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Di come si cerca casa a Monaco – parte IV

“Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.
Tu sei ricco e ti tirano le pietre
Non sei ricco e ti tirano le pietre
Al mondo non c’è mai qualcosa che gli va
e pietre prenderai senza pietà!
Se lavori, ti tirano le pietre.
Non fai niente e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, capire tu non puoi
se è bene o male quello che tu fai.
Tu sei bello e ti tirano le pietre.
Tu sei brutto e ti tirano le pietre.
E il giorno che vorrai difenderti vedrai
che tante pietre in faccia prenderai!”

Tu sei straniero e non ti dan la casa. Tua moglie lavora e tu no e non ti dan la casa. Tu non hai figli e non ti dan la casa. Tu hai  tanti figli e non ti dan la casa.  Tuo figlio non è abbastanza biondo e non ti dan la casa. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, mai la casa prenderai. A Monaco non c’è mai qualcosa che gli va  e casa non avrai, senza pietà!

Tu hai un cane e non ti dan la casa. Tu non hai animali e non ti dan la casa. Tu sei donna di 50 anni single e non ti dan la casa. Tu sei in periodo di prova e non ti dan la casa. Tu sei libero professionista e non ti dan la casa. Tu sei studente e non ti dan la casa. Qualunque cosa fai, capire tu non puoi  se è bene o male quello che tu fai. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,  mai la casa  prenderai. E il giorno che vorrai difenderti vedrai  quante pizze in faccia prenderai!

Metti una sera a cena

Interno sera. Casa di Eireen e Marito Supersonico. In cucina spicca una tavola apparecchiata a dovere per cinque e sui fornelli troneggiano pentole che bollono. L’atmosfera è di attesa e un po’ di tensione. Ore 19:00 suona il campanello: i vicini di casa, Moglie Tedesca e Marito Tedesco, sono arrivati. Dopo i convenevoli e qualche imbarazzo iniziale, la conversazione si avvia, l’atmosfera si scalda e la serata si svolge allegramente.

MS – certo la lingua tedesca è difficile eh. La struttura della frase è rigida, non si possono scambiare le parole all’interno di una frase, non c’è libertà, non c’è flessibilità, non c’è convenienza, non c’è il 2×3, non c’è l’ampio parcheggio all’ingresso!

MoT – Sì, certo è così, abbiamo una lingua molto strutturata, organizzata, disciplinata. Come tutte le cose in Germania!

MaT  – È verissimo! Qua ogni più piccola cosa è rigidamente controllata, regolamentata.

E – Sì, ho notato anche io che ci sono regole per qualunque circostanza; persino su come si parcheggia l’auto in strada, che si può collocare solo nella direzione del traffico, ad esempio, per evitare di dover fare manovre pericolose quando la si vuole spostare

MaT – (con aria critica) Assolutamente. Tutto è previsto, tutto è inquadrato in qualche legge, in qualche paragrafo o sottoparagrafo che ti dice come bisogna fare dalla A alla Z, senza eccezioni.

MoT – E c’è solo un modo di fare ciascuna cosa. Uno. Punto. Si fa così, non ci sono discussioni. Eccezioni? Poche e sparute.

E – (tra sé e sé) Ma guarda, credevo che i tedeschi manco si rendessero conto di quanto sono strutturati e organizzati in tutti gli aspetti della loro vita, fino a regolamentare come si va al cesso; pensavo che ci fossero talmente dentro, da non farci neanche caso. E invece guarda un po’, criticano questo loro stesso modo di vivere.

MaT – Per esempio, a me piace pescare. E sapete che cosa devo fare per poter pescare qua in Germania? Oltre a pagare un sacco di soldi, devo fare un esame. Un esame dove dimostro che so pescare, ammazzare il pesce, trattarlo.

E – (ironica) Addirittura? E quindi immagino tu debba fare un corso, altrimenti come fai a sostenere l’esame? L’arte dello scuoiare il pesce o una roba simile.

MoT – Ovvio, c’è il corso, dove impari a pescare proprio come descritto dalla legge 132 paragrafo 76, sottoparagrafo A, righe 5-23; poi c’è l’esame, poi ottenuto il mio patentino bello bello, posso finalmente pescare. Ma non dove dico io eh. Ah no. Dove dicono loro: a te pescatore nr. 34B toccano i laghi D, F, Z del circondariato lacustre nr. 18.

E – Guarda che cosa tocca fare per due trote!

MoT- Ecco, appunto. Pensare che di recente sono andato in Norvegia, ho detto che volevo pescare, ho pagato 5 euro e ho potuto pescare per una settimana liberamente e dove volevo. I norvegesi, quelli sì che sanno vivere!

E (riflette) E io che credevo che solo noi italiani fossimo usi a criticarci e pensare sempre che più a nord hanno capito tutto meglio di noi.

La cena continua, viene servito il pesce, il vino scorre, le chiacchiere proseguono.

E – Allora, Moglie Tedesca, come prosegue la gravidanza? Quando arriva il bimbo? Racconta.

MoT – Ah tutto bene, una meraviglia. Sono proprio contenta; peccato che avere una figlio qua a Monaco, o più in generale in Germania, sia diventato così difficile, un percorso ad ostacoli.

E- (soffocata dalla stupore) ma non è da noi in Italia che è impossibile fare figli, che non ci sono politiche di sostegno alla famiglia, che non ci si può permettere il lusso di diventare genitori e bla bla bla?

MS – (con aria curiosa e interessata) Non capisco, che cosa intendi? Non è forse la Germania il paradiso delle famiglie, con facilitazioni, sgravi fiscali, maternità lunghissime, gente felice che fa figli a gogò e li porta al parco serena, uno nella fascia portabebè, uno nella carrozzina, uno per mano?

