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Di come si cerca casa a Monaco – parte IV

“Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.
Tu sei ricco e ti tirano le pietre
Non sei ricco e ti tirano le pietre
Al mondo non c’è mai qualcosa che gli va
e pietre prenderai senza pietà!
Se lavori, ti tirano le pietre.
Non fai niente e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, capire tu non puoi
se è bene o male quello che tu fai.
Tu sei bello e ti tirano le pietre.
Tu sei brutto e ti tirano le pietre.
E il giorno che vorrai difenderti vedrai
che tante pietre in faccia prenderai!”

Tu sei straniero e non ti dan la casa. Tua moglie lavora e tu no e non ti dan la casa. Tu non hai figli e non ti dan la casa. Tu hai  tanti figli e non ti dan la casa.  Tuo figlio non è abbastanza biondo e non ti dan la casa. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, mai la casa prenderai. A Monaco non c’è mai qualcosa che gli va  e casa non avrai, senza pietà!

Tu hai un cane e non ti dan la casa. Tu non hai animali e non ti dan la casa. Tu sei donna di 50 anni single e non ti dan la casa. Tu sei in periodo di prova e non ti dan la casa. Tu sei libero professionista e non ti dan la casa. Tu sei studente e non ti dan la casa. Qualunque cosa fai, capire tu non puoi  se è bene o male quello che tu fai. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,  mai la casa  prenderai. E il giorno che vorrai difenderti vedrai  quante pizze in faccia prenderai!

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Metti una sera a cena

Interno sera. Casa di Eireen e Marito Supersonico. In cucina spicca una tavola apparecchiata a dovere per cinque e sui fornelli troneggiano pentole che bollono. L’atmosfera è di attesa e un po’ di tensione. Ore 19:00 suona il campanello: i vicini di casa, Moglie Tedesca e Marito Tedesco, sono arrivati. Dopo i convenevoli e qualche imbarazzo iniziale, la conversazione si avvia, l’atmosfera si scalda e la serata si svolge allegramente.

MS – certo la lingua tedesca è difficile eh. La struttura della frase è rigida, non si possono scambiare le parole all’interno di una frase, non c’è libertà, non c’è flessibilità, non c’è convenienza, non c’è il 2×3, non c’è l’ampio parcheggio all’ingresso!

MoT – Sì, certo è così, abbiamo una lingua molto strutturata, organizzata, disciplinata. Come tutte le cose in Germania!

MaT  – È verissimo! Qua ogni più piccola cosa è rigidamente controllata, regolamentata.

E – Sì, ho notato anche io che ci sono regole per qualunque circostanza; persino su come si parcheggia l’auto in strada, che si può collocare solo nella direzione del traffico, ad esempio, per evitare di dover fare manovre pericolose quando la si vuole spostare

MaT – (con aria critica) Assolutamente. Tutto è previsto, tutto è inquadrato in qualche legge, in qualche paragrafo o sottoparagrafo che ti dice come bisogna fare dalla A alla Z, senza eccezioni.

MoT – E c’è solo un modo di fare ciascuna cosa. Uno. Punto. Si fa così, non ci sono discussioni. Eccezioni? Poche e sparute.

E – (tra sé e sé) Ma guarda, credevo che i tedeschi manco si rendessero conto di quanto sono strutturati e organizzati in tutti gli aspetti della loro vita, fino a regolamentare come si va al cesso; pensavo che ci fossero talmente dentro, da non farci neanche caso. E invece guarda un po’, criticano questo loro stesso modo di vivere.

MaT – Per esempio, a me piace pescare. E sapete che cosa devo fare per poter pescare qua in Germania? Oltre a pagare un sacco di soldi, devo fare un esame. Un esame dove dimostro che so pescare, ammazzare il pesce, trattarlo.

E – (ironica) Addirittura? E quindi immagino tu debba fare un corso, altrimenti come fai a sostenere l’esame? L’arte dello scuoiare il pesce o una roba simile.

MoT – Ovvio, c’è il corso, dove impari a pescare proprio come descritto dalla legge 132 paragrafo 76, sottoparagrafo A, righe 5-23; poi c’è l’esame, poi ottenuto il mio patentino bello bello, posso finalmente pescare. Ma non dove dico io eh. Ah no. Dove dicono loro: a te pescatore nr. 34B toccano i laghi D, F, Z del circondariato lacustre nr. 18.

E – Guarda che cosa tocca fare per due trote!

MoT- Ecco, appunto. Pensare che di recente sono andato in Norvegia, ho detto che volevo pescare, ho pagato 5 euro e ho potuto pescare per una settimana liberamente e dove volevo. I norvegesi, quelli sì che sanno vivere!

E (riflette) E io che credevo che solo noi italiani fossimo usi a criticarci e pensare sempre che più a nord hanno capito tutto meglio di noi.

La cena continua, viene servito il pesce, il vino scorre, le chiacchiere proseguono.

E – Allora, Moglie Tedesca, come prosegue la gravidanza? Quando arriva il bimbo? Racconta.

MoT – Ah tutto bene, una meraviglia. Sono proprio contenta; peccato che avere una figlio qua a Monaco, o più in generale in Germania, sia diventato così difficile, un percorso ad ostacoli.

E- (soffocata dalla stupore) ma non è da noi in Italia che è impossibile fare figli, che non ci sono politiche di sostegno alla famiglia, che non ci si può permettere il lusso di diventare genitori e bla bla bla?

MS – (con aria curiosa e interessata) Non capisco, che cosa intendi? Non è forse la Germania il paradiso delle famiglie, con facilitazioni, sgravi fiscali, maternità lunghissime, gente felice che fa figli a gogò e li porta al parco serena, uno nella fascia portabebè, uno nella carrozzina, uno per mano?

MoT – Mica tanto. Facci caso: qua nessuna coppia si azzarda ad avere figli prima di compiere 35-40 anni. Io, che ho 26 anni, sono un’eccezione. Al corso pre-parto ero la più giovane e mi guardavano con curiosità; c’era una di 41 anni al suo primo figlio! Poi soprattutto qui a Monaco è un delirio, col costo della vita, gli affitti, pochi asili a disposizione.

MaT – prendiamo il caso, che ne so, di una madre single che fa la parrucchiera. Che cosa guadagnerà? 2000 euro al mese lordi. 1300 circa netti. Credete che riesca a mantenere se stessa e il bimbo con quella cifra a Monaco? Ahahahaha. Tra appartamento, asilo per il pupo, spesa, bollette… Fa prima a emigrare altrove.

