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La visita pre-scolastica di screening obbligatoria di Fantozzi

In Germania non è detto che i bambini debbano andare a scuola nell’anno in cui compiono sei anni. Ci possono essere diversi motivi per i quali il pargolo farà il suo ingresso un anno più tardi nel mondo della frequenza obbligatoria. Può succedere e qua non v’è nulla di strano al riguardo. Alcuni bambini vanno a scuola a sei anni, altri a sette e fine della storia. Tuttavia quando ho raccontato questo fatto ai parenti italici, la cosa ha suscitato un mezzo scandalo e molta molta perplessità. In Italia, infatti, i piccoli, raggiunta l’età di circa 72 mesi, devono andare a scuola. Che siano pronti o no. Qua è diverso, anche se a noi pare difficile da capire. E per essere sicuri sicuri sicuri che il bambinello adorato sia davvero pronto per il grande passo che cambierà la sua vita e quella dei suoi genitori, i tedeschi lo sottopongono anche un’approfonditissima visita medica obbligatoria. Sì, visita medica. Sì, obbligatoria. In pratica l’anno precedente l’ingresso a scuola del proprio bambino o bambina, si riceve a casa una lettera in cui viene fornita una spiegazione del perchè e percome di questa visita e si viene invitati a telefonare all’ufficio igiene per fissare l’appuntamento. Ma non si può telefonare a caso eh. No. “Tutti i bambini nati nel mese X dell’anno Y: telefonare per prendere l’appuntamento tra il 15 e il 30 marzo dell’anno prossimo.”. In pratica ti danno l’appuntamento per prendere l’appuntamento, cosa che tanto piace ai nostri organizzatissimi amici teutonici. Bene, allora il genitore solerte telefona e fissa l’appuntamento, che, va da sé, sarà in orari da ufficio (tanto la mamma non lavora no? E quindi che problema c’è?), quindi gli toccherà prendere un permesso, uno dei tanti che devi prendere di continuo per accompagnare il pargolo alle milioni di visite mediche a cui qua i bambini vengono di continuo sottoposti. Fin da quando nascono, infatti, i pupattoli dovranno andare incontro ad una serie di controlli medici obbligatori a cadenza regolare, le cosidette U Untersuchungen (dove U sta appunto per Untersuchung, cioè visita medica). C’è la U1, la U2, la U3 e via di seguito, manco fossero nomi di  linee di metropolitane. Il risultato di ciascuna visita viene quindi certificato e accompagnerà il bambino per sempre nel suo percorso di vita. Questo serve ovviamente a fare emergere eventuali problemi nello sviluppo e, nel caso, ad intervenire tempestivamente. Da noi in Italia l’intera vicenda è presa, a mio avviso, molto più sottogamba e infatti ho conosciuto nel Belpaese diversi bambini i cui problemi sono stati scoperti quando ahimè era troppo tardi per porvi rimedio, perché “nemmeno il pediatra se n’era accorto!”; e allora il piccolo si è dovuto tenere i suoi casini. Vabbeh. Torniamo a noi. Il giorno della visita medica pre-scolastica di screening obbligatoria di Fantozzi, ci si presenta all’ufficio igiene con il bimbo, il suo libretto delle vaccinazioni, che devono essere state fatte tutte – qua, mi pare di capire, c’è poco spazio per le proteste sociali degli anti-vaccinisti, ma potrei sbagliare – il suo libretto giallo con sopra tutti i risultati delle U Untersuchungen e soprattutto il risultato della U9 Untersuchung, quella immediatamente precedente l’ingresso a scuola, la più importante. Il bimbo viene quindi ribaltato come il classico calzino, in quanto viene pesato, misurato in altezza e circonferenza cranica, gli vengono fatte prove dell’udito e della vista, gli viene chiesto di contare fino a dieci, di disegnare, di riconoscere alcune immagini e poi viene sottoposto a vari altri test più o meno ameni. Alla fine, se non v’è stato nulla di particolare durante questo primo screening, si può andare via felici. Se invece c’è stato anche il minimo inghippo, bisogna fare un ulteriore passaggio e cioè andare da un medico vero e proprio (quella di prima era un’infermiera), sempre lì all’ufficio igiene. Per esempio, nel caso del bambino bionico, l’infermiera s’è accorta che con l’occhio destro il piccolo, pur portando gli occhiali, non riusciva a leggere le ultime due righe della tabella per la prova della vista. Allora la dottoressa ci ha consigliato di andare dall’oculista per un controllo (l’ultimo era stato sei mesi prima). Io ho pensato dentro di me: “Beh andremo a Natale dal nostro oculista in Italia, come sempre. Faccenda risolta”. Mi ero illusa troppo presto. La dottoressa mi ha consegnato un foglio, pregandomi di consegnarlo a mia volta allo specialista degli occhi, che lo dovrà compilare con i risultati della visita e poi timbrarlo e firmarlo. Poi io lo dovrò faxare compilato all’ufficio igiene. Ovviamente questo ha escluso subito la possibilità del medico in Italia. Echeppalle, lasciatemelo dire. La duemilionesima visita medica! Arrivata in ufficio quella mattina, ho fatto subito partire un sondaggio d’opinione tra i colleghi genitori: “Tu dove porti il tuo pupo dall’oculista? Da nessuna parte? A chi potrei chiedere allora? Hai mai sentito di uno in zona? Me lo consigli?”. E poi giù dell’ennesimo appuntamento da prendere, sempre in orario da ufficio (ma quando lo capiranno che non è vero che le mamme sono tutte a casa full-time a prendersi cura della prole?). Poi bisogna ricordarsi di faxare il risultato della visita pre-scolastica alla scuola del bimbo, così sanno che la visita è stata fatta. Poi c’è la copia per noi, da archiviare nel faldone “Documenti Germania bambino bionico”. Poi c’è la copia per il pediatra, quella per il farmacista, quella per la donna delle pulizie, quella per il vicino di casa, per la nonna, per l’edicolante che ci vende il Topolinen, per il panettiere (ok, tutte queste ultime sono degli scherzi). Se ne esce vivi? si domanda alla fine di tutto il genitore smarrito. Forse no.