MoT – Mica tanto. Facci caso: qua nessuna coppia si azzarda ad avere figli prima di compiere 35-40 anni. Io, che ho 26 anni, sono un’eccezione. Al corso pre-parto ero la più giovane e mi guardavano con curiosità; c’era una di 41 anni al suo primo figlio! Poi soprattutto qui a Monaco è un delirio, col costo della vita, gli affitti, pochi asili a disposizione.

MaT – prendiamo il caso, che ne so, di una madre single che fa la parrucchiera. Che cosa guadagnerà? 2000 euro al mese lordi. 1300 circa netti. Credete che riesca a mantenere se stessa e il bimbo con quella cifra a Monaco? Ahahahaha. Tra appartamento, asilo per il pupo, spesa, bollette… Fa prima a emigrare altrove.

E – Già, in effetti. Difatti ho sentito dire che Monaco è la città dei single. Per forza: se hai famiglia qua, non ce la fai a tirare avanti, salvo che tu non abbia un mega-stipendio.

MS – A proposito, in media che cosa guadagna al mese un impiegato a Monaco, tanto per cercare di capire?

MaT – Impossibile dirlo. Ci sono troppe varianti in gioco: dipende moltissimo dal tipo di lavoro. Però vi posso dire una cosa: quello che guadagnavo a Dresda come ingegnere, qui a Monaco lo guadagna il meccanico di un’autofficina.

MoT – Perché siamo a Monaco. E la vita costa.

MS – Allora conviene andare ad abitare il più fuori possibile!

MaT- certo fuori, ma attenzione a non andare troppo fuori. Monaco è una città internazionale, aperta, tollerante. Ma provate a spostarvi in città più piccole in Baviera e vedrete come cambia la musica. O andate in certi piccoli villaggi bavaresi, provate ad integrarvi e poi ne parliamo.

E- Cioè? Del tipo che se sei un uomo e non giri coi Lederhosen e i baffoni non ti considerano?

MoT – Beh non proprio, ma quasi. Per esempio, se non sei cattolico, non vai a messa tutte le domeniche, non fai il volontario nei Vigili del Fuoco locali, beh, non aspettarti troppa accoglienza. Alcuni sono capaci, se non sei come loro e ti siedi allo stesso tavolo, di alzarsi ed andarsene. Letteralmente. Ti escludono, ti emarginano, ti ritrovi isolato. E dopo un po’ sei tu che te ne vai; volontariamente. Per così dire.

E – Ammazza, sono tosti ‘sti bavaresi. Fiuuuuu, allora per fortuna che siamo atterrati a Monaco, dove il 60% dei bambini ha almeno un genitore che non è tedesco!

MoT – Certo, qua si vive bene, la città offre decine di occasioni di lavoro, soprattutto per ingegneri o tecnici. Vuoi un lavoro?  A Monaco lo trovi! In fretta e bene. Io, per esempio, lavoro in un ufficio dove offro servizi alle persone che lavorano negli uffici del palazzo dove mi trovo. È interessante, unico problema è che ogni tanto mi annoio. Abbiamo pochi clienti, anche se sono tutti soddisfatti.

MaT – Ecco, questo è un altro tipico problema tedesco. Il problema del marketing. Il tedesco medio chiede un servizio, il servizio funziona, lui è contento, se ne va. Fine della storia. Difficilmente andrà in giro a dire: “Uh ho usufruito di questo servizio, è eccellente, è una figata, andate tutti lá!”. No, lui darà per scontato che doveva funzionare bene, ha funzionato, quindi tutto nella norma.

MoT – Qui in Germania funziona tutto, quindi perché fare pubblicità a un posto in cui funziona tutto? È solo ovvio.

MaT – I tedeschi si svegliano solo quando c’è da lamentarsi. Allora lì sì che aprono la bocca e parlano. Eccome se parlano: si lagnano, criticano, si fanno sentire. Ma se tutto è ok, allora zitti, bocca cucita e non dicono beo neanche se li prendi a selciate.

MS – In questo modo però un buon servizio non può diffondersi: nessuno ne parla e quindi la clientela non aumenta.

MoT- Difatti qui in Germania da quel punto di vista è dura, bisogna lavorare sodo. Non puoi sperare che la voce si diffonda da sola e che la clientela aumenti di conseguenza.

E – Beh in Italia è il contrario: poiché niente funziona, se qualcosa va bene, allora partono le lodi sperticate, i commenti positivi con gli amici, il passaparola… Un altro mondo.

La serata continua ancora, il confronto culturale anche e alla fine si scopre quanto si possa imparare su un paese da una semplice cena tra amici: quasi più che in anni e anni di corsi di cultura all’università…

VOTA!

Cari lettori, ho avuto un periodo di sospensione e vuoto ispirativo dovuti al terremoto: il mio pensiero era praticamente sempre a Modena e dintorni. Come staranno i familiari? Saranno tranquilli? E l’amica che dorme in macchina si sarà rilassata? E tutti quelli che si trasferiscono al mare nel weekend, come vivranno il ritorno in città la domenica sera? E via dicendo. E mi sembrava, scrivendo, magari con leggerezza e ironia, di fare loro un torto, di non essere in qualche modo solidale. Ma poi mi è tornata la voglia e il sacro fuoco della scrittura si è riacceso dentro di me. E insomma eccomi di nuovo a voi. 

