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Metti una sera a cena

Interno sera. Casa di Eireen e Marito Supersonico. In cucina spicca una tavola apparecchiata a dovere per cinque e sui fornelli troneggiano pentole che bollono. L’atmosfera è di attesa e un po’ di tensione. Ore 19:00 suona il campanello: i vicini di casa, Moglie Tedesca e Marito Tedesco, sono arrivati. Dopo i convenevoli e qualche imbarazzo iniziale, la conversazione si avvia, l’atmosfera si scalda e la serata si svolge allegramente.

MS – certo la lingua tedesca è difficile eh. La struttura della frase è rigida, non si possono scambiare le parole all’interno di una frase, non c’è libertà, non c’è flessibilità, non c’è convenienza, non c’è il 2×3, non c’è l’ampio parcheggio all’ingresso!

MoT – Sì, certo è così, abbiamo una lingua molto strutturata, organizzata, disciplinata. Come tutte le cose in Germania!

MaT  – È verissimo! Qua ogni più piccola cosa è rigidamente controllata, regolamentata.

E – Sì, ho notato anche io che ci sono regole per qualunque circostanza; persino su come si parcheggia l’auto in strada, che si può collocare solo nella direzione del traffico, ad esempio, per evitare di dover fare manovre pericolose quando la si vuole spostare

MaT – (con aria critica) Assolutamente. Tutto è previsto, tutto è inquadrato in qualche legge, in qualche paragrafo o sottoparagrafo che ti dice come bisogna fare dalla A alla Z, senza eccezioni.

MoT – E c’è solo un modo di fare ciascuna cosa. Uno. Punto. Si fa così, non ci sono discussioni. Eccezioni? Poche e sparute.

E – (tra sé e sé) Ma guarda, credevo che i tedeschi manco si rendessero conto di quanto sono strutturati e organizzati in tutti gli aspetti della loro vita, fino a regolamentare come si va al cesso; pensavo che ci fossero talmente dentro, da non farci neanche caso. E invece guarda un po’, criticano questo loro stesso modo di vivere.

MaT – Per esempio, a me piace pescare. E sapete che cosa devo fare per poter pescare qua in Germania? Oltre a pagare un sacco di soldi, devo fare un esame. Un esame dove dimostro che so pescare, ammazzare il pesce, trattarlo.

E – (ironica) Addirittura? E quindi immagino tu debba fare un corso, altrimenti come fai a sostenere l’esame? L’arte dello scuoiare il pesce o una roba simile.

MoT – Ovvio, c’è il corso, dove impari a pescare proprio come descritto dalla legge 132 paragrafo 76, sottoparagrafo A, righe 5-23; poi c’è l’esame, poi ottenuto il mio patentino bello bello, posso finalmente pescare. Ma non dove dico io eh. Ah no. Dove dicono loro: a te pescatore nr. 34B toccano i laghi D, F, Z del circondariato lacustre nr. 18.

E – Guarda che cosa tocca fare per due trote!

MoT- Ecco, appunto. Pensare che di recente sono andato in Norvegia, ho detto che volevo pescare, ho pagato 5 euro e ho potuto pescare per una settimana liberamente e dove volevo. I norvegesi, quelli sì che sanno vivere!

E (riflette) E io che credevo che solo noi italiani fossimo usi a criticarci e pensare sempre che più a nord hanno capito tutto meglio di noi.

La cena continua, viene servito il pesce, il vino scorre, le chiacchiere proseguono.

E – Allora, Moglie Tedesca, come prosegue la gravidanza? Quando arriva il bimbo? Racconta.

MoT – Ah tutto bene, una meraviglia. Sono proprio contenta; peccato che avere una figlio qua a Monaco, o più in generale in Germania, sia diventato così difficile, un percorso ad ostacoli.

E- (soffocata dalla stupore) ma non è da noi in Italia che è impossibile fare figli, che non ci sono politiche di sostegno alla famiglia, che non ci si può permettere il lusso di diventare genitori e bla bla bla?

MS – (con aria curiosa e interessata) Non capisco, che cosa intendi? Non è forse la Germania il paradiso delle famiglie, con facilitazioni, sgravi fiscali, maternità lunghissime, gente felice che fa figli a gogò e li porta al parco serena, uno nella fascia portabebè, uno nella carrozzina, uno per mano?

MoT – Mica tanto. Facci caso: qua nessuna coppia si azzarda ad avere figli prima di compiere 35-40 anni. Io, che ho 26 anni, sono un’eccezione. Al corso pre-parto ero la più giovane e mi guardavano con curiosità; c’era una di 41 anni al suo primo figlio! Poi soprattutto qui a Monaco è un delirio, col costo della vita, gli affitti, pochi asili a disposizione.

MaT – prendiamo il caso, che ne so, di una madre single che fa la parrucchiera. Che cosa guadagnerà? 2000 euro al mese lordi. 1300 circa netti. Credete che riesca a mantenere se stessa e il bimbo con quella cifra a Monaco? Ahahahaha. Tra appartamento, asilo per il pupo, spesa, bollette… Fa prima a emigrare altrove.

E – Già, in effetti. Difatti ho sentito dire che Monaco è la città dei single. Per forza: se hai famiglia qua, non ce la fai a tirare avanti, salvo che tu non abbia un mega-stipendio.

MS – A proposito, in media che cosa guadagna al mese un impiegato a Monaco, tanto per cercare di capire?

MaT – Impossibile dirlo. Ci sono troppe varianti in gioco: dipende moltissimo dal tipo di lavoro. Però vi posso dire una cosa: quello che guadagnavo a Dresda come ingegnere, qui a Monaco lo guadagna il meccanico di un’autofficina.

MoT – Perché siamo a Monaco. E la vita costa.

MS – Allora conviene andare ad abitare il più fuori possibile!

MaT- certo fuori, ma attenzione a non andare troppo fuori. Monaco è una città internazionale, aperta, tollerante. Ma provate a spostarvi in città più piccole in Baviera e vedrete come cambia la musica. O andate in certi piccoli villaggi bavaresi, provate ad integrarvi e poi ne parliamo.

E- Cioè? Del tipo che se sei un uomo e non giri coi Lederhosen e i baffoni non ti considerano?

MoT – Beh non proprio, ma quasi. Per esempio, se non sei cattolico, non vai a messa tutte le domeniche, non fai il volontario nei Vigili del Fuoco locali, beh, non aspettarti troppa accoglienza. Alcuni sono capaci, se non sei come loro e ti siedi allo stesso tavolo, di alzarsi ed andarsene. Letteralmente. Ti escludono, ti emarginano, ti ritrovi isolato. E dopo un po’ sei tu che te ne vai; volontariamente. Per così dire.

E – Ammazza, sono tosti ‘sti bavaresi. Fiuuuuu, allora per fortuna che siamo atterrati a Monaco, dove il 60% dei bambini ha almeno un genitore che non è tedesco!

MoT – Certo, qua si vive bene, la città offre decine di occasioni di lavoro, soprattutto per ingegneri o tecnici. Vuoi un lavoro?  A Monaco lo trovi! In fretta e bene. Io, per esempio, lavoro in un ufficio dove offro servizi alle persone che lavorano negli uffici del palazzo dove mi trovo. È interessante, unico problema è che ogni tanto mi annoio. Abbiamo pochi clienti, anche se sono tutti soddisfatti.

