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Metti una sera a cena

Interno sera. Casa di Eireen e Marito Supersonico. In cucina spicca una tavola apparecchiata a dovere per cinque e sui fornelli troneggiano pentole che bollono. L’atmosfera è di attesa e un po’ di tensione. Ore 19:00 suona il campanello: i vicini di casa, Moglie Tedesca e Marito Tedesco, sono arrivati. Dopo i convenevoli e qualche imbarazzo iniziale, la conversazione si avvia, l’atmosfera si scalda e la serata si svolge allegramente.

MS – certo la lingua tedesca è difficile eh. La struttura della frase è rigida, non si possono scambiare le parole all’interno di una frase, non c’è libertà, non c’è flessibilità, non c’è convenienza, non c’è il 2×3, non c’è l’ampio parcheggio all’ingresso!

MoT – Sì, certo è così, abbiamo una lingua molto strutturata, organizzata, disciplinata. Come tutte le cose in Germania!

MaT  – È verissimo! Qua ogni più piccola cosa è rigidamente controllata, regolamentata.

E – Sì, ho notato anche io che ci sono regole per qualunque circostanza; persino su come si parcheggia l’auto in strada, che si può collocare solo nella direzione del traffico, ad esempio, per evitare di dover fare manovre pericolose quando la si vuole spostare

MaT – (con aria critica) Assolutamente. Tutto è previsto, tutto è inquadrato in qualche legge, in qualche paragrafo o sottoparagrafo che ti dice come bisogna fare dalla A alla Z, senza eccezioni.

MoT – E c’è solo un modo di fare ciascuna cosa. Uno. Punto. Si fa così, non ci sono discussioni. Eccezioni? Poche e sparute.

E – (tra sé e sé) Ma guarda, credevo che i tedeschi manco si rendessero conto di quanto sono strutturati e organizzati in tutti gli aspetti della loro vita, fino a regolamentare come si va al cesso; pensavo che ci fossero talmente dentro, da non farci neanche caso. E invece guarda un po’, criticano questo loro stesso modo di vivere.

MaT – Per esempio, a me piace pescare. E sapete che cosa devo fare per poter pescare qua in Germania? Oltre a pagare un sacco di soldi, devo fare un esame. Un esame dove dimostro che so pescare, ammazzare il pesce, trattarlo.

E – (ironica) Addirittura? E quindi immagino tu debba fare un corso, altrimenti come fai a sostenere l’esame? L’arte dello scuoiare il pesce o una roba simile.

MoT – Ovvio, c’è il corso, dove impari a pescare proprio come descritto dalla legge 132 paragrafo 76, sottoparagrafo A, righe 5-23; poi c’è l’esame, poi ottenuto il mio patentino bello bello, posso finalmente pescare. Ma non dove dico io eh. Ah no. Dove dicono loro: a te pescatore nr. 34B toccano i laghi D, F, Z del circondariato lacustre nr. 18.

E – Guarda che cosa tocca fare per due trote!

MoT- Ecco, appunto. Pensare che di recente sono andato in Norvegia, ho detto che volevo pescare, ho pagato 5 euro e ho potuto pescare per una settimana liberamente e dove volevo. I norvegesi, quelli sì che sanno vivere!

E (riflette) E io che credevo che solo noi italiani fossimo usi a criticarci e pensare sempre che più a nord hanno capito tutto meglio di noi.

La cena continua, viene servito il pesce, il vino scorre, le chiacchiere proseguono.

E – Allora, Moglie Tedesca, come prosegue la gravidanza? Quando arriva il bimbo? Racconta.

MoT – Ah tutto bene, una meraviglia. Sono proprio contenta; peccato che avere una figlio qua a Monaco, o più in generale in Germania, sia diventato così difficile, un percorso ad ostacoli.

E- (soffocata dalla stupore) ma non è da noi in Italia che è impossibile fare figli, che non ci sono politiche di sostegno alla famiglia, che non ci si può permettere il lusso di diventare genitori e bla bla bla?

MS – (con aria curiosa e interessata) Non capisco, che cosa intendi? Non è forse la Germania il paradiso delle famiglie, con facilitazioni, sgravi fiscali, maternità lunghissime, gente felice che fa figli a gogò e li porta al parco serena, uno nella fascia portabebè, uno nella carrozzina, uno per mano?

MoT – Mica tanto. Facci caso: qua nessuna coppia si azzarda ad avere figli prima di compiere 35-40 anni. Io, che ho 26 anni, sono un’eccezione. Al corso pre-parto ero la più giovane e mi guardavano con curiosità; c’era una di 41 anni al suo primo figlio! Poi soprattutto qui a Monaco è un delirio, col costo della vita, gli affitti, pochi asili a disposizione.

MaT – prendiamo il caso, che ne so, di una madre single che fa la parrucchiera. Che cosa guadagnerà? 2000 euro al mese lordi. 1300 circa netti. Credete che riesca a mantenere se stessa e il bimbo con quella cifra a Monaco? Ahahahaha. Tra appartamento, asilo per il pupo, spesa, bollette… Fa prima a emigrare altrove.

E – Già, in effetti. Difatti ho sentito dire che Monaco è la città dei single. Per forza: se hai famiglia qua, non ce la fai a tirare avanti, salvo che tu non abbia un mega-stipendio.

MS – A proposito, in media che cosa guadagna al mese un impiegato a Monaco, tanto per cercare di capire?

MaT – Impossibile dirlo. Ci sono troppe varianti in gioco: dipende moltissimo dal tipo di lavoro. Però vi posso dire una cosa: quello che guadagnavo a Dresda come ingegnere, qui a Monaco lo guadagna il meccanico di un’autofficina.

MoT – Perché siamo a Monaco. E la vita costa.

MS – Allora conviene andare ad abitare il più fuori possibile!

MaT- certo fuori, ma attenzione a non andare troppo fuori. Monaco è una città internazionale, aperta, tollerante. Ma provate a spostarvi in città più piccole in Baviera e vedrete come cambia la musica. O andate in certi piccoli villaggi bavaresi, provate ad integrarvi e poi ne parliamo.

E- Cioè? Del tipo che se sei un uomo e non giri coi Lederhosen e i baffoni non ti considerano?

MoT – Beh non proprio, ma quasi. Per esempio, se non sei cattolico, non vai a messa tutte le domeniche, non fai il volontario nei Vigili del Fuoco locali, beh, non aspettarti troppa accoglienza. Alcuni sono capaci, se non sei come loro e ti siedi allo stesso tavolo, di alzarsi ed andarsene. Letteralmente. Ti escludono, ti emarginano, ti ritrovi isolato. E dopo un po’ sei tu che te ne vai; volontariamente. Per così dire.