Per fortuna che di visite pre-scolastiche, come di mamme, ce n’è una sola!

Paziente privello, paziente fortunello. O no?

In Germania il sistema sanitario funziona, detto molto in soldoni, che si può essere un paziente pubblico oppure un paziente privato. Immagino s’intuisca la differenza. I pazienti privati pagano di più, tramite una bella cifretta mensile e, quando si recano dal medico di base o dallo specialista, pagano la tariffa intera. Ovvero si vedono recapitare a casa una fattura che dovranno saldare entro, a seconda dei casi, una settimana, quindici giorni, un mese. Dopodichè girano tutto alla loro assicurazione privata, la stessa che si è intascata la cifra mensile di cui sopra e questa provvede a rimborsare. A seconda del tipo di prestazione ricevuta e del tipo di rimborso concordato, il paziente si ribecca indietro – dopo due o tre settimane e se l’assicurazione non tira fuori cavilli – tutta la somma spesa o gran parte di essa. Che detta così, a uno viene da pensare: “Che figata! Mi posso rivolgere a tutti gli specialisti che voglio, spendere quello che mi pare e poi vedermi rimborsato.”. Frena, frena, frena. Non è proprio così. Intanto bisogna vedere quanto hai speso e quanto di ciò che hai sborsato ti torna indietro. Insomma, un contributo da parte tua ci scappa quasi sempre. Poi ci sono i tetti annuali o biennali. Per le visite specialistiche puoi spendere, esempio a caso, massimo tremila euro l’anno; il resto, te lo paghi tu. “Eeeeeh, tremila euro!!! Ma sono un sacco di soldi. Prima che io spenda tremila euro bisogna che mi vengano 25 bronchiti, 7 gotte, 8 gomiti del tennista, 1 calvizie, 2 disturbi alimentari. Vai tra!”. E invece no. Qua casca il primo asino. Se uno non è abituato alle tariffe che i medici applicano ai pazienti privati qua, rischia un infarto (e allora giù di ospedalizzazione con costi annessi e connessi e salasso garantito). Per esempio, può succedere di fare due visite dal pneumologo e vedersi recapitata a casa una fatturina da 700 euro. No, non ho sbagliato a digitare, non volevo scrivere 70. Volevo proprio dire SETTECENTO. Dopo essere svenuti, si passa a controllare il dettaglio del documento, le voci di spesa. E qua viene il bello. Si passa dai termini più facili, tipo “Visita generale degli organi” a quelli più astrusi e incomprensibili persino se fossero in italiano, tipo “Schmackfitzujnderierung”. Che uno dice: “Ma quando m’ha fatto sta roba il medico? E soprattutto che cosa cavolo è?”. Poi, indagando, si scopre che magari era una robina che l’infermiera ti ha fatto e tu non te ne sei nemmeno accorto; magari mentre eri girato per starnutire, ZAC, la gentile signorina te l’ha messo in quel posto. Nel senso che ti ha infilato una supposta anti-dolorifica e poi te l’ha messa in fattura. La cosa più stupefacente di tutte però, è la “Beratung”, che si può tradurre con “consigli” o “raccomandazioni”. Esempio. Vai dal medico di base perché hai il naso chiuso. Quello ti dice: “Si copra bene, mi raccomando!”. Beratung: dieci euro. Giuro, non sto scherzando, è tutto vero. E poi i dottori t’invitano caldamente a telefonargli, se hai domande/o dubbi. “Es gibt keine dummen Fragen” (non esistono domande stupide) mi disse il mio medico di base la prima volta che mi visitò. “Chiami quando vuole, sono a disposizione!”. E te credo: mi fai pagare cinque euro ogni domanda! A sto punto ti posso chiamare anche per chiederti quanto costano le mele al chilo e fastidio non te ne dò di sicuro. Il punto è che il sistema sanitario tedesco, mi par di capire, si basa parecchio sui privati, che pagano e stra-pagano le vacanze in Thailandia dello specialista e compensano i soldi che i pazienti pubblici non sborsano. Questi ultimi hanno diritto, se non sbaglio, a visite ed esami in gran parte gratuiti. Ovvio che nel momento in cui il medico ha davanti a sè un privato, farà di tutto per ciucciargli più soldi possibile. E allora giù di sorrisi a trentadue denti, strette di mano calorossime, interessamenti profondi a te come persona, tappeti rossi srotolati da schiavi stesi ai tuoi piedi – che poi ti mettono in fattura alla voce “srotolamento di tappeto tramite meccanismo umano a mo’ di conforto psicologico”- , bigliettini di auguri di buon compleanno e buona guarigione (mi è capitato, vi assicuro). E poi giù di esami e farmaci assolutamente inutili, ma fatti passare per vitali e indispensabili.