MaT – Ecco, questo è un altro tipico problema tedesco. Il problema del marketing. Il tedesco medio chiede un servizio, il servizio funziona, lui è contento, se ne va. Fine della storia. Difficilmente andrà in giro a dire: “Uh ho usufruito di questo servizio, è eccellente, è una figata, andate tutti lá!”. No, lui darà per scontato che doveva funzionare bene, ha funzionato, quindi tutto nella norma.

MoT – Qui in Germania funziona tutto, quindi perché fare pubblicità a un posto in cui funziona tutto? È solo ovvio.

MaT – I tedeschi si svegliano solo quando c’è da lamentarsi. Allora lì sì che aprono la bocca e parlano. Eccome se parlano: si lagnano, criticano, si fanno sentire. Ma se tutto è ok, allora zitti, bocca cucita e non dicono beo neanche se li prendi a selciate.

MS – In questo modo però un buon servizio non può diffondersi: nessuno ne parla e quindi la clientela non aumenta.

MoT- Difatti qui in Germania da quel punto di vista è dura, bisogna lavorare sodo. Non puoi sperare che la voce si diffonda da sola e che la clientela aumenti di conseguenza.

E – Beh in Italia è il contrario: poiché niente funziona, se qualcosa va bene, allora partono le lodi sperticate, i commenti positivi con gli amici, il passaparola… Un altro mondo.

La serata continua ancora, il confronto culturale anche e alla fine si scopre quanto si possa imparare su un paese da una semplice cena tra amici: quasi più che in anni e anni di corsi di cultura all’università…

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Mamma mia!

Questo è il post di una mamma arrabbiata. O meglio: di una donna arrabbiata. Arrabbiata, perché non capisce come mai, dopo decenni di scontri, rivendicazioni, battaglie, discussioni, conflitti, lotte e contese, ancora la condizione materna deve essere così impegnativa e complicata da vivere. Sì perché la Germania, vista dall’Italia, appare come il paradiso delle mamme. Congedi di maternitá eterni, posto mantenuto al rientro in ufficio dopo anni, Kindergeld (cifra mensile che lo stato eroga ai genitori), mamme che fanno il part-time come se piovesse. Quindi prima di partire mi dicevo: “Chissà come saranno avanti là, in quanto a conciliazione tra vita lavorativa e vita da genitore. Altro che qua in Italia, dove una deve fare il triplo carpiato di continuo per far combaciare gli orari dell’ufficio con quelli dell’asilo, poi il bimbo si ammala e non si sa come fare, poi t’iscrivi in graduatoria per il nido, ma non hai abbastanza sfighe punti e allora non te lo prendono; poi i nonni lavorano o abitano a 500 km e gli asili privati costano troppo, d’altronde con 1000 euro al mese come fai? Ancora peggio con una baby-sitter. Poi la volta che fai tardi alla riunione perché il pupo ha il caghetto, il capo ti guarda storto.” Insomma, un inferno, o quasi. Era un continuo dover incastrare esigenze diversissime, orari sballati, riunioni coi clienti coincidenti con la festicciola di fine anno alla materna, febbroni da cavallo della prole che diventano anche i tuoi.

“In Germania sarà tutto molto meglio organizzato”, pensavo prima di fare il grande salto. E gongolavo all’idea di liberarmi di alcuni fardelli legati alla condizione materna. Beh mi sbagliavo. Le difficoltà che incontra qui una mamma che lavora sono diverse da quelle italiane, ma sono comunque numerose. Come prima cosa, ho dovuto constatare quanto sia difficile trovare posto negli asili della città: bisogna organizzarsi molto per tempo e iscrivere il pupo quanto prima: bene se al momento del test di gravidanza, meglio ancora se in quello del concepimento. Qua non esistono graduatorie o robe simili, ma solo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”. Se vi trasferite, esempio, a Monaco a luglio e volete un posto per il pargolo a settembre in un Kindergarten, iniziate a dire il rosario. Poi magari vi capita il colpo di fortuna, per carità, ve lo auguro e come arrivate vi offrono il posto all’asilo sotto casa full-time.

A supporto della mamma disperata poi, c’è sempre il servizio di consulenza gratuito della città di Monaco, in cui vi spiegano come organizzarvi con la Betreuung del bimbo: asili, Tagesmutter, nonne in prestito, la scelta è ampia e questo è un aspetto lodevolissimo. Ma bisogna comunque correre come delle pazze per organizzare il tutto. A partire dal fatto che questo servizio di consulenza è disponibile quasi solo dalle 9 alle 12. Eh? Ma io lavoro a partire dalle 8 e fino alle 17. Se non lavorassi potrei andarci alle 9, ma a quel punto avrei meno bisogno di una sistemazione per il pupattolo, no?  E in ogni caso la stragrande maggioranza dei servizi è aperta solo al mattino (ne ho parlato in un post di qualche tempo fa). Al mattino.  Al mattino. Al mattino. E il pomeriggio? Al pomeriggio ti attacchi! Chiedi ai nonni, se li hai; trovi una vicina pietosa che ti tiene il pargolo oppure …oppure non lo so. Qualche asilo full time ovviamente esiste qui a Monaco. Ma sono contatissimi e per avere un posto bisogna essere disposti ad uccidere. Ve la sentite? Se sì, siete a posto.  Il punto qua è che per fare una vita da mamma serena, esiste un’unica soluzione: non lavorare. Ebbene sì. Vuoi avere uno o più figli e intanto anche realizzare te stessa, guadagnare qualcosa e sentire di mettere a frutto i tuoi talenti? Cambia nazione, non trasferirti in Germania, o tu donna che stai per espatriare o sei già espatriata causa offerta di lavoro. Oppure sii una donna che sta bene anche a casa a crescere i pargoli. Scelta, tra l’altro rispettabilissima, ma qui praticamente obbligata. Non c’è scelta. O meglio c’è: o stai a casa o diventi stron*a per riuscire a lavorare e stare anche con i tuoi figli. Le scuole pubbliche, ad esempio, i primi anni delle elementari chiudono verso le 11 o le 12.Per non parlare del coinvolgimento massiccio e obbligatorio dei genitori nei compiti a casa. Ma chi ha tempo?  Vuoi un posto al doposcuola perché tu e tuo marito lavorate full time? Vediamo, non so, non garantisco. Altro esempio di vita genitoriale difficile: una coppia di nostri amici, di recente ha dovuto vendere l’anima al diavolo, perché hanno trovato posto per l’ultimo anno di asilo del loro bimbo solo in una struttura che è aperta dalle 8 alle 14. Fine. Chiuso. Schluss. E dalle 14 in poi? Hanno dovuto lottare per rimediare il posto in un secondo asilo dove, grazie al cielo, un bus lo porterà ogni pomeriggio. Ma quanto stress comporta per tutti una situazione così? E potrei citarvi ancora quel mio collega che, alla fine della giornata lavorativa porta i figli al parco, mentre la moglie, appena rientrata dall’ufficio, cucina la cena. Spesso lui si ritrova ad essere l’unico padre del parchetto. Allora capita che venga avvicinato dalle altre mamme, che gli chiedono, trasecolate: “Ma la mamma dei bimbi dov’è?” e lui: “A casa che cucina, sapete, ha lavorato tutto il giorno, così porto a spasso io le belve qui.”. Risposta classica: “Lavooooooooooooooooooooooooooooraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa? E PERCHÈÈÈÈÈÈ?”. Cioè, riuscite a credere che gli chiedono perché lavora? Zio canta, ma secondo te perché lavoro? Sai, lavoro perché sono un po’ matta, non ho tutte le rotelle a posto. E poi avendo un’allergia ai tappeti in casa è meglio se sto in ufficio tutta la giornata, così evito di starnutire troppo. Ma santa pazienza, ma si può? No, non si può. Non si può ancora essere fermi all’idea della donna angelo del focolare e basta, senza via di scampo. Non si può negare alle donne la possibilità di una libera scelta, o fargliela pagare cara se decidono di lavorare full time. Non si può lamentarsi della bassa natalità e poi non offrire servizi adeguati di child-care ai genitori. Non si può trasferirsi all’estero, sperare di fare un balzo in avanti come qualità della vita da mamma e poi scoprire di avere fatto invece un salto indietro nel medioevo. No, così non va.  Ma quante strade ancora dobbiamo percorrere noi donne per essere veramente libere di essere donne intere, senza dover immolare parti di noi sull’altare del biberon e della pappa oppure sulla scrivania in mogano? Non ci siamo.

