tutto il relativo contorno. Nella top ten delle domande che facciamo ad una persona che incontriamo per la prima volta, nelle posizioni alte, insieme a “Come ti chiami?” o “Che cosa fai nella vita?”, c’è “Di che segno sei?”. Dopodiché, tipicamente ci improvvisiamo esperti, lanciandoci in analisi astrologiche da settimanale di quarta e illudendoci di avere capito tutto o quasi dell’altro. “Ah sei Pesci? Beh l’avevo visto subito, sai? Anche mia sorella è Pesci, quindi ormai vi conosco. Io sono Gemelli, siamo parecchio compatibili.". I più audaci, poi, si spingono fino a chiedere l’ascendente: “Ah però ascendente Ariete? Eh allora non lo so, sai. Potremmo avere dei contrasti sul piano finanziario, meglio evitare di parlare di soldi ahahahahahahahha”. Tremendo.
Ai tedeschi, mi pare di capire, dell’oroscopo non può fregare di meno. Intorno a me a Monaco non vedo tutto questo gran chiasso sui segni zodiacali. Forse per noi italiani il discorso è in parte legato alla tradizione popolare e alla “superstizione”, come nel caso del lotto.
In ogni caso, cito ad esempio un episodio. Qualche tempo fa, festeggiando in ufficio il compleanno di una collega tedesca, mi è capitato di dirle: “Sei nata il 18 febbraio? Allora sei Acquario!”. Risposta: “Sí”. Fine. Basta. Nessun aggancio all’argomento, nessun entusiasmo, nessun cenno d’intesa, nessuna controdomanda sul mio segno zodiacale. Che delusione. Per di più qui ancora non ho visto nessun Paul Fuchs in TV: mi sa che dovrò decidermi a prendere l’antenna satellitare.

 

Wie geht’s?

A volte cose che noi diamo totalmente per scontate e che ci sembrano ovvie o naturali, sono per altri fuori luogo, strane o inusuali. Un esempio eclatante è l’uso di chiedere “Come va?”, tipicissimo di noi italiani. Noi ci rivolgiamo in questo modo agli altri, come si suol dire, a ogni piè sospinto e praticamente lo facciamo con chiunque. Ad amici e  parenti è scontato che lo si chieda. Ma poi andiamo a prendere il giornale e apostrofiamo l’edicolante: “Salve, come va?”. Subito dopo incontriamo un fornitore in ufficio e immediatamente gli rivolgiamo un deciso: “Buongiorno, allora, come andiamo? Tutto bene?”. Manca poco che lo chiediamo al vigile che dirige il traffico all’incrocio. Eppure a volte, forse spesso – diciamocelo pure – di come sta il nostro interlocutore, non ce ne può fregare di meno. Chiedere “Come va?” è quasi un automatismo, un’abitudine, una frase detta per gentilezza, ma senza alcuna partecipazione. Noi: “Ah ciao Giulio, anche tu qui al meeting. Bene, bene. Allora, come va?”. E qui le possibilitá per Giulio sono due. Essere assolutamente falso, come la nostra domanda: “Benissimo, grazie, tutto a posto. Sono in forma smagliante!” oppure dire crudamente: “Beh, così, sai… ho i calcoli alla cistifellea, poi forse perdo il lavoro e ieri ho anche scoperto che mia moglie mi tradisce.” Ma inevitabilmente, implacabilmente, inesorabilmente, la risposta sarà: “Aaaah, che bello, fantastico, ottimo davvero. Benissimo!”. Perchè? Perchè non solo non ce ne importava di meno come Giulio sta, ma perchè non abbiamo neppure ascoltato la risposta e siamo subito passati oltre.
I tedeschi al riguardo, la vedono molto diversamente. Raramente, se non mai, ti chiedono “Wie geht’s?". Non gli interessa, ma non sono ipocriti come noi? Probabilmente. Non vogliono invadere l’altrui sfera privata? Può essere. Sono stronzi? Forse. Sta di fatto che, se abitate qui, sarà meglio per voi smetterla immediatamente di chiedere a destra e a sinistra “Come va?”, come facevo io i primi tempi. Vedevo un collega tedesco al mattino e subito mi lanciavo: “Hallo, guten Morgen. Wie geht’s?”; rivedevo per la terza volta il simpatico tizio che ci ha progettato la cucina e: “Guten Abend. Herr Z. Wie geht es Ihnen?”. Niente da fare: ottenevo solo risposte forzate e perplesse, sguardi truci e seccati, silenzi imbarazzanti e incattiviti. Era come se avessi detto qualcosa di completamente fuori luogo e inopportuno, manco avessi esclamato: „Sai, è un po’ che non vado di corpo”. 
Vi assicuro che persino i miei parenti mi osservano dubbiosi quando ci vediamo e io me ne esco con l’ormai famigerato “Wie geht’s?”.
I tedeschi non vogliono che gli si chieda “Wie geht's?”. I tedeschi, quando v’incontrate, non vogliono neppure sapere come te la passi tu e che cosa sta succedendo nella tua vita. Ad esempio, ho incontrato più volte un mio collega “germanico” davanti all’asilo dove vanno i nostri figli. Pochi minuti dopo, l’ho regolarmente visto anche in ufficio. Solo la prima volta ho osato accennare timidamente; “Ah allora quelli erano i tuoi figli eh! Ma come si chiamano?”. Dopodiché il mio entusiasmo si è spento completamente e non ho mai più riprovato ad aprire l’argomento; dal tono esitante con cui mi è arrivata la risposta, infatti, ho capito che queste cose, per loro, non si chiedono. Che la domanda era fuori luogo, punto e basta. E infatti mai una volta lui ha provato a dirmi: "Invece quello era il tuo bimbo? Ma quanti anni ha?" o simili.
Pertanto se volete davvero integrarvi in Germania, oltre a dire continuamente “Super!”, fate in modo di non chiedere mai, in nessuna circostanza: “Allora? Come va?”. E non fate ulteriori domande. Semplicemente, statevene zitti.