“Dottore, ho un callo.”

“Da quanto?”

“Mah saranno due mesi, solo che le scarpe mi danno fastidio”.

“Ussignur, due mesi? Ah qua ci vuole un laser eh. Un laserino tira via tutto.”.

“Per un callo?”

“Sì, per un callo. Guardi che in men che non si dica si può trasformare in tumore. Conoscevo una donna che è morta così eh. Infermiera, fissi un appuntamento per la signora per tre sedute di laser.”.

“Tre sedute per togliere un callo?”

“Bisogna andare in profonditá, per evitare recidive.”

“Recidive di un callo?”

“Lo chiama ancora callo? Lo chiamarei piuttosto carcinoma all’ultimo stadio. Veda lei. Ah e già che ci siamo facciamo le analisi del sangue. Spesso i calli si accompagnano a carenze di globuli rossi. A proposito, le emorroidi come vanno? Pomatina? Nel frattempo per il callo mi prenda le compresse Callosin, una al giorno; la pomata Sanopied, quattro spalmate al dì; le pastiglie omeopatiche Camminoben, tre al mattino, e fasci bene tutto il piede con la fascia Fasciapied. Ecco la ricetta, può comprare tutto in farmacia qua sotto. ”

“Scusi, ma è proprio necessario dottore? Tutto questo rumore per un callo?”

“Insiste ancora a chiamarlo solo callo?”.

Allora il paziente deve imparare a difendersi, a dribblare gli attachi del medico, a ignorare coraggiosamente i tentativi di essere spaventato, a ricusare analisi continue, ulteriori visite, controlli, approfondimenti, accertamenti. Pur di non andare più dal medico allora, impari l’autoguarigione quantica tramite il pensiero positivo, che sta venendo tanto di moda. Oppure, la prossima volta che ti viene un callo, te lo tieni.

Herr Doktor!

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Sono arrivata a Monaco il 14 agosto. Il 18 avevo la bronchite. No, non sto scherzando: ho infatti una lieve tendenza alle infezioni dell’apparato respiratorio.