Qualche sera fa ero lì bella bella che me ne tornavo dal lavoro e, come sempre faccio, ho controllato la posta – vera, non elettronica –   e che cosa ti vedo sul tavolo, in mezzo alle varie buste e bustine? Una lettera a me indirizzata di colore grigiastro del “Kreisverwaltungsreferat”, un’istituzione grosso modo circa come la nostra anagrafe, con su una scritta in grassetto: “Wichtige Unterlagen von Ihrer Wahlbehörde!”. Addirittura col punto esclamativo. Santo cielo, ma che cosa sarà mai? Apro e cerco di districarmi tra le varie terminologie burocratiche, e quindi già di per sè complicate, di una lingua già di per sè complicata come il tedesco. Leggi e rileggi, controlla e ricontrolla, verifica e riverifica, in breve, senza farla troppo lunga e insomma, per arrivare dritti al punto, non disperdersi in mille rivoli che nulla c’entrano e non tenere in sospeso i lettori… che cos’era? Un invito per andare a votare il 17 giugno. Con tanto di indicazioni dettagliate su come, dove, quando, chi, perché. Votare? mi sono detta io, colta parecchio di sorpresa. Poi, come fulminata da un’epifania improvvisa, mi sono ricordata che sono anche cittadina tedesca e per giunta ufficialmente residente a Monaco, quindi. Quindi devo votare. Ok, vado a votare, ci mancherebbe. Ma un minuto. Votare per che cosa? Cioè, va bene che sono svanita e di politica ne mastico pochissimo, ma non mi ero per niente accorta che ci fossero elezioni imminenti qua in Germania. Sono proprio così fuori dal mondo? Eppure quantomeno la radio al mattino la ascolto, qualche sbirciatina alla TV mentre il marito supersonico guarda il tiggì, la butto. E coi collegi ci chiacchiero on a daily basis, quindi qualche aggiornamento su quanto capita nel mondo esterno, mi arriva. Eppure. Allora mi sono detta: che faccio ora? Raccolgo al volo qualche info sui maggiori partiti tedeschi e mi faccio fare una piccola lezioncina di base su chi è chi? Ma a chi chiedo? E poi, in tutta coscienza, non si può votare così, un tanto al braccio, tanto per votare, ma con le idee raffazzonate. Non va bene. D’altronde non posso neanche acculturarmi in velocità  sulla storia politica tedesca degli ultimi 30 anni, per allargare così la mia coscienza civile. Non fraintendetemi: non è che non m’interesso di politica, è che proprio non ci capisco un pero. Ci ho provato e riprovato: ho letto i giornali, ho seguito i dibattiti in TV, mi sono fatta spiegare le cose da chi ne sa più di me. Nada. Sono al punto di partenza: zero assoluto. Tra me e la politica non c’è feeling, non scatta quel qualcosa in più. Sono molto più il tipo da esplorazione dell’interiorità, focus sulle emozioni, percorsi di crescita personale. Se mi capita di vedere in una trasmissione due candidati alle elezioni che discutono tra loro e, poniamo, uno dei due è inferocito e urla, beh io mi metto a pensare: “Ma perché urla così, che bisogno ha? Forse sente l’esigenza di dare sfogo alla sua rabbia repressa proiettando le sue paure sull’altro e tenendolo così sotto controllo?”. In conclusione, un disastro.

Per fortuna che proprio così avulsa dalla realtà circostante non sono e così, nei giorni successivi al ricevimento della lettera, ho iniziato a notare i numerosi cartelli disseminati ovunque per Monaco. JA/NEIN ZUR DRITTEN STARTBAHN! Sì o no alla terza pista di decollo. E via con le immagini di aerei in sottofondo. In pratica l’aeroporto di Monaco ha già due piste e ora se ne vuole costruire una terza. Nel 2025 si prevede di raggiungere il picco di 58 milioni di passeggeri l’anno e di conseguenza lo spazio attuale non basta. La “Regierung von Oberbayern” ha già preparato il suo progettino e ora abbisogna solo dell’approvazione dei cittadini affinché si possa procedere. Certo, Monaco è un aeroporto importante, un punto di snodo nevralgico per il traffico aereo tedesco e se gli ospiti a bordo aumentano, non li si può lasciare a piedi. E poi volete mettere il ritorno economico, l’impatto positivo sull’occupazione, l’immagine della città? D’altronde non si può trascurare l’impatto ambientale. L’inquinamento acustico, quello da carburante: l’aria diventerebbe ancora più satura di rumore e gas. E l’eventuale congestionamento del traffico verso l’aeroporto? Per quanto riguarda invece eventuali ripercussioni o dietrologie varie politiche (tipo il partito destra vota Sì perché il loro candidato finanzierebbe in parte la progettazione; oppure a sinistra dicono di votare no perché sennò perdono l’immagine e i voti degli elettori), mi spiace: non conosco i retroscena, gli intrecci, le sozzure varie. Mi limito a riflettere sugli aspetti pratici della vicenda e cerco di decidere ciò che possa essere il meglio per la mia città d’adozione. E una decisione l’ho presa. Ma prima, se posso, mi piacerebbe moltissimo conoscere il vostro parere e sapere se nelle vostre città vi è mai toccato di decidere in merito ad un argomento simile. Se non è l’aereo magari potrebbe essere il treno ad alta velocità, lo scavo per un ennesimo tunnel, un inceneritore, un reattore nucleare, una discarica. Insomma, condividete la vostra opinione, raccontatemi! Così magari anche io mi posso fare un’idea ancora più precisa e posso votare sul serio con consapevolezza.