E – Ammazza, sono tosti ‘sti bavaresi. Fiuuuuu, allora per fortuna che siamo atterrati a Monaco, dove il 60% dei bambini ha almeno un genitore che non è tedesco!

MoT – Certo, qua si vive bene, la città offre decine di occasioni di lavoro, soprattutto per ingegneri o tecnici. Vuoi un lavoro?  A Monaco lo trovi! In fretta e bene. Io, per esempio, lavoro in un ufficio dove offro servizi alle persone che lavorano negli uffici del palazzo dove mi trovo. È interessante, unico problema è che ogni tanto mi annoio. Abbiamo pochi clienti, anche se sono tutti soddisfatti.

MaT – Ecco, questo è un altro tipico problema tedesco. Il problema del marketing. Il tedesco medio chiede un servizio, il servizio funziona, lui è contento, se ne va. Fine della storia. Difficilmente andrà in giro a dire: “Uh ho usufruito di questo servizio, è eccellente, è una figata, andate tutti lá!”. No, lui darà per scontato che doveva funzionare bene, ha funzionato, quindi tutto nella norma.

MoT – Qui in Germania funziona tutto, quindi perché fare pubblicità a un posto in cui funziona tutto? È solo ovvio.

MaT – I tedeschi si svegliano solo quando c’è da lamentarsi. Allora lì sì che aprono la bocca e parlano. Eccome se parlano: si lagnano, criticano, si fanno sentire. Ma se tutto è ok, allora zitti, bocca cucita e non dicono beo neanche se li prendi a selciate.

MS – In questo modo però un buon servizio non può diffondersi: nessuno ne parla e quindi la clientela non aumenta.

MoT- Difatti qui in Germania da quel punto di vista è dura, bisogna lavorare sodo. Non puoi sperare che la voce si diffonda da sola e che la clientela aumenti di conseguenza.

E – Beh in Italia è il contrario: poiché niente funziona, se qualcosa va bene, allora partono le lodi sperticate, i commenti positivi con gli amici, il passaparola… Un altro mondo.

La serata continua ancora, il confronto culturale anche e alla fine si scopre quanto si possa imparare su un paese da una semplice cena tra amici: quasi più che in anni e anni di corsi di cultura all’università…

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Superquizzone per lettori perspicaci

Immaginate per un attimo di abitare all’estero, magari in Germania, come me. E un giorno di trovarvi su un aereo diretto a Nonsisabenedove, bendati e improvvisamente incapaci di distinguere in quale lingua parli la gente intorno a voi. Per qualche motivo misterioso, comprendete ciò che i vostri interlocutori vi dicono, ma non siete in grado di determinare in quale idioma si stanno esprimendo. Siete smarriti e disorientati e non sapete neppure quanto durerà il viaggio. Tuttavia, dopo poco – ma non sapete dire se ore o minuti – atterrate in un aeroporto misterioso, sempre bendati, e vi viene comunicato che rimarrete cosÌ per tutta la durata del soggiorno, a meno che non riusciate ad indovinare dove vi troviate. Ovviamente non potete chiederlo direttamente a nessuno o sarebbe troppo facile. Come uscite dall’aereo, il clima torrido e l’afa che v’investono, vi fanno immediatamente escludere dall’elenco di luoghi papabili le zone nordiche del pianeta. Proseguite quindi la vostra esplorazione, vi addentrate all’interno nel paese di destinazione e iniziate a raccogliere indizi, nella speranza di indovinare quanto prima dove siete finiti e quindi potervi finalmente togliere la fastidiosa benda dagli occhi.

Nei giorni seguenti notate le seguenti cose o vi capitano gli episodi descritti sotto:

1 – gli automobilisti intorno a voi guidano in una maniera molto più spericolata e incauta di quanto non siate abituati dal vostro paese di residenza. Spesso vi ritrovate con una macchina che viaggia a velocità assai superiore al limite consentito e che vi tallona per chilometri, a pochi centimetri di distanza dal retro della vostra vettura.

2 – un pomeriggio vi recate al bancomat per un prelievo e la macchina, per un problema di software, di colpo si blocca e, prima ancora che inizi a operare, ingoia la vostra tessera senza risputarla. Poiché sono le 17, la banca è chiusa e a voi tocca fare ritorno il giorno dopo per riprendervi la preziosa scheda. Il mattino seguente in banca vi viene detto che dovreste andare alla vostra filiale per il recupero. Loro devono prima spedire il bancomat là e questo richiede 10 giorni di tempo. Dopodiché, con l’autorizzazione del direttore, lo potrete riavere. E voi pensate: “Ma come? Io sono qui, la tessera voi l’avete lì in mano, l’avete appena rinvenuta nel bancomat e non c’è alcun modo di ridarmela e basta?”. Grazie al cielo, prima ancora che possiate verbalizzare i vostri pensieri, è l’impiegata stessa che dice: “Beh, sentiamo in centrale, se si può fare un’eccezione!”. E te credo! Soddisfatti, dopo essere tornati dopo un’ora (il tempo necessario affinchè il direttore rientrasse da una riunione e desse l’ok) e avere fatto la fila, con una semplice firma riottenete felici il vostro bancomat.

3 – immaginate di avere un figlio piccolo e di essere stati catapultati a casa di un parente misterioso, il quale ha effettuato per se stesso l’iscrizione annuale ad un circolo con piscina nei pressi di casa propria. Immaginate che sia proibito severamente l’ingresso in piscina ai non soci del circolo. Immaginate poi ancora che il parente, impietosito dal vostro aspetto sudaticcio e dalla faccia sbattuta che avete a causa della gran calura, decida di chiedere al gestore del circolo se, per il tempo del vostro soggiorno, egli possa chiudere un occhio e far entrare voi e il pargolo in piscina. Il gestore, a questo punto, risponde: “Ma certo, come no, ci mancherebbe! Ma dai, si fa un’eccezione! Dobbiamo tenere un bimbo lontano da una piscina in piena estate? Ma nooooo! E il genitore? Ma non sia mai, ma che siam matti! Ma che vengano tutti e due e non se ne parli più.”. Al che a voi si apre il cuore e vi si risolleva la pressione sanguigna, scivolata nei giorni precedenti a 50/70, a causa dell’afa insopportabile.

4- ogni notte un cane di grossa taglia, rinchiuso in una stanza in un’abitazione non lontana da dove vi trovate, abbaia insistentemente per ore e ore, impedendo a voi e tutto il vicinato di dormire. Indagando, scoprite che il cane abbaia allo stesso modo ogni notte da mesi, dato che i padroni, proprietari di una pizzeria, lo chiudono in gabbia ogni sera per poter gestire il loro locale in pace.  Scoprite anche che sono già state fatte dai vostri vicini diverse segnalazioni alla polizia a riguardo del disturbo e dei latrati insopportabili. Poiché non potete chiudere le finestre di notte, sempre a causa del calore infernale, siete costretti a ciucciarvi gli ululati laceranti a spese del vostro sonno. Una notte, però, decidete che così non si può andare avanti. La mattina dopo telefonate alla polizia e il seguente dialogo si svolge:

–      Buongiorno, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire.