I primi giorni facevo finta di niente, mi comportavo da eroina e cercavo di resistere al malanno, sperando che passasse da solo. Trascorrevo la giornata tossendo ed emettendo strani rantoli di gola, fino a preoccupare la collega della stanza accanto, che dopo un po’ che udiva questi gracidii sospetti, mi è venuta a mettere una mano sulla spalla e a dire “It doesn’t sound that good, you know”.

Che uno dice: “Scusa, ma un salto dal dottore, proprio no?”. Embeh sembra semplice, ma vacci tu dal dottore, quando a) sei appena arrivato in una terra straniera e ti ricordi a malapena qualche parola della lingua locale, perché sono 10 anni che non la parli b) non hai la più vaga idea di come funzioni il sistema sanitario c) non sai dove caspita pescare un dottore decente o anche solo un dottore d) ancora non hai ricevuto dal tuo datore di lavoro la tessera di assicurazione sanitaria.

Alla fine è stato il mio capo a costringermi a rivolgermi a un medico quando, tra il serio e il faceto  – come si usa dire – mi ha detto: “Con tutta quella tosse, prima o poi ci infetterai!”. Allora mi sono rivolta allo zio Fritz e gli ho chiesto per caritá di indicarmi il nome di un medico di base che mi potesse dare una mano. E lui prontamente ha fatto. Così mi sono ritrovata dal personaggio più buffo che io abbia mai incontrato qui. Il dr. Manicaretto – pare infatti che il suo cognome qua in Baviera abbia questo significato – ha due baffoni a manubrio, un sorriso congelato sul viso, un sincero interesse per i suoi pazienti e la mania di dire “gel?” (pronuncia “ghel”=vero?) a chiusura di ciascuna frase che pronuncia.  “Sie sind die Frau Eireen, gel? Kommen Sie bitte rein, gel. Es ist kalt heute, gel?”. Comunque, per evitare di scrivere un trattato su di lui, vado al sodo: il dr. Manicaretto parla solo tedesco, con pesante inflessione bavarese. Non parliamo poi delle receptionist del suo studio, che ho dovuto affrontare, ovviamente terrorizzata, per accedere a lui. Non mi dilungo sugli equivoci sorti a causa del mio tedesco del cavolo di allora e della mia ignoranza su come gira il sistema sanitario in Germania. Vi dirò solo che sono uscita da quella prima visita sperando nel profondo del mio cuore di avere azzeccato a descrivere i sintomi e che le medicine che il doc mi aveva prescritto fossero quelle giuste. Perché dovete sapere che sono talmente cogliona, che pur di non dover spiegare in tedesco che erano diversi anni che soffrivo di bronchiti ricorrenti e che quindi forse non bastava un antibiotico, ma ci voleva la visita dal pneumologo, sono stata zitta e mi sono limitata a dire: “Ho molta tosse”.

Così ho deciso da sola che era necessario un pneuomologo e iniziato a ravanare su Internet per trovarmene uno. Criteri: che parlasse inglese e che avesse lo studio in una parte della cittá che conoscevo. Criteri impeccabili eh? Un genio sono. Solo dopo mi sono resa conto che la zona della città prescelta, il centro, era sì conosciuta, ma anche lontanissima da dove lavoro e quindi rendeva l’ufficio scomodo da raggiungere dopo la visita, facendomi perdere così ore preziose di permesso. Va bene. Poi altra lezione ricavata: meglio evitare medici che si spacciano per conoscitori dell’inglese e poi lo sanno così così. Altro esempio è la pediatra del bambino bionico, che non appena attacco a parlare nella lingua di Albione, s’impanica visibilmente e passa al tedesco senza pietà, nonostante sulla sua web page sia scritto a chiare lettere che visita volentieri i piccoli pazientini in inglese. Perchè evitare questi personaggi? Perchè è troppo importante, in questo campo, farsi capire e capire a nostra volta bene, senza equivoci. Si tratta pur sempre della nostra salute no? Inutile andare dal medico per un mal di fegato e ritrovarsi con la prescrizione di un ciclo di fisioterapia per la rotula; non ha senso. Allora mi sono decisa ad abbandonare le mie convinzioni integraliste, i.e. sono in Germania e ogni volta che posso mi devo sforzare di parlare tedesco, e mi sono votata alla scelta di medici che parlassero anche l’italiano. Anche perché credo sia fondamentale che essi riescano a leggere i referti di visite fatte nel Belpaese, senza che io debba diventare stronza per tradurre, rischiando ancora una volta di cadere in equivoci fatali, alla lettera. E poiché io vado più di frequente da medici vari che a qualunque altro tipo di evento, di qualunque natura, da aperitivi, a mostre, a cinema, a cene…