Volkshochschule

Di recente mi sono iscritta ad un corso di francese per falsi principianti, come mi ero ripromessa di fare nelle mie buone intenzioni di inizio anno accademico. Questo corso è uno dei più divertenti che mi sia mai capitato di fare, qui a Monaco, in Italia, oppure ovunque. Difatti, questioni che per me sono assolutamente scontate, come ad esempio il genere delle parole, mandano invece nel panico i miei tre compagni corsisti, ovviamente tutti tedeschi ed abituati ai generi femminile, maschile e neutro, ma attribuiti ai sostantivi in ordine sparso e casuale rispetto alle lingue romanze. Perciò quello che in francese è maschile, ad esempio le soleil, è femminile in tedesco, die Sonne, mentre ha lo stesso genere dell’italiano. I poverini navigano quindi assai male nel mare della grammatica e del lessico francesi, dove io, sguazzo invece come un paperotto, o quasi! Ma ciò di cui vorrei parlare oggi non sono tanto le particolarità di un corso di francese fatto nella lingua teodisca, per quanto ce ne sarebbe da scrivere, bensì della Volkshochschule, o VHS. Essa è un’istituzione pubblica presente in tutte le città tedesche ed è praticamente una fonte inesauribile di corsi di tutti i tipi e di tutti i livelli, per di più a prezzi veramente ultra contenuti. Esempio: il corso di francese suddetto mi costa, per 15 lezioni di un’ora e mezza ciascuna con insegnante madrelingua, la misera cifra di 104 euro. Veramente un affare. La VHS è il classico punto di partenza per qualunque straniero che sia appena arrivato in città e voglia imparare il tedesco da zero, lo voglia migliorare oppure affinare, se lo sa già abbastanza bene. L’organizzazione della VHS è impeccabile ed offre corsi in maniera realmente capillare: vi sono lezioni di mattina, di pomeriggio, di sera, una, due, tre, quattro o cinque volte alla settimana e per giunta in diverse zone della città. Impossibile non trovare il corso che fa per te. E non si parla solo di corsi di lingua, per quanto questi da soli sarebbero sufficenti per stupire un’intera platea: si va infatti dai classici corsi di inglese, spagnolo e italiano ai più insoliti e curiosi greco, giapponese, ebraico, polacco o addirittura “kannada” (un premio a chi mi dice che cavolo di lingua è la kannada!). Ma, dicevo, la scelta è ampissima: 7245 corsi, recita la home page del sito. Allora si va dal corso di fotografia, un classico sempre attuale, alle lezioni di conversazione, un must per la personcina che voglia inserirsi bene in società; al corso su come aprire e gestire un blog di successo (forse dovrei iscrivermi anche a questo?). Non dimentichiamo i corsi di ballo, con mille possibilitá, tra cui i balli africani e quelli brasiliani; i corsi di moda e cucito, specializzati in moda giovane, moda tradizionale, o cucito per abiti in lana. Abbondano i corsi per “Senioren” (anziani), anche in questo caso di tutti i tipi e generi: psicologia e arte di vivere, religioni del mondo, economia e finanza, yoga, internet…Poi ci sono i corsi per persone con handicap, i corsi per emigranti in situazioni svantaggiate, i corsi per chi di fatto si annoia e non sa più che cosa inventarsi per far passare il tempo. Se uno volesse controllare veramente tutti i corsi disponibili sul catalogo, che esce aggiornatissimo e gratuito ogni tre mesi, potrebbe perdere la testa  e sentirsi disorientato. Una sera, mentre sfogliavo questo catalogo, ricordo di essermi sentita male all’idea di tutti questi corsi lì così, a portata di mano e al pensiero di non poterli frequentare tutti dal primo all’ultimo. Ma come!? Tanto “sapere” a disposizione e non abbastanza tempo per carpirlo tutto!!Come avrete capito, suggerisco caldamente a chiunque abiti in Germania di approfittare di questa meravigliosa opportunità per occupare il tempo libero. Ecco uno di quesi casi nella vita in cui vi è realmente, indubbiamente, inevitabilmente l’imbarazzo della scelta. E ora scusate, ma devo andare: fra poco scade il termine per l’iscrizione al corso sull’arte di sistemare i fiori nel Giappone medievale. Non posso perderloooooooo!

Muoversi a Monaco

Qui a Monaco i punti di riferimento principali per orientarsi in città sono le fermate della metropolitana. Eh sì. Spiego come. Intanto bisogna dire che Monaco di Baviera possiede una rete di trasporto pubblico efficientissima, capillare, rapida, puntuale. Con il bus, il tram, la U-Bahn (metropolitana che viaggia in prevalenza sottoterra) o la S-Bahn (metro che viaggia più che altro in superficie, ha una frequenza minore di passaggio, ma copre un territorio più vasto) si arriva quasi ovunque. I principali uffici pubblici o luoghi d’interesse, quali ad esempio teatri importanti, centri di servizio al pubblico, musei o centri commerciali sono stati costruiti vicino ad una fermata della metro o viceversa la fermata della metro è stata progettata in modo da essere nei paraggi di un punto nevralgico della città. In questo modo si permette a chiunque di arrivare dappertutto senza problemi e soprattutto senza l’angoscia del parcheggio. Come se non bastasse, la U-Bahn negli orari strategici passa ogni  5 minuti e la S-Bahn ogni 10, così è quasi impossibile arrivare tardi a destinazione. Certo il costo del biglietto non è irrisorio, questo va detto. D’altronde per mantenere efficiente la rete, qualche soldo bisognerà pur spenderlo, no? Ma alla fine va anche bene pagare un pochino di più per poi avere in cambio la possibilità di muoversi senza problemi a qualunque ora del giorno e della notte! Perlomeno si ha la sensazione che i propri soldi siano spesi bene.
Comunque, come dicevo all’inizio, per orientarsi in città, si usano principalmente le fermate della metro. “Dove abiti?” “A 50 metri dalla U2, fermata Hohenzollernplatz”. “Dove ci troviamo domani sera?” “in centro, con la U6 in un attimo sei a Marienplatz. Ci becchiamo lì dalla fermata”. “Come arriviamo alla festa?” “Facile, prendi la U4 fino a Karlsplatz e poi la S-1 fino a Isartor. Come esci, ti trovi il palazzo davanti”. Va da sé che tutti gli appartamenti e le case nei pressi della metro abbiano prezzi pazzi. Eh sì, la comodità si paga! Altrimenti paghi meno e sgambetti. O prendi l’auto, a seconda. Un’altra opzione è la bici e credetemi, qui viene opzionata parecchio. Le piste ciclabili sono ovunque e il ciclista domina. Persino d’inverno, quando fuori impazza la Siberia, ci sono coraggiosi che pedalano, muniti di giaccone a ventone, cappelli, sciarpa e guanti. O anche no. E questi, secondo me, sono i veri pazzi, che sfrecciano per la città allegramente poco coperti anche in dicembre. Io credo che potrei vivere a Monaco anche altri 50 anni, ma mai, mai, mai me ne andrò in bici d’inverno e soprattutto non con vestiti leggeri addosso!
Se comunque non vi piacciono le due ruote, esiste pur sempre il car-sharing. Io non l’ho mai provato di persona, ma mi dicono che funzioni benissimo. Praticamente non vi sono scuse per non muoversi qui a Monaco: qualche modo di schiodare il sedere dalla sedia, lo si trova sempre. Una coppia di nostri amici ci ha raccontato addirittura che fino a che non è nata la figlia non hanno comprato la macchina e non hanno mai avuto problemi a spostarsi. Cosa impensabile in Italia, almeno nella città dalla quale provengo io, dove se non hai l’auto, ti puoi considerare bloccato in casa o quasi, specialmente dopo le 8 di sera, quando non circola più nessun bus! E se non hai i soldi per il taxi, ti attacchi! Ma non al tram, dato che non passa.