–      Dove esattamente? A chi appartiene il cane? […] Ah ho capito. Ma sa una cosa? Noi non ci possiamo fare niente. Così la denuncia è troppo generica. Anche se andiamo là adesso, che cosa vuole che facciamo? Se il cane non abbaia… sa com’è.

–      Sì, ma questo cane è già stato segnalato tante volte in passato per il disturbo.

–      Senta, faccia una cosa. Io intanto segnalo la cosa, ma vedrà che i miei colleghi non faranno nulla (Ah! Complimenti per il servizio e la professionalità!). Lei deve chiamare di notte, nel momento in cui il cane abbaia. Poi se i miei colleghi fanno storie e inventano scuse, dica che sono stato io a consigliarle di telefonare la notte.

La notte stessa, dopo mezz’ora di guaiti a mille decibel, vi tirate su dal letto, chiamate la polizia notturna e il seguente dialogo si svolge:

–      Salve, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire. Sta abbaiando anche in questo momento.

–      Eh ma io che ci posso fare? Non ho mica pattuglie da mandare fuori. (Ma che, è un problema mio?). Sa che cosa deve fare? Chiamare i miei colleghi della polizia diurna e segnalare l’episodio a loro.

–      Veramente è ciò che ho fatto stamattina e mi è stato detto di chiamare voi.

–      Ah, beh, ma dovrebbe chiamare di giorn…eh…ecco…sì… ma io non ho pattuglie da mandare.

–      E allora io che cosa faccio, scusi? Mi tengo i latrati tutta la notte? (Non mi sembra sia un porblema mia se non hanno pattuglie!).

–      Senta, aspetti, vediamo che cosa posso fare. Giovannaaaaaaa, senti…c’è un cane che abbaia, c’abbiamo una pattuglia da mandare più tardi? […] Eh lo so, ma loro gli hanno detto di chiamare la notte! Che si fa? Si manda la pattuglia più tardi? […]      Va bene, senta, tra poco mando qualcuno a guardarci. Appena posso. Buonanotte.

Ecchecavolo, esclamate voi, riappoggiando la cornetta al telefono e la vostra guancia sul guanciale, nella speranza di riuscire finalmente a dormire in santa pace!

Ditemi ora, a quale punto della storia avreste capito di essere stati catapultati in Italia?

Post fulmine

Ieri mattina stavo uscendo da casa come sempre per andare al lavoro e che ti vedo? Due tizi in divisa che scrutano ed osservano – almeno mi è parso – la macchina parcheggiata davanti a casa nostra. “Saranno addetti comunali che controllano il verso in cui sono parcheggiate le macchine (qua ci sono)?” mi sono detta. “Eppure l’auto è girata nel verso giusto, è dentro allo spazio, non invade la strada, non ha l’assicurazione scaduta. Insomma tutto a posto. Quasi quasi chiedo lumi direttamente ai due personaggi.”. E così ho fatto. Lei, gentilissima, mi ha spiegato subito il quid. In pratica erano davvero due addetti comunali, ma addetti al controllo delle strade e di come vengono tenute. “Ci sono parecchi erbacce qua in giro, bisogna che le togliate”. E in effetti. Non me ne ero davvero accorta, lo ammetto. E la signora, sempre con un sorriso, ha subito proseguito. “Forse siete appena arrivati qui e non conoscevate questa regola.”. Avrà notato la targa italiana, Miss Sherlock Holmes. “Appunto!” mi sono affrettata a precisare io.  “Nulla di grave” ha proseguito lei, soave: “Vi lasciamo una lettera con l’invito a ripulire tutto entro qualche giorno e a posto così. Poi ripasseremo a controllare.” e si é cortesemente congedata. Io me ne sono andata tranquilla al lavoro, per ritornare la sera e trovare il marito supersonico e il bambino bionico diligentissimi, che toglievano erbacce dalla staccionata e sul marciapiede a tutt’andare. E difatti ora la zona davanti a casa l’è molto più bellina!

Ora, diciamolo, potrei farvi un post lungo 3000 caratteri sui tipici ordine e pulizia tedeschi, su quanto sia civile un paese in cui ai cittadini viene richiesto imperativamente di prendersi cura della zona intorno a casa propria, anche per far risparmiare soldi al Comune, su quanto noi italiani dovremmo prendere esempio, su come tutto ciò contribuisca a migliorare l’immagine della cittá e via sulla stessa scia. Potrei farlo, ma non lo farò. Questa volta preferisco lasciarvi un post fulmineo con tanto di immagine-verità (cliccare per credere ) e lasciar trarre a voi le conclusioni, di qualunque genere esse siano.

Che ne dite?

Mamma mia!

Questo è il post di una mamma arrabbiata. O meglio: di una donna arrabbiata. Arrabbiata, perché non capisce come mai, dopo decenni di scontri, rivendicazioni, battaglie, discussioni, conflitti, lotte e contese, ancora la condizione materna deve essere così impegnativa e complicata da vivere. Sì perché la Germania, vista dall’Italia, appare come il paradiso delle mamme. Congedi di maternitá eterni, posto mantenuto al rientro in ufficio dopo anni, Kindergeld (cifra mensile che lo stato eroga ai genitori), mamme che fanno il part-time come se piovesse. Quindi prima di partire mi dicevo: “Chissà come saranno avanti là, in quanto a conciliazione tra vita lavorativa e vita da genitore. Altro che qua in Italia, dove una deve fare il triplo carpiato di continuo per far combaciare gli orari dell’ufficio con quelli dell’asilo, poi il bimbo si ammala e non si sa come fare, poi t’iscrivi in graduatoria per il nido, ma non hai abbastanza sfighe punti e allora non te lo prendono; poi i nonni lavorano o abitano a 500 km e gli asili privati costano troppo, d’altronde con 1000 euro al mese come fai? Ancora peggio con una baby-sitter. Poi la volta che fai tardi alla riunione perché il pupo ha il caghetto, il capo ti guarda storto.” Insomma, un inferno, o quasi. Era un continuo dover incastrare esigenze diversissime, orari sballati, riunioni coi clienti coincidenti con la festicciola di fine anno alla materna, febbroni da cavallo della prole che diventano anche i tuoi.