Così adesso, per ciasuna area di competenza della medicina, ho il mio specialista di fiducia, che per conoscenza della lingua assume varie gradazioni. C’é il medico puramente italiano che si è trasferito qui tanti anni fa e per giunta viene dalla mia stessa cittá natale, così si fanno due chiacchiere finto nostalgiche, ci si dá pacche sulla spalla e ci si sente subito amici; c’é quello tedeschissimo, ma con un italiano favoloso  e solo un leggerissimo accento tedesco, che ti fa rimanere a bocca aperta dalla venerazione; c’é quella russa che ha fatto un paio di semestri a Bologna quando studiava, dunque trent’anni fa, e quindi ti fa le frasi come può, ogni tanto c’infila un termine tedesco con pronuncia russa,  però si  fa capire e poi ispira fiducia, quindi ci si va. La gamma è varia ed interessante devo dire che più di una volta mi sono stupita in effetti di quanto sia diffusa la conoscenza della nostra lingua qui nella capitale bavarese. Voglio dire, uno è medico, studia come un pazzo, magari anche in inglese e si deve mettere pure a imparare l’Italiano? Ma chi glielo fa fare? E invece. Perciò se venite a Monaco e avete bisogno di una dritta in questo senso, chiedete pure senza timori. E voi invece? Siete expat e avete deciso di affidarvi ai medici del luogo oppure al contrario, come facevo io all’inizio, vi fate curare solo in terra natia perché non vi fidate di nessuno? O ancora andate dal dottore solo se accompagnati da qualcuno che traduca? O non ci andate addirittura perché state sempre benissimo? Ditemi. Anzi, ditemi 33.

Il cetriolo spagnolo

In Germania si è scatenata la fobia del cetriolo. Dopo l’influenza dei polli, delle mucche, dei maiali, delle galline e non so che altro, adesso siamo passati al mondo vegetale. Proibito mangiare verdure crude o si rischia di beccarsi questa forma potenziata di Escherichia Coli (EHEC) che può anche uccidere. E pare che i colpevoli siano i cetrioli spagnoli importati al nord della Germania. Un quotidiano di Monaco titola oggi in prima pagina “Donna di Monaco lotta per la propria vita nella clinica di Schwabing” (va bene, c’è questo caso, ma quanti sono quelli che hanno mangiato il cetriolo incriminato e stanno benissimo? Di questi non si parla eh? Statisticamente quante probabilità ci sono di baccaersi questo EHEC?); sotto al titolo si legge: “è il primo caso in città!” e “il virus si diffonde”. In terza pagina l’immagine devo dire decisamente ridicola, se non addirittura porno-erotica, di un cetriolone gigantesco con accanto la scritta “Gefährliche Gurken aus Spanien” (cetrioli pericolosi dalla Spagna, ma in tedesco fa più ridere, garantito). Gefährliche Gurken? Per favore. Manco stessimo parlando di un’invasione aliena! Concordo che sia necessario prendere qualche cautela, magari non buttarsi proprio nei supermercati del Nord a comprare qualche verdura iberica e mangiarla cruda e non lavata, ma è proprio necessario spargere il panico in questo modo? Come sempre, gli articoli di giornale sfoggiano toni allarmistici e da terza guerra mondiale, come se la catastrofe generale fosse imminente e mezza Monaco fosse morente in un letto d’ospedale. Diffondere informazione è una cosa; diffondere paura ben un’altra. Eppure ogni volta che si sparge una nuova malattia proveniente da lontano, sconosciuta, potenzialmente letale (ma in quale percentuale, poi?), si assiste alle stesse scene, alle stesse esagerazioni, alle stesse reazioni da parte dei media e della popolazione. Certo i giornali vendono di più se descrivono le notizie con un determinato taglio. E certo alle solite industrie farmaceutiche non dispiace che la gente spaventata corra in farmacia per accaparrarsi rimedi preventivi, antidoti, vaccini, unguenti e intrugli spacciati per salva-vita. Ancora il vaccino anti-cetriolo non è arrivato, ma stiamo a vedere…? Eppure quanta gente muore ogni giorno nel mondo per ben altre malattie, di cui magari neanche si parla; quanto vanno in paesi stranieri e tornano indietro con qualche virus strano e sono capaci pure di rimetterci le penne? Ma forse qua il punto sta nel fatto che il pericolo si cela dentro ad animali o verdure (il prossimo passo sospetto che saranno i sassi) che solitamente sono nostri compagni quotidiani: pensate ai simpatici polli o alle tenere mucche, trasformati improvvisamente anni fa in pericolosi killer. E la gente, pur sapendo che il pericolo si correva solo, che ne so, coi polli del Giappone nord-occidentale, solo se ancora vivi e infetti o mangiati crudi e solo se tu stesso eri già indebolito fisicamente, non si fidava più e non comprava più neanche mezza ala di pollo garantito italianissimo e di produzione industriale, quindi ultra-controllato. E già che c’erano, non compravano neppure il coniglio, va là. Non si sa mai che un pollo e un coniglio in Australia non abbiano fatto amicizia e si siano trasmessi il virus, che poi è arrivato qua tramite un turista che passava da Sydney. Come avrete capito, io non sono particolarmente preoccupata di queste malattie “di grido”, di questi contagi globalizzati, di questi virus stronzi e internazionalizzati. Prendo le mie precauzioni con calma e poi sto a vedere; sono piuttosto fatalista e credo che se nel mio destino da qualche parte ci sia scritta una malattia, allora me la beccherò a dispetto dei miei tentativi per evitarla. E se invece non c’è, non c’è e posso stare tranquilla. Avete presente la leggenda di Samarcanda?
Non so come la pensate voi, come vivete rispetto all’idea di ammalarvi, se vi fate influenzare dai media e dalla paura diffusa di queste malattie globalizzate, se siete ipocondriaci e credete di avere tutto e quindi il cetriolo ucciderà anche voi oppure se siete tra i fortunati che non si ammalano mai e quindi chissenefrega dell'influenza dei polli e della mucca pazza? Come reagite davanti a minacce sconosciute e davanti all'idea di qualcosa di incontrollabile che può farvi male? Raccontate, condividete, ditemi…