P.S. tardivo al post. Ho appena parlato col marito supersonico, che mi ha spiegato che qua in Germania la tematica di cui sopra è oggetto di acceso dibattito politico. Ah per fortuna che non sono l’unica che se ne lamenta. Marito mi ha parlato di famiglie, ad esempio africane, che abitano a Monaco. E poichè per ogni figlio mensilmente percepiscono parecchio denaro, una somma che aumenta all’aumentare della prole, alla fine a queste mamme conviene fare molti figli e poi stare a casa. Problema: in questo modo i figli degli stranieri non imparano il tedesco e hanno dunque difficoltà ad integrarsi. E al momento di andare a scuola, ovviamente obbligatoria, arriva il dramma. Vi pare che si possano chiudere gli occhi su una situazione del genere? Perchè le istituzioni e la politica su questo non vogliono cedere e continuano a fare finta di niente?

Come tutto è cominciato

Cari lettori, qualche volta mi capita di ricevere e-mail di aspiranti expat a Monaco che mi chiedono come ho fatto a trovare lavoro qui e se posso suggerire loro delle strategie infallibili per trovare a loro volta un’invidiabile posizione e riuscire così a trasferirsi nella città di Ludovico, der Märchenkönig, come ho fatto io. Premesso che non esistono percorsi predeterminati, consigli dispensa-certezze o magie delle magie che si possono applicare a chiunque, io posso soltanto raccontare com’è andata a me e augurare a tutti che vada nello stesso modo, anzi meglio!

Tutto ebbe inizio quando io e il marito supersonico ci conoscemmo, ossia nove anni fa. Ci guardammo negli occhi e in un attimo capimmo che non saremmo voluti rimanere in Italia a lungo, che avremmo invece volentieri costruito il nostro futuro altrove. Tutto ciò a causa delle cause che spingono molti a lasciare l’italico suolo per emigrare altrove: precarietà diffusa, mentalità retrograda, possibilità ristrette di crescita professionale, desiderio di allargare i propri orizzonti e sperimentare qualcosa di diverso. Gli anni dunque passarono, le cose cambiarono, ma il progetto rimase. Nacque il bambino bionico e insieme nacque la convinzione che fosse giunto il momento ideale per levare le tende dal paese natio. Ed iniziò la ricerca di un lavoro all’estero.

La nostra eroina pensò che il modo più intelligente per trovare il tesoro nascosto di cui narra la leggenda, fosse di aggredire senza sosta i siti web delle aziende multinazionali più celebri. D’altronde non aveva lei forse lavorato in diverse aziendone importanti con sedi in tutto il pianeta e non era forse già abituata a muoversi in inglese all’interno di questi ambienti multi-culti? Quale migliore biglietto da visita per acchiappare le simpatie degli uffici personale di questi luoghi magici situati all’estero? Iniziò dunque un percorso irto di ostacoli, prove, nemici e difficoltà di ogni sorta. Alla nostra protagonista furono richieste enormi dosi di pazienza, coraggio, tenacia, astuzia. Tante volte, alla mancanza quasi assoluta di riscontri o risposte, la nostra diletta fu tentata di lasciar perdere, di pensare che in fondo forse si sta così bene a casa, ma chi me lo fa fare, non ho già tutto qua? Tante volte la speranza fu ridestata invano da una risposta illusoria, da un’e-mail che risvegliava ingannevolmente i sogni e i progetti tanto accarezzati. Che gioia infatti certe mattine provava ella nell’aprire la posta elettronica e leggere qualche manciata di righe: “Saremmo interessati al suo CV, ci manterremo in contatto per eventuali posizioni si dovessero presentare in futuro.”. E che delusioni quando poi a queste righe non seguiva nulla di fatto per mesi e mesi. Due però gli episodi degni di nota. Il primo: la mega-multi-nazionale del mobile fa-da-te con sede nel Nord Europa che una volta contattò la nostra impavida ricercatrice di tesori, proponendole un ghiotto colloquio. Oh giubilo, o gaudio, forse la meta agognata si stava avvicinando? Forse stava arrivando il premio tanto atteso? Ahimè dopo due mesi dal messaggio illusorio, ne arrivò un altro che spiegava che, a causa di fulmini e tempeste, la selezione era stata sospesa e un’altro candidato aveva avuto occasione di sconfiggere il drago prima di lei e vinto così non solo il tesoro nascosto, ma anche il trono. Ahinoi. Ma la nostra non si fece abbattere nemmeno in questa circostanza e fu così che, un giorno, imbattutasi per caso nel bando di concorso per un posto alla Corte Europea dei Diritti Umani in quel della cittadella di Strasburgo (secondo episodio degno di nota), non esitò un istante a mettersi in lista per la partecipazione al torneo. E anche in questa circostanza ella affrontò prove su prove, prese treni su treni per recarsi a Roma e a Strasburgo, incontrò persone su persone, pregò preghiere su preghiere. E quando finalmente uscirono i risultati della gara…. tadà…ella era risultata TERZA! Terza su quasi 200 aspiranti, che meraviglia! Peccato che le posizioni offerte fossero riservate…ai primi due della lista! Quante lacrime, quanta sofferenza, quanti sogni di pedalare allegramente per le vie della cittadine francese andati in pezzi. Ma ancora una volta ella ebbe il coraggio di rialzarsi, di non abbandonare la ricerca. Nel frattempo gli anni erano passati, il piccolo principe bionico cresceva e lei si rendeva conto di quanto fosse in effetti prezioso il tempo passato in patria, in famiglia, con gli amici, in preparazione al grande salto futuro. Fu così che una sera di esattamente due anni fa, l’eroina s’imbattè nuovamente in un annuncio affascinante, che parlava di un lavoro interessante anzichennò proprio in quel di Monaco di Baviera, città di una parte della sua famiglia, e proprio in un luogo che si presentava speciale ai suoi occhi, lei, interessata proprio all’argomento di cui si trattava in questa sorta di castello. E fu così, che col cuore pieno di trepidazione, prese coraggio ancora una volta e inviò il messaggio con il proprio curriculum e una lettera di presentazione accuratamente preparata. Poi inviò il tutto e si mise, per l’ennesima volta, in paziente attesa. Attesa che fu presto premiata, in quanto dopo sole quattro settimane…ZAC…magica magia, si ritrovò un invito con tutti crismi a viaggiare, per di più in aereo, fino alla città bavarese, spesata e coccolata di tutto punto. Il viaggio programmato fu addirittura impedito da un vulcano della lontana Islanda, che decise di eruttare proprio qualche sera prima della partenza, provocando così la chiusura degli aeroporti la mattina stessa del grande giorno. Ma lei, incrollabile, prese un autoveicolo e, in men che non si dica, fu a Monaco di Baviera. Grazie alla sua precedente esperienza a Strasburgo (che dunque alla fine non si rivelò inutile), non mancò di sostenere un brillante colloquio e di essere subito richiamata, nel giro di alcuni giorni, per un “ulteriore colloquio”. Nel colloquio in questione le fu addirittura chiesto di affrontare il re in persona, la massima autorità del regno. Ma per la nostra, ormai abituata a tutti i tipi di prove, questa non fu che la più classica delle passeggiate. E poi iniziò la centomilionesima trepidante attesa di un responso, nella convinzione, questa volta, che se il destino le aveva riservato un posto a Monaco, questo sarebbe arrivato, altrimenti la vita le avrebbe fatto arrivare qualcosa di addirittura meglio. E l’attesa fu ripagata in pieno, quando finalmente giunse la magica telefonata del Granduca di Baviera, che la informava che il posto sospirato era stato assegnato ad un’altra eroina, MA lui le chiedeva, in ginocchio, di “accettare la sua mano” o meglio di accettare di andare a lavorare per lui, che da lei tanto era rimasto colpito in occasione del primo, fatidico colloquio. La nostra ne discusse con il proprio consorte, ma bastò uno sguardo fra i due per capire che l’occasione tanto attesa era arrivata, che il momento della svolta era giunto, che il tesoro stavolta era sul serio a portata di mano. Lei dunque disse di Sí al Granduca. O, per citare Manzoni, “la (s)avventurata rispose”. E il resto è, come da copione, storia.