“In Germania sarà tutto molto meglio organizzato”, pensavo prima di fare il grande salto. E gongolavo all’idea di liberarmi di alcuni fardelli legati alla condizione materna. Beh mi sbagliavo. Le difficoltà che incontra qui una mamma che lavora sono diverse da quelle italiane, ma sono comunque numerose. Come prima cosa, ho dovuto constatare quanto sia difficile trovare posto negli asili della città: bisogna organizzarsi molto per tempo e iscrivere il pupo quanto prima: bene se al momento del test di gravidanza, meglio ancora se in quello del concepimento. Qua non esistono graduatorie o robe simili, ma solo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”. Se vi trasferite, esempio, a Monaco a luglio e volete un posto per il pargolo a settembre in un Kindergarten, iniziate a dire il rosario. Poi magari vi capita il colpo di fortuna, per carità, ve lo auguro e come arrivate vi offrono il posto all’asilo sotto casa full-time.

A supporto della mamma disperata poi, c’è sempre il servizio di consulenza gratuito della città di Monaco, in cui vi spiegano come organizzarvi con la Betreuung del bimbo: asili, Tagesmutter, nonne in prestito, la scelta è ampia e questo è un aspetto lodevolissimo. Ma bisogna comunque correre come delle pazze per organizzare il tutto. A partire dal fatto che questo servizio di consulenza è disponibile quasi solo dalle 9 alle 12. Eh? Ma io lavoro a partire dalle 8 e fino alle 17. Se non lavorassi potrei andarci alle 9, ma a quel punto avrei meno bisogno di una sistemazione per il pupattolo, no?  E in ogni caso la stragrande maggioranza dei servizi è aperta solo al mattino (ne ho parlato in un post di qualche tempo fa). Al mattino.  Al mattino. Al mattino. E il pomeriggio? Al pomeriggio ti attacchi! Chiedi ai nonni, se li hai; trovi una vicina pietosa che ti tiene il pargolo oppure …oppure non lo so. Qualche asilo full time ovviamente esiste qui a Monaco. Ma sono contatissimi e per avere un posto bisogna essere disposti ad uccidere. Ve la sentite? Se sì, siete a posto.  Il punto qua è che per fare una vita da mamma serena, esiste un’unica soluzione: non lavorare. Ebbene sì. Vuoi avere uno o più figli e intanto anche realizzare te stessa, guadagnare qualcosa e sentire di mettere a frutto i tuoi talenti? Cambia nazione, non trasferirti in Germania, o tu donna che stai per espatriare o sei già espatriata causa offerta di lavoro. Oppure sii una donna che sta bene anche a casa a crescere i pargoli. Scelta, tra l’altro rispettabilissima, ma qui praticamente obbligata. Non c’è scelta. O meglio c’è: o stai a casa o diventi stron*a per riuscire a lavorare e stare anche con i tuoi figli. Le scuole pubbliche, ad esempio, i primi anni delle elementari chiudono verso le 11 o le 12.Per non parlare del coinvolgimento massiccio e obbligatorio dei genitori nei compiti a casa. Ma chi ha tempo?  Vuoi un posto al doposcuola perché tu e tuo marito lavorate full time? Vediamo, non so, non garantisco. Altro esempio di vita genitoriale difficile: una coppia di nostri amici, di recente ha dovuto vendere l’anima al diavolo, perché hanno trovato posto per l’ultimo anno di asilo del loro bimbo solo in una struttura che è aperta dalle 8 alle 14. Fine. Chiuso. Schluss. E dalle 14 in poi? Hanno dovuto lottare per rimediare il posto in un secondo asilo dove, grazie al cielo, un bus lo porterà ogni pomeriggio. Ma quanto stress comporta per tutti una situazione così? E potrei citarvi ancora quel mio collega che, alla fine della giornata lavorativa porta i figli al parco, mentre la moglie, appena rientrata dall’ufficio, cucina la cena. Spesso lui si ritrova ad essere l’unico padre del parchetto. Allora capita che venga avvicinato dalle altre mamme, che gli chiedono, trasecolate: “Ma la mamma dei bimbi dov’è?” e lui: “A casa che cucina, sapete, ha lavorato tutto il giorno, così porto a spasso io le belve qui.”. Risposta classica: “Lavooooooooooooooooooooooooooooraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa? E PERCHÈÈÈÈÈÈ?”. Cioè, riuscite a credere che gli chiedono perché lavora? Zio canta, ma secondo te perché lavoro? Sai, lavoro perché sono un po’ matta, non ho tutte le rotelle a posto. E poi avendo un’allergia ai tappeti in casa è meglio se sto in ufficio tutta la giornata, così evito di starnutire troppo. Ma santa pazienza, ma si può? No, non si può. Non si può ancora essere fermi all’idea della donna angelo del focolare e basta, senza via di scampo. Non si può negare alle donne la possibilità di una libera scelta, o fargliela pagare cara se decidono di lavorare full time. Non si può lamentarsi della bassa natalità e poi non offrire servizi adeguati di child-care ai genitori. Non si può trasferirsi all’estero, sperare di fare un balzo in avanti come qualità della vita da mamma e poi scoprire di avere fatto invece un salto indietro nel medioevo. No, così non va.  Ma quante strade ancora dobbiamo percorrere noi donne per essere veramente libere di essere donne intere, senza dover immolare parti di noi sull’altare del biberon e della pappa oppure sulla scrivania in mogano? Non ci siamo.

P.S. tardivo al post. Ho appena parlato col marito supersonico, che mi ha spiegato che qua in Germania la tematica di cui sopra è oggetto di acceso dibattito politico. Ah per fortuna che non sono l’unica che se ne lamenta. Marito mi ha parlato di famiglie, ad esempio africane, che abitano a Monaco. E poichè per ogni figlio mensilmente percepiscono parecchio denaro, una somma che aumenta all’aumentare della prole, alla fine a queste mamme conviene fare molti figli e poi stare a casa. Problema: in questo modo i figli degli stranieri non imparano il tedesco e hanno dunque difficoltà ad integrarsi. E al momento di andare a scuola, ovviamente obbligatoria, arriva il dramma. Vi pare che si possano chiudere gli occhi su una situazione del genere? Perchè le istituzioni e la politica su questo non vogliono cedere e continuano a fare finta di niente?

La solita tedescofila che vede tutto brutto in Italia e tutto rosa in Germania

Ho ancora la macchina targata italiana e di conseguenza l’assicurazione italiana. Qualche settimana fa, mi è arrivata la solita e-mail automatica della compagnia di assicurazione on lain, che mi avvertiva dell’imminente scadenza della polizza. Desidera rinnovarla? Ecco come fare. E seguivano le istruzioni. Una delle possibilità era la carta di credito e ancora adesso mi chiedo come mai io non abbia semplicemente ricaricato la mia prepagata e usato quella per pagare la rata. Comunque. Ho deciso che avrei pagato tramite bollettino postale al momento di calare a valle per le vacanze pasquali.  Tanto che cosa ci vuole: la solita coda di un’ora in posta e poi è fatta. Mai previsione fu più lontana dalla realtà di quello che poi avvenne.

