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Brrr

Confesso: sono freddolosa. Se esistesse una classifica delle persone più freddolose del pianeta, sarei tra le prime venti. Venti su sette miliardi: non è male. Questo significa che sono capace di lamentarmi del freddo persino in afose notti d’agosto nella più afosa fra le città dell’afosissima pianura padana. Beh d’altronde di notte, lo ammetterete, fa sempre un poco più freschino che di giorno.

In ogni caso, considerato quanto appena detto, questa era il quadro di me stessa, appena arrivata in Germania nel 2010:

Agosto  – ammazza che estate fredda qua! E adesso dove le metto tutte le canottierine, i vestitini, le gonnelline…? Ma come faranno i tedeschi con così poco sole a sopravvivere?

Settembre – Già l’autunno? Ma che freddo, e io che speravo di utilizzare il trenchino leggero. Altro che trenchino, qua ci vuole di corsa un piumone imbottito nuovo di zecca. E speriamo che basti.

Ottobre – Mi domando se arriverò viva alla primavera. Forse è il caso di acquistare in fretta qualche canottiera di lana da usare come base ogni mattina per un abbigliamento anti-gelo di sicuro successo.

Novembre – Credo sia opportuno iscrivere la Germania al concorso “La nazione più fredda del pianeta” di Helskinki 2011. Non sento più le dita dei piedi. Mai. E per la notte meglio provvedersi di uno scaldotto elettrico di quelli a lunga durata da mettere sotto al doppio piumone d’oca e alla copertona di flanella.

Dicembre – Oddio come posso ora affrontare il percorso macchina-ingresso del mio luogo di lavoro, che ammonta a ben sette metri all’aria aperta? Farei meglio a chiedere il permesso per lavorare direttamente dal parcheggio, così evito di dover scendere dalla macchina.

Gennaio – Ora con canottiera di lana a maniche lunghe, maglia pesante, maglione, pantaloni imbottiti, due paia di calze, giacca a vento per scalare le vette tibetane, cappello di lana, sciarpone di Fantozzi,guanti antigelo, scarpe impermeabili foderate di pelo, va un pochettino meglio.

Febbraio – però quando tira il vento, forse non basta…

Marzo – vedo la morte in faccia

Aprile – forse ricomincio vagamente a sbrinarmi.

Oggi, due anni dopo, una mattina autunnale qualunque:

–       Uh stamattina ci sono 4 gradi, che bel teporino. Eh siamo proprio fortunati che il gran freddo non è ancora arrivato. Certo con sto maglione rischio di crepare di caldo, magari mi cambio e mi metto una camicia a maniche corte o il vestitino estivo con un cardiganino di cotone sopra. Anche il giubbotto lo lascio aperto o schiatto. Guanti? Ma facciamo senza, che tanto… Il cappello mi fa la cappa di calore in testa, lo lascio a casa, che seno mi viene da grattarmi lo scalpo. Ah che meraviglia, che calduccio, ma come fanno a dire che la Germania è un paese freddo poi? Sono quei misteri che rimarranno irrisolti per tutta l’eternità.

Conclusione: ci si abitua a tutto.

Metti una sera a cena

Interno sera. Casa di Eireen e Marito Supersonico. In cucina spicca una tavola apparecchiata a dovere per cinque e sui fornelli troneggiano pentole che bollono. L’atmosfera è di attesa e un po’ di tensione. Ore 19:00 suona il campanello: i vicini di casa, Moglie Tedesca e Marito Tedesco, sono arrivati. Dopo i convenevoli e qualche imbarazzo iniziale, la conversazione si avvia, l’atmosfera si scalda e la serata si svolge allegramente.

MS – certo la lingua tedesca è difficile eh. La struttura della frase è rigida, non si possono scambiare le parole all’interno di una frase, non c’è libertà, non c’è flessibilità, non c’è convenienza, non c’è il 2×3, non c’è l’ampio parcheggio all’ingresso!

MoT – Sì, certo è così, abbiamo una lingua molto strutturata, organizzata, disciplinata. Come tutte le cose in Germania!

MaT  – È verissimo! Qua ogni più piccola cosa è rigidamente controllata, regolamentata.