E – Già, in effetti. Difatti ho sentito dire che Monaco è la città dei single. Per forza: se hai famiglia qua, non ce la fai a tirare avanti, salvo che tu non abbia un mega-stipendio.

MS – A proposito, in media che cosa guadagna al mese un impiegato a Monaco, tanto per cercare di capire?

MaT – Impossibile dirlo. Ci sono troppe varianti in gioco: dipende moltissimo dal tipo di lavoro. Però vi posso dire una cosa: quello che guadagnavo a Dresda come ingegnere, qui a Monaco lo guadagna il meccanico di un’autofficina.

MoT – Perché siamo a Monaco. E la vita costa.

MS – Allora conviene andare ad abitare il più fuori possibile!

MaT- certo fuori, ma attenzione a non andare troppo fuori. Monaco è una città internazionale, aperta, tollerante. Ma provate a spostarvi in città più piccole in Baviera e vedrete come cambia la musica. O andate in certi piccoli villaggi bavaresi, provate ad integrarvi e poi ne parliamo.

E- Cioè? Del tipo che se sei un uomo e non giri coi Lederhosen e i baffoni non ti considerano?

MoT – Beh non proprio, ma quasi. Per esempio, se non sei cattolico, non vai a messa tutte le domeniche, non fai il volontario nei Vigili del Fuoco locali, beh, non aspettarti troppa accoglienza. Alcuni sono capaci, se non sei come loro e ti siedi allo stesso tavolo, di alzarsi ed andarsene. Letteralmente. Ti escludono, ti emarginano, ti ritrovi isolato. E dopo un po’ sei tu che te ne vai; volontariamente. Per così dire.

E – Ammazza, sono tosti ‘sti bavaresi. Fiuuuuu, allora per fortuna che siamo atterrati a Monaco, dove il 60% dei bambini ha almeno un genitore che non è tedesco!

MoT – Certo, qua si vive bene, la città offre decine di occasioni di lavoro, soprattutto per ingegneri o tecnici. Vuoi un lavoro?  A Monaco lo trovi! In fretta e bene. Io, per esempio, lavoro in un ufficio dove offro servizi alle persone che lavorano negli uffici del palazzo dove mi trovo. È interessante, unico problema è che ogni tanto mi annoio. Abbiamo pochi clienti, anche se sono tutti soddisfatti.

MaT – Ecco, questo è un altro tipico problema tedesco. Il problema del marketing. Il tedesco medio chiede un servizio, il servizio funziona, lui è contento, se ne va. Fine della storia. Difficilmente andrà in giro a dire: “Uh ho usufruito di questo servizio, è eccellente, è una figata, andate tutti lá!”. No, lui darà per scontato che doveva funzionare bene, ha funzionato, quindi tutto nella norma.

MoT – Qui in Germania funziona tutto, quindi perché fare pubblicità a un posto in cui funziona tutto? È solo ovvio.

MaT – I tedeschi si svegliano solo quando c’è da lamentarsi. Allora lì sì che aprono la bocca e parlano. Eccome se parlano: si lagnano, criticano, si fanno sentire. Ma se tutto è ok, allora zitti, bocca cucita e non dicono beo neanche se li prendi a selciate.

MS – In questo modo però un buon servizio non può diffondersi: nessuno ne parla e quindi la clientela non aumenta.

MoT- Difatti qui in Germania da quel punto di vista è dura, bisogna lavorare sodo. Non puoi sperare che la voce si diffonda da sola e che la clientela aumenti di conseguenza.

E – Beh in Italia è il contrario: poiché niente funziona, se qualcosa va bene, allora partono le lodi sperticate, i commenti positivi con gli amici, il passaparola… Un altro mondo.

La serata continua ancora, il confronto culturale anche e alla fine si scopre quanto si possa imparare su un paese da una semplice cena tra amici: quasi più che in anni e anni di corsi di cultura all’università…

Con la dolcezza, si ottiene tutto!

Vi state per trasferire in Germania o siete appena arrivati? Sognate in un futuro di farlo? Bene, scommetto allora che vi state preparando o lo avete fatto anche dal punto di vista culturale, oltre che pratico e logistico. Infatti, pur essendo fondamentale essere organizzati per quanto riguarda la ricerca di casa e lavoro, non bisogna trascurare l’aspetto più psicologico di un espatrio. Che cosa intendo? Intendo che, come ho già avuto modo di scrivere, state per andare ad abitare o siete appena andati in un paese che non è il vostro e quindi, necessariamente, dovete abituarvi ad una serie di abitudini, usi e costumi lontani dai vostri. E non crediate che, solo perché la Germania è dietro l’angolo, non vi siano da fare grandi sforzi d’integrazione. Per esempio, una delle cose fondamentali se volete ingraziarvi i locali e ottenere più in fretta ciò che desiderate è essere sempre gentili. “Ohibò, Eireen, che cosa ci stai raccontando? Non è forse questa una regola universale, valida ovunque, sempre e comunque?”, mormora il lettore, mentre legge queste righe. Sì, certo, ma vi posso assicurare che qui in Germania la gentilezza è ancora più importante, più diffusa, più richiesta di quanto non lo sia in Italia. E per evitare di farvi classificare istantaneamente come degli stranieri maleducati e cafoni, ecco alcune regole di base, che vi consiglio caldamente di mandare a memoria e di utilizzare quanto più possibile.

1 – Quando telefonate a qualcuno, noterete che l’interlocutore risponde pronunciando subito il proprio nome, o meglio, il cognome.  Ciò serve a loro a identificarsi, ovviamente, e a dare a voi modo di capire se avete composto il numero telefonico giusto. Quando poi voi, a vostra volta, gli avete detto il vostro nome –  “Salve, qui parla Rossi.” – , aspettatevi che l’altro lo ripeta continuamente. “Hallo Herr Rossi. Ja, Herr Rossi. Also wir sehen uns morgen Herr Rossi. Bis bald Herr Rossi.“ All’inizio a me sembravano tutti un po‘ esagerati, eccessivi. Invece qua è visto come un segno di rispetto e un modo per stabilire un contatto con l’altra persona. E non succede affatto solo al telefono, ma in qualsiasi tipo di normale conversazione; escluse quelle tra amici o colleghi, ovvio. Il bello è che in teoria, voi dovreste fare lo stesso, ossia chiamare continuamente il vostro interlocutore per cognome. Io non lo faccio mai e sospetto di risultare abbastanza cafona. I problemi sono due: primo, non essendo abituata a tanti ghirigori, non mi viene affatto spontaneo e mi sentirei ridicola a farlo. Secondo, il più delle volte non capisco affatto il cognome della persona con cui sto parlando e allora, per evitare figuracce…