Dovete sapere, che qualche anno fa avevo richiesto all’assicurazione la possibilità di pagare la polizza in due rate semestrali e questa volta ho cambiato idea: volevo pagare in un’unica rata, per spendere meno (chi paga in due rate, paga infatti circa 50 euro in più all’anno).  Quindi, arrivata in quel della mia cittá natale, mi sono attaccata al telefono per comunicare questo cambiamento al call centre dell’assicurazione. Ecco un riassunto per punti-chiave di quanto avvenuto tra il 2 aprile e il 19 maggio di quest’anno.

1)      2-5 aprile: tre tentativi di contattare il call centre portano, tutte e tre le volte,  a parlare con “ProntosonoAnna/Francesca/Simonachecosapossofareperlei?” che mi comunica che il loro sistema informatico è fuori uso e che non si può fare nulla. Prego richiamare domani.

2)      Il 5 aprile Giulia mi dice che mi richiamerà lei quando il sistema riprenderà a funzionare. Incredula e grata, metto giù il telefono. Ma, nella diffidenza, mi decido ad aprire il sito Internet della compagnia e a fare io stessa on line il passaggio da 2 rate semestrali alla rata annuale unica. Fatto, ma dubito che abbia funzionato.

3)      Giulia mi richiama davvero (grazie, Signore, grazie!) e mi dice che dal sistema non risulta il cambiamento che io ho effettuato on line. Ci pensa lei a sistemare. Beh, almeno.

4)      Il 6 aprile vado in posta a pagare il bollettino. Ma poiché ho effettuato il passaggio di cui sopra, non posso utilizzare il bollettino prestampato che mi aveva mandato l’assicurazione, ma devo usarne uno compilato a mano da me. Quindi l’assicurazione ha bisogno che io comunichi  loro l’avvenuto pagamento della polizza, senò non se ne accorgono. Ora spiegatemi come mai allora sul bollettino postale, di cui una copia andrà anche all’assicurazione, io abbia dovuto indicare la causale del pagamento con tanto di numero di polizza. Così, per sport.  Vabbè, facciamo finta di niente e andiamo avanti.

5)      Vado in tabaccheria per mandare via fax all’assicurazione la fotocopia del bollettino di pagamento. Aggiungo una scritta a caratteri cubitali – come da istruzioni della tipa del call centre – che dice “mandare per favore tutti i documenti di polizza in Würstelstraße 12 a Monaco di Baviera.”

6)      Il 9 aprile, fiduciosa e piena di speranza, e con la polizza in scadenza il 27, riparto per Monaco a bordo di un aereo e in compagnia del bambino bionico. Sicura che tutto fosse andato bene e che avrei ricevuto i documenti di polizza a casina in Germania. Calcolando i tempi giurassici delle poste italiane, ho ritenuto che vi fosse abbastanza margine.

7)      Il 21 aprile mi arriva un simpatico sollecito di pagamento della polizza via e-mail. EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH? Ma che stai a ddì???? Ma che stiamo a scherzà? E il fax? E la fotocopia del bollettino? Ussignur. Non posso chiamare l’assicurazione, dato che il numero verde dall’estero non funziona (furbi eh?).

8)      Il 22 aprile mando un’e-mail al servizio clienti dell’assicurazione con la fotocopia del fax che avevo spedito il 6 aprile.

9)       Il 23 aprile quelli dell’assicurazione si svegliano e dicono che è tutto a posto, ma come mai voglio i documenti a Monaco? Ma se me l’avete detto voi che potevo farlo! Mi viene da piangere, ma spiego con calma. Ah ok, tutto a posto, glieli mandiamo a Monaco.

10)   Il 2 maggio, a polizza scaduta da 6 giorni, mi arriva un’e-mail automatica che dice che i documenti di polizza mi sono stati spediti via posta. Ah grazie, velocissimi, complimenti. Bravi! Cioè e tra il 23 aprile e il 2 maggio che cosa avete fatto? Avete preso il caffè alla macchinetta? Siete andati in bagno a rinfrescarvi? Vi é preso un attacco di scabbia e siete dovuti correre in massa al pronto soccorso?

11)   Il 15 maggio ancora nulla. Ore 10, calma piatta. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Il deserto dei Tartari. Tutto tace. Nessun documento pervenuto e io che giro con i documenti di polizza scaduti, pregando in tutte le lingue che conosco che non mi capiti alcun incidente. Mando un sollecito via email all’assicurazione. Nessuna risposta. Inizio a sospettare che siano tutti morti e rifletto sulla possibilità di telefonare a “Chi l’ha visto?”.

12)   Il 18 maggio mi arriva un’e-mail in cui, scusandosi a profusione per il ritardo della risposta, mi dicono che hanno rispedito tutti i documenti e che me ne mandano anche una copia elettronica perché non si sa mai. WOW! Grazie, ci ho messo solo sei settimane a sbrigare la cosa. Mamma mia, che velocità e deficienza ed efficienza! Ottimo, dai, poteva andare peggio! Potevo non prendere mai la linea con il call centre e marcire accanto al tavolino del telefono; potevo rimanere ferita in una sparatoria sulla via per l’ufficio postale e non riuscire a pagare il bollettino; poteva saltarmi per aria la macchina, rendendo così inutile la necessità del pagamento dell’assicurazione. Come sono fortunata!

Comunque, per concludere. Ad oggi, sabato 19 maggio, ancora non ho ricevuto gli originali di questi caspita di documenti di polizza, che chissá se mai arriveranno. Non male eh?

Ottimo servizio eh,  assicurazione on lain: complimenti e grazie per avermi ricordato uno dei motivi per cui sono venuta via da casa. Viva l’Italia, va là.

Discriminazione?