Franz Josef Strauss

L’aeroporto di Monaco per me è un luogo totalmente magico. Sì, sì, lo so che cosa state pensando: gli aeroporti sono luoghi-non luoghi, sono anonimi, potresti essere ovunque, non c’è vero contatto con nessuno perchè i rapporti durano solo qualche minuto  e altre cose simili. Bè per me non è affatto vero. Pensateci bene: ogni aeroporto ha le sue caratteristiche particolari, che lo distinguono dagli altri e lo rendono unico. Non si può confondere l’esotico aeroporto di Bali, ad esempio, con l’efficiente scalo di Oslo oppure l’aeroporto minuscolo e caldissimo di uno sperduto paese nel deserto australiano con quello di New York o un’altra grande metropoli del pianeta. Ciascun aeroporto è un mondo a sè ed offre l’opportunità al passeggero di farsi una prima idea del paese in cui esso si trova.
 Non trovate ad esempio ultra-ipnotico osservare il movimento continuo di passeggeri, ascoltare la varietà delle lingue, veder sfrecciare i velivoli di mille compagnie aeree, dalle più note e importanti alle più bizzare e semi-sconosciute? C’è un fascino incredibile in questi ambienti così perennemente in trasformazione per loro stessa natura.
L’aeroporto di Monaco di Baviera, o MUC o Franz Josef Strauss, ha le dimensioni ideali: non è immenso e sconfinato come quello di Amsterdam, nel quale a volte devi camminare mezz’ora dal tuo gate all’uscita; ma non è neppure piccolo e limitato come quello di Bologna, dove dopo un quarto d’ora non sai più che cosa fare, perchè hai già visto tutto. È fuori città, ma non troppo, quindi è alla giusta distanza dalla capitale bavarese, così da non creare problemi di inquinamento acustico, ma allo stesso tempo da essere raggiunto facilmente e senza impiegare troppo tempo, sia con la macchina che con il trasporto pubblico. Ci sono parcheggi a volontà e vi è persino un parcheggio gratuito per chi decide di fare shopping. A MUC, infatti ci sono sufficienti negozi, bar e ristoranti già nell’area pubblica, così da offrire una valida alternativa a chi desidera o ha bisogno di fare acquisti anche alla domenica. Va da sè che MUC sia un luogo pulitissimo, organizzato in maniera efficiente e fatto in modo da evitare il più possibile code o disagi a passeggeri e visitatori. Vi sono innumerevoli banchi check-in, diversi punti informativi, sufficienti varchi per l’area di sicurezza e abbastanza addetti, cosÌ da non permettere quasi mai il formarsi di code interminabili e da impedire che chiunque si senta smarrito o non sappia dove infilarsi. Solo in una o due occasioni ho trovato una lunga fila ai banchi check-in per consegnare il bagaglio, ma era a ridosso di una festività, quindi si trattava di una circostanza abbastanza accettabile.
Andare a visitare l’aeroporto di Monaco rappresenta un intrattenimento garantito per chiunque. Subito Franz Josef ti accoglie con le sue enormi M blu ai lati dell’autostrada e con la vista panoramica sul Visitor Centre, una serie di aeroplani in bella mostra su un prato verde e ben curato. Poi arrivi e trovi le giostre e i giochi per i bimbi, i già citati mille negozi per i grandi, i summenzionati ristoranti –tra gli altri l’italiano, l’asiatico, il messicano, il bavarese – la terrazza panoramica, dove prendere un caffè in relax osservando gli aerei in decollo e atterraggio e poi l’hotel Kempinski con il suo bar di lusso e le palme. Inoltre MUC è pieno di agenzie di viaggio, per cui se non hai un’idea di dove andare in vacanza, basta che tui vada là e scelga uno dei banchetti con il simpatico impiegato a disposizione et voilá! Nello spazio gigantesco all’aperto tra il Terminal 1 e il 2, poi, di volta in volta vengono allestiti gli spazi espositivi di marche di automobili e di aziende o, in dicembre, i banchetti del mercatino di Natale!
No, vi assicuro, non sto scrivendo uno spot per conto della società di gestione dello scalo bavarese! Sono tutte impressioni mie, genuine e sincere. Vi invito a provare l’esperienza di persona. E voi, che cosa ne pensate degli aeroporti? Vi piacciono, vi schifano? E qual è il vostro preferito o il più odiato? Raccontatemi…