Malattia

Gli italiani, oltre ad essere ferocemente a volte autodistruttivamente, stakanovisti, sono spesso incapaci di starsene a casa in malattia quand‘è il momento. Per prendersi i giorni di malattia e non andare in ufficio, infatti, un italiano dev’essere a un passo dalla morte. Poniamo che abbia un raffreddore tale, per cui ha dormito due ore in tutta la notte per via del naso chiuso ed è dovuto rimanere attaccato alla Rinazina tipo tubo respiratorio. Il giorno dopo ha mal di testa, è debole, stanco e ha un bisogno vitale di riposo. Che cosa fa? Si misura la febbre. Non ce n’è traccia? Allora va a lavorare. Gli italiani hanno infatti questa convinzione incrollabile: se non c’è febbre, vuol dire che non si sta male davvero. Non importa quanto malandati e incapaci di concentrarsi e di rendere si è: si va in ufficio. Punto. Negli anni, ho visto colleghi trascinarsi esausti alla scrivania con gli occhi lucidi, la tosse asinina, dolori ovunque e la forma fisica di un 98enne. Ma rimanere a casa in malattia, se non c’è la febbre, no. Però in verità ho potuto osservare che anche in presenza di febbre o ad esempio in seguito ad incidenti seri, spesso, l’italiano non si arrende e, eroicamente, stoicamente, implacabilmente, va a lavorare. Il nostro eroe ha trascorso un week-end sulla neve e si è rotto una gamba? Inforca gesso e stampella e alle 9 è alla scrivania. Ha avuto tutta la domenica un dolore acutissimo e mozzafiato alla pancia, con sospetto di perforazione dello stomaco? Andrà comunque in ditta, se necessario in barella. Dopodichè, non pago dello sforzo effettuato, ne fará pubblicità con chiunque: colleghi alla macchinetta del caffé, capo proprio, capo altrui, receptionist, donne delle pulizie. Il tono finto-mesto camuffa un orgoglio mal represso: “Sai avevo un’ulcera pazzesca, la congiuntivite e il torcicollo fulminante, ma mi è toccata venire a lavorare. Sai, con la chiusura d’anno, il budget, la deadline, il meeting, il briefing, il report. Ehh cosa tocca fare…” e si allontana sospirando, convinto di avere fatto colpo su tutti con la sua dedizione e l’attaccamento all’azienda, travestiti goffamente da afflizione ed autocommiserazione. (Che poi è la stessa mentalitá per la quale l’italiano medio accumula i giorni di ferie all’infinito, tanto da non riuscire a smaltirli mai e poi lo proclama orgogliosamente a tutti, come se sventolasse un trofeo).
Va da sè che qua in Germania la mentalità rispetto alla malattia è completamente diversa.  L’idea di fondo é: “Se non sto bene, sto a casa.” Saggi, equilibrati e misurati, i tedeschi fanno 2+2. Sto male e quindi rimango a letto. Mi riposo e mi riprendo. Non tento di andare in ufficio comunque, perchè primo non sarei in grado di combinare nulla, secondo potrei prolungare i tempi della malattia e terzo potrei contaminare qualcuno nel caso avessi un virus o comunque qualcosa di trasmittibile. Devo dire la verità: questa terza motivazione, pur legittima al massimo, non mi convince fino in fondo. A meno che se non si tratti di Ebola, infatti, il contagio non è nè garantito, né immediato. Eppure loro, se ti presenti in ufficio anche appena un po' malato, ti trattano come un’appestato, guardandoti malissimo, come se tu fossi un untore di manzoniana memoria (questa, sarò onesta, è un'esperienza che non ho ancora fatto, ma che mi è stata riferita da colleghi).  Loro non vogliono i tuoi virus, loro vogliono che tu ti smaltisca malattia e convalescenza a casa tua, senza coinvolgerli. La differenza  tra i due approcci sopra descritti é probabilmente relativa alla suddivisione del mondo occidentale in latino vs. anglosassone/germanico, perché colleghi spagnoli e portoghesi mi hanno confermato che anche da loro, ci si comporta come in Italia. Ci sto riflettendo da un po', ma ancora non ho ben focalizzato il perchè. Si accettano proposte e idee al riguardo da expatriates di tutto il mondo!