Sempre per la serie “cose che mi piacciono poco della Germania” , dopo un anno e più di espatrio in terra nordica, posso dire che in una cosa la Baviera mi sta deludendo. Ho infatti la netta sensazione che tutto il sistema qui sia pensato per mamme che NON lavorano oppure lavorano part-time. Eh sì. Se sei una mamma che lavora full time, come me, ti arrangi. O hai un marito supersonico a disposizione, come nel mio caso, che fa spesa, pulisce, cucina, lava, stende, stira, fa lavoretti di bricolage, ritira il bambino bionico all’asilo, lo nutre, lo coccola, lo sorveglia… e insomma si fa in quattro mentre tu sei in ufficio oppure, da espatriata, ti attacchi. Come ho tratto questa conclusione? Semplicemente guardandomi intorno e osservando. Cominciamo l’analisi dalle piccole cose. Settimanalmente arriva a casa il giornale di quartiere e spesso vi sono pubblicizzate simpatiche iniziative per bambini, quali feste di parrocchia, spettacolini, letture in biblioteca e simili attività. Peccato che quasi sempre, questi eventi si tengano nel primo pomeriggio dei giorni feriali, tipo alle 14 o alle 15 di martedì. E io che lavoro fino alle 17.15 nel ridente paesino di Hogwarts, appena fuori München? Ok, diciamo che posso sopravvivere senza vedere il teatrino per bambini insieme al pupo. Ma, passando a cose più impegnative, se si compie un sondaggio tra gli asili presenti sul territorio della capitale bavarese (e io l’ho fatto all’inizio), si vedrá che la stragrande maggioranza di essi chiude inesorabilmente intorno alle 14 (a ridaje!). Giusto in tempo per andare alle iniziative di cui sopra! Ma, ripeto, e io che sono in ufficio? Nonni a disposizione qua in Teutonia non ne ho e quindi? Non rimane che “diventare matti” per scovare la struttura di accoglienza per l’infanzia che tenga aperto fino al tardo pomeriggio. In questo caso, noi siamo stati fortunati, perchè l’organizzazione per la quale lavoro ha un Kindergarten collegato aperto praticamente sempre: tutto il giorno e tutto l’anno. Perchè si spera che, prima o poi, il marito supersonico trovi un lavoro anche lui e dunque non potrà per sempre essere a disposizione come adesso. Risolto il problema dell’asilo, tuttavia, rimane il “dramma” della scuola elementare, che il b.b. inizierà a frequentare l’anno prossimo. Qua le scuole elementari sono aperte solo al mattino. Ma io dico, scherziamo? Perché solo al mattino? Eh perché i bimbi si affaticano troppo a stare sui banchi tutto il giorno così piccoli. Va bene, ma allora come si fa? Tranqui, ci sono pur sempre i doposcuola. Però bisogna ancora una volta sperare che facciano orari decenti e che siano all’interno della scuola stessa e non altrove, altrimenti come arriva il b.b. alla nuova location, una volta finite le lezioni? E se non trovo posto, come mi arrangio? Babysitter?  Chiedo al capo di fare orari diversi in ufficio, sperando che non storca il naso? Perchè se un’associazione culturale italo-tedesca vuole aprire nel 2012 una scuola a tempo pieno, presenta la cosa come una novità assoluta e non come la perfetta normalità, in una città così internazionale come Monaco? Per non parlare della questione ferie. Qua non è come da noi, che si fa vacanza 3 mesi d’estate, due settimane a Natale e sei giorni a Pasqua. Qua le scuole – tranne quella europea in cui speriamo andrá il b.b. – chiudono molto più spesso e per periodi più brevi, cosicchè un bambino si ritrova a stare a casa ogni due mesi per almeno una settimana. Peccato che non tutti possano permettermi di prendere le ferie con cotanta frequenza. Mi chiedo se la cosa abbia a che fare con il cattolicesimo che  qui in Baviera domina oppure con la mentalità conservatrice qui abbastanza diffusa. So che in Germania il congedo di maternità dura fino a tre anni, ma questo non significa che una donna debba per forza usufruirne. O sì? Possibile che il ruolo della donna qui sia ancora quello dell’angelo del focolare? Non voglio crederci, spero di avere in mano ancora troppi pochi elementi per giudicare. Perchè io mi sono trasferita in Germania anche per migliorare la qualità della mia vita rispetto all’Italia; finora mi pare di esserci riuscita, ma su questo punto inizio ad avere delle perplessità. La vita è difficile per le mamme lavoratrici anche qui in Tedeschia, sebbene per motivi diversi da quelli italiani? Mi piacerebbe sentire il parere di chi in Germania ci abita da più tempo di me, che ha maggiore esperienza, un punto di vista più ampio. Sono aperta e desiderosa di discutere!

Muoversi a Monaco

Qui a Monaco i punti di riferimento principali per orientarsi in città sono le fermate della metropolitana. Eh sì. Spiego come. Intanto bisogna dire che Monaco di Baviera possiede una rete di trasporto pubblico efficientissima, capillare, rapida, puntuale. Con il bus, il tram, la U-Bahn (metropolitana che viaggia in prevalenza sottoterra) o la S-Bahn (metro che viaggia più che altro in superficie, ha una frequenza minore di passaggio, ma copre un territorio più vasto) si arriva quasi ovunque. I principali uffici pubblici o luoghi d’interesse, quali ad esempio teatri importanti, centri di servizio al pubblico, musei o centri commerciali sono stati costruiti vicino ad una fermata della metro o viceversa la fermata della metro è stata progettata in modo da essere nei paraggi di un punto nevralgico della città. In questo modo si permette a chiunque di arrivare dappertutto senza problemi e soprattutto senza l’angoscia del parcheggio. Come se non bastasse, la U-Bahn negli orari strategici passa ogni  5 minuti e la S-Bahn ogni 10, così è quasi impossibile arrivare tardi a destinazione. Certo il costo del biglietto non è irrisorio, questo va detto. D’altronde per mantenere efficiente la rete, qualche soldo bisognerà pur spenderlo, no? Ma alla fine va anche bene pagare un pochino di più per poi avere in cambio la possibilità di muoversi senza problemi a qualunque ora del giorno e della notte! Perlomeno si ha la sensazione che i propri soldi siano spesi bene.
Comunque, come dicevo all’inizio, per orientarsi in città, si usano principalmente le fermate della metro. “Dove abiti?” “A 50 metri dalla U2, fermata Hohenzollernplatz”. “Dove ci troviamo domani sera?” “in centro, con la U6 in un attimo sei a Marienplatz. Ci becchiamo lì dalla fermata”. “Come arriviamo alla festa?” “Facile, prendi la U4 fino a Karlsplatz e poi la S-1 fino a Isartor. Come esci, ti trovi il palazzo davanti”. Va da sé che tutti gli appartamenti e le case nei pressi della metro abbiano prezzi pazzi. Eh sì, la comodità si paga! Altrimenti paghi meno e sgambetti. O prendi l’auto, a seconda. Un’altra opzione è la bici e credetemi, qui viene opzionata parecchio. Le piste ciclabili sono ovunque e il ciclista domina. Persino d’inverno, quando fuori impazza la Siberia, ci sono coraggiosi che pedalano, muniti di giaccone a ventone, cappelli, sciarpa e guanti. O anche no. E questi, secondo me, sono i veri pazzi, che sfrecciano per la città allegramente poco coperti anche in dicembre. Io credo che potrei vivere a Monaco anche altri 50 anni, ma mai, mai, mai me ne andrò in bici d’inverno e soprattutto non con vestiti leggeri addosso!
Se comunque non vi piacciono le due ruote, esiste pur sempre il car-sharing. Io non l’ho mai provato di persona, ma mi dicono che funzioni benissimo. Praticamente non vi sono scuse per non muoversi qui a Monaco: qualche modo di schiodare il sedere dalla sedia, lo si trova sempre. Una coppia di nostri amici ci ha raccontato addirittura che fino a che non è nata la figlia non hanno comprato la macchina e non hanno mai avuto problemi a spostarsi. Cosa impensabile in Italia, almeno nella città dalla quale provengo io, dove se non hai l’auto, ti puoi considerare bloccato in casa o quasi, specialmente dopo le 8 di sera, quando non circola più nessun bus! E se non hai i soldi per il taxi, ti attacchi! Ma non al tram, dato che non passa.