Flughafen_Muenchenaereo

 

La casa di Monaco

casa monacoQuando ci siamo trasferiti a Monaco abbiamo pensato, per  evitare il problema degli affitti esorbitanti, di andare ad abitare nella casa che appartiene alla mia famiglia dagli anni ’50. Questa casa, la “casa di Monaco”, ha una storia che ho sempre trovato affascinante e che qualche sera fa zio Fritz mi ha raccontato, aggiungendo dettagli che non conoscevo.
La parte tedesca della mia famiglia è in realtà originaria di Berlino e all’epoca della guerra abitavano tutti nella zona est della città. Subito dopo la guerra, mio nonno Jakob ha giustamente pensato che fosse il caso di emigrare e di spostarsi verso Monaco. Andò avanti da solo, mentre il resto della famiglia attendeva a Berlino.
Ora poiché i tempi erano quello che erano e di soldi ce n’erano pochini, il nonno pensò bene  anche che fosse il caso di costruirsi la nuova casa  con le sue mani e così fece.  Prima si costruì una piccola casetta veramente essenziale, in pietra, con cucina e camera da letto, senza neanche il bagno, nella quale abitare per il tempo necessario affinchè la casa vera e propria, la casa di Monaco, fosse pronta. Capirete che per costruire da soli o quasi un casa con due piani, una cantina e un solaio, ci voglia il suo tempo e infatti ci vollero anni. Nel frattempo lui, insieme a uno dei suoi 3 figli, oggi scomparso, viveva nella casetta, che ancora oggi si trova in giardino, così com’era. Per mettere insieme la casa, nonno Jakob ha dovuto usare materiali recuperati un po’ da dovunque. Le porte, per esempio, prese da chissa dove, sono tutte una diversa dall’altra e sono state dipinte di bianco per renderle simili tra loro. Il pavimento, invece, è stato fatto usando la ghiaia della strada per formarne la base.
La casa di Monaco risponde ai rigidi criteri architettonici di quando fu costruita e in parte di oggi: ha il tetto super a punta, come gran parte delle abitazioni qui (come quella nella foto), suppongo per permettere alla neve d’inverno di scivolare meglio via dal tetto. È inoltre circondata da un giardino enorme e stupendo, ma grande il doppio della sua superficie di base, sempre per via di queste leggi. E ha un’altra particolarità: è leggermente storta rispetto alle altre case del quartiere, perché pare che fosse obbligatorio, all’epoca, che l’ultima casa in fondo alla strada fosse visibile dall’inizio della strada stessa: doveva insomma spiccare rispetto alle altre, tutte allineate fra loro.
Quando la casa era a buon punto mia nonna e i due figli rimanenti, mio padre e zio Fritz, si trasferirono anche loro a Monaco, raggiungendo il nonno. E intanto lui continuava a costruire, perché non era proprio tutto finito e le stanze erano ancora incomplete. Ci vollero altri anni affinchè il nido fosse davvero terminato e accogliente. Oggi la casa appare bella, ma anche strana: ha un solo bagno, ma cinque camere da letto – si usava così – mentre ben due stanze e l’intero corridoio su entrambi i piani non hanno il termosifone (ma ne faremo installare a breve, giusto per non ibernarci d’inverno). In compenso c’erano due praticissime stufe a legna, che scaldavano gli ambienti in pochissimi minuti. Per evitare il congelamento nei mesi più gelidi, bisognava tenere sempre chiuse tutte le porte, appunto per non fare uscire il calore dalle varie stanze.  Il forno a legna in cucina, enorme, quando era in funzione fungeva da falò e tutta la famiglia vi si riuniva attorno. In bagno c’é solo la vasca, ma era senza box (lo abbiamo aggiunto noi di recente): così bisognava fare la doccia solo seduti e velocissimi, per non schizzare d’acqua tutte le pareti e il pavimento!
La casa di Monaco negli anni ha accumulato al suo interno ogni sorta di oggetto e quando noi siamo arrivati e la nonna se n’era andata da un paio d’anni, era praticamente un museo. Tutti i mobili risalivano a quando la casa fu costruita. Materassi e lenzuola pure. Vestiti e attrezzi del nonno erano ancora lì; l’elenco di “roba” che era stata lasciata nel corso dei decenni sarebbe interminabile. Io e il marito supersonico, ma soprattutto lui, abbiamo gettato via montagne di cose e ancora ce ne sarebbe. Mesi fa guardare dentro le stanze era come guardare le stelle dentro un telescopio: si poteva fare un salto indietro nel tempo, alle origini della storia dell’universo-casa. Oggi essa è molto più vuota, più pulita, più leggera e ariosa. Sembra nuova. Eppure, eppure ha perso un po’ di sapore, un po’ di fascino – per acquistarne un altro, sia chiaro – ed è come se un pezzetto della mia storia se ne  sia andato insieme alle anticaglie che abbiamo gettato.

Oktoberfest

Per chi si trova a Monaco, evitare l’Oktoberfest è praticamente impossibile. Se ci vivi, non puoi non parteciparvi: non si parla d’altro, tutti ci vanno e alla fine, anche se sei molto anticonformista, un salto ce lo fai comunque. Se sei un turista, quasi certamente in questo periodo sei a Monaco per quello. Se sei nella capitale della Baviera per affari, sicuro che il cliente o il fornitore ti ci porteranno a fare un giro. L’Oktoberfest è il festival popolare più grande al mondo, con un afflusso annuale medio di sei milioni di visitatori; noi italiani abbiamo anche il “Week-end italiano” all’interno della manifestazione, dedicato a noi, perché ci presentiamo là in maniera decisamente massiccia.  Quest’anno la celebrazione della birra compie 201 anni. 201 anni fa, infatti, si sposavano proprio a Monaco il Principe Ludwig e la Principessa Teresa di Saxe-Hildburghausene e per l'occasione fu organizzata una grande festa. Da allora non si è mai smesso di festeggiare il loro anniversario di nozze, mentre la festa diventava sempre più grande e turusitica di anno in anno. L’estate scorsa, appena arrivata a Monaco, ho avuto la fortuna di assistere all’Umzug, la parata di apertura, insieme a dei tedeschi, che mi hanno raccontato tutto quanto ho scritto sopra. Quest’anno non ho voluto perdere l’occasione di far partecipi di questo evento imperdibile il marito supersonico e il bambino bionico. Anche questa volta ho trovato l’Umzug spettacolare, divertente, affascinante e assolutamente degno di essere visto. Se si va in metro, come noi, si possono notare decine e decine di persone vestite coi tradizionali costumi bavaresi, il Dirndl per le donne e i Lederhosen per gli uomini. Se ne vedono di tutti i tipi, coloratissimi e allegri; le signore, poi, si vede benissimo, curano l’intero look per ore prima di uscire, attente ad ogni dettaglio, dai capelli, al trucco, alla borsetta, alle scarpe e alla fine paiono tutte bellissime. Scesi dalla metro, ci siamo accodati alla folla immensa che si stava spostando per assistere all’Umzug. Ovviamente c’erano spiegamenti di polizia ovunque. Ci siamo ritagliati il nostro posticino in qualche modo e abbiamo atteso con ansia. Poi la sfilata è cominciata. Abbiamo visto i carri, uno per ciascuna marca di birra, che passavano con sopra barilotti decorati, fiori in abbondanza e decine di persone vestite tipiche che salutavano la folla. Abbiamo visto cortei di gente a piedi, i cavalli, le mucche (ne ho viste di enormi, mai viste così grosse in vita mia), abbiamo sentito la musica delle bande che accompagna il tutto, eravamo in mezzo al pubblico che applaudiva, urlava, rideva, salutava a sua volta e fotografava, con i bimbi in spalla ai papà e i neonatini addosso alle mamme. Il sole splendeva fortissimo: abbiamo avuto l’onore di avere un ultimo scampolo d’estate. Tutto era praticamente perfetto. Finita la sfilata ci siamo buttati, insiemea tutti gli altri, sul Theresienwiese, il luogo dove si svolge la festa vera e propria, con giostre di tutti tipi, baracchini che vendono dolciumi, bevande, cibo e poi le celeberrime tende sotto le quali, se si trova posto, ci si può sedere e bere fiumi di birra. Pensate che i lavori per l’allestimento dell’intero “baraccone” iniziano già a luglio, ben due mesi prima. Quindi vi lascio solo immaginare l’estensione in metri quadrati di tutto l’ambaradan e l’allegra confusione che regna sul Theresienwiese per circa due settimane all’anno.
Solitamente evito i luoghi troppo affollati e chiassosi, gli eventi a cui tutti vanno perché “ci vanno tutti” e non sono nemmeno una fan della birra, che praticamente non bevo, dato che non mi piace. Quindi in teoria dovrei provare repulsione per l’Oktoberfest, combinazione di tutti e tre gli elementi sopra descritti. Invece…invece…trovo che questa festa abbia in sé qualcosa di magico, di irresistibile, di unico, forse legato a Monaco, alla atmosfere bavaresi, alla Germania in generale. Non lo so, ma forse non è neppure necessario trovare una spiegazione: basta stare bene e divertirsi.oktoberfest 1Oktoberfest_umzugoktoberfest_wiese

Nachtschwärmer

Nachtschwaermer_Plakat_4Una volta all’anno Monaco, solitamente così tranquilla e silenziosa, si trasforma. Diventa energetica, animata, vivace. No, non sto parlando della seppur imminente Oktoberfest, la festa popolare con più visitatori al mondo. Parlo di un evento di portata più ridotta, ma non per questo meno importante per disegnare il profilo della città. Il Nachtschwärmer, la notte in cui tutti i negozi del centro rimangono aperti fino a mezzanotte e le strade si riempiono di spettacoli e soprattutto di gente. Incredibile per una città che ha già raggiunto il massimo dei suoi sforzi concedendo ai negozi di rimanere aperti fino alle 20 del sabato e che mai, dico mai, gli permette l’apertura domenicale, neanche sotto Natale.
Erano giorni che sentivo parlare in ufficio di questa notte dello shopping e questo ha inevitabilmente innescato la mia curiosità. Così, insieme al marito supersonico e al bambino bionico, ho deciso che sarei andata a dare un’occhiata. Devo dire che i miei sentimenti al riguardo di questa serata sono stati contrastanti. Da una parte ho adorato, come sempre, essere immersa fino al collo in questa caratteristica atmosfera monacense, tipica della zona Marienplatz/Stachus, fatta di negozi strepitosi, di architettura mozzafiato (penso al Rathaus e alla Frauenkirche), di piazzette sorprendenti e deliziose (Jokobsplatz, con la sinagoga che, mi ha spiegato mio marito, ha suscitato polemiche con i musulmani, che hanno invece la moschea a casa di dio – o di Allah – fuori mano e isolata e si sono per questo sentiti discriminati), di gente ovunque, di musica, rumori, luci, colori. Come non rimanere ipnotizzati e affascinati? Ho scoperto negozi di tutti i tipi, anche in zone, dove non ero mai stata e sono rimasta colpita dal vedere, fuori da uno di essi, un paio di tizi travestiti da diavolacci, truccatissimi, con la tutina rossa ultra-aderente, con tanto di forcone, coda e cornini. Roba che in una città conservatrice e borghese come Monaco, non ci azzecca per niente. Si danno veramente alla pazza gioia questi bavaresi, mi sono detta. E via dentro a esplorare le boutique, in Marienplatz, nelle vie laterali, nei Fünf Höfe, templi del lusso – ma mai quanto la Maximilianstrasse lì vicino, che rivaleggia senza timore con via Montenapoleone a Milano. Insomma una festa per gli occhi, anche se poi la mia intenzione di fare shopping sfrenato è sfumata del tutto, dato che in ciascun negozio sembrava di essere al Pineta di Milano Marittima all’una di notte di un sabato sera d’agosto. Non c’era in pratica modo di muoversi, figuriamoci scegliere con calma un cardiganino, un decolletè tacco 12, una crema anticellulite, una borsetta. Ho desistito, ma mi sono detta che l’indispensabile rifornitura autunnale del mio guardaroba – che mi sembra sempre striminzito – è solo rimandata.
Eppure in tutto ciò la mia parte più “no logo”, quella più idealista, ecologista, naturista e chi più ne ha più ne metta, si sentiva un po’ a disagio. Lei in quella situazione ha visto sprechi, inutilità e una dedizione ad uno stile di vita consumistico e pericolosissimo. “Viva la parsimonia, viva l’acquisto di cose solo veramente utili, abbasso il superfluo e il buttare via soldi!” proclamava. Figuriamoci se non mi doveva far sentire in colpa in un’occasione così: in colpa di esser lì e di voler comprare. Ma va bene, non siamo mica tutti d’un pezzo.
E comunque alla fine dei conti mi sono sentita fortunata e privilegiata. Ero lì, in una delle città per me più belle al mondo, che ho più vicino al cuore, in un’atmosfera eccezionale, a godermi la serata e a divertirmi. E non sono qui di passaggio, no; non sono una turista in vacanza, sono una residente. A Monaco ci vivo, ci abito proprio, ci lavoro; a Monaco sperimento la quotidianità. Più ci penso, più mi sembra pazzesco.

Estati tedesche

Vi assicuro: io non sono una persona che ama il sole. A me il sole non piace. In barba al fatto che sono cresciuta in una città che tra giugno e settembre ogni venerdì si svuota perchè tutti vanno al mare, io non amo il mare e neanche il sole. A me di andare in spiaggia non frega nulla. Di abbronzarmi neanche e si vede: sono più bianca io di una mozzarella tenuta al buio un anno. Dopo un po’ che sto al sole, mi viene l’eritema. Basta mezz'ora e inizio a grattarmi come avessi la scabbia. Perciò mi ritiro all’ombra e sono felice. Da piccola, mentre tutti gli altri bimbi d'estate correvano fuori a giocare, me ne stavo in camera a leggere o fare la Settimana Enigmistica. Ogni anno prolungo il momento di mettere le odiate scarpe aperte e insisto fino all'ultimo con ballerine e decolletè. Ho sempre dichiarato di amare la montagna, di adorare i laghi immersi nei boschi, il fresco delle altitudini e le atmosfere magiche delle malghe. Mi trasferirei domani in mezzo alle Dolomiti, mentre non andrei mai ad abitare vicino al mare, se non sotto minaccia di morte. Tutto ciò fino a ieri. Poi mi sono trasferita a Monaco e ho scoperto l’estate tedesca. Instabile, imprevedibile, disseminata di giornate gelide e piovose (che si alternano ad altre caldissime, ok è vero) non so come facciano i tedeschi a chiamarla estate. Da quando sono qui ho capito come mai, da sempre, la riviera romagnola o l’isola di Minorca sono invase regolarmente da turisti teutonici. E mi sono trasformata: non appena esce un raggio di sole, mi butto fuori all'aperto. Se splende un pochino il nostro astro,  propongo subito ai colleghi il lunch in terrazza. Poi mi siedo esattamente nel punto in cui il sole batte più forte e non mi muovo per un’ora. Sudo, soffro, mi gratto, ma sto lì. Eh no: c’é una bella giornata calda e io me la devo perdere? Non sia mai. Tra poco io, il marito supersonico e il bambino bionico, se tutto va bene, andremo a trascorrere una settimana al mare – udite, udite – in Portogallo. Io il Portogallo me lo sogno di notte. Non vedo l’ora di arrivarci, di mettere il piede – calzato in una splendida infradito – sul suolo di quel paese soleggiato. Io voglio andare in Portogallo e starci per sempre. Voglio stare lì ad arrostirmi, ad abbronzarmi, a crepare di caldo. Io adesso passo i pranzi a rimembrare, insieme a Paula (Oporto) e Carmen (Barcellona) di com’erano belle le estati della nostra infanzia, quando si stava tre mesi al mare, senza la protezione solare, che ai quei tempi non andava di moda, quando si andava fuori e dentro dall’acqua di continuo e poi si mangiava il gelato, e poi altre due ore prima di andare di nuovo in mare, "senò ti si blocca lo stomaco e ti dobbiamo portare in ospedale!". Penso alla sabbia appicicata alla pelle uscite dal bagno e alla mamma che c'incitava: "Cambiatevi subito il costume, che non va bene tenere addosso quello bagnato!".  E mi ricordo ancora il rumore delle onde, le urla degli altri bimbi, la voce del venditore ambulante infaticabile sotto il sole impietoso: "Coccooooooo! Cocco belloooooooooooooo!"; e il bagnino che andavamo a comprare la brioche al bar e ci diceva: "Tenete, pampine!". Penso ai pomeriggi passati a dormire in camera, prima di tornare in spiaggia, con la penombra e un po' di fresco che entrava dalle finestre semi-aperte. E la sera poi si faceva il passeggio in paese e si guardavano i negozi con i prendisole, i giocattoli e i giornali esposti. Com’erano belli quei mesi al mare. Quelle sì che erano estati!