Antibiotico sì, antibiotico no

L’Italia è il paese degli antibiotici. I nostri medici hanno la mania di propinarceli a ogni cavolata, ogni minimo malessere o disturbo che ci viene. Certo ci sono i medici più restii, quelli più prudenti e anche quelli che prima di prescriverti un antibiotico, ti vogliono vedere agonizzante nel loro studio. Ma in generale, vi assicuro, noi italiani, e in generale i popoli del sud, abbiamo la cultura dell’antibiotico. Antibiotico come panacea, antibiotico la sera come aperitivo, antibiotico in insalata. Mi ricordo il primo pediatra del bambino bionico in Italia: quasi sempre lo visitava per telefono  – ve lo assicuro! – e più spesso che no, gli sbolognava un bell’antibiotico, a prescindere dal fatto che il b.b. avesse veramente un’infezione batterica o un virus (caso in cui l’ab. non serve a un fico secco). Depennato senza pietà il primo, abbiamo trovato un secondo pediatra che visitava davvero il pupo ed era più cauto con la prescrizione di farmaci. Qua in Germania la situazione è quasi opposta, ma indubbiamente migliore. Uno dei medici che mi ha visitata di recente, mi ha spiegato che più a nord si va, più la gente e i medici tendono a rifiutare l’ab. Se vai in Tunisia, se lo prendono anche per un'unghia incarnita; se vai in Finlandia, aspettano di avere la febbre a 40,5° per almeno una settimana, prima di valutare l’eventualità di assumerne; così, nelle generazioni, si crea meno resistenza che da noi e non é necessario inventarsi ab. sempre più forti e quindi alla fine dannosi, per sconfiggere i batteri.
L’ultima volta che il b.b. è stato malato, al terzo giorno di febbre alta ho contattato la pediatra, affinchè lo visitasse. Il mattino dopo gliel’ho portato in studio e lei gli ha fatto nell’ordine e seduta stante: esame del sangue, esame delle urine (col pupo febbricitante che non capiva perchè dovesse fare la pipì in un bicchiere di plastica e aveva già aperto il rubinetto dell’acqua, pensando di dovere bere un po’ per rinfrescarsi) ed analisi di un campione preso dalla gola. Venti minuti netti ed i risultati erano pronti. A parte che in Italia per fare la stessa cosa, ci sarebbero volute due settimane tra richieste, prenotazioni, analisi, ritiro referti, pagamento ticket e nel frattempo il bimbo sarebbe o guarito o morto, a seconda dei casi. Comunque vista l’impossibilità di fare tutto ciò in tempi ridotti, in patria, nel dubbio, gli avrebbero appioppato il famoso ab. Qui, constatato che si poteva trattare di un virus o di un battere (i risultati delle analisi erano “borderline”), mi hanno semplicemente consigliato di aspettare e dare l’ab. solo se la febbre avesse persistito ancora per due giorni. Inutile aggiungere che, come sempre, ero soddisfattissima di tutto il servizio, della velocitá, dell’efficienza, dell’organizzazione, dell'accuratezza. C’è poco da fare: a livello di sanità, la Germania ci batte alla grande. I tedeschi saranno freddi, si vestiranno male e non sapranno che cosa vuol dire mangiare bene, ma almeno ti curano alla perfezione. Ora il dubbio è: meglio eleganti, ma vittime della mutua oppure sanissimi, ma con Birkenstock e calzino ai piedi? A ciascuno la sua risposta.