Stranezze linguistico-psicologiche

Sempre per i miei buoni propositi di inizio anno accademico, da poco ho deciso che non ha più senso comunicare in inglese con i colleghi tedeschi e sono così passata ad esprimermi con loro direttamente nella lingua di Goethe. Come ho spesso detto, l’inglese è la lingua ufficiale nella mia organizzazione e ci sono colleghi che non sanno letteralmente neppure una parola di tedesco (come facciano a sopravvivere qui a Monaco, per me è ancora un mistero, ma questa è un’altra storia). Quando sono arrivata a Monaco, un anno e mezzo fa, non parlavo tedesco da dieci anni e ricordo come mettere insieme anche la più semplice delle frasi fosse un’autentica sofferenza: mi ricordavo qualche parola, ma la maggior parte mi sfuggiva e inoltre tendevo a tradurre pari pari dai miei pensieri in italiano, producendo così buffe espressioni, che solo a ripensarci mi vien da ridere. Così, per evitare di impiegare venti minuti a fissare una riunione, quando in inglese potevo mettercene due, ho iniziato a lavorare completamente in inglese, adattandomi in pieno all’ambiente circostante. Mi dicevo: “Beh fra qualche settimana passerò al tedesco; meglio prima aspettare di sentirsi più sicura!”. Intanto le settimane passavano, con esse passavano i mesi, poi è passato un anno e … niente. Sul lavoro continuavo a parlare imperterrita in inglese: più semplice, più efficace. Ma intanto, almeno, assorbivo passivamente tanto tedesco lavorativo dalla mia dirimpettaia Inge, tedesca al 100%. All’esterno però, devo riconoscermelo, mi sono sempre sforzata di utilizzare in maniera attiva il tedesco: coi parenti, nei negozi, all’asilo del bambino bionico, dal pediatra. Va bene che sono perfezionista e piuttosto che sbagliare il genere di un sostantivo, me ne sto zitta, e anche se crepo di fame, non compro neanche una brioche, se non sono certa al 100% che “Croissant” sia maschile, femminile o neutro, ma non volevo nemmeno isolarmi. Oppure finire per chiudermi con gli stranieri, in modo da dover parlare solo la mia lingua madre o appunto l’inglese, come scelgono invece di fare diversi expatriates. Ma lo sforzo di parlare tedesco rimaneva sempre confinato all’esterno del mio luogo di lavoro. Poi qualcosa è scattato dentro di me. Mi sono detta che, per esempio, avrei potuto non essere confermata alla scadenza del mio contratto triennale ed allora che cosa avrei fatto? Per poter rimanere in Germania e cercare un lavoro a Monaco, avrei dovuto per forza padroneggiare il tedesco da ufficio, no? Ma se uno non comincia mai… Poi c’è stato l’incontro “sbloccante” con Torquitax , il mio collega blogger e ora anche co-espatriato a Monaco. L’ho conosciuto infatti di persona e ho potuto osservare come si buttasse a parlare in tedesco con i colleghi tedeschi, a dispetto del suo perfezionismo (una brutta bestia che ci accomuna, mannaggia), magari dei dubbi linguistici o anche, a volte, della difficoltà di capire per intero quello che gli veniva detto. E allora mi sono detta: “Ma se ci riesce lui, perchè non devo potercela fare io, che peraltro sono mezza tedesca? Dopotutto i tedeschi non mi ripetono continuamente che parlo benissimo la loro complicatissima lingua? E se faccio errori, o infilo frasi sbagliate, beh un bel chissenefrega! In inglese non faccio forse errori? Eppure vado avanti allegramente. Dopotutto se sbaglio, posso sempre ripetermi la mitica frase: Die Sprache ist blöd, nicht ich! (la lingua è stupida, non io!).” E così mi sono lanciata. Ad alcuni colleghi l’ho annunciato ufficialmente: “Da oggi parlo tedesco!”, raccogliendo sguardi piacevolmente stupiti e anche complimenti. Con altri ho semplicemente iniziato a rispondere in tedesco invece che in inglese alle loro osservazioni. Con alcuni alterno le due lingue, come col mio capo diretto, un belga trilingue; con altri ho scelto, per il momento, di rimanere all’inglese, magari perchè parlano in tedesco in maniera per me incomprensibile: velocissimi, con inflessioni dialettali oppure mangiandosi metà delle frasi. È un’inizio e per ora direi che è un ottimo inizio. Poi stiamo a vedere come si sviluppa. Solo una cosa mi ha stupito, ma ho deciso, dopo lunga meditazione, di accettarla: una collega tedesca, Gerlinde, che si sente terribilmente a disagio quando mi rivolgo a lei nella sua lingua madre. All’inizio l’ho notato perchè continuava a rispondere in inglese alle mie osservazioni in tedesco. Io non capivo e rimanevo perplessa, ma pensavo fosse per abitudine, per distrazione, per imbarazzo, per nonsochecosa. Ma poi alla fine, dopo qualche giorno di queste buffe scenette, ha ceduto. È crollata ed ha iniziato a parlarmi come un fiume in piena, in tedesco stavolta: “Mi spiace, mi devi scusare, ma proprio non ce la faccio. Qua siamo in un luogo dove la lingua ufficiale è l’inglese e io desidero parlare in inglese. Persino coi miei connazionali preferirei parlare in inglese, sai? Perché poi se nelle vicinanze c’é qualcuno che non parla tedesco, poi si sente escluso e non è bello. Ok, se un tedesco inizia a parlarmi in tedesco, io gli rispondo in tedesco, ma si tratta di un’eccezione. E anche quando vengo nell’ufficio tuo e di Inge ed Inge si rivolge a me in tedesco, beh io mi sento in imbarazzo per te, che te ne stai lì e sei esclusa dalla conversazione…e insomma non mi piace e io davvero mi sento così così a parlare tedesco qua dentro.” E io: “Ma no, ti assicuro che io non mi sento affatto escl..” Lei: “Ma sì, dai, se proprio insisti parlerò in tedesco con te, dai, mi sforzo.”. Era palese che non ne aveva la minima voglia, quindi perchè forzarla? Perciò la volta successiva che l’ho vista, sono semplicemente ritornata all’inglese, per farla sentire a suo agio!!! No, dico, roba da matti.  Ma va bene così, vanno bene anche questi “imprevisti”, queste stranezze della psicologia umana. E voi, là fuori, avete avuto esperienze linguistiche simili alla mia nel vostro paese di accoglienza? Vi sono successe cose ancora più bizzarre o magari imbarazzanti? Come sempre adorerei i vostri contributi, gli spunti, gli aneddoti, le possibili ipotesi sul come mai scattano certi meccanismi nella mente umana. Attendo impaziente. E nel frattempo, “Frohe Weihnachten und ein glückliches neues Jahr wünsche ich euch alle!”.

Capi a confronto

segretaria1

Sono assistente di direzione da circa dieci anni. Ecco le più spiccate caratteristiche del tipico capo italiano – o latino – versus il tipico capo germanico – o nordico – che ho potuto osservare nel corso della mia “carriera”.
·         Il capo italiano chiede all’assistente di chiamargli la tal persona e passargliela. Questo per mostrare all’interlocutore A) che lui ha un’assistente e quindi B) che lui è una persona che conta. Non importa se tutto ciò comporta un dispendio di energie e tempo che potevano essere impiegati più saggiamente che cercando di impressionare qualcuno: l’assistente chiami Tizio de Cai e glielo passi.
Il capo nordico non si sente nè sminuito nè diminuito nel farsi le sue telefonate da solo e lascia così l’assistente libera di dedicarsi al suo lavoro.
·         Il capo italiano crede fermamente che “delegare compiti all’assistente” significhi chiedere a lei di chiudere le buste della sua corrispondenza e incaricarla di fare fotocopie al suo posto. Ah e che siano rilegate bene in fascicoli, cortesemente.
Il capo nordico pensa che “delegare compiti all’assistente” si traduca in affidare alla collaboratrice incarichi per i quali ella possa utilizzare anche il suo cervello, i suoi talenti e le sue capacità.
·         Il capo italiano ha un bisogno compulsivo di controllare tutto ciò che l’assistente fa, perchè A) non si fida fino in fondo, neppure se lavora con lei da due decenni oppure B) vuole mostrare che il capo è lui oppure ancora C) vuole avere tutto sotto controllo. O tutte e tre le motivazioni insieme.
Il capo nordico ha fiducia che la sua collega stia facendo quello che le è stato chiesto di fare e che consegnerà il lavoro nei tempi previsti. O diversamente che lo informerà e se ne discuterà insieme.
·         Il capo italiano si considera più importante dell’assistente, perchè lui sì che fa ha un incarico di responsabilità in azienda, lui sì che ha delle competenze, lui sì che conta. Non lo dice, ma il suo pensiero trasuda da ogni suo gesto. L’assistente, invece, è sostituibilissima e, fondamentalmente, non è nessuno. Salvo poi andare nel panico (il capo) quando lei è in ferie o in malattia, perché “adesso chi prende le telefonate?”. Ma che ti viene un crampo alla mano, se tiri su la cornetta?
Il capo nordico sa sopravvivere benissimo da solo e non tenta il suicidio perchè non sa usare la fotocopiatrice, ma prova a far da solo e in conclusione, pur ritenendo l’assistente una preziosa collaboratrice, non si sente in trincea, se lei non c’è.
·         Il capo italiano sbologna…ooops…delega gli incarichi più sgradevoli o noiosi all’assistente, vendendoglieli però come “responsabilizzanti”, a volte persino per manifesta incapacità (del capo!). Salvo poi prendersene il merito davanti al mega-direttore Ing. Cav. Dott. Lup. Mann. con sedie in pelle umana.
Il capo nordico, per quanto può, sbriga da solo gli incarichi di sua competenza e se ne assume la responsabilità. Se affida un compito all’assistente, riconosce che il lavoro l’ha fatto lei.
·         Il capo italiano è formale e dopo anni che lavora con la stessa assistente, pretende ancora che lei lo chiami “Dr. Prof. Cav. del Lav. Pompeo Semproni” mentre lui si rivolge a lei col nome di battesimo, per sottolineare la differenza gerarchica.
Se invece il capo si fa chiamare col nome proprio, si sente “cool”, giovane e “un tot avanti”, non sapendo che all’estero è cosa perfettamente normale e ovvia da anni e annorum.
Il capo nordico è tendenzialmente informale, non gli interessa sottolineare alcuna differenza e lavora con chiunque alla pari.
 
E poi c’è da stupirsi se sono emigrata?