Emigrare oggi

Diciamoci la verità: non ci sono più gli emigranti di una volta. Oggi l’emigrazione, perlomeno in molti paesi europei, ha cambiato completamente volto. Ai nostri giorni, come prima cosa, si chiama “espatrio” oppure “expatriation”, che fa tanto figo.  Chi emigra è l’”expatriate” o “expat”, che fa ancora più figo. Ben lungi dall’essere l’omino disperato con la valigia di cartone, l’expat odierno è, più spesso che no, un privilegiato. Se ne va perchè ha ricevuto una ghiotta offerta di lavoro all’estero o perchè al seguito di qualcuno che ne ha ricevuta una a sua volta. Prende il primo volo che trova – magari pagato dal futuro datore di lavoro – oppure la sua macchinina e via che parte con la valigia piena e il cuore ricolmo di speranza o svuotato dalla paura, a seconda delle circostanze. Certo, se è furbo, l’expat prima di partire ha seguito appositi corsi di lingua straniera, per non arrivare completamente impreparato e impossibilitato a comunicare con chiunque. Oppure si arrangia con l’inglese che ha imparato a scuola e va bene così. Diversamente si mette on lain e segue un corso gratuito di lingua, prima e dopo la partenza.
Dunque l’expat giunge nella sua nuova città e inizia a cercare di ambientarsi.  E lo fa tramite i motori di ricerca su Internet. In poche ore, infatti il nostro tramite la rete, comodamente da casa sua, riesce ad individuare nell’ordine:

  • L’associazione di italiani più vicina a casa sua e alla quale rivolgersi nel caso di problemi pratici o linguistici.
  • L’agenzia immobiliare più conveniente e che offra la possibilità di vedere in anteprima le foto e magari i filmati degli appartamenti disponibili, con tutti i dettagli del caso.
  • L’asilo, la scuola o la babysitter più adatti per i figli.
  • I supermercati o i negozi in zona che vendano prodotti alimentari provenienti dal proprio paese d’origine, per poter continuare a mangiare come si deve.

E ovviamente l’elenco di ciò che si può trovare è infinito. Dopo alcune ore, l’expat è stanco e si sente magari un po’ solo. Allora decide quale delle possibilità sfruttare per prendere contatto con amici o parenti rimasti a casa: e-mail, sms, videochiamata, chat, telefonata tramite Skype oppure telefonata semplice vecchia maniera, ma con tariffa speciale per spendere meno. Infine decide che ha voglia di passare un weekend in patria e allora, sempre on lain, prenota un volo low cost e conta allegramente i giorni che mancano al rientro. Poi la sera si cucina un piatto di pasta al pomodoro, con la pasta e il sugo acquistati al negozio di specialità di cui sopra e infine si rilassa davanti alla TV con un programma italiano, che può vedere grazie al satellite che ha fatto appositamente installare. Sì insomma, la sua situazione è decisamente migliore di quella dell’omino summenzionato, che doveva cuccarsi mesi e mesi di solitudine, senza poter comunicare con i cari rimasti a casa, se non al prezzo di costose telefonate internazionali; doveva adattarsi a imparare la lingua locale quanto prima, per non soccombere; doveva dormire magari dove capitava; doveva, volente o nolente, adattarsi al cibo locale, dimenticare la pizza e, nel caso della Germania, accettare i Würstel e Gurken, che gli piacessero o no; adattarsi altresì al gelo invernale tedesco, senza poter prendere un charter e trascorrere 10 giorni a Sharm el Sheik per scaldarsi…e via sulla stessa linea.
Quindi, cari expat all’ascolto, se ogni tanto vi capita di sentirvi soli o disperati o troppo lontani dagli affetti, focalizzate i vostri pensieri sull’omino con la valigia di cartone, sulla vera solitudine e sulla vera disperazione, quelle di chi non poteva mettersi di andare on lain e tornare a sentirsi per un po’ virtualmente  a casa o ricreare intorno a sé l’ambiente domestico, come se non si fosse mai mosso dal paesello. Vedrete che vi passa subito, fidatevi!

…issimo…. (ovvero dell’espatrio, del clima, della gente)

Rientro generale dei colleghi dalle vacanze: s’inizia coi racconti, le storie, gli aneddoti, le reciproche consolazioni (già finita la pacchia eh? Back to reality… va beh, dai tra poco c’è il ponte dei morti, poi Natale… coraggio). Io e Paula andiamo a pranzo insieme e inevitabilmente anche per noi due il discorso scivola sulle ferie estive  ormai trascorse.
 

  • Però! Stai benissimo così abbronzata, non sembri neanche tu.
  • Eh sì, ci vuole un soggiorno in terre calde di tanto in tanto o si rischia di diventare color cadavere a stare solo in Germania! Bianchiiiiiiiiiiiiiiiiii.
  • BIANCHISSIMI. (sospirando)  Eeeeeh certo le estati come da noi in Portogallo, dove sono appena stata, qua te le scordi.
  • Giusto. E anche io, tra Italia e Grecia, ho fatto una bella scorta di sole. Magari riesco a tirare avanti senza la depressione fino ad ottobre.
  • Ogni volta che rientro è uno choc… ieri poi, Ferragosto e pioveva a dirotto. Ti pare giusto?
  • Assolutamente no. Io e mio marito in vacanza abbiamo discusso della palese e innegabile differenza tra paesi caldi e paesi freddi. Non si tratta solo di clima.
  • No, no. Come diciamo sempre, è anche questione di persone.
  • Vuoi mettere col calore umano che c’è da noi, con la vita sociale, col contatto interpersonale dei paesi latini?
  • Guarda, non me lo dire. E il clima c’entra eh. Non mi si venga a dire di no.
  • Eccome se c’entra. C'ENTRISSIMA. Secondo te perché nei paesi freddi, come la Germania o la Scandinavia, tutto funziona, la qualità della vita è alta e nei paesi caldi è tutto il contrario? Pensa ad esempio  alla crisi in cui sono adesso Spagna, Portogallo, Italia, Grecia.
  • Dico bene. Ma per forza: nei paesi freddi la gente durante il giorno che cosa fa? Gli viene voglia di uscire? No.
  • Appunto: stanno in ufficio e lavorano, mica vanno a fare "peppeppeppeeee" in spiaggia. E i risultati si vedono. Da noi a che cosa pensa la gente? Ad andare in giro, a stare all’aperto, a passeggiare, a godersi il tempo. C’è poco da fare.
  • Eh…paesi mediterranei: prima si canta e si balla, poi si va in crisi marcia.
  • MARCISSIMA. Tipo formica e cicala, sai quella storia là?
  • Certo la qualità della vita qui sarà anche alta…
  • ALTISSIMA.
  • …altissima, però…manca quel qualcosa… a livello umano… non so… quella socialità….
  • Mio marito poi, che è africano, questa differenza la sente ancora di più. Sai Africa, Germania…non è che sia proprio la stessa cosa.
  • Immagino.
  • Però uno che cosa fa? Torna indietro alla vita di prima? Ai salti mortali con triplo carpiato all'indietro per tirare a fine mese?
  • No, no, ci mancherebbe. Tutto, ma non i tripli carpiati per carità.
  • Ecco. Vieni da un paese divertente e solare, ma dove prendevi uno stipendio da fame, ti trattavano maluccio in ufficio, magari eri pure precario e senza futuro e arrivi qua, ti strapagano, ti rispettano, puoi fare delle scelte concrete e costruttive per il tuo domani e che fai? Rientri? Ma scherziamo?
  • Scelte per il tuo domani, ma anche per il tuo oggi: non devi più guardare se pagare le bollette o comprarti un paio di scarpe nuove. O ti tagliano la luce o giri con un buco nella suola!
  • Basta con le vacanze alla Pensione "Gina" sul lungomare di Riccione, perché costa meno!
  • Certo dispiace.
  • DISPIACISSIMO, ma che cosa ci puoi fare?
  • Mio padre ieri, prima che io partissi, è scoppiato a piangere di colpo.
  • Mia madre piange ogni volta che vado via, ma io qua so di essere serena e di stare bene. E spero lei si renda conto, prima o poi, che per me è meglio così.
  • Anche la mia famiglia deve capire. Certo, io ero partita solo per fare un’esperienza e poi tornare a casa, ma adesso che sono qua, chissà. Non so se voglio tornare a breve, ma non credo. Qui sto bene: certo la vita da expat sotto certi aspetti è dura:, sei lontano da casa tua e dagli amici di sempre e soffri. Però…
  • Vogliamo buttarla sul filosofico? Si soffre comunque nella vita, che si sia a casa propria o all’estero. Per un motivo o per un altro, si soffre. C’è da mettere le cose sul piatto della bilancia, c’è niente da fare.
  • Bisogna scegliere. E non si può avere tutto: paese caldo, famiglia vicina, ottimo stipendio, lavoro soddisfacente, posto in parcheggio gratis e pure vicino all'ingresso! Certo l’esistenza ti mette di fronte a certi bivi mica da poco.
  • Santo cielo, siamo scadute nelle riflessioni cosmiche sul senso della vita. PESANTISSIMO! Magari è meglio rientrare in ufficio, che  ne dici? Si è  fatto tardi.
  • TARDISSIMO.

Cervello in fuga?

Le cifre sono inequivocabili: 30.000 persone lasciano ogni anno l’Italia per emigrare all’estero. Almeno ufficialmente. Queste sono i numeri forniti dall’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero. Ma, è fatto noto, non tutti s’iscrivono all’AIRE, nonostante sia obbligatorio. Si stima che altri 30.000 italiani fuggano dal Belpaese senza dichiararlo agli uffici competenti. Ho usato volutamente il verbo “fuggire”. Gli italiani infatti non se ne vanno semplicemente, ma scappano. Fanno fagotto in cerca delle opportunità che da noi non esistono o sono difficilissime da cogliere, se non per alcuni privilegiati: l’amico di, il figlio di, il cognato di. Troppo spesso da noi contano più le conoscenze delle qualità individuali; troppo spesso chi ha le capacità, ma non è raccomandato, deve rassegnarsi a partire per vedersi riconosciuti i meriti. Negli articoli sull’emigrazione all’italiana, la parola “meritocrazia” è stata usata centinaia di volte: ormai è logora. Eppure è proprio così: da noi chi merita sul serio, ma non ha le giuste conoscenze, fatica ad emergere. Secondo la mia esperienza in aziende private, ho visto più di una volta persone incompetenti o prive delle doti necessarie ricoprire cariche di un certo peso. Erano aziende all’italiana ovviamente, che riproducevano in piccolo la situazione del nostro paese: caos totale, mentalità alla “tanto se c’è un problema, ci metto una pezza sopra” e, appunto, posizioni dirigenziali in regalo ha chi il giusto network, a chi è protetto dall’alto, a chi è simpatico al direttore generale. Senza contare che tutto questo influisce in maniera pessima sull’azienda stessa, guidata a questo punto da chi non lo sa fare. Ma non importa, tanto quando si scopre una falla, si ripara alla bene meglio. Non nego che questo possa succedere anche all’estero. Capita. Ma non si tratta di una mentalità diffusa, di un metodo sistematico, non è, come in Italia, un virus che ha contagiato l’intero paese. Il discorso sarebbe lungo: potremmo parlare del flagello della baronia in ambito universitario, del morbo dei primari ospedalieri nominati a seconda della loro affiliazione politica, della pantomima dei concorsi pubblici di cui si sa il vincitore mesi prima. Ma non vorrei annoiarvi con fatti che sicuramente conoscete alla perfezione. L’Italia è un paese malato e io non vedo segni di miglioramento all’orizzonte. Fortunatamente, insieme a chi come me, ha voluto andarsene, c’è chi decide con coscienza di restare (coraggiosissimi; io non ce l’avrei fatta!), per sostenere e aiutare la lenta e difficilissima opera di guarigione del paese. Io non mi sento un “cervello in fuga”, non sono una ricercatrice che è dovuta emigrare per mancanza di fondi per la ricerca e a causa delle condizioni vergognose a cui sono costretti i nostri talenti. Ma ero stufa marcia dell’intero sistema, della mentalità da “terra dei cachi”, di assistere alla decadenza della nostra classe politica, di prendere, a 36 anni, con una famiglia e una solida esperienza professionale alle spalle, mille euro e un calcio in culo al mese. In Germania sarò anche lontana dalla famiglia d’origine e dagli amici, ma, nonostante tutte le difficoltà che un espatrio comporta, invece di sopravvivere, riesco a vivere e la qualità della mia vita ha subito un'impennata decisa. E a tornare, per ora, non ci penso neanche lontanamente.