Sistemi sanitari a confronto

Quando sono arrivata in Germania, non avevo le idee molto chiare su come funzionasse il sistema sanitario tedesco. Mi avevano raccontato che ci sono diversi tipi di Krankenkassen (quella che da noi in Italia puo’ essere la mutua) e che bisogna pagare dei contributi e, a seconda di quanto si e’ pagato, si riceve un certo tipo di servizio. Il mio caso pero’ e’ diverso perche’ sono assicurata privatamente, cioe’ non ho niente a che vedere con la Krankenkasse, ma pago, attraverso il mio datore di lavoro, un’assicurazione che rimborsa in parte o completamente, le spese mediche mie, di mio marito e di nostro figlio. Un premuroso collega mi aveva messa in guardia rispetto a questo sistema: se sei un privato, i medici tendono ad appiopparti piu’ medicine ed esami di quanto sia necessario, “tanto paga l’assicurazione”. Puo’ darsi che sia vero  e credo che in effetti lo sia, anche a sentire i racconti dei miei colleghi. Pero’ essere assicurati privatamente da’ indubbi vantaggi, oltre a quello del rimborso delle spese. Ad esempio, quando sono andata la prima volta dal medico di base a Monaco per una bronchite, il dottore, nonostante non volesse piu’ prendere pazienti, per me, guarda caso, ha fatto un’eccezione. Un’altra cosa che ho notato del sistema sanitario qui: tutti gli esami necessari ti vengono fatti seduta stante e si ha il risultato immediatamente. Qualche giorno prima di partire per la Germania ero andata dal pneumologo, il quale mi aveva consigliato una serie di esami, che io avrei dovuto prenotare tramite la mutua e poi effettuare uno alla volta, coi tempi lunghissimi che tutti conosciamo. Arrivata a Monaco ho cercato un pneumologo,ci sono andata e lui, seduta stante, mi ha fatto tutti gli esami necessari, facendomi la diagnosi dopo mezz’ora. Volete mettere col dover fare mille giri, dover produrre cento certificati, fare la fila, passare a ritirare i referti, portarli al medico etc…etc… Certo pero' che la nostra sanita’, bisogna dirlo, a  volte e’ bistratta a torto. Una mia carissima amica in Italia, ad esempio, dopo il parto ha avuto una seria depressione. Ma le e’ bastato presentarsi al medico di base per essere indirizzata al Centro Salute Mentale  che l’ha presa in carico gratuitamente, per un anno e mezzo, monitorandola strettamente tramite l’assistenza di una psichiatra e una psicologa. Mica male e alla faccia della malasanita’! D’altronde anche della sanita’ pubblica tedesca non ci si puo’ lamentare. Una mia collega mi ha raccontato che suo padre, di recente, si e’ rotto una gamba. A parte il fulmineo e professionalissimo intervento dei sanitari sul luogo dell’incidente, la collega mi ha detto che il genitore, anche in questo caso e’ stato preso in carico nel migliore dei modi, tra operazioni effettuate, degenza in ospedale, la ginnastica e la riabilitazione con trattamento quotidiano in clinica e ritiro e riporto direttamente ogni giorno sulla porta di casa. Tutto quasi gratis. Anche in questo caso, bisogna dirlo, mica male!