E – Sì, ho notato anche io che ci sono regole per qualunque circostanza; persino su come si parcheggia l’auto in strada, che si può collocare solo nella direzione del traffico, ad esempio, per evitare di dover fare manovre pericolose quando la si vuole spostare

MaT – (con aria critica) Assolutamente. Tutto è previsto, tutto è inquadrato in qualche legge, in qualche paragrafo o sottoparagrafo che ti dice come bisogna fare dalla A alla Z, senza eccezioni.

MoT – E c’è solo un modo di fare ciascuna cosa. Uno. Punto. Si fa così, non ci sono discussioni. Eccezioni? Poche e sparute.

E – (tra sé e sé) Ma guarda, credevo che i tedeschi manco si rendessero conto di quanto sono strutturati e organizzati in tutti gli aspetti della loro vita, fino a regolamentare come si va al cesso; pensavo che ci fossero talmente dentro, da non farci neanche caso. E invece guarda un po’, criticano questo loro stesso modo di vivere.

MaT – Per esempio, a me piace pescare. E sapete che cosa devo fare per poter pescare qua in Germania? Oltre a pagare un sacco di soldi, devo fare un esame. Un esame dove dimostro che so pescare, ammazzare il pesce, trattarlo.

E – (ironica) Addirittura? E quindi immagino tu debba fare un corso, altrimenti come fai a sostenere l’esame? L’arte dello scuoiare il pesce o una roba simile.

MoT – Ovvio, c’è il corso, dove impari a pescare proprio come descritto dalla legge 132 paragrafo 76, sottoparagrafo A, righe 5-23; poi c’è l’esame, poi ottenuto il mio patentino bello bello, posso finalmente pescare. Ma non dove dico io eh. Ah no. Dove dicono loro: a te pescatore nr. 34B toccano i laghi D, F, Z del circondariato lacustre nr. 18.

E – Guarda che cosa tocca fare per due trote!

MoT- Ecco, appunto. Pensare che di recente sono andato in Norvegia, ho detto che volevo pescare, ho pagato 5 euro e ho potuto pescare per una settimana liberamente e dove volevo. I norvegesi, quelli sì che sanno vivere!

E (riflette) E io che credevo che solo noi italiani fossimo usi a criticarci e pensare sempre che più a nord hanno capito tutto meglio di noi.

La cena continua, viene servito il pesce, il vino scorre, le chiacchiere proseguono.

E – Allora, Moglie Tedesca, come prosegue la gravidanza? Quando arriva il bimbo? Racconta.

MoT – Ah tutto bene, una meraviglia. Sono proprio contenta; peccato che avere una figlio qua a Monaco, o più in generale in Germania, sia diventato così difficile, un percorso ad ostacoli.

E- (soffocata dalla stupore) ma non è da noi in Italia che è impossibile fare figli, che non ci sono politiche di sostegno alla famiglia, che non ci si può permettere il lusso di diventare genitori e bla bla bla?

MS – (con aria curiosa e interessata) Non capisco, che cosa intendi? Non è forse la Germania il paradiso delle famiglie, con facilitazioni, sgravi fiscali, maternità lunghissime, gente felice che fa figli a gogò e li porta al parco serena, uno nella fascia portabebè, uno nella carrozzina, uno per mano?

MoT – Mica tanto. Facci caso: qua nessuna coppia si azzarda ad avere figli prima di compiere 35-40 anni. Io, che ho 26 anni, sono un’eccezione. Al corso pre-parto ero la più giovane e mi guardavano con curiosità; c’era una di 41 anni al suo primo figlio! Poi soprattutto qui a Monaco è un delirio, col costo della vita, gli affitti, pochi asili a disposizione.

MaT – prendiamo il caso, che ne so, di una madre single che fa la parrucchiera. Che cosa guadagnerà? 2000 euro al mese lordi. 1300 circa netti. Credete che riesca a mantenere se stessa e il bimbo con quella cifra a Monaco? Ahahahaha. Tra appartamento, asilo per il pupo, spesa, bollette… Fa prima a emigrare altrove.

E – Già, in effetti. Difatti ho sentito dire che Monaco è la città dei single. Per forza: se hai famiglia qua, non ce la fai a tirare avanti, salvo che tu non abbia un mega-stipendio.