2 – Quando chiedete qualcosa a qualcuno, usate sempre, rigorosamente il condizionale. Sempre. Cercare di evitare come la peste di essere diretti. Avete bisogno di un appuntamento in banca, dal medico, per visitare una casa? Dite: “Per me POTREBBE ANDARE venerdì dalle 15.00 in poi. Per lei ANDREBBE?”.  Mai dire robe come: “Io posso domenica.”. Troppo diretto, troppo brutale. Più condizionali ci sono nella frase, più farete buona impressione sull’altro e più alzerete le chances di ottenere il vostro obiettivo. “Gradirei sapere” o “Sarebbe gentile se lei potesse” sono formule vincenti. Anche nello scritto. Sempre partire dal punto di vista che state chiedendo un favore all’altro e state cercando un compromesso che vada bene ad entrambi, che ciò sia vero o no. Poi parlate di conseguenza.

3- Salutate, salutate, salutate. Dite “Hallo” al passante sconosciuto e che mai più rivedrete. Dite “Guten Morgen” alla vicina di casa che incrociate al mattino uscendo per andare al lavoro, anche se i vostri rapporti sono inesistenti e, a parte quel Buongiorno, non vi dite mai null’altro e, in generale, vi ignorate felicemente a vicenda. Salutate rigorosamente quando volete un’informazione da qualcuno per strada o in un negozio. Mai approcciare qualcuno di colpo con un: “Ma il negozio a che ora apre?”. Non siate violenti e rozzi. Piuttosto dite, sorridendo se possibile: “Buongiorno, mi scusi, salve. Non è che per caso saprebbe a che ora riapre questo negozio? (…) Ah bene. Gentilissimo, grazie. Arrivederci.” Più salamelecchi fate, meglio sarà.

4 – Avrete già capito, arrivati a questo punto, che è indispensabile pronunciare di continuo le paroline magiche “Bitte” e “Danke” (“per favore”/“prego” e ”grazie”). Mi raccomando di non sentirvi timidi. Usatele, usatele, usatele. Tranne gli eccessi (tipo un “grazie” ogni 3 parole, che diventa ridicolo), con Bitte e Danke non risulterete mai fuori posto. Mi raccomando però: ricordate che in tedesco si dice “Nein, danke” per rifiutare qualcosa e “Ja, bitte” per accettare. Se dite “Ja, danke” confonderete l’altro, che non capirà se vorrete o no la tal cosa. A me è capitato più volte. Altra parolina consigliabilissima è “Entschuldigung”, ossia “Scusi”, per introdurre una richiesta da parte vostra, tipo: “Entschuldigung, wissen Sie zufällig viewiel Uhr es ist?” (Scusi, non è che per caso sa che ore sono?).

5 – Non crediate che in Germania sia semplice entrare in confidenza; ma forse ve lo immaginavate già! L’ho scritto altrove, ma lo ribadisco. In Germania dare del lei agli altri è super-stra-importantissimo. Ad esempio, mai la commessa in un negozio vi darà del tu, come succede spesso in Italia; vi darà del lei per tutto il tempo dell’acquisto, anche se entrate da anni in quel negozio. Sono esclusi negozi molto alternativi di abbigliamento giovane o DVD, per esempio. Ma sono casi rari. Idem con patate per chiunque non conosciate, anche se ha la vostra età o è più giovane, a meno che non si tratti di un bambino o un adolescente. Per esempio è obbligo assoluto dare del lei alle tate dell’asilo e alle insegnanti dei vostri figli.  Non crediate che solo perché la tata del nido ha 23 anni e voi 40, possiate dirle “Hallo Britta!”. Non fatelo neppure per scherzo. Sempre: “Guten Morgen Frau Schulze!”. Uguale per, che ne so, il medico, i parrucchieri, i terapeuti, l’agente immobiliare, il commesso della banca etc…etc… Soltanto se e quando la relazione diventerà più confidenziale e rilassata, potrete passare al tu. Ma solo dopo averne discusso con l’altro ed esservi accertati che ciò vada bene a entrambi.

Quelle che ho menzionato sono le regole di base per come muoversì in società, come risultare integrati e centrare l’obiettivo prefissato. Se c’è qualcuno all’ascolto che abita o ha abitato in Germania, potrà magari aggiungerne altre, che mi sono sfuggite. Attendo i vostri commenti con trepidazione!

Pian piano…il crollo dei miti..ad uno ad uno

E io che credevo che usare le donne in un certo modo per fare pubblicità fosse una prerogativa tutta italiana! E io che pensavo, venendo in Germania, di non vedere mai più tette e culi al vento  usati con disinvoltura per vendere prodotti o aumentare l’audience di una trasmissione. E io che ero convinta che in terra teutonica mai avrei visto il corpo femminile mercificato nel peggiore dei modi.

E invece….

(guardate e cliccate per ingrandire; si tratta dell’estratto del catalogo pubblicitario di una tipografia, ricevuto qualche giorno fa in ufficio)

Mi devo forse ricredere? Che ne pensate?

La celeberrima riservatezza tedesca tra mito e realtà

L’invito è arrivato tramite una conoscente del marito supersonico, una vicina di casa con cui prende regolarmente il bus il mattino. L’evento si sarebbe svolto un sabato pomeriggio, nella via dietro casa nostra. Abbiamo deciso quindi di accettare. “Perché no?” ci siamo detti. E così il pomeriggio dell’appuntamento abbiamo atteso che la ragazza ci venisse a prelevare e siamo andati. Fatti pochi metri a piedi, girando l’angolo, abbiamo visto le panchine e i tavoli con le tovaglie bavaresi (ossia a quadretti bianchi e azzurri) allestiti sulla strada; poi abbiamo notato bevande di ogni genere, dal caffè all’acqua, all’Apfelschorle, all’immancabile birra, lì a disposizione di tutti. Torte e dolcetti di vario genere facevano bella mostra di sé su un tavolo, mentre i barbecue attendevano soltanto l’orario giusto per essere accesi. Da parte nostra abbiamo contribuito al magna-magna generale con una bella ciambella all’italiana, che abbiamo appoggiato sul tavolo, quindi tagliato e condiviso con i presenti. In pratica abbiamo partecipato alla nostra prima festa del vicinato alla tedesca. Come siamo arrivati, le persone sedute al nostro stesso tavolo, gentilissime, si sono presentate. “Hallo! Grüß Gott, ich bin der Werner! Ich wohne hier gegenüber in dem grünen Haus!” (Ciao, salve, sono Werner, abito qui di fronte nella casa verde!“). Ciascuno dava il nome e la posizione geografica, tanto per aiutare l’altro ad orientarsi. “Ti ho già visto, mi sembra, ma non ricordo dove” ha detto un signore dall’aria sorniona al marito supersonico. Poi di colpo è giunta l’illuminazione: “Aaaah sì, ho capito. Mi capita di passare spesso davanti a casa tua e attraverso le finestre, ti vedo cucinare!” Eh già è proprio lui. Intanto il bambino bionico, con fare circospetto, osservava i numerosi bambini del circondario anche loro intervenuti alla festa: ce n’era di tutte le età, dai 2 agli 11 anni. “Certo, è carina questa festa, è stata una bella idea organizzarla!” ha detto uno. “Eh sì, perché in questa zona siamo in tanti, ma praticamente non ci conosciamo.”, gli ha fatto eco un altro. “Ci si saluta, ci si sorride, ma poi finisce lì, non c’è un vero rapporto ed è un peccato!” ha aggiunto una signora lì a fianco. Ma allora è vero, mi sono detta io, è proprio come mi sembrava: questi tedeschi fanno più fatica di noi a fare amicizia tra di loro. Non sono solo io che, a causa della mia leggendaria timidezza, ci metto anni per lasciarmi andare oltre a un “Ciao” con chi non conosco. Qua sono tutti come me! Ciò da una parte conferma il mito dei tedeschi riservati, chiusi, distanti. D’altra parte però, guardando la scena in cui eravamo immersi, facevo fatica a pensare a gente fredda e poco sociale. Vedevo sorrisi a bizzeffe, mani e sguardi che s’incontravano, birre bevute assieme, sentivo risate comunitarie, udivo persone che non si erano mai viste prima tra loro, parlare come se si conoscessero da anni. Tedeschi asociali e gelidi? A quanto sembra stasera, direi di no, dicevo tra me e me. Addirittura in più di una occasione sono stata avvicinata spontaneamente da persone gentilissime, che mi hanno fatto ogni sorta di domanda su di me, con curiosità e vero interesse. Non c’era niente di formale o vuoto nel loro approccio, ma solo desiderio di conoscermi meglio. “Da quanto vivete qui? E dove lavori tu? E il bimbo dove va all’asilo? Ah sei italiana? Ah io sono stata in vacanza in Italia quest’estate. Roma, Genova, che meraviglia! È quello sul monopattino il tuo bimbo, vero? Che carino!”. Io trasecolavo, impressionata da tanta cordialità (fino a questo punto si spingevano i miei pregiudizi sui tedeschi: fino a rimanere stupita dalla loro simpatia!). All’inizio della festa, lo ammetto, mi sentivo come il solito baccalà decorativo. Nelle  situazioni sociali nuove, come ormai avrete capito, mi sento solitamente poco sciolta e tendenzialmente non vedo l’ora di andare via. Eppure dopo qualche ora, durante questa festa, ho iniziato a rilassarmi. Ho cominciato, udite udite, a sentirmi a mio agio. Robe da matti. Verso sera, mentre le chiacchiere andavano avanti e nuove persone arrivavano a getto continuo, qualcuno ha portato la legna e un contenitore di metallo ed ha acceso il fuoco. Poi fuori i bastoni, fuori i marshmellows e via coi bimbi intorno alle fiamme a cuocerli! Il buio scendeva, il freddo aumentava, ma l’allegria intorno a noi, oltre al fuoco, ci hanno scaldati parecchio. Abbiamo scoperto di vivere in una zona piuttosto internazionale del quartiere: oltre ai tedeschi provenienti da ogni parte della Germania, abbiamo incontrato greci, ungheresi e non ricordo più bene quale altra nazionalità. La festa, col passare delle ore, si animava sempre di più, il via vai di gente è stato continuo e ad un certo punto c’è stato anche chi ha iniziato a cantare.

Verso le dieci di sera, “stanchi, ma felici”, ci siamo decisi a tornare a casa. Abbiamo salutato tutti con un sorriso e ricevuto indietro altrettanti sorrisi.  “Tschüüüß! Gute Nacht! Bis bald! Danke für die Einladung! Wiedersehen” (Ciao, buonanotte, grazie dell’invito, arrivederci). E forse da questa esperienza, ci siamo portati dietro la fine di una leggenda e il crollo di un mito inossidabile: quello dei teutonici gelidi e inavvicinabili!

Can che abbaia

Tanto per continuare sull’onda degli “indizi che rivelano dove mi trovo” del post precedente, ci tengo a raccontare al volo quello che mi è successo stamattina.

Vado a fare spesa al supermercato insieme a mia madre. Appena entrati, lei nota subito una donna con un cane di grossa taglia dentro il carrello. Un cane. Di grossa taglia. Dentro il carrello. In un supermercato, in mezzo ai cibi. Ma non era proibito agli animali entrare nei supermercati? Voglio dire, ok l’amore per gli animali, ci mancherebbe; guai a maltrattarli e massimo rispetto a chi decide di tenersene uno in casa. Però da lì a farne entrare uno in un negozio di alimentari, metterlo dentro un carrello dove poi altri metteranno i propri acquisti – quindi il cibo – mi sembra che ne passi! L’aspetto più stupefacente di tutta la vicenda, tuttavia, era che nessuno, né i clienti, né le cassiere, né la direzione del supermercato, abbia protestato o quantomeno notato l’accaduto. Tutti zitti, tutti tranquilli, tutti passivi. E suvvia che sarà mai, facciamo un’eccezione, no? Non siamo forse noi il paese delle eccezioni e del chiudiamounocchismo? “Ma dai, ma guarda che bel cagnone, bello lui che mi lecca la faccia! Tenero, che mi bacia le guance. Ma quanto sei bello eh? Uh guarda com’è carino che piscia sull’insalata riccia e i pomdori pachino!”.

E la signora, intanto, via che girava col cane nel carrello attraverso le corsie, nel reparto frutta e verdura, tra gli yogurt e le mozzarelle, in mezzo a bibite e patatine. Che la sfiorasse il minimo dubbio di stare compiendo un atto d’ inciviltà e di avere infranto una regola di convivenza in società, assolutamente no. E poiché mia madre è totalmente intollerante a queste forme di maleducazione, ha subito approcciato la signora e le ha fatto notare che il cane non doveva essere lì. Quindi si è rivolta alla direzione del supermercato e ha denunciato la presenza dell’animale. La direzione ha ammonito la signora, la quale si è scocciata e si è messa sulla difensiva immediatamente. Ma certo, tu porti un cagnone in un luogo in cui non si può, poi quando ti chiedono di portarlo fuori e di non tornare più con lui, t’infastidisci perché sono gli altri che rompono. Io stentavo a credere alla scena cui avevo appena assistito; ma pochi minuti dopo, sono entrata in un altro supermercato e…ZAC…anche lì girava beato e tranquillo un cliente con un cane in braccio e, anche in quel caso, nessuno che facesse una piega. In sostanza, questa mattina ho avuto l’onore di assistere a due episodi simili tra loro che hanno messo in evidenza diverse caratteristiche negative del nostro paese: la maleducazione, l’arroganza, l’inciviltà, la tendenza a fare i furbi e ignorare le regole, l’omertà collettiva degli altri e il lasciar passare sotto silenzio l’episodio da parte del personale di entrambi i supermercati.

Ma non è finita qua! Al rientro a casa mia madre ha voluto telefonare alla polizia municipale per segnalare entrambi gli episodi. Ve lo devo raccontare come si è svolta la telefonata oppure lo indovinate da soli? Chi ci azzecca, vince un prosciutto! (si veda post precedente per un aiutino).

Superquizzone per lettori perspicaci

Immaginate per un attimo di abitare all’estero, magari in Germania, come me. E un giorno di trovarvi su un aereo diretto a Nonsisabenedove, bendati e improvvisamente incapaci di distinguere in quale lingua parli la gente intorno a voi. Per qualche motivo misterioso, comprendete ciò che i vostri interlocutori vi dicono, ma non siete in grado di determinare in quale idioma si stanno esprimendo. Siete smarriti e disorientati e non sapete neppure quanto durerà il viaggio. Tuttavia, dopo poco – ma non sapete dire se ore o minuti – atterrate in un aeroporto misterioso, sempre bendati, e vi viene comunicato che rimarrete cosÌ per tutta la durata del soggiorno, a meno che non riusciate ad indovinare dove vi troviate. Ovviamente non potete chiederlo direttamente a nessuno o sarebbe troppo facile. Come uscite dall’aereo, il clima torrido e l’afa che v’investono, vi fanno immediatamente escludere dall’elenco di luoghi papabili le zone nordiche del pianeta. Proseguite quindi la vostra esplorazione, vi addentrate all’interno nel paese di destinazione e iniziate a raccogliere indizi, nella speranza di indovinare quanto prima dove siete finiti e quindi potervi finalmente togliere la fastidiosa benda dagli occhi.

Nei giorni seguenti notate le seguenti cose o vi capitano gli episodi descritti sotto:

1 – gli automobilisti intorno a voi guidano in una maniera molto più spericolata e incauta di quanto non siate abituati dal vostro paese di residenza. Spesso vi ritrovate con una macchina che viaggia a velocità assai superiore al limite consentito e che vi tallona per chilometri, a pochi centimetri di distanza dal retro della vostra vettura.

2 – un pomeriggio vi recate al bancomat per un prelievo e la macchina, per un problema di software, di colpo si blocca e, prima ancora che inizi a operare, ingoia la vostra tessera senza risputarla. Poiché sono le 17, la banca è chiusa e a voi tocca fare ritorno il giorno dopo per riprendervi la preziosa scheda. Il mattino seguente in banca vi viene detto che dovreste andare alla vostra filiale per il recupero. Loro devono prima spedire il bancomat là e questo richiede 10 giorni di tempo. Dopodiché, con l’autorizzazione del direttore, lo potrete riavere. E voi pensate: “Ma come? Io sono qui, la tessera voi l’avete lì in mano, l’avete appena rinvenuta nel bancomat e non c’è alcun modo di ridarmela e basta?”. Grazie al cielo, prima ancora che possiate verbalizzare i vostri pensieri, è l’impiegata stessa che dice: “Beh, sentiamo in centrale, se si può fare un’eccezione!”. E te credo! Soddisfatti, dopo essere tornati dopo un’ora (il tempo necessario affinchè il direttore rientrasse da una riunione e desse l’ok) e avere fatto la fila, con una semplice firma riottenete felici il vostro bancomat.

3 – immaginate di avere un figlio piccolo e di essere stati catapultati a casa di un parente misterioso, il quale ha effettuato per se stesso l’iscrizione annuale ad un circolo con piscina nei pressi di casa propria. Immaginate che sia proibito severamente l’ingresso in piscina ai non soci del circolo. Immaginate poi ancora che il parente, impietosito dal vostro aspetto sudaticcio e dalla faccia sbattuta che avete a causa della gran calura, decida di chiedere al gestore del circolo se, per il tempo del vostro soggiorno, egli possa chiudere un occhio e far entrare voi e il pargolo in piscina. Il gestore, a questo punto, risponde: “Ma certo, come no, ci mancherebbe! Ma dai, si fa un’eccezione! Dobbiamo tenere un bimbo lontano da una piscina in piena estate? Ma nooooo! E il genitore? Ma non sia mai, ma che siam matti! Ma che vengano tutti e due e non se ne parli più.”. Al che a voi si apre il cuore e vi si risolleva la pressione sanguigna, scivolata nei giorni precedenti a 50/70, a causa dell’afa insopportabile.

4- ogni notte un cane di grossa taglia, rinchiuso in una stanza in un’abitazione non lontana da dove vi trovate, abbaia insistentemente per ore e ore, impedendo a voi e tutto il vicinato di dormire. Indagando, scoprite che il cane abbaia allo stesso modo ogni notte da mesi, dato che i padroni, proprietari di una pizzeria, lo chiudono in gabbia ogni sera per poter gestire il loro locale in pace.  Scoprite anche che sono già state fatte dai vostri vicini diverse segnalazioni alla polizia a riguardo del disturbo e dei latrati insopportabili. Poiché non potete chiudere le finestre di notte, sempre a causa del calore infernale, siete costretti a ciucciarvi gli ululati laceranti a spese del vostro sonno. Una notte, però, decidete che così non si può andare avanti. La mattina dopo telefonate alla polizia e il seguente dialogo si svolge:

–      Buongiorno, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire.

–      Dove esattamente? A chi appartiene il cane? […] Ah ho capito. Ma sa una cosa? Noi non ci possiamo fare niente. Così la denuncia è troppo generica. Anche se andiamo là adesso, che cosa vuole che facciamo? Se il cane non abbaia… sa com’è.

–      Sì, ma questo cane è già stato segnalato tante volte in passato per il disturbo.

–      Senta, faccia una cosa. Io intanto segnalo la cosa, ma vedrà che i miei colleghi non faranno nulla (Ah! Complimenti per il servizio e la professionalità!). Lei deve chiamare di notte, nel momento in cui il cane abbaia. Poi se i miei colleghi fanno storie e inventano scuse, dica che sono stato io a consigliarle di telefonare la notte.

La notte stessa, dopo mezz’ora di guaiti a mille decibel, vi tirate su dal letto, chiamate la polizia notturna e il seguente dialogo si svolge:

–      Salve, telefono per segnalare un cane che abbaia rumorosamente tutte le notti da molto mesi e impedisce al vicinato di dormire. Sta abbaiando anche in questo momento.

–      Eh ma io che ci posso fare? Non ho mica pattuglie da mandare fuori. (Ma che, è un problema mio?). Sa che cosa deve fare? Chiamare i miei colleghi della polizia diurna e segnalare l’episodio a loro.

–      Veramente è ciò che ho fatto stamattina e mi è stato detto di chiamare voi.

–      Ah, beh, ma dovrebbe chiamare di giorn…eh…ecco…sì… ma io non ho pattuglie da mandare.

–      E allora io che cosa faccio, scusi? Mi tengo i latrati tutta la notte? (Non mi sembra sia un porblema mia se non hanno pattuglie!).

–      Senta, aspetti, vediamo che cosa posso fare. Giovannaaaaaaa, senti…c’è un cane che abbaia, c’abbiamo una pattuglia da mandare più tardi? […] Eh lo so, ma loro gli hanno detto di chiamare la notte! Che si fa? Si manda la pattuglia più tardi? […]      Va bene, senta, tra poco mando qualcuno a guardarci. Appena posso. Buonanotte.

Ecchecavolo, esclamate voi, riappoggiando la cornetta al telefono e la vostra guancia sul guanciale, nella speranza di riuscire finalmente a dormire in santa pace!

Ditemi ora, a quale punto della storia avreste capito di essere stati catapultati in Italia?

Post fulmine

Ieri mattina stavo uscendo da casa come sempre per andare al lavoro e che ti vedo? Due tizi in divisa che scrutano ed osservano – almeno mi è parso – la macchina parcheggiata davanti a casa nostra. “Saranno addetti comunali che controllano il verso in cui sono parcheggiate le macchine (qua ci sono)?” mi sono detta. “Eppure l’auto è girata nel verso giusto, è dentro allo spazio, non invade la strada, non ha l’assicurazione scaduta. Insomma tutto a posto. Quasi quasi chiedo lumi direttamente ai due personaggi.”. E così ho fatto. Lei, gentilissima, mi ha spiegato subito il quid. In pratica erano davvero due addetti comunali, ma addetti al controllo delle strade e di come vengono tenute. “Ci sono parecchi erbacce qua in giro, bisogna che le togliate”. E in effetti. Non me ne ero davvero accorta, lo ammetto. E la signora, sempre con un sorriso, ha subito proseguito. “Forse siete appena arrivati qui e non conoscevate questa regola.”. Avrà notato la targa italiana, Miss Sherlock Holmes. “Appunto!” mi sono affrettata a precisare io.  “Nulla di grave” ha proseguito lei, soave: “Vi lasciamo una lettera con l’invito a ripulire tutto entro qualche giorno e a posto così. Poi ripasseremo a controllare.” e si é cortesemente congedata. Io me ne sono andata tranquilla al lavoro, per ritornare la sera e trovare il marito supersonico e il bambino bionico diligentissimi, che toglievano erbacce dalla staccionata e sul marciapiede a tutt’andare. E difatti ora la zona davanti a casa l’è molto più bellina!

Ora, diciamolo, potrei farvi un post lungo 3000 caratteri sui tipici ordine e pulizia tedeschi, su quanto sia civile un paese in cui ai cittadini viene richiesto imperativamente di prendersi cura della zona intorno a casa propria, anche per far risparmiare soldi al Comune, su quanto noi italiani dovremmo prendere esempio, su come tutto ciò contribuisca a migliorare l’immagine della cittá e via sulla stessa scia. Potrei farlo, ma non lo farò. Questa volta preferisco lasciarvi un post fulmineo con tanto di immagine-verità (cliccare per credere ) e lasciar trarre a voi le conclusioni, di qualunque genere esse siano.

Che ne dite?

Mamma mia!

Questo è il post di una mamma arrabbiata. O meglio: di una donna arrabbiata. Arrabbiata, perché non capisce come mai, dopo decenni di scontri, rivendicazioni, battaglie, discussioni, conflitti, lotte e contese, ancora la condizione materna deve essere così impegnativa e complicata da vivere. Sì perché la Germania, vista dall’Italia, appare come il paradiso delle mamme. Congedi di maternitá eterni, posto mantenuto al rientro in ufficio dopo anni, Kindergeld (cifra mensile che lo stato eroga ai genitori), mamme che fanno il part-time come se piovesse. Quindi prima di partire mi dicevo: “Chissà come saranno avanti là, in quanto a conciliazione tra vita lavorativa e vita da genitore. Altro che qua in Italia, dove una deve fare il triplo carpiato di continuo per far combaciare gli orari dell’ufficio con quelli dell’asilo, poi il bimbo si ammala e non si sa come fare, poi t’iscrivi in graduatoria per il nido, ma non hai abbastanza sfighe punti e allora non te lo prendono; poi i nonni lavorano o abitano a 500 km e gli asili privati costano troppo, d’altronde con 1000 euro al mese come fai? Ancora peggio con una baby-sitter. Poi la volta che fai tardi alla riunione perché il pupo ha il caghetto, il capo ti guarda storto.” Insomma, un inferno, o quasi. Era un continuo dover incastrare esigenze diversissime, orari sballati, riunioni coi clienti coincidenti con la festicciola di fine anno alla materna, febbroni da cavallo della prole che diventano anche i tuoi.

“In Germania sarà tutto molto meglio organizzato”, pensavo prima di fare il grande salto. E gongolavo all’idea di liberarmi di alcuni fardelli legati alla condizione materna. Beh mi sbagliavo. Le difficoltà che incontra qui una mamma che lavora sono diverse da quelle italiane, ma sono comunque numerose. Come prima cosa, ho dovuto constatare quanto sia difficile trovare posto negli asili della città: bisogna organizzarsi molto per tempo e iscrivere il pupo quanto prima: bene se al momento del test di gravidanza, meglio ancora se in quello del concepimento. Qua non esistono graduatorie o robe simili, ma solo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”. Se vi trasferite, esempio, a Monaco a luglio e volete un posto per il pargolo a settembre in un Kindergarten, iniziate a dire il rosario. Poi magari vi capita il colpo di fortuna, per carità, ve lo auguro e come arrivate vi offrono il posto all’asilo sotto casa full-time.

A supporto della mamma disperata poi, c’è sempre il servizio di consulenza gratuito della città di Monaco, in cui vi spiegano come organizzarvi con la Betreuung del bimbo: asili, Tagesmutter, nonne in prestito, la scelta è ampia e questo è un aspetto lodevolissimo. Ma bisogna comunque correre come delle pazze per organizzare il tutto. A partire dal fatto che questo servizio di consulenza è disponibile quasi solo dalle 9 alle 12. Eh? Ma io lavoro a partire dalle 8 e fino alle 17. Se non lavorassi potrei andarci alle 9, ma a quel punto avrei meno bisogno di una sistemazione per il pupattolo, no?  E in ogni caso la stragrande maggioranza dei servizi è aperta solo al mattino (ne ho parlato in un post di qualche tempo fa). Al mattino.  Al mattino. Al mattino. E il pomeriggio? Al pomeriggio ti attacchi! Chiedi ai nonni, se li hai; trovi una vicina pietosa che ti tiene il pargolo oppure …oppure non lo so. Qualche asilo full time ovviamente esiste qui a Monaco. Ma sono contatissimi e per avere un posto bisogna essere disposti ad uccidere. Ve la sentite? Se sì, siete a posto.  Il punto qua è che per fare una vita da mamma serena, esiste un’unica soluzione: non lavorare. Ebbene sì. Vuoi avere uno o più figli e intanto anche realizzare te stessa, guadagnare qualcosa e sentire di mettere a frutto i tuoi talenti? Cambia nazione, non trasferirti in Germania, o tu donna che stai per espatriare o sei già espatriata causa offerta di lavoro. Oppure sii una donna che sta bene anche a casa a crescere i pargoli. Scelta, tra l’altro rispettabilissima, ma qui praticamente obbligata. Non c’è scelta. O meglio c’è: o stai a casa o diventi stron*a per riuscire a lavorare e stare anche con i tuoi figli. Le scuole pubbliche, ad esempio, i primi anni delle elementari chiudono verso le 11 o le 12.Per non parlare del coinvolgimento massiccio e obbligatorio dei genitori nei compiti a casa. Ma chi ha tempo?  Vuoi un posto al doposcuola perché tu e tuo marito lavorate full time? Vediamo, non so, non garantisco. Altro esempio di vita genitoriale difficile: una coppia di nostri amici, di recente ha dovuto vendere l’anima al diavolo, perché hanno trovato posto per l’ultimo anno di asilo del loro bimbo solo in una struttura che è aperta dalle 8 alle 14. Fine. Chiuso. Schluss. E dalle 14 in poi? Hanno dovuto lottare per rimediare il posto in un secondo asilo dove, grazie al cielo, un bus lo porterà ogni pomeriggio. Ma quanto stress comporta per tutti una situazione così? E potrei citarvi ancora quel mio collega che, alla fine della giornata lavorativa porta i figli al parco, mentre la moglie, appena rientrata dall’ufficio, cucina la cena. Spesso lui si ritrova ad essere l’unico padre del parchetto. Allora capita che venga avvicinato dalle altre mamme, che gli chiedono, trasecolate: “Ma la mamma dei bimbi dov’è?” e lui: “A casa che cucina, sapete, ha lavorato tutto il giorno, così porto a spasso io le belve qui.”. Risposta classica: “Lavooooooooooooooooooooooooooooraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa? E PERCHÈÈÈÈÈÈ?”. Cioè, riuscite a credere che gli chiedono perché lavora? Zio canta, ma secondo te perché lavoro? Sai, lavoro perché sono un po’ matta, non ho tutte le rotelle a posto. E poi avendo un’allergia ai tappeti in casa è meglio se sto in ufficio tutta la giornata, così evito di starnutire troppo. Ma santa pazienza, ma si può? No, non si può. Non si può ancora essere fermi all’idea della donna angelo del focolare e basta, senza via di scampo. Non si può negare alle donne la possibilità di una libera scelta, o fargliela pagare cara se decidono di lavorare full time. Non si può lamentarsi della bassa natalità e poi non offrire servizi adeguati di child-care ai genitori. Non si può trasferirsi all’estero, sperare di fare un balzo in avanti come qualità della vita da mamma e poi scoprire di avere fatto invece un salto indietro nel medioevo. No, così non va.  Ma quante strade ancora dobbiamo percorrere noi donne per essere veramente libere di essere donne intere, senza dover immolare parti di noi sull’altare del biberon e della pappa oppure sulla scrivania in mogano? Non ci siamo.

P.S. tardivo al post. Ho appena parlato col marito supersonico, che mi ha spiegato che qua in Germania la tematica di cui sopra è oggetto di acceso dibattito politico. Ah per fortuna che non sono l’unica che se ne lamenta. Marito mi ha parlato di famiglie, ad esempio africane, che abitano a Monaco. E poichè per ogni figlio mensilmente percepiscono parecchio denaro, una somma che aumenta all’aumentare della prole, alla fine a queste mamme conviene fare molti figli e poi stare a casa. Problema: in questo modo i figli degli stranieri non imparano il tedesco e hanno dunque difficoltà ad integrarsi. E al momento di andare a scuola, ovviamente obbligatoria, arriva il dramma. Vi pare che si possano chiudere gli occhi su una situazione del genere? Perchè le istituzioni e la politica su questo non vogliono cedere e continuano a fare finta di niente?

Incredula

Non riesco a resistere. Proprio non posso aspettare. Ho pensato: “Questa la devo assolutamente e subitaneamente raccontare ai miei lettori. Roba fresca, roba buona.” Sono appena tornata dal seggio, dove ho votato per il referendum sulla terza pista dell’aeroporto di Monaco. No, giuro, un’esperienza pazzesca. Vi è mai capitato di votare in Italia? Immagino di sì. Bene, allora la scena che sto per descrivervi vi sarà familiare.

Il tipico elettore italiano si prepara per andare a votare con il certificato elettorale perenne che gli è stato comodamente recapitato a casa anni prima (perlomeno quello). Prepara anche il documento d’identità e si avvia verso il seggio assegnatogli. Arrivato, nota stuoli di poliziotti a guardia del fortino, che controllano che le operazioni elettorali si svolgano regolarmente. Poi inizia a cercare di districarsi tra il labirinto delle classi della scuola dove si svolge la votazione. Sezione B2, a sinistra, poi lungo il corridoio, poi salire le scale, girare a destra e infine terza porta dopo le toilettes. Fila. Non per il bagno, per il seggio. A meno che, ovviamente, non si sia scelto un orario strategico, tipo quello in cui c’è la finale del campionato. Poi l’elettore controlla se deve andare a consegnare il certificato elettorale a destra o a sinistra, a seconda se è maschio o femmina.  Dopo che lo scrutatore ha controllato nell’elenco maschi o femmine che l’elettore sia iscritto davvero in quella sezione elettorale e mentre un altro scrutatore parallelamente ne controlla l’identità, viene consegnato all’elettore il seguente materiale:

  • scheda elettorale adeguatamente timbrata la mattina precedente dai muli scrutatori, che le hanno stampigliate rigorosamente una ad una con un solo ed unico timbro, risalente più o meno all’epoca del duce. Ah … e mentre uno scrutatore timbrava, l’altro firmava le schede. Tempo totale dell’operazione: da 4-5 ore a molte di più se ciascun elettore deve votare per più di un “argomento”. E mi pare giusto; io ho sempre pensato di proporre che le schede fossero anche validate da un’impronta digitale, perché non si sa mai, di questi tempi, insomma cosa vuoi…
  • matita con inciso sopra il numero della cabina elettorale, che l’elettore dovrà utilizzare per il voto e che va riconsegnata rigorosamente allo scrutatore. Guai ad infilarsi in una cabina elettorale che non corrisponde al numero sulla matita: si potrebbe capitare dentro ad una cabina in cui sia già presente un elettore votante.

L’elettore si reca dunque dentro una delle cabine chiuse ed ultra-protette a disposizione e compie in gran segreto il suo dovere (ossia infila una fetta di salame felino nella scheda). Compiuta l’operazione di voto, egli/ella fa scivolare la scheda nello scatolone per la raccolta o la consegna ad uno scrutatore che la infilerà personalmente nel box. A questa operazione devono assistere sia l’elettore che lo scrutatore con la massima serietà, per evitare imbrogli. Infine l’elettore si vede riconsegnate in pompa magna il suo documento d’identità e la sua tessera elettorale timbrata per evitare doppie votazioni e può così andarsene sotto allo sguardo vigile delle autorità di polizia. Il tutto avviene con tono solenne e barocco e una certa aria di formalità.

Insomma io, abituata da sempre così, mi aspettavo la stessa identica cosa qua in Germania ed ero tutta emozionata mentre mi avviavo a piedi per recarmi al seggio, nella scuola elementare di quartiere. Mi chiedevo: saprò districarmi tra i corridoi della scuola per trovare l’aula in cui devo votare? O mi perderò? E se mi ferma la polizia e mi chiede un documento  e parla in bavarese e io non capisco? E se non distinguo in quale delle cabine mi devo infilare e sembro così una rimbambita? E se … e se… e se… In pratica ero parecchio in tensione. Arrivata davanti alla scuola, vedo che c’è nemmeno un poliziotto. Zero. Nisba. Null. Dico: avrò sbagliato scuola. No, no, era proprio quella giusta. Ci sarà, che ne so, un vigile almeno? No. Un sorvegliante, al limite anche un pensionato che controlla. No. No. No. Ingresso libero. Procedo disorientata da tanta informalità e comincio con l’occhio a cercare i cartelli che indichino la sezione/aula in cui devo votare. Nada. C’è solo una porta aperta con su scritto “Aula di votazione”. UNA. Entro, non c’è fila, ottimo. Tiro fuori dalla borsetta il mio certificato elettorale, una lettera in carta riciclata con i dettagli di dove, come, quando votare, che poi potrò buttare via. Mi preparo per mostrare il passaporto. Non mi guardano neanche in faccia: si fidano che io sia io e non mi controllano il documento. Un’occhiatina al certificato e al loro elenco di elettori, senza distinzione di maschi e femmine, e via. Mi mollano una scheda elettorale di carta riciclata, senza firme, timbri, bolli, nulla e una matita blu non numerata. Io mi siedo ad un banchetto scolastico semi-protetto da un sorta di barriera di legno, con altri elettori di fianco a me. Sudo, mentre cerco di leggere le tre (come tre? Ma perché tre?) pappardelle in tedesco burocratese sulla terza pista di decollo e sotto a ciascuna metto JA oppure NEIN (speriamo di avere capito bene, va là). Poi mi alzo, infilo la scheda ripiegata come pare a me nello scatolone magico e via che vado, trasecolata. Cioè, penso, e l’aria formalissima e la solennità della cosa? E lo spiegamento di autorità per impedire inganni, doppi voti e scherzi poco simpatici? E la cerimonia della riconsegna della scheda al presidente di sezione? E il controllo a raggi X del documento d’identità? Voglio dire, io potevo anche essere un’altra, che ne sanno loro. Ma qui, ormai l’ho capito, tutto si basa sulla fiducia, quindi loro partono dal presupposto che non vi siano trucchi né inganni. Sempre più incredula, copro il tragitto scuola-casa e sento nella mia testa risuonare frasi come: “Ma non ci posso credere. Dai, no. Una roba mai vista. Cioè, ma ti rendi conto? Insomma, boh. Secondo me era tutto finto, dai. Ora salta fuori il tipo della candid camera e mi chiede il consenso a trasmettere la mia immagine dopo lo scherzone.”. E non ho proprio resistito:  l’ho voluto condividere in real time con voi. Che ne pensate?