Dal dottore

Pare che questo blog sia troppo pro-Germania e molto anti-Italia; pare che io sia sbilanciata dalla parte dei tedeschi e che sia disposta a perdonar loro tutto, mentre agli italiani non ne faccio passare una. Sembra che io non sia granchè obiettiva e che penda pericolosamente a favore del mio paese d’accoglienza piuttosto che di quello d’origine. Girano voci che io sia antipatriottica e che il mio entusiasmo per l’espatrio in Baviera sia eccessivo.
È tutto vero.
Che ci posso fare io se la Germania mi piace, mi affascina e ci sto bene? E se dell’Italia, invece, ne avevo le scatole colme e stracolme, tanto per usare un’espressione fine, e sarei venuta via anche a piedi e zoppa, se non avessi avuto la macchina o i soldi per il biglietto aereo? “Certi amori non si controllano”, come dice il mio saggio e ormai celeberrimo collega blogger Torquitax. E io questo amore non lo controllo. Però ho deciso che è giusto sforzarsi, almeno per una volta, per essere un po’ più equilibrata, di focalizzarsi su qualcosa che in Germania non va o che non mi trova d’accordo o che mi provoca irritazione. Ebbene questo aspetto sono le visite mediche. Proprio così. In Germania, almeno qui a Monaco, i medici di base e gli specialisti visitano in orari per me limitatissimi e quasi sempre perfettamente coincidenti con gli orari di lavoro della maggior parte delle persone. E questo, vi assicuro, provoca non pochi problemi organizzativi e logistici. Provate ad immaginare: io lavoro appena fuori da un simpatico paesello il quale, a sua volta, è appena fuori Monaco. Per raggiungere casa mia, ai bordi della città, impiego dall’ufficio 15 minuti in macchina. Per raggiungere altri punti della città, in auto o metro, impiegherò per forza di più. Sappiate inoltre, che finisco di lavorare ogni giorno alle 17.15 e al venerdì alle 16. Che dove lavoro non esiste il concetto di “permesso lavorativo”, ma solo di ferie, a blocchi di mezza o un’intera giornata. Che se si ha bisogno di un permesso, come noi italiani lo intendiamo, bisogna chiedere al proprio capo di poter arrivare tardi la mattina o uscire prima il pomeriggio. Mettendo insieme tutti questi elementi, che cosa se ne ricava? Che andare dal medico è ogni volta un grandissimo casino. Intanto devi trovare lo specialista che sia bravo, possibilmente parli inglese e/o italiano e non abbia lo studio a milioni di anni luce da dove tu lavori, per non impiegare ore e ore a raggiungerlo. Poi devi chiedere di avere un appuntamento o al mattino prestissimo (affrontando i lupi mannari e il gelo d’inverno per arrivare allo studio del tipo verso l’alba) o al pomeriggio il più tardi possibile. Se sei fortunato, ma sono casi rarissimi, ottieni appuntamenti verso le 18/18.30, diversamente ti propongono le 16 o le 17. E allora tu devi andare dal capo, spiegare e petire, che dopo un po’, credetemi, diventa una gran scocciatura. Provi a chiedere di poter vedere il medico il venerdì pomeriggio, ma quello il venerdì riceve solo fino alle 15 o le 16. E il sabato mattina? Non se ne parla neanche, va da sé. E allora tu che fai? Magari ti becchi un appuntamento alle 10 del mattino e devi prenderti l’intera mattinata di preziosissime ferie, che pensavi invece di usare per fare shopping o una scampagnata. Ma io dico, perché non fanno come nei paesi latini sti medici che ricevono ad orari in cui la gente può? Ma che in Germania secondo loro sono tutti studenti, casalinghe, pensionati e lavoratori a turno? Mah.

Controlli di sicurezza – parte 2

…. Dunque vado a prendere i due tizi del post precedente, un lui e una lei. Lui mi colpisce subito perchè è l’emblema stesso della tedeschità, specialmente per quanto riguarda taglio e colore di capelli: biondo stoppa, corti dietro, lunghi sopra, tutti pettinati in avanti sulla fronte. Mai visti un taglio e una piega così in tutta la mia vita. Perlomeno sono molto gentili: sorridono tanto, dicono che capiscono la mia difficoltà e mi rassicurano subito che il mio tedesco, in barba alle mie paure, è ottimo (e ciò mi genera inavariabilmente un’ansia da prestazione pazzesca, per cui mi sento di dover essere all’altezza delle aspettative e così cresce il mio timore di sbagliare; a questo punto m’impappino come una scolaretta allo spettacolino di Natale per i genitori e sono fritta). Li accompagno per i primi tratti, giusto per aiutarli ad orientarsi, evitare di smarrirli così subito e dover chiamare la polizia per il recupero. Gli mollo in mano la piantina, che non era pervenuta, cerco di spiegare loro come devono muoversi, gli dò il mio numero di telefono e sparisco. Dopo mezz’ora mi chiamano per essere guidati nella zona laboratori, che in effetti è parecchio complicata: peccato che nemmeno io la conosca bene, ma almeno provo a essere disponibile e vado. Lungo i corridoi incontriamo un mio collega che per fortuna si offre di prenderli in carico per un po'.  Bene, torno nel mio ufficio e attendo. Attendo, attendo. Nulla succede. Dò per scontato che stia andando tutto bene. Invece qualche ora dopo li reincontro per caso e li vedo affannati e con l’aria affranta. Mi avvicino impietosita e chiedo: “Tutto ok?”. Mi guardano incarogniti: “No, non é tutto ok: la zona laboratori è stata tremenda, non ci si capisce nulla, poi molte porte sono chiuse a chiave e dobbiamo bussare ore per farci aprire, poi ci perdiamo, poi incontriamo qualcuno che ci chiede di controllare la sua cassetta, che però non è segnata sulla piantina – ma che piantina ci avete dato? – e allora non sappiamo come comportarci, poi uno ci ha chiesto di fornirgli del materiale antincendio, glielo dobbiamo dare o no? E poi dove sono i moduli da compilare in caso vi siano feriti, non li abbiamo trovati, dove li tenete, ci sono altri laboratori da controllare, e poi abbiamo tanta fame, dov’é la mensa?”. A quel punto  crollo, contando anche che la scena si svolge in corridoio e tutti gli uffici dei miei colleghi vi si affacciano. Sono su un palcoscenico. Rispondo come posso, mi difendo, ma c’è poco da fare: la situazione è drammatica. A quel punto o mi suicido o faccio qualcosa. Decido di fare qualcosa. Non me ne frega più niente: il mio capo sarà anche in riunione, ma adesso bisogna che venga qua e se li smazzi lui i due tizi. Lui è tedesco, lui è ingegnere per la sicurezza, bisogna che esca dalla meeting room e mi dia una mano, poche palle. Lo chiamo sul cellulare con fare perentorio (quando mi rompo le scatole, me le rompo). In due minuti è lì, snocciola a Gianni e Pinotto un discorso tecnico in tedesco, li rassicura, fornisce loro spiegazioni e direttive, colma le lacune, risponde alle domande. I due si calmano, si rilassano, tornano a sorridere, la giornata prende un’altra piega per tutti. Felici, i nostri amici continuano il loro giro senza problemi e alla fine se ne vanno contenti e stringendomi la mano, con mille salamelecchi accompagnatori. Sollievo. Coronamento della giornata: una mia collega tedesca che ha assistito a tutta la scena in corridoio, viene a dirmi “Bello l’impatto con tutta sta burocrazia tedesca eh?” poi ironizziamo insieme su tutta la situazione, tragica e comica al tempo stesso e ce la ridiamo allegramente. Infine aggiunge: “Davvero complimenti per come te la sei cavata: ti difendevi parecchio bene e comunque il tuo tedesco è fantastico! Praticamente senza accento. Brava”. Ottimo. Missione compiuta.

Controlli di sicurezza (ovvero Fantozzen)

A me Fantozzi mi fa un baffo. Chi è il ragionier Ugo al mio confronto? Un disinvolto impiegato, sicuro di sè e mietitore di successi. Mai infatti mi sono sentita così imbranata in una situazione lavorativa come qualche giorno fa qui a Monaco.
Dovete sapere che in Germania, per legge, in ogni posto di lavoro ci debbono essere delle cassette di pronto soccorso, fornite accuratamente di tutto il necessario in caso capiti un incidente a qualcuno: cerotti, disinfettante, bende, compresse, garze et similia. I tedeschi in materia di sicurezza non scherzano. E poichè non scherzano, impongono che ogni due anni queste stesse cassette vengano controllate da una ditta, che deve verificare che dentro non vi siano prodotti scaduti o fuori standard, in modo da poterli sostituire nel caso. Tutto dev’essere a norma, tutto dev’essere in regola. Dunque vengo incaricata, già mesi fa, di organizzare questo controllo biennale. Facile, in teoria: la collega che c’era prima di me aveva già preso gli accordi con la ditta e il tizio che viene per il controllo conosce noi, il nostro edificio, le nostre cassette. Tutto a posto. E invece il destino aveva in serbo per me una simpatica sorpresa. Il tizio che da anni faceva il controllo ha lasciato la ditta e ha mollato l’incarico in mano a due suoi colleghi che non sanno nulla di noi e soprattutto, orrore, non parlano una parola d’inglese, nostra lingua ufficiale. Panico. So già che mi toccherà riceverli e rispondere alle loro domande, soprattutto, perché il mio capo, tedesco e dirigente per la sicurezza dell’organizzazione, mi ha già annunciato che il giorno designato si eclisserà per un meeting. Mi sbologna tutta la faccenda insomma. Perchè non è semplice quando 1) non conosci la terminologia tecnica sulla sicurezza in tedesco 2) non sai una banana delle leggi tedesche in materia 3) non sai quante cassette di P.S. ci sono in giro e soprattutto dove sono (e neanche il mio capo lo sa, alla faccia dell’organizzazione tedesca) 4 ) non conosci bene l’edificio in cui lavori, composto di vari buildings tutti lontani fra loro e assolutamente complicatissimi da girare, quasi labirintici e celeberrimi perchè ogni tanto qualcuno – narra la leggenda, addirittura l'architetto – vi si perde all’interno e non viene mai più recuperato. Perciò quello che faccio nelle settimane precedenti l’appuntamento è mandare ai tizi una piantina dei nostri edifici (peraltro incompleta, ma l’unica disponibile)  con le cassette di P.S. segnate sopra, prendere accordi con loro esclusivamente per iscritto – così da poter pensare accuratamente alle frasi da mettere insieme, casomai usando il Google Traduttore – e infine pregare, sperando che tutto vada per il meglio. Poi il giorno fatidico arriva. L’orario fatidico pure e così tr…tr…tr… arriva la chiamata dalla reception: “Ci sono due persone per te”. Ecco, vado all’ingresso a prenderli… (il seguito dell’avventura nel prossimo post. Rimanete sintonizzati!).

Colleghi o amici?

Quando abitavo ancora in Italia, un mio conoscente mi ripeteva spesso: “Noi italiani andiamo in ufficio per fare amicizia, mentre all’estero vanno in ufficio per lavorare.”. Oggi so che mai verità fu più vera di questa! Soprattutto se per “estero” s’intendono, ancora una volta, i paesi nordeuropei o anglo-germanici, che dir si voglia. Non c’è niente da fare: i latini sono più espansivi, più amichevoli (a volte pure troppo), più coinvolgenti, ma tendono a mescolare piano personale e lavorativo in maniera spesso pericolosa. Per noi l’ufficio è quasi un disco-pub e poco ci manca che, entrando, ci consegnino la drink card da timbrare a ogni consumazione. La prima tappa è la macchina del caffè, dove amiamo socializzare, raccontarci simpatici aneddoti, avviare relazioni di vario tipo, intrecciare storie d’amore, pettegolare (sport aziendale che in Italia va alla grande)  e in pratica trascorrere diverse ore liete. Poi iniziamo a formare i gruppi di amici. Niente di male in questo. Il punto è che poi non riusciamo più a distinguere il collega dall’amico o, ancora peggio, dal nemico. “Quella strega: guarda che cavolo di e-mail mi manda! Ah ma adesso aspetta, prima che le risponda. Gliela faccio pagare, dato che l’altro giorno mi ha snobbata e va pure in giro a dire che c’ho il culo grosso! Ma si guardasse il suo, che sembra una piazza e con i pantaloni bianchi si vede ancora di più che ha la cellulite dappertutto!”. Se qualcuno ci sta antipatico, difficilmente riusciamo a lavorarci insieme serenamente. È più forte di noi, passionali, sanguigni, istintivi. Spesso poi ci espandiamo e raccontiamo le nostre vicende personali con facilità, rischiano di trovare il collega arrampicatore o maligno che le sfrutta per il proprio tornaconto lavorativo, magari dicendo in giro che siamo stressati e quindi a rischio di rendere meno, così da metterci in cattiva luce col boss. Si può immaginare l’atmosfera piacevole e respirabile che si crea in questo tipo di ambienti.
Per i nordici la faccenda è completamente diversa e appena ho messo piede in Germania, me ne sono accorta. Salta all’occhio: per loro da una parte c’è la vita professionale e dall’altra quella personale. Qua nessuno viene in azienda principalmente per conoscere gente e fare amicizia. Può capitare, non dico che debba essere escluso a priori, ma non è il motivo per cui ci si alza dal letto al mattino e si viene in ufficio. Ho trovato maggiore professionalità.  Noi come prima cosa, speriamo di trovare qualcuno di simpatico  e sentiamo l’esigenza imprescindibile di girare per le scrivanie per chiacchierare con tutti. Io in questo ho sempre fatto eccezione e infatti una volta sono stata addirittura ripresa dal mio capo perché al mattino, arrivando, non mi precipitavo nell’ufficio del collega che assistevo per chiedere “Come va?” e poi scambiare con lui due chiacchiere. Ma de che? Mi sono sempre chiesta: ma siamo qui per lavorare o che cosa? Con tutto il rispetto, ma che mi frega di sapere puntualmente, ogni lunedì, implacabile e falsissima, di che cosa hai fatto il week-end precedente? Se mi viene spontaneo chiedertelo, ok, ma altrimenti perché mi devo costringere? Io preferisco lo stile educato, rispettoso e professionale dei nordici: che tu mi piaccia o no, lavoro con te, perché ci devo lavorare. Se poi ci scatta la scintilla della simpatia, la relazione professionale scorre meglio. Ma se non scatta, questo non c’impedisce di collaborare. I pettegolezzi non sono contemplati, o perlomeno non al livello debordante a cui ero abituata. Non ho sentito quasi nessun commento dietro le spalle di altri, né giudizi cattivi e definitivi sparati dopo un minuto di chiacchiere.  Ho trovato invece rispetto per il modo di essere e di pensare di ciascuno. Sinceramente, finalmente respiro.

Lavoro e vita privata

Sul Corriere della Sera on lain di qualche tempo fa, nella rubrica “Italians” (che leggo regolarmente da 9 anni ogni mattina, e se non  riesco, mi sento poco a posto per tutta la giornata, come se non avessi fatto colazione) mi sono imbattuta in una lettera che, oltre ad essere ben scritta, mi ha colpita, perchè riassume in poche parole quello che io da un’eternità penso su come gli italiani si rapportano al lavoro. Col permesso dell'autore, riporto la lettera in questione: “…lavoro da due anni in Germania e ho visto la differenza non solo di tempistiche lavorative, ma anche la mancanza di occhiatacce negative a uscir dall’ufficio alle cinque. Qui è normale, anzi se ti trovano in ufficio dopo le cinque ti chiedono letteralmente “se ci sono dei problemi”. Al di fuori dell’orario di ufficio, i colleghi hanno una famiglia a cui badare e interessi da coltivare. Quanti capi tiratardi abbiamo incontrato nella nostra vita? Quelli che sentono l’impellente bisogno di riunirsi giusto 5 minuti prima del momento di uscire; che “scusa, devo dirti solo una cosa” e ti tengono inchiodato per un’ora? Un’abitudine tutta italiana per la quale chi vuole fare carriera è come impegnato in una gara a chi resiste più ore in ufficio. Ho conosciuto colleghi che rimanevano soli in ufficio fino a notte fonda, e colleghi che se ne andavano lasciando accesa la luce all’unico scopo di far vedere che “ci sono”. Ma domando: anche non volendo tenere in considerazione i bisogni personali di chi lavora, per una impresa è efficiente un’organizzazione così? E sono capi veramente capaci quelli che non sanno programmare e programmarsi? Ha senso “trascinarsi” in ufficio per ore e ore? Purtroppo in Italia la disorganizzazione è a scapito di tutti, l’unico problema vero è quello del doverci essere fino alle otto di sera se si vuol far carriera. E’ uno stile di vita. Mi domando se la cultura protestante e la cultura cattolica non giochino in questo un ruolo. Una cultura come la nostra garantisce che la colpa, il perdono, il giudizio su merito e biasimo siano eventi esterni; la cultura protestante focalizza molto più sul giudizio autonomo che ciascuno dà di sé. Forse noi troviamo un aiuto per rafforzare la nostra autostima e per scacciare il senso di colpa, anche nel vedere lo sguardo compiacente del capo e la sua lode per la nostra infaticabile resistenza lavorativa.”.
Faccio fatica persino ad aggiungere delle parole, perchè l’autore me le ha praticamente rubate di bocca. Possibile che per gli italiani sia così difficile separare lavoro e vita privata? Pare che si chieda loro di dividere una madre dal proprio figlio piccolo: impossibile. O meglio: è così impraticabile considerare che anche la vita privata abbia un valore e vada coltivata con cura e amore, come una piantina di basilico profumato, per il proprio stesso benessere? Gli italiani si identificano spesso al 100% col proprio lavoro. Dicono ad esempio: “Piacere Giovanni, sono l'amministratore delegato della ditta Scorzetti”. Sono o faccio? Facciamo un esperimento  e proviamo a dire: "Faccio l’amministratore delegato".  Poi fuori di qua sono solo solo Giovanni, gioco a tennis, ho due figli, mi piace guardare film degli anni ’30 in TV e qualche volta coltivo i pomodori nell’orto. Ma no, non sia mai. Domina invece il concetto di vita monolitica e monosfaccettata: il lavoro. E guai a uscire puntuali dall’ufficio, come dice l’autore della lettera: sei un fannullone. In Germania invece significa che non ti sai organizzare bene e quindi hai bisogno di fare straordinari. L’italiano però pensa: sto qua fino alle sette, così faccio vedere come sono fedele all’azienda, manco l’azienda stessa fosse un coniuge – e a volte, dato il tempo che vi trascorriamo, rischia di diventarlo. Io penso: “Stai lì fino alle sette e fai vedere come sei pollo.”. Porti via tempo al tuo privato, spesso per una retribuzione pari a zero, dato che gli straordinari non pagati sono una parte della mentalità italiana, e riconoscimenti quasi nulli. È la stessa idea che spinge molti, come dicevo in un post di qualche tempo fa, a non stare quasi mai a casa in malattia (almeno in certi tipi di ambienti lavorativi, non parlo del settore pubblico): cercare di fare vedere come si è dediti. Per poi arrabbiarsi fino a perdere la salute quando l’azienda, nel momento della necessità, ti lascia a casa. La verità è che all’azienda non interessa un tubo di tenerti, se deve tagliare i costi. E poco le importa se sei stato lì ogni sera fino alle sette: ti taglia.
Ho trovato eccelsa poi la domanda che l’autore della lettera si pone: non sarà che in questa differenza di approccio c’entra il cattolicesimo, con questa idea continua della necessitá di approvazione esterna: la gente, il prete, le istituzioni? Il protestantesimo spinge molto di più sul pedale dell’autovalutazione e del cercare le risposte dentro di sé. Trovo che chi scrive non abbia torto.  L’effetto esplosivo del passaggio ad un altro tipo di mentalità, lo posso constatare su me stessa:  finchè ero in Italia ero abituata a usare riferimenti esterni per valutare le mie scelte, non solo lavorative, e decidere come sciogliere i miei dubbi. Mi chiedevo: “Che cosa devo fare in una situazione come questa? Che cosa direbbe Tizio? E Caio come agirebbe?”. Forse ero io, forse non c’entra la cultura italiana. Sta di fatto che da quando sono in Germania, ho subito notato una gran differenza proprio nel modo di lavorare – pur trovandomi in un ambiente internazionale, sento l’impronta tedesca – che si è riflettuta sul mio intero modo di essere. Spesso quando domando come devo fare una certa cosa in ufficio, mi sento rispondere: “It’s up to you!” (decidi tu). Fantastico: mi viene data fiducia e ho la possibilità di scegliere. Questo per me è diventato uno slogan: it’s up to you. Qua si conta che tu abbia abbastanza risorse per valutare e decidere; non ti vengono date istruzioni da seguire alla lettera, come ero abituata prima. Decidi tu. Così ho notato di aver lentamente interiorizzato questo motto e quando ho un’incertezza di qualunque genere, cercando dentro di me una risposta, non posso fare a meno di sentire: it’s up to you. Qua l’approvazione altrui conta molto meno ed è inutile, direi, descrivere quanto questo sia liberatorio; come essersi tolti un paio di scarpe di un numero in meno portate per tutta la giornata, o meglio per tutta la vita. È liberatorio anche rispetto al senso di colpa, che in Italia è un’abitudine, come quella di prendere cappuccio e brioche al mattino: senza un po’ di senso di colpa ci sembra che la giornata non cominci a dovere. In realtà, per ogni nostra decisione, è fondamentale che ci prendiamo noi stessi la responsabilità delle conseguenze, buone o cattive che siano. Senza che altri, chiunque altro, anche qualcuno che noi consideriamo un'autorità in quel campo, ci vengano a dire: ma che cosa fai? Si fa così!! In questo modo ecco che non è più necessario vedere il brillio di approvazione negli occhi del capo per sentirci a posto con noi stessi. Con tutte le conseguenze che ne derivano.