MS – A proposito, in media che cosa guadagna al mese un impiegato a Monaco, tanto per cercare di capire?

MaT – Impossibile dirlo. Ci sono troppe varianti in gioco: dipende moltissimo dal tipo di lavoro. Però vi posso dire una cosa: quello che guadagnavo a Dresda come ingegnere, qui a Monaco lo guadagna il meccanico di un’autofficina.

MoT – Perché siamo a Monaco. E la vita costa.

MS – Allora conviene andare ad abitare il più fuori possibile!

MaT- certo fuori, ma attenzione a non andare troppo fuori. Monaco è una città internazionale, aperta, tollerante. Ma provate a spostarvi in città più piccole in Baviera e vedrete come cambia la musica. O andate in certi piccoli villaggi bavaresi, provate ad integrarvi e poi ne parliamo.

E- Cioè? Del tipo che se sei un uomo e non giri coi Lederhosen e i baffoni non ti considerano?

MoT – Beh non proprio, ma quasi. Per esempio, se non sei cattolico, non vai a messa tutte le domeniche, non fai il volontario nei Vigili del Fuoco locali, beh, non aspettarti troppa accoglienza. Alcuni sono capaci, se non sei come loro e ti siedi allo stesso tavolo, di alzarsi ed andarsene. Letteralmente. Ti escludono, ti emarginano, ti ritrovi isolato. E dopo un po’ sei tu che te ne vai; volontariamente. Per così dire.

E – Ammazza, sono tosti ‘sti bavaresi. Fiuuuuu, allora per fortuna che siamo atterrati a Monaco, dove il 60% dei bambini ha almeno un genitore che non è tedesco!

MoT – Certo, qua si vive bene, la città offre decine di occasioni di lavoro, soprattutto per ingegneri o tecnici. Vuoi un lavoro?  A Monaco lo trovi! In fretta e bene. Io, per esempio, lavoro in un ufficio dove offro servizi alle persone che lavorano negli uffici del palazzo dove mi trovo. È interessante, unico problema è che ogni tanto mi annoio. Abbiamo pochi clienti, anche se sono tutti soddisfatti.

MaT – Ecco, questo è un altro tipico problema tedesco. Il problema del marketing. Il tedesco medio chiede un servizio, il servizio funziona, lui è contento, se ne va. Fine della storia. Difficilmente andrà in giro a dire: “Uh ho usufruito di questo servizio, è eccellente, è una figata, andate tutti lá!”. No, lui darà per scontato che doveva funzionare bene, ha funzionato, quindi tutto nella norma.

MoT – Qui in Germania funziona tutto, quindi perché fare pubblicità a un posto in cui funziona tutto? È solo ovvio.

MaT – I tedeschi si svegliano solo quando c’è da lamentarsi. Allora lì sì che aprono la bocca e parlano. Eccome se parlano: si lagnano, criticano, si fanno sentire. Ma se tutto è ok, allora zitti, bocca cucita e non dicono beo neanche se li prendi a selciate.

MS – In questo modo però un buon servizio non può diffondersi: nessuno ne parla e quindi la clientela non aumenta.

MoT- Difatti qui in Germania da quel punto di vista è dura, bisogna lavorare sodo. Non puoi sperare che la voce si diffonda da sola e che la clientela aumenti di conseguenza.

E – Beh in Italia è il contrario: poiché niente funziona, se qualcosa va bene, allora partono le lodi sperticate, i commenti positivi con gli amici, il passaparola… Un altro mondo.

La serata continua ancora, il confronto culturale anche e alla fine si scopre quanto si possa imparare su un paese da una semplice cena tra amici: quasi più che in anni e anni di corsi di cultura all’università…

Il Paese di Bengoden

Stamattina, leggendo “Italians” di Beppe Severgnini, una lettera in particolare mi ha colpita. S’intitola “Perché pensate che la Germania sia il paese di Bengodi?”, scritta da Rita Cagiano. La riporto integralmente:

“Gentile Severgnini, mai come quest’anno il nostro soggiorno estivo in Italia è stato accompagnato da un certo imbarazzo generato dal modo in cui noi, famiglia italo-tedesca residente in Germania, siamo stati percepiti in Italia. Tralasciamo una richiesta, nemmeno troppo velata, di cercare un lavoro in Germania ad una parente da parte di conoscenti nemmeno troppo stretti, cosa da far drizzare i capelli anche a chi sa, come me, come vanno le cose in Italia. In generale ci siamo sentiti dei paperoni che vengono dal paese dell’eldorado, dove tutto funziona, dove c’è lavoro a volontà e dove si può fare ogni giorno il bagno in una piscina piena di monete d’oro! La Germania è percepita da una parte come potenza dalle aspirazioni egemoni, dall’altra come paese del Bengodi, peccato che si debba lavorare! Certamente la qualità della vita è alta e lo stato sociale ancora efficiente, ma trovare un lavoro  può risultare difficile anche qui, e la paura di perderlo è sempre in agguato. Molti fanno la spesa da Aldi o al discount più vicino, per non parlare dei costi dei servizi. La generazione dei quarantenni/cinquantenni andrà in pensione a 67 anni, e le pensioni saranno da fame. Le proiezioni del governo parlano di una diffusa povertà senile tra 20/30 anni. Ecco, in Germania non si parla di spread perché è più un problema nostro che loro, ma questo non significa che non si parli di Euro e del domani. Il futuro fa tanta paura anche qui. Saluti da Colonia.”.

Questo intervento riassume in maniera ottima il mio pensiero e le mie impressioni. Sei in Germania ed ecco che molti tendono a pensare che tu sia nella Landa di Cuccagna, dove basta allungare un braccio e si colgono frutti maturi da alberi rigogliosi; dove le aziende suonano al campanello della gente implorando di andare a lavorare per loro e dove, in ultima analisi, non vi sono problemi. Non mi stancherò mai di ripetere a tutti gli aspiranti emigranti che questa idea è ben lontana dalla realtà. Consiglio vivamente la lettura di questo ottimo post  e i relativi commenti, per farvi un’idea di ciò di cui sto parlando.

Proprio ieri facevo due chiacchiere con una vicina di casa, qui a Monaco, e si ciarlava delle ferie. Indovinate dove le ha fatte lei? Polinesia in resort di lusso? Non esattamente. Tour delle capitali Europee? Acqua. Visitato le principali città tedesche alloggiando in simpatici alberghi tipici? Nemmeno. La verità è che è rimasta a casa sua. Ha rinunciato alle ferie e, dal tono con cui l’ha detto, dubito si sia trattato di una scelta volontaria. Mentre ne parlava, la sua voce era tra il mesto e il malinconico. Si è autoconsolata dicendo: “Beh ma il tempo è stato comunque bello”, ma non è stata molto convincene. E non è la sola. E non si tratta di una signora indigente, ma di una persona normalissima. Il punto è che, vista da lontano e attraverso il cannocchiale del wannabe expat, la Germania pare il luogo idiallico che, una volta conquistato, regala pace, benessere, gioia, latte, miele e noccioline a chiunque. Infatti, nonostante le mie minacce, i post antipatici al riguardo, i toni da cafona di alcune risposte a certi commenti – o in alcuni casi addirittura il silenzio stampa – non cessano di fluire a me le richieste più disp(e)arate, da parte di gente che sogna di trasferirisi qui e di dare LA svolta alla propria precaria esistenza. “Eireen, ho tre figli piccoli e un compagno che non parla nè tedesco, nè inglese. Secondo te faccio bene a trasferirmi a Monaco senza avere ancora un lavoro?”. La risposta? NO. NO. NO. Sei una donna con figli piccoli e non sei neanche tanto sicura di voler espatriare? Vieni a Monaco solo al seguito di un marito con uno stipendio molto esuberante. O non venire affatto. Diventerai cretina per gestire lavoro [se lo trovi] e pargoli e inoltre il povero compagno al seguito che non parla la lingua, che farà? E se avrete lasciato l’Italia con motivazione così così, siete fritti. Pessima l’idea di avventurarsi con famiglia, ma senza avere già un lavoro: quello sarebbe un finissimo modo per autotorturarsi e finire per tornare miseramente in patria depressi e demotivati.

Non la voglio tirare troppo in lungo con esempi già menzionati in altri post, ma chiudo con il consiglio principe, quello che ripeto sempre, quello che ormai i miei lettori hanno la nausea, quello che è il più banale di tutti, ma che molti, troppi sottovalutano. Non sognatevi neanche di notte di riuscire a cavarvela in Germania senza il tedesco. Non esiste. Punto. Riuscireste ad immaginare una vita normale in Italia senza un bit d’italiano, affrontando uffici pubblici, negozi, banche, assicurazioni, asili, scuole, istituzioni, tv, radio, giornali?

Ecco.

Le 10 cose che detesto della Germania

Sulla scia dell’intervento su Italians di Monica Mel, desidero condividere con voi le 10 cose che detesto della Germania:

  1. Tanta cortesia, una profusione di “grazie, prego, buongiorno, buon fine settimana, buona serata, carissimi saluti” ma poi i rapporti umani, tendenzialmente, si fermano lì. Tra vicini, ad esempio, non sia mai che si faccia amicizia o ci si inviti a cena. Vade retro!
  2. D’inverno fa un freddo insostenibile. Certi giorni tra dicembre e febbraio, tocca fare la caccia grossa per un parcheggio il più vicino possibile all’ingresso del supermercato/ufficio/casa, per accorciare al massimo il percorso all’aperto.
  3. Il fatto che non si può dire “Come va?”, come da noi, per rompere il ghiaccio con qualcuno. Qua è considerata una domanda molto intima da fare solo a chi si conosce molto bene.
  4. Essere obbligati ad entrare in sauna nudi. E se ci entri con l’asciugamanino, ti guardano malissimo.
  5. L’inflessibilità. Veramente mastodontica rispetto alla mentalità italiana. Ad esempio, qualche giorno fa ero in un negozio col bambino bionico, ho chiesto dov’era la toilette per lui, che non ce la faceva più, e mi sono sentita dire: “Ce l’abbiamo, ma è per i dipendenti. Quindi no”. Ho dovuto spedire il b.b. al parco giochi di fronte, dietro un cespuglio. Stesso episodio in Italia qualche anno fa: “Beh sarebbe la toilette dei dipendenti, ma per una volta… Venga pure signora!”.
  6. Dover sbattere il muso di frequente con il dialetto e sopportare l’impazienza dell’interlocutore che non comprende come mai tu chieda così spesso: “Bitte?”.
  7. L’enorme quantità di case con giardino e l’enorme quantità di gente che in giardino non ci sta.
  8. I negozi chiusi la domenica anche sotto Natale.
  9. La lamentela preferita dei tedeschi nei confronti dei colleghi: “È poco strutturato!”.
  10. La poca varietà nel cibo. Ottime le Schnitzel con Kartoffel, ma dopo un po’….

E voi? Quali sono le cose che detestate del vostro paese d’origine o d’adozione?

La storia della principessa gnocca e del principe lesso

Qualche giorno fa, insieme a Torquitax, ho avuto occasione di trascorrere una delle serate più divertenti degli ultimi mesi. Ispirata dal post di Bianca, ho deciso di condividere con voi le matte risate che mi sono fatta. Premessa: dovete sapere che Torquitax mi sta gradualmente istruendo un sacco sulla cultura tedesca, un po’ facendomi da guida turistica in giro per Monaco, un po’ segnalandomi i posti più succulenti in cui andare – si veda libreria multi-piano Hugendubel – e un po’ prestandomi i DVD dei film che hanno fatto, ognuno a suo modo, la storia del cinema tedesco. Uno di questi è quello che sto per andare a recensire, ossia Drei Haselnüsse für Aschenbrödel  (Tre Nocciole per Cenerentola). Il film risale al 1973 ed è frutto di una cooperazione tra la ex DDR e la ex URSS. Tale Václav Vorlíček è il genio che si è occupato della regia di questo piccolo capolavoro. La storia è un mischione tra il classico racconto di Cenerentola come noi lo conosciamo, con la scarpetta in vetro (co-mo-dis-si-ma) e tutto, e contaminazioni varie da altre fiabe, nella quali la protagonista riceve in dono 3 nocciole fatate, per ognuna delle quali potrà esprimere un desiderio. Nel caso di Aschenbrödel, la ragazza riceve un vestito diverso per ciascuna delle difficili situazioni in cui si trova; tramite questo, ella riesce di volta in volta a pararsi ottimamente il didietro e ad uscire vittoriosa dal vicolo cieco in cui si trova. Unico dettaglio: i vestiti sembrano quelli acquistati all’Ipercoop nella sezione “Carnevale” allestita tipicamente in febbraio: cuciti – male – in Cina con materiali di quarta dai colori indefinibili, ma venduti allegramente in Occidente per 35 euro a botta. Si vede che la produzione comunista dell’epoca mirava al risparmio. E va beh, chiudiamo un occhio e facciamo finta che dalla noce, chiaramente in plastica ed anche questa acquistata ai grandi magazzini, emergano ogni volta meravigliosi capi di broccato e seta.

Il film è ambientato da qualche parte in pieno inverno: il paesaggio è infatti ricoperto di neve in ogni angolo. Aschenbrödel però se ne va in giro spavalda, affrontando il gelo siberiano, ricoperta soltanto da una striminzita pelle di pecora dall’aria assai consunta, che, in condizioni normali, avrebbe dovuto provocare la polmonite a chiunque. Ma lei niente: incurante di tutto, compresa la matrigna-scorfano che la tratta a pesci in faccia, se ne va in giro cantando gioiosa con i passerotti, come nelle migliori tradizioni delle protagoniste delle favole, che riescono ad avere il cuor contento anche se vittimizzate da una stronza e a noi ci fanno tanto arrabbiare, perchè non si capisce come fanno a non essere invece depressissime. Dunque Aschenbrödel, durante una delle sue scampagnate all’aperto in pelle di pecora, incontra lui: lui Prince Charming, lui l’eletto, lui l’uomo del suo cuore (e guarda caso è proprio il principe del regno, mai il maniscalco o il figlio del fruttarolo, no). E qui casca subito l’asino. Cioè, bisogna che mi facciate capire come ci si possa innamorare istantaneamente di un tipo in calzamaglia colorata, col caschetto da femmina e la faccia da lesso. Ma chiudiamo anche l’altro occhio e andiamo avanti con la visione del film. Aschen che cosa fa? Apre una delle noci magiche e si traveste anche lei da lessa, con calzamaglia cheap e parrucca a caschetto in testa. Per conquistare il suo principe, ovvio, si mette sulla sua stessa lunghezza d’onda. Va bene che adesso i leggings sono tornati di moda, ma quelli del film sono veramente da catalogo Postalmarket della stagione scorsa! Anzi, scusate. Mi devo ricredere…il paio metà arancione e metà bianco con le ghiande a stampa è, o era, il must-have della collezione autunno inverno 1234-1235. Un vero maipiusenza, un pezzo originale che non può mancare nell’armadio di ogni giovine che si voglia sentire fashion.

In ogni caso, tornando al principe, si può dire che lungo tutto il film egli si comporti per lo più da coglione. In pratica resta passivo e inerte die ganze Zeit  senza fare un emerito piffero e aspettando che Aschen faccia tutto, pure chiedergli di uscire la prima volta. Ecchecavolo! Fai qualcosa, no? Approcciala, invitala a ballare, mettile una mano sul sedere, che ne so. Ma lui, no, vi assicuro: la guarda con l’occhio da merluzzo, ma non prende l’iniziativa e si aspetta invece che gli cada la mela in bocca; o la gnocca tra le braccia. No, non ci siamo proprio: questo film trasmette l’immagine dell’uomo inibito, poco virile, scoraggiato dalla donna manager di se stessa ed aggressiva. Non va bene. Ci vorrebbe una bella rivisitazione in chiave moderna. Pazienza, prendiamo il film così com’è – a questo punto lo spettatore più arguto ha già capito che non può pretendere troppo – e gustiamocelo ed apprezziamone i momenti più alti. Primo: la danza di uno degli amici del principe sempre in calzamaglia, che potrebbe equivalere a un nostro momento odierno al disco-pub, dove lui però sembra nè più nè meno che Platinette, a causa delle movenze apertamente da drag queen. Contento tu. E secondo: il momento di massima comicità del film, l’attimo clou,  il secondo che dà un significato più profondo all’intera storia: uno dei paggi servitori, in un momento di totale concitatezza in cui tutti corrono a destra e a sinistra alla massima velocità, inciampa e cade. E il collega che cosa fa, invece di dargli una mano a rialzarsi? Nel giro di un nanosecondo, senza pensarci troppo, con spontaneitá e naturalezza, gli molla una sberla in testa! Così, per simpatia! E poi via che prosegue a culo dritto per la sua strada, col tipuz a terra che cerca di capire che caspita è appena successo. Cioè, ma scusa! Io e Torquitax a questo punto del film ci stavamo rotolando sul tappeto per le risate e abbiamo intitolato questo momento ilare “I Corti di Aschenbrödel”. Il film prosegue tra diverse altre amenitá e momenti magici, che però non vi svelo, preferendo lasciarvi il gusto di scoprirli eventualmente da voi.

Insomma, cari lettori, dalla descrizione di cui sopra avrete capito che questo film va assolutamente visto. Pare che in Germania abbia spopolato e sia adorato dalle folle: bisogna guardalo per farsi un’idea della mentalità tedesca! In film come questi risiede il segreto per capire tutto un popolo.

E voi che film avete visto che consigliereste assolutamente a qualcuno che vuole comprendere la cultura di altre genti? Vi prego, fatemi sognare, date una svolta ai miei sabati sera: fatemi il nome di un imperdibile capolavoro straniero!

FAQ

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I figli crescono e le mamme imbiancano

 

 

 

 

 

 

È venuto il tempo di scegliere la scuola elementare per il bambino bionico. Ebbene sì. Adesso però concedetemi, per cortesia, cinque minuti di sbrodolamento mammesco, di luogocoumunismo, di frasifattismo, di malincotristezza, di fastidiosa banalità: come passa il tempo, mi sembra ieri che desideravo un figlio e adesso lo sto iscrivendo alle elementari, fra poco il mio pulcino avrà 18 anni e volerà via dal nido, certo i figli crescono e le mamme imbiancano. Va bene, grazie, ci voleva proprio, adesso posso rientrare in me.

Nell’ambito della comunità di espatriati, perlomeno qui a Monaco, uno degli argomenti che fa più tendenza tra chi ha figli, piccoli o meno, è il sistema scolastico bavarese. Quando sono arrivata in Germania io non ne sapevo nulla e vivevo felice. Poi ho iniziato a sentire delle voci, a leggere dei post su altri blog di expat, a chiacchierare con i colleghi di diverse nazionalità. Ebbene, pare che la scuola qui sia in pratica una sorta di schiacciasassi: la pressione sugli alunni per studiare sarebbe altissima e questi poveretti verrebbero selezionati prestissimo in base alle loro capacitá intellettuali. Arrivati alla (ancora) tenera età di nove anni, verrebbero infatti indirizzati dai professori verso il loro futuro percorso scolastico, in base ai risultati ottenuti a scuola. In soldoni e per semplificare al massimo la faccenda: se il pargolo è bravino e s’impegna, ha aperta davanti a sè la possibilità di frequentare le scuole più prestigiose della Baviera, dove verrà spremuto, stressato, battuto fino allo sfinimento. Al momento dell’uscita da queste scuole, però, potrà fregiarsi di una preparazione di prima classe e avrà la strada spianata per praticamente qualunque tipo di carriera. Se il bambinello, al contrario, è poco dotato scolasticamente, ahimè, ha il futuro segnato al contrario, ossia dovrà frequentare una scuola di tipo strettamente tecnico, entrare presto nel mondo del lavoro e diventare così, che ne so, un elettricista, un commesso, un tecnico di qualche cosa; magari bravissimo, ma pur sempre escluso dalle zone alte della società, dai livelli superiori di un mondo, quello teutonico che pare sia altamente stratificato socialmente (e quale mondo poi non lo è, ma questo è un altro discorso). Va da sè che ho davvero ridotto tutta la questione ai minimi termini, che la realtà è molto più complessa ed articolata und so weiter und so fort.  Per essere onesta devo dire però che ho sentito anche pareri positivi su questo sistema, pareri di genitori soddisfatti e di ex alunni contenti, che sono sopravvissuti e non hanno riportato traumi infantili di alcun genere, anzi hanno imparato a dare il meglio di sè, ad impegnarsi, a fare sacrifici finalizzati alla costruzione di un futuro solido; oppure che hanno accettato di non essere fatti per studiare e sono riusciti comunque e con serenitá a trovare il loro posto nel mondo.

La mia idea per la scuola del bambino bionico, comunque, sarebbe di tipo tutto diverso. Fin da prima della partenza per la Germania m’immaginavo mio figlio frequentare una scuola internazionale. Eh lo so, chiamatemi fissata, chiamatemi snob, chiamatemi un po’ come cavolo vi pare, ma io a questo tipo di percorso ci credo.  Come ogni genitore, mi stuzzica l’idea di dare a mio figlio quello che avrei voluto avere io e invece, per circostanze varie, non ho avuto. Vorrei vederlo crescere in mezzo ad un ambiente variegato e multilingue con la massima naturalezza; vorrei osservarlo diventare grande mentre si destreggia con spontaneità tra diverse lingue e fa amicizia come se niente fosse con bambini provenienti un po’ da tutta Europa. Lo so che magari suona idealista o troppo romantico, ma a me piace così. E alle scuole internazionali questa possibilitá esiste; e poichè si può anche inserirlo nella classe tedesca di questa scuola, perché non farlo?  In questo modo potrebbe sia imparare alla perfezione la lingua del paese in cui abita, frequentare amici tedeschi, evitando di chiudersi con gli expat, ma anche imparare con facilità una seconda lingua, tipo l’inglese e alla fine, decidere se rimanere qua in Germania, trasferirsi in Italia o sperimentare l’ebbrezza della scoperta di qualunque altro paese al mondo. Il b.b. da grande potrà muoversi come una trottola sul pianeta Terra oppure starsene fermo immobile a Monaco, crescere qui, farsi una famiglia qui, non mettere mai piede fuori dalla Baviera e vivere “happily ever after”. Ma almeno avrà avuto la possibilità di scegliere; almeno avrà potuto valutare; almeno non sarà stato costretto ad adattarsi perché privo di alternative.

Unico neo di tutta questa idilliaca situazione e vero nocciolo del problema: la scuola europea é situata a Sud di Monaco. Noi abitiamo a Nord e io lavoro a Hogwarts, paesino a sua volta a Nord di Monaco, dove si trova anche l’asilo del b.b. Questo significa, se le lezioni scolastiche iniziano alle 8 del mattino, bisognerà che il b.b. sia sul bus della scuola, che passa vicino casa, verso le 7.15. A sua volta questo comporta, per tutti noi, alzarsi all’alba, molto più di adesso, che apriamo gli occhietti sul mondo poco prima delle 7. Orrore. Per una notturna come me, una che si presenterebbe in ufficio con calma alle 10 se potesse, questo significa rivoluzionare la propria intera esistenza, regolare diversamente l’orologio interno, risistemare i miei ritmi biologici. Ce la farò? Ne varrà la pena? Sopravviverò? Il bambino bionico riuscirà a non perdere il bus metà delle mattine? O dovrà salirci, come io sospetto, ancora con le scarpe da allacciare e un toast al miele per metà in bocca? Restate sintonizzati su questo blog e lo scoprirete!

Volkshochschule

Di recente mi sono iscritta ad un corso di francese per falsi principianti, come mi ero ripromessa di fare nelle mie buone intenzioni di inizio anno accademico. Questo corso è uno dei più divertenti che mi sia mai capitato di fare, qui a Monaco, in Italia, oppure ovunque. Difatti, questioni che per me sono assolutamente scontate, come ad esempio il genere delle parole, mandano invece nel panico i miei tre compagni corsisti, ovviamente tutti tedeschi ed abituati ai generi femminile, maschile e neutro, ma attribuiti ai sostantivi in ordine sparso e casuale rispetto alle lingue romanze. Perciò quello che in francese è maschile, ad esempio le soleil, è femminile in tedesco, die Sonne, mentre ha lo stesso genere dell’italiano. I poverini navigano quindi assai male nel mare della grammatica e del lessico francesi, dove io, sguazzo invece come un paperotto, o quasi! Ma ciò di cui vorrei parlare oggi non sono tanto le particolarità di un corso di francese fatto nella lingua teodisca, per quanto ