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O tu, persona tedesco-studiante

È fatto universalmente noto, è cosa detta e ridetta, è certezza inoppugnabile da sempre che la lingua tedesca sia particolarmente impegnativa da imparare, parlare, ricordare (infatti, se non la si parla affatto per più di un anno, sarà circa come non averla mai imparata – tutto l’opposto che andare in bicicletta, insomma). Per esempio io , in 38 anni di vita, non ho ancora avuto l’onore di conoscere qualcuno che mi dicesse: “Imparare il tedesco? Ci ho messo tre mesi e mi sono divertito un sacco. Pensa che a volte, quando tornavo stressato dall’ufficio, mi facevo un bel bagno con le essenze di sandalo e mughetto e intanto mettevo in sottofondo il CD con la lezione sul Preteritum e le frasi secondarie. Uno spasso. Alla fine, spesso mi addormentavo in vasca, tanto ero in relax!”. Per dire, no?

Ovviamente ci sono varie sfumature di difficoltà nell’apprendere questa rigorosa lingua e così nel parlarla. Nel senso che, esempio, se siete una persona che parlava fin da piccola cinque lingue a causa dei trasferimenti continui di vostro padre in paesi diversi, vi sieteanche laureati in lingue straniere e queste  lingue sono l’inglese, il nederlandese, lo svedese, il finnico e l’islandese, beh credo che il tedesco lo parlerete così bene nel giro di soli sei mesi, da potervi far passare come ridere per un madrelingua. Se invece, sempre per fare un esempio, siete una persona cresciuta in uno sperduto paesino calabro, non vi siete mai mossi di casa, sapete così così anche l’italiano e avreste gli incubi di notte anche solo a imparare il francese a livello base, direi che potreste incontrare qualche difficoltá in più nell’assorbire la lingua di Goethe. Poi, va detto, io tendo un pochettino ad esagerare. Nel senso che, essendo in generale perfezionista, lo voglio sempre parlare come se fossi nata qui in Germania e non sono mai soddisfatta di quello che dico; spesso rimugino sugli errori che ho fatto (acc…ho detto mit die Schwester invece che mit der Schwester,  sarò sembrata una burina della grammatica teutone), vorrei avere usato una parola più adatta alla situazione (invece di dire “hanno caricato l’automobile sulla nave per spedirla via” avrei dovuto usare il verbo einschiffen che in tedesco significa proprio quello), non mi perdono i balbettii e le incertezze e via dicendo. Ma a parte il mio caso, che riconosco essere patologico, bisogna ammettere che la lingua in sé ha parecchie complicanze per noi italiani. Tanto per fare un esempio, mentre in italiano abbiamo due generi per i sostantivi, maschile e femminile, e di conseguenza due articoli determinativi, il/lo e la, i tedeschi hanno pensato bene che due non bastavano, che per essere più precisi e accurati, sarebbe stato meglio usare tre generi diversi, ovverosia udite, udite, il maschile, il femminile e…tadá…il neutroooooo (applausi). Ebbene sì.  “Ok” dice il temerario studente di tedesco, “allora vorrà dire che il maschile si userá pe r le cose maschili, tipo il bambino, il contadino, il sole; il femmminile per le cose femminili, tipo la bambina, la casalinga, la luna e il neutro per le cose neutre, cioè quelle non ben identificabili con uno dei due generi di cui sopra.”. Ah! Credevi eh? O tu ingenuo, o tu facilone. Così sarebbe troppo semplice. No, la mentalità che ci sta dietro è molto, ma molto più contorta e diabolica. I generi sono in realtà determinati a caso, quasi senza logica – almeno ai nostri occhi latini. La ragazza, das Mädchen, è neutro. Prime perplessità dello studente.  Il Sole, die Sonne, è femminile. La Luna, der Mond, è maschile. “Ok, per questi basta ricordarsi che è il contrario che in italiano” pensa ancora lo studente di prima. Ma non è finita. La testa, der Kopf,  è maschile. La gamba, das Bein, è neutro. Ciascuna parte del corpo ha infatti il suo genere specifico, assegnato praticamente a caso. Tutti da ricordare a memoria. La gonna? Der Rock, maschile. Chissenefrega se è una roba che si mettono le donne. Divertente, nevvero?

La struttura della frase in tedesco poi, tanto per dirne un’altra, è particolarmente rigida. Verbo in seconda posizione nella frase affermativa. Punto. “Ma proprio in seconda?” Si domanda lo studente smarrito. “Non si può fare un’eccezione, qualche volta?”. No, non si può. Verbo in seconda. Fine. Niente discussioni. O verbo in seconda o morte.  Mettilo pure in terza o quarta o decima, se ti va, ma ti farai istantaneamente identificare come Ausländer (straniero). E qua entra in gioco il menefreghismo personale. Fino a che punto, o studente, t’interessa parlare tedesco alla perfezione da subito? Preferisci parlare e basta, tanto per farti capire e poi il resto verrà col tempo  – atteggiamento che io consiglio caldamente –  oppure scegli di preferenza di concentrarti sullo strutturare frasi pulite, composte e appropriate alla situazione  – dove questo rischia di generare in te stesso insicurezze, paure e tremolii nella voce? Vuoi farti passare giá nei primi mesi di soggiorno in Germania come quello che vi abita da anni e potrebbe partecipare con facilità ad un concorso letterario o vuoi anche divertirti e quindi credi che sia fondamentale buttarsi e poi quello che succede, succede e le finezze si lasciano per il futuro? Lascio a ciascuno la sua personalissima risposta.

Cercando di destreggiarsi tra le paludi nebbiose del bilinguismo

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Era inevitabile. Ho sperato che il nostro caso fosse diverso, che per qualche specie di magia noi ci saremmo salvati. Invece niente. Ci tocca affrontare la realtà: il bambino bionico, dopo un anno e mezzo di soggiorno in Teutonia, sa meglio il tedesco dell’italiano. Parla tra sè e sè in tedesco, ad esempio quando gioca da solo. Pensa in tedesco e traduce in italiano. Esempi. “Mamma, quando divento 6?” = “Quando compio 6 anni?” (dal germanico “Wann werde ich 6?”); “Mamma, dopo il mese di Iulio c’è Augosto!” (Juli e August in tedesco); “Mamma voglio giù” = “Mamma voglio scendere” da “Mamma, ich will runter”. Inutili i miei tentativi di correggerlo per ricondurlo sulla retta via dell’italica grammatica. La sua risposta fissa è “Sì, ma a me non interessa: io parlo come voglio”. Ah ok, se lo dici tu. Spesso poi mi chiede come si dicono determinate parole in italiano, a volte mettendomi parecchio in difficoltà. Tipo “Mamma, come si dice “Wasserstrudel” in italiano?”. Ehm…ehm… ci ho dovuto riflettere. “Vortice d’acqua!” ho poi esclamato trionfante dopo qualche minuto di meditazione. Stesso discorso per “Luftschlangen” (stelle filanti), “Planschbecken” (piscina gonfiabile) e “Matschhose” (intraducibile – sono pantaloni impermeabili spesso neri, blu o giallo fluo che i bimbi qua indossano per proteggersi dal freddo o per evitare di sporcarsi quando giocano in giardino).

Ora, da una parte mi fa ovviamente piacere che il b.b. stia assorbendo la lingua di Goethe con cotanta facilità. Dall’altra mi dispiace però che stia perdendo in qualche modo l’idioma di Dante, che poi è la mia lingua madre. Ed anche la sua. Ora, è vero che noi in casa parliamo quasi esclusivamente italiano, tranne quando viene zio Fritz a curare il giardino e il b.b. gli dà una mano (e tra l’altro ora, grazie a ciò, sa un discreto numero di nomi di piante in tedesco). Ma è anche vero che non appena mettiamo piede fuori dalla porta, ci immergiamo in un mondo in cui la lingua prevalente è il tedesco. All’asilo le tate parlano tedesco, anche se il b.b. tende a fare gruppo con i bimbi italiani. Va da sè che gli vengano insegnate le canzoncine tipiche dei bimbi, le filastrocche e le nenie in tedesco. Diciamolo: il suo mondo e la sua identità di bambino si stanno pian piano costruendo più che altro in tedesco. Certo, il b.b. non sarà mai al cento per cento come un bambino nato qui e con genitori entrambi tedeschi. Crescerà invece con due (o forse tre, data l’origine del marito supersonico) identità culturali. Sarà per sempre una sorta di mix, una persona con l’anima patchwork.

A me viene però da chiedermi: che cosa posso fare io affinchè non dimentichi completamente l’italiano? O meglio affinché lo impari correttamente. Posso portarlo in Italia il più spesso possibile. Posso supportarlo con DVD in italiano, libri di favole in italiano, fumetti in italiano. A un certo punto mi era anche balenata l’idea di iscriverlo ad un corso d’italiano di quelli organizzati dal Consolato, ma poi mi sono anche detta. “Non sará troppo? Già questi bimbi fanno diverse attività all’asilo, tra yoga, inglese, ginnastica, computer, taglio e cucito, pizzi e merletti. Ma che, ci devo infilare anche le lezioni di lingua? Non sarà meglio che invece si rilassi un po’ nel suo tempo libero, senza avere pensieri per la testa?”. E così, per ora, ho accantonato l’idea.

Stiamo a vedere come si sviluppa la situ in futuro. Lo terrò monitorato. Intanto, giusto per mostravi fino a quale punto questo bimbo si sta integrando, non solo linguisticamente, vi regalo una perla assoluta. Un’immagine esclusiva, una fotografia unica, una testimonianza preziosa e, forse, irripetibile. Uno di quegli scatti epocali, che le riviste di gossip di tutto il mondo faranno a gara per avere: il piede del bambino bionico che indossa….tadà… nientepopodimeno che sandaletto e calzinooooo! Ebbene sìììì!!! Non ci credevate eh? E invece è tutto vero; si tratta di un regalo per voi fedeli – o occasionali – lettori del blog.

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Che scoop eh?

Radio Expatriescion 107.7

Beeeeeeenvenutiiiiiiiiiiiiiii a tutti gli italiani all’esteroooo! Eccoci ancora una volta al momento clou della traaaasmissioneeeee! Il momento da voi più atteso, più ascoltato, più gettonato, più cooooooool della settimanaaaa! LAAAA CLASSIFICAAAAAAAAAAAA. La vostra classifica personale, esclusiva, esplosivaaaa! Raccontateci la vostra vita all’estero con la vostra top ten. Ricordiamo a tutti gli ascoltatori che possono mandare la loro hit list con almeno dieci posizioni e che le più interessanti, le più coinvolgenti, le più top del top saranno lette da DJ X-PATT in persooonaaaa! Ma adesso basta con le introduzioni e passiamo al vivo, passiamo a premiare la classifica più simpa della settimana. Oh ragazzi questa volta è stata veramente dura scegliere tra le vostre proposte, tutte assolutamente pazzesche, tutte meravigliosissime, tutte da urlo. Ma l’urlo più forte, il botto questa volta l’ha fatto Eireeeeeeeeeeeeeen da, pensate un po’, provate a indovinare, masssìììì, da Monaco di Bavieeeraaaa! Eireen, Eireen, Eireen, sei lì? Sei in linea, sei sintonizzata, sei carica?

E- Ciao a tutti! Ciao DJ X-PATT, non ci posso ancora credere che la mia classifica sia stata scelta, troppo bello.

DJ – Bene, bene, ma sveliamo agli ascoltatori di che cosa si tratta. Vuoi dirlo tu?

E- Beh si tratta della top ten delle parole o delle espressioni tedesche per me più impossibili da pronunciare, per diversi motivi.

DJ- Bravissima, ma entriamo senza indugi nel vivo del discorso, con la posizione nr. 10. Scrivi “Ich schreibe ihn ihr”. Ma che roba è?

E- Quello è il dramma dei pronomi, per di più da declinare. Se devo dire : “Questa è la lettera. La scrivo a lei” (=Das ist der Brief. Ich schreibe ihn ihr), di solito prima mi va in tilt il cervello a pensare “la lettera è maschile in tedesco, in questo caso schreiben regge ‘accusativo e il dativo, quindi  accusativo maschile ihn, poi il dativo di lei, sie è ihr…” e poi mi va in tilt la lingua e intanto sono passati cinque minuti e chi mi stava ascoltando se n’é andato via!

DJ – Fantastico, tutto chiaro. Allora diciamo che è meglio evitare di scrivere lettere per sopravvivere in Germania! E alla posizione 9 che cosa abbiamo?

E – Alla 9 ci ho messo tutte le frasi ultra-complicate, che si costruiscono diversamente dall’italiano. Metti, che ne so, “Avrebbero potuto accettarlo. Se solo l’avessero saputo”.

DJ – Ci rinuncio in partenza!

E – Ecco appunto, ma se sei costretto? Ti sfido a farti uscire dalla bocca, in meno di 3 secondi: “Sie hätten ihn annehmen können! Wenn sie das nur gewusst hätten!”.

DJ – Ma sei un fenomeno! O te l’eri preparata?

E – La seconda che hai detto!!! Ma ti pare? E hai visto che cosa ho messo alla posizione 8?

DJ – La 8, ma certo, la maledizione delle Umlaut!

E – Guarda, neanche se sto qua in Germania fino alla fine dei tempi, riuscirò a ricordarmi la differenza tra ausdrucken (stampare) e ausdrücken (esprimere) e scambierò sempre l’uno con l’altro, dicendo a volte che voglio “stampare i miei sentimenti”!

DJ – Ma sei fortissima! Allora che altre sorprese ci riserva la tua classifica?

E – Ma tu lo sapevi che un sacco di cose che in italiano sono  plurali, tipo i pantaloni o gli occhiali, in tedesco sono femminili singolari (die Hose, die Brille). Solo che il femminile singolare in tedesco é uguale al plurale, sempre in tedesco. Così se senti dire “die Brille” – gli occhiali – puoi pensare che sia plurale e dire “Die Brille sind” (sono) invece che, correttamente “die Brille ist” (è). Guarda, non ti dico gli sforzi ogni volta che vado dall’ottico per farmi uscire la forma giusta di sti Brille.

DJ – Ah se ti può consolare avrei lo stesso problema! Coraggio Eireen, non ti abbattere, siamo tutti con te, vero ragazzi? Vai così!!!

E – Vabbeh adesso viene la parte più incasinata, cioè quelle parole che sono impronunciabili di per sè, nel senso che hanno un suono che può venir fuori bene solo se hai l’epiglottide teutonica!

DJ – Dai, non tenerci sulle spine! Dicci tutto Eireeeeeen!

E – Tanti auguri di buon compleanno!

DJ – Grazie mitica, ma mancano ancora 4 mesi al mio comple!

E – Ma nooo…Herzliche Glückwünsche!! Dai prova a dirlo anche tu!

DJ – Magari la prossima volta eh? Intanto passiamo in  quinta posizione! Vedo, vedo… zusätzliches Meeting?? Ma che cos’è, si mangia ahahahha!?

E – Taci che ieri ho avuto la bella idea di dire al mio capo che “da ora in poi hai un meeting aggiuntivo, un zusätzliches Meeting”. Mi sono piantata a metà espressione! E io che volevo sfoggiare un parolone per impressionarlo.

DJ – Ma che sarà mai!!! E alla quarta posizione che cosa troviamo?

E – Uno scioglilingua doc, in tema con la stagione. Quando devi spalare la neve dal vialetto, ad esempio, fai un annuncio: “Ich gehe Schnee schippen”, vado a spalare la neve, e poi ti sfido a non dire “Schnee schNippen”. Io infatti dico “Schnee räumen”. Stesso significato, meno stress senza tutte quelle sch schn.

DJ – WOW e adesso entriamo nella zona calda della hit list. Al numero 3 troviamooooooo….

E – Ich bin nicht die richtige Ansprechspartnerin, non sono la persona giusta con cui parlare; si dice nelle telefonate di lavoro. Guarda io ci ho provato una volta, dopodichè mi sono arresa e da allora dico semplicemente “Sie müssen mit XY sprechen” “Lei deve parlare con…”. Ma chi me lo fa fare di dirgli prima che non deve parlare con me? Io gli dico direttamente a chi si deve rivolgere, no?

DJ- Ma infaaaaattiiii! E poi? E poi??

E – E poi e poi, il mio odiato, odiatissimo “kurzfristig”, a breve scadenza. No, ma io dico… è normale avere una parola con solo 3  vocali e ben 8 consonanti, di cui 4 di seguito??? Guarda, dovrei fare un corso di dizione solo per quella parola lì.

DJ – OK, OK, OK e adesso …. tadààà…. che cosa ha messo Eireen alla posizione nr. 1???  Aspe…aspe…no, aspe, giuramelo, non ci posso credere Eireen dai!

E- Eh oh. Sì, lo ammetto, quella è la cosa che in assoluto meno mi sfagiola e che evito come una passeggiata all’englischer Garten in una notte d’inverno.

DJ – Ma come??

E – Deutsch sprechen, parlare tedesco. Mannaggia a chi se l‘é inventata sta cosa. Tutti sti sch schp schpr; niente, io mi incaglio regolarmente a metà, mi areno là in mezzo agli scogli di questo mare magnum che è la lingua tedesca, con questi suoni duri, con tutte queste consonanti che ti attendono al varco per farti l’imboscata e prendersi gioco di te…

DJ – Sí, ma come fai a evitare di dire una cosa del genere? Cioè praticamente impossibile no?

E- Beh il più delle volte me la cavo con “Deutsch reden” che vuol dire la stessa cosa, ma almeno non mi si attorciglia la lingua su se stessa

DJ – Grandissima, veramente mitica! E siamo arrivati alla fine di questo nostro spazio dedicato a voiii! Grazie Eireen, grazie ancora, mi raccomando carica eh! Non ti arrendere. Ma adesso sentiamo chi c’è in linea, pronto, Giacomo, ciao Giacomo allora qual è la tua personalissima parola straniera impronunciabile, dai raccontaci, dove abiti?…

Stranezze linguistico-psicologiche

Sempre per i miei buoni propositi di inizio anno accademico, da poco ho deciso che non ha più senso comunicare in inglese con i colleghi tedeschi e sono così passata ad esprimermi con loro direttamente nella lingua di Goethe. Come ho spesso detto, l’inglese è la lingua ufficiale nella mia organizzazione e ci sono colleghi che non sanno letteralmente neppure una parola di tedesco (come facciano a sopravvivere qui a Monaco, per me è ancora un mistero, ma questa è un’altra storia). Quando sono arrivata a Monaco, un anno e mezzo fa, non parlavo tedesco da dieci anni e ricordo come mettere insieme anche la più semplice delle frasi fosse un’autentica sofferenza: mi ricordavo qualche parola, ma la maggior parte mi sfuggiva e inoltre tendevo a tradurre pari pari dai miei pensieri in italiano, producendo così buffe espressioni, che solo a ripensarci mi vien da ridere. Così, per evitare di impiegare venti minuti a fissare una riunione, quando in inglese potevo mettercene due, ho iniziato a lavorare completamente in inglese, adattandomi in pieno all’ambiente circostante. Mi dicevo: “Beh fra qualche settimana passerò al tedesco; meglio prima aspettare di sentirsi più sicura!”. Intanto le settimane passavano, con esse passavano i mesi, poi è passato un anno e … niente. Sul lavoro continuavo a parlare imperterrita in inglese: più semplice, più efficace. Ma intanto, almeno, assorbivo passivamente tanto tedesco lavorativo dalla mia dirimpettaia Inge, tedesca al 100%. All’esterno però, devo riconoscermelo, mi sono sempre sforzata di utilizzare in maniera attiva il tedesco: coi parenti, nei negozi, all’asilo del bambino bionico, dal pediatra. Va bene che sono perfezionista e piuttosto che sbagliare il genere di un sostantivo, me ne sto zitta, e anche se crepo di fame, non compro neanche una brioche, se non sono certa al 100% che “Croissant” sia maschile, femminile o neutro, ma non volevo nemmeno isolarmi. Oppure finire per chiudermi con gli stranieri, in modo da dover parlare solo la mia lingua madre o appunto l’inglese, come scelgono invece di fare diversi expatriates. Ma lo sforzo di parlare tedesco rimaneva sempre confinato all’esterno del mio luogo di lavoro. Poi qualcosa è scattato dentro di me. Mi sono detta che, per esempio, avrei potuto non essere confermata alla scadenza del mio contratto triennale ed allora che cosa avrei fatto? Per poter rimanere in Germania e cercare un lavoro a Monaco, avrei dovuto per forza padroneggiare il tedesco da ufficio, no? Ma se uno non comincia mai… Poi c’è stato l’incontro “sbloccante” con Torquitax , il mio collega blogger e ora anche co-espatriato a Monaco. L’ho conosciuto infatti di persona e ho potuto osservare come si buttasse a parlare in tedesco con i colleghi tedeschi, a dispetto del suo perfezionismo (una brutta bestia che ci accomuna, mannaggia), magari dei dubbi linguistici o anche, a volte, della difficoltà di capire per intero quello che gli veniva detto. E allora mi sono detta: “Ma se ci riesce lui, perchè non devo potercela fare io, che peraltro sono mezza tedesca? Dopotutto i tedeschi non mi ripetono continuamente che parlo benissimo la loro complicatissima lingua? E se faccio errori, o infilo frasi sbagliate, beh un bel chissenefrega! In inglese non faccio forse errori? Eppure vado avanti allegramente. Dopotutto se sbaglio, posso sempre ripetermi la mitica frase: Die Sprache ist blöd, nicht ich! (la lingua è stupida, non io!).” E così mi sono lanciata. Ad alcuni colleghi l’ho annunciato ufficialmente: “Da oggi parlo tedesco!”, raccogliendo sguardi piacevolmente stupiti e anche complimenti. Con altri ho semplicemente iniziato a rispondere in tedesco invece che in inglese alle loro osservazioni. Con alcuni alterno le due lingue, come col mio capo diretto, un belga trilingue; con altri ho scelto, per il momento, di rimanere all’inglese, magari perchè parlano in tedesco in maniera per me incomprensibile: velocissimi, con inflessioni dialettali oppure mangiandosi metà delle frasi. È un’inizio e per ora direi che è un ottimo inizio. Poi stiamo a vedere come si sviluppa. Solo una cosa mi ha stupito, ma ho deciso, dopo lunga meditazione, di accettarla: una collega tedesca, Gerlinde, che si sente terribilmente a disagio quando mi rivolgo a lei nella sua lingua madre. All’inizio l’ho notato perchè continuava a rispondere in inglese alle mie osservazioni in tedesco. Io non capivo e rimanevo perplessa, ma pensavo fosse per abitudine, per distrazione, per imbarazzo, per nonsochecosa. Ma poi alla fine, dopo qualche giorno di queste buffe scenette, ha ceduto. È crollata ed ha iniziato a parlarmi come un fiume in piena, in tedesco stavolta: “Mi spiace, mi devi scusare, ma proprio non ce la faccio. Qua siamo in un luogo dove la lingua ufficiale è l’inglese e io desidero parlare in inglese. Persino coi miei connazionali preferirei parlare in inglese, sai? Perché poi se nelle vicinanze c’é qualcuno che non parla tedesco, poi si sente escluso e non è bello. Ok, se un tedesco inizia a parlarmi in tedesco, io gli rispondo in tedesco, ma si tratta di un’eccezione. E anche quando vengo nell’ufficio tuo e di Inge ed Inge si rivolge a me in tedesco, beh io mi sento in imbarazzo per te, che te ne stai lì e sei esclusa dalla conversazione…e insomma non mi piace e io davvero mi sento così così a parlare tedesco qua dentro.” E io: “Ma no, ti assicuro che io non mi sento affatto escl..” Lei: “Ma sì, dai, se proprio insisti parlerò in tedesco con te, dai, mi sforzo.”. Era palese che non ne aveva la minima voglia, quindi perchè forzarla? Perciò la volta successiva che l’ho vista, sono semplicemente ritornata all’inglese, per farla sentire a suo agio!!! No, dico, roba da matti.  Ma va bene così, vanno bene anche questi “imprevisti”, queste stranezze della psicologia umana. E voi, là fuori, avete avuto esperienze linguistiche simili alla mia nel vostro paese di accoglienza? Vi sono successe cose ancora più bizzarre o magari imbarazzanti? Come sempre adorerei i vostri contributi, gli spunti, gli aneddoti, le possibili ipotesi sul come mai scattano certi meccanismi nella mente umana. Attendo impaziente. E nel frattempo, “Frohe Weihnachten und ein glückliches neues Jahr wünsche ich euch alle!”.

Nomen omen

Si dice che nel nome vi sia un destino. Beh nel mio c’è un destino sfigato. Il mio nome di battesimo, scelto dalla mamma italiana, è italiano, mentre il cognome è tedesco, per via di mio padre. Il nome è piuttosto raro, diciamo che andava di moda in Italia forse un centinaio di anni fa. Per questo a parte le difficoltà che ho sempre avuto nel farlo capire (Come dice scusi? Anilina? Severina? Belina?), c’é stato in passato chi mi ha detto: “Uh che nome romantico, sa di antico, evoca cose lontane nel tempo ” – commento poetico – e chi invece ci è andato giù pari: “È un nome da vecchia!” – commento cafone! Ma il peggio sta nel cognome. In Italia ho passato 36 anni a farne lo spelling continuamente a chiunque, per poi doverlo ripetere sempre almeno 2 o 3 volte, prima che dall’altra parte ci azzeccassero a scriverlo o a ripeterlo. Poi non vi dico le storpiature, tra cui la celeberrima e gettonatissima “Vietnam”: ma come si fa, dico io, a pensare che chiunque si possa chiamare così di cognome!
Quando mi sono trasferita in Germania, mi sono illusa che fosse finalmente iniziata la fine del tormento, del dover ripetere continuamente, spiegare (sa è un cognome tedesco. Ah e come mai?,  Eh per via di mio padre sa, ma io sono nata in Italia. Ma dai, pensi che io da piccolo avevo una compagna di classe, anzi no, la mamma della mia compagna che aveva un cugino il cui suocero era tedesco. Roba da matti, è proprio piccolo il mondo!), mimare, mostrare documenti, usare l’alfabeto morse e via dicendo. È vero, quel tormento è finito, ma in compenso ne è iniziato un altro: la condanna di sembrare tedesca a tutti gli effetti.
Quando ho un  contatto con chiunque qui in Germania, la cosa si trasforma regolarmente per me in un’agonia. Esempio a caso: vado dal farmacista e mostro la ricetta che mi ha dato il medico. Sulla ricetta c’è il mio cognome, il farmacista mi guarda e vede una tipa alta, secca, bionda e coi lineamenti nordici. Poi mi sente parlare, anche solo  per dire “Buonasera”, sente la pronuncia (che, mi dicono, sia quella di un madrelingua) e TRAC. Tutto bello baldanzoso, si sente in totale confidenza e via che spara una frase dietro l’altra a 200 parole al minuto, magari mangiandosele, infilando nel discorso espressioni gergali, parole in dialetto, proverbi tipici bavaresi e magari modi di dire assurdi, caratteristici solo di Monaco di Baviera. Io rimango lì imbambolata, qualcosa ho capito, adesso certamente capisco di più di un anno fa quando sono arrivata, ma può essere che il senso generale di quello che mi è stato detto mi sfugga o mi sfuggano parti del discorso, che però,  guarda caso, si rivelano fondamentali per un corretto scambio comunicativo. Allora spalanco gli occhi, metto su la mia espressione corrucciata e dico: “Bitte?
Können Sie wiederholen?” o “Können Sie langsam sprechen?“(Scusi? Può ripetere? Può parlare lentamente?)
A questo punto le reazioni possibili sono tre. L’altro ripete lentamente o alla stessa velocitá, con aria educata, senza farsi troppe domande: e qui mi va grassa. Oppure l’altro ripete scocciato, credendo che io sia un po’ stupida o molto distratta: e qui m’infastidisco. Oppure ancora l’altro é convinto che io abbia un problema di udito e inizia  a urlare, a gesticolare o a mostrarmi delle figure per farsi capire meglio. Non sapete quanto io mi senta a disagio. Allora certe volte dico: “Tut mir leid: ich bin Italienerin” (scusi, ma sono italiana), ma certe altre volte semplicemente non ce la faccio, sono stufa di dover spiegare, raccontare, giustificare: sono esaurita. Basta. Allora faccio finta di niente, spero di cavarmela comunque in qualche modo e buonanotte al secchio. E pensare che le prime volte qui, alla richiesta di vedere un mio documento, mostravo orgogliona il passaporto tedesco, lieta di avere finalmente dopo anni l’occasione concreta di utilizzarlo. Credetemi: ho smesso.

Controlli di sicurezza – parte 2

…. Dunque vado a prendere i due tizi del post precedente, un lui e una lei. Lui mi colpisce subito perchè è l’emblema stesso della tedeschità, specialmente per quanto riguarda taglio e colore di capelli: biondo stoppa, corti dietro, lunghi sopra, tutti pettinati in avanti sulla fronte. Mai visti un taglio e una piega così in tutta la mia vita. Perlomeno sono molto gentili: sorridono tanto, dicono che capiscono la mia difficoltà e mi rassicurano subito che il mio tedesco, in barba alle mie paure, è ottimo (e ciò mi genera inavariabilmente un’ansia da prestazione pazzesca, per cui mi sento di dover essere all’altezza delle aspettative e così cresce il mio timore di sbagliare; a questo punto m’impappino come una scolaretta allo spettacolino di Natale per i genitori e sono fritta). Li accompagno per i primi tratti, giusto per aiutarli ad orientarsi, evitare di smarrirli così subito e dover chiamare la polizia per il recupero. Gli mollo in mano la piantina, che non era pervenuta, cerco di spiegare loro come devono muoversi, gli dò il mio numero di telefono e sparisco. Dopo mezz’ora mi chiamano per essere guidati nella zona laboratori, che in effetti è parecchio complicata: peccato che nemmeno io la conosca bene, ma almeno provo a essere disponibile e vado. Lungo i corridoi incontriamo un mio collega che per fortuna si offre di prenderli in carico per un po'.  Bene, torno nel mio ufficio e attendo. Attendo, attendo. Nulla succede. Dò per scontato che stia andando tutto bene. Invece qualche ora dopo li reincontro per caso e li vedo affannati e con l’aria affranta. Mi avvicino impietosita e chiedo: “Tutto ok?”. Mi guardano incarogniti: “No, non é tutto ok: la zona laboratori è stata tremenda, non ci si capisce nulla, poi molte porte sono chiuse a chiave e dobbiamo bussare ore per farci aprire, poi ci perdiamo, poi incontriamo qualcuno che ci chiede di controllare la sua cassetta, che però non è segnata sulla piantina – ma che piantina ci avete dato? – e allora non sappiamo come comportarci, poi uno ci ha chiesto di fornirgli del materiale antincendio, glielo dobbiamo dare o no? E poi dove sono i moduli da compilare in caso vi siano feriti, non li abbiamo trovati, dove li tenete, ci sono altri laboratori da controllare, e poi abbiamo tanta fame, dov’é la mensa?”. A quel punto  crollo, contando anche che la scena si svolge in corridoio e tutti gli uffici dei miei colleghi vi si affacciano. Sono su un palcoscenico. Rispondo come posso, mi difendo, ma c’è poco da fare: la situazione è drammatica. A quel punto o mi suicido o faccio qualcosa. Decido di fare qualcosa. Non me ne frega più niente: il mio capo sarà anche in riunione, ma adesso bisogna che venga qua e se li smazzi lui i due tizi. Lui è tedesco, lui è ingegnere per la sicurezza, bisogna che esca dalla meeting room e mi dia una mano, poche palle. Lo chiamo sul cellulare con fare perentorio (quando mi rompo le scatole, me le rompo). In due minuti è lì, snocciola a Gianni e Pinotto un discorso tecnico in tedesco, li rassicura, fornisce loro spiegazioni e direttive, colma le lacune, risponde alle domande. I due si calmano, si rilassano, tornano a sorridere, la giornata prende un’altra piega per tutti. Felici, i nostri amici continuano il loro giro senza problemi e alla fine se ne vanno contenti e stringendomi la mano, con mille salamelecchi accompagnatori. Sollievo. Coronamento della giornata: una mia collega tedesca che ha assistito a tutta la scena in corridoio, viene a dirmi “Bello l’impatto con tutta sta burocrazia tedesca eh?” poi ironizziamo insieme su tutta la situazione, tragica e comica al tempo stesso e ce la ridiamo allegramente. Infine aggiunge: “Davvero complimenti per come te la sei cavata: ti difendevi parecchio bene e comunque il tuo tedesco è fantastico! Praticamente senza accento. Brava”. Ottimo. Missione compiuta.

Controlli di sicurezza (ovvero Fantozzen)

A me Fantozzi mi fa un baffo. Chi è il ragionier Ugo al mio confronto? Un disinvolto impiegato, sicuro di sè e mietitore di successi. Mai infatti mi sono sentita così imbranata in una situazione lavorativa come qualche giorno fa qui a Monaco.
Dovete sapere che in Germania, per legge, in ogni posto di lavoro ci debbono essere delle cassette di pronto soccorso, fornite accuratamente di tutto il necessario in caso capiti un incidente a qualcuno: cerotti, disinfettante, bende, compresse, garze et similia. I tedeschi in materia di sicurezza non scherzano. E poichè non scherzano, impongono che ogni due anni queste stesse cassette vengano controllate da una ditta, che deve verificare che dentro non vi siano prodotti scaduti o fuori standard, in modo da poterli sostituire nel caso. Tutto dev’essere a norma, tutto dev’essere in regola. Dunque vengo incaricata, già mesi fa, di organizzare questo controllo biennale. Facile, in teoria: la collega che c’era prima di me aveva già preso gli accordi con la ditta e il tizio che viene per il controllo conosce noi, il nostro edificio, le nostre cassette. Tutto a posto. E invece il destino aveva in serbo per me una simpatica sorpresa. Il tizio che da anni faceva il controllo ha lasciato la ditta e ha mollato l’incarico in mano a due suoi colleghi che non sanno nulla di noi e soprattutto, orrore, non parlano una parola d’inglese, nostra lingua ufficiale. Panico. So già che mi toccherà riceverli e rispondere alle loro domande, soprattutto, perché il mio capo, tedesco e dirigente per la sicurezza dell’organizzazione, mi ha già annunciato che il giorno designato si eclisserà per un meeting. Mi sbologna tutta la faccenda insomma. Perchè non è semplice quando 1) non conosci la terminologia tecnica sulla sicurezza in tedesco 2) non sai una banana delle leggi tedesche in materia 3) non sai quante cassette di P.S. ci sono in giro e soprattutto dove sono (e neanche il mio capo lo sa, alla faccia dell’organizzazione tedesca) 4 ) non conosci bene l’edificio in cui lavori, composto di vari buildings tutti lontani fra loro e assolutamente complicatissimi da girare, quasi labirintici e celeberrimi perchè ogni tanto qualcuno – narra la leggenda, addirittura l'architetto – vi si perde all’interno e non viene mai più recuperato. Perciò quello che faccio nelle settimane precedenti l’appuntamento è mandare ai tizi una piantina dei nostri edifici (peraltro incompleta, ma l’unica disponibile)  con le cassette di P.S. segnate sopra, prendere accordi con loro esclusivamente per iscritto – così da poter pensare accuratamente alle frasi da mettere insieme, casomai usando il Google Traduttore – e infine pregare, sperando che tutto vada per il meglio. Poi il giorno fatidico arriva. L’orario fatidico pure e così tr…tr…tr… arriva la chiamata dalla reception: “Ci sono due persone per te”. Ecco, vado all’ingresso a prenderli… (il seguito dell’avventura nel prossimo post. Rimanete sintonizzati!).

Kompetenz & Beratung

Beratung. Beratung. Beratung. Ovunque io mi volti, il mio occhio incappa in questa parola magica che i tedeschi infilano un po’ dappertutto e amano condire in tutte le salse. Ma che cosa vuol dire? In pratica significa “consigliare”, “seguire la persona e guidarla in una scelta”, ma ovviamente, come per tutte le traduzioni, è difficile rendere il vero senso del termine in un’altra lingua. Perché i tedeschi a sta Beratung ci tengono davvero tanto. Basta passeggiare per Monaco qualche ora o prendere la metro e la si vedrà scritta almeno in una decina di cartelli pubblicitari o all’esterno di qualche negozio o attività, commerciale e non. Vai dal parrucchiere? Sulla lista dei prezzi in vetrina, troverai “Beratung, Schneiden, Phönen” (Beratung, taglio, asciugatura). Beratung è proprio una voce separata dalle altre; in Italia è scontato che se vai dalla parrucchiera, questa ti beraterà sul taglio e il colore che ti possono stare meglio, ma in Germania lo specificano, ne vanno proprio orgogliosi (Guarda che servizione ti offro: Beratung!). “Kompetenz & Beratung” si legge nelle pubblicità di studi legali o medici o di commercialisti o altre professioni. A noi in Italia spesso piace pubblicizzare la nostra attività dicendo che è “professionale” (fateci caso!); ai tedeschi invece piace dire che offrono consigli, raccomandazioni, che loro ti possono portar fuori dal bosco dell’incertezza prendendoti per mano. Beratung se vai dall’avvocato; Beratung se vai alla Volkshochschule a chiedere quale corso di tedesco è più adatto al tuo livello; Beratung in farmacia se hai dei dubbi su quale medicinale prendere. Poi c’è la sottocategoria nata con la rivoluzione informatica: online-Beratung! Fatti beratare via Internet comodomente da casa tua! Poi ci sono le varianti. Sul sito della KfW Bankengruppe si legge “Turn-Around Beratung” – che cosa sia, non ho la minima idea; lancio a voi la simpatica sfida di scoprirlo da soli. Sul sito del Ministero dell’Economia tedesco, invece, ci si può imbattere nell’Energiesparberatung (semplicemente consigli su come risparmiare energia). Ancora c’è la Psychosoziale Beratung, la biologische Beratung, c’é addirittura l’Institut für Systematische Beratung, la madre di tutte le Beratungen! In mezzo a tuttte queste Beratungen, come ci si può sentire insicuri e timorosi nell’affrontare le sfide della vita? Per ogni problema in qualsiasi area, qualsiasi sia la vostra età, condizione sociale, preferenza sessuale (eh sì, oggi come oggi, va detto), religione, nazionalità, categoria di lavoratore…fatevi beratare! E poi, su diciamocelo, anche se non avete nessun problema, avete le idee chiarissime su quello che volete, siete competeneti voi stessi, perchè non approfittare di una Beratung qualunque? Ce ne sono così tante a disposizione. Magari un pomeriggio piovoso, più noioso degli altri… Secondo me finisce che vi divertite pure parecchio!

Indagini di mercato

Ore 19:30 suona il telefono di casa. Rispondo, non rispondo, ho voglia di lanciarmi in una conversazione in tedesco, magari dove l’altro, a causa del mio cognome, come sempre crede che io sia nata e cresciuta qui e quindi mi parla in bavarese stretto, quindi io non capisco, quindi devo dire “Bitte?” ogni 3×2 e l’altro pensa che io sia sorda e non straniera (capita, ve lo giuro, non sto ironizzando) …. ? Beh potrebbe essere importante, non si sa mai che qualcuno abbia bisogno. Non l’avessi mai fatto. Mi becco un tizio che vaneggia di un sondaggio telefonico sul tema delle telecomunicazioni o qualcosa di delirantemente simile. “Maledetto il momento che ho tirato su la cornetta e mo’ come me lo schiodo di dosso questo? Ma soprattutto come cavolo ha avuto il numero, mannaggia, viva la privacy. Ah! Ci sono, ideona: come qualche mesa fa già feci in un caso simile, è sufficiente accentuare al massimo l’inflessione italiana, fingere incertezza assoluta nel cercare le parole, dire una parola al posto di un’altra [a proposito, due sere fa sono andata tutta baldanzosa dalla vicina di casa a chiedere una scala per il marito supersonico e col migliore dei miei sorrisi, ho detto “Haben Sie zufällig eine TREPPE?” (per caso ha una scala?), solo per scoprire che TREPPE è sì la scala, ma quella di casa, quella che porta da un piano all’altro e non certo quella a pioli che intendevo io. Per fortuna la vicina è educata e mi ha sorriso caldamente, dicendo: “Sie meinen LEITER!” (intende una scala a pioli!) "Eh va beh…. quello insomma."]  e il tipo sicuramente mollerà la presa e mi lascerà in pace. Al chè mi esce, in perfetto tedesco: “Scusi sa, ma sono italiana e non parlo molto bene il tedesco, sa sono qui da poco, cosa vuole, non so se capisco le sue domande, forse è meglio lasciar perdere.” Lui: “Ma possiamo almeno provare, non si sa mai. Se non capisce, me lo dice tranquillamente” (chiaro che sono stata convincente come Berlusconi quando dice agli italiani che la crisi non esiste).  La conversazione continua con me che capisco quasi tutto, parlo praticamente come un madrelingua e mi verrebbe da darmi degli schiaffi in faccia a ogni risposta. Quando servirebbe davvero parlare bene, mi blocco; quando devo fingermi imbambita, sembro autoctona! La legge di Murphy si è abbattuta su di me senza pietà. Pazienza, per fortuna ad un certo punto dico qualcosa che fa scattare dall’altra parte un: “Mi spiace, ma vista la sua risposta, la informo che non possiamo proseguire con il sondaggio. Ci scusiamo. Arrivederci. Clic.”.  Ci scusiamo? Ci spiace? Grazie Signore, grazie, anche questa è fatta. E sotto sotto, nonostante tutto, un po’ orgogliosa mi sento.

 

Tschüüüüüüüüüüüüß!

Per inserirsi in maniera il più possibile armoniosa e veloce in Baviera, oltre a dire circa 50 volte al giorno “Super!” (pron. Suppa! Si veda post), è importante, se non addirittura indispensabile saper dire “Tschüß” (pron. Cius con la u come in “bauscia”–  una sorta di arrivederci). Facile, direte voi. No, non illudetevi, non è poi così semplice. Perché non è sufficiente dirlo, ma bisogna interpretarlo. “Tschüß” va detto con entusiasmo, quasi cantilenando, come se fosse una parola che mette allegria a chi la pronuncia e a chi la riceve. Va usata l’intonazione giusta e per questo bisogna ascoltarlo attentamente dai vicini di casa o dalle commesse nei negozi, prima di provarlo di persona. Sintonizzatevi sulla melodia giusta, sul saliscendi della voce, sul sorriso che accompagna questa parola e che le dà quella sfumatura speciale. Cantate. Meglio ancora se allungando al massimo la ü. “Tschüüüüüüüüüüüüüüüüüüß” è perfetto! Se poi sapete dire come si deve "Suppa!" e "Tschüüüüüüüüüüüüüüüß" di seguito, potrete facilmente fare la gioia del vostro interlocutore e quasi quasi essere scambiati per tedeschi. Provate ad andare al supermercato e alla fine, quando la cassiera vi consegna lo scontrino e vi saluta “Schönes Wochenende! Tschüüüüüüüüüüüüüüüüüüüß” col sorriso di chi ha appena ricevuto una proposta di matrimonio e la gioia più grande nel cuore, voi rispondete con altrettanto fervore, convinzione e felicità: “Tschüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüß”. Vedrete come penseranno che siete una persona educata e cordiale e come vi vorranno subito bene. A voi sembrerà di essere un po’ strani, perché manco gli uccellini che cinguettano in “Biancaneve” della Disney cantano con così tanta allegria, ma voi superate i vostri timori e la paura di sembrare imbecilli. Non è così! Lanciatevi, non ponete freno all’entusiasmo e dite convinti “Tschüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüüß”. Vedrete come la vita da expatriate vi sembrerà diversa, vedrete come vi sentirete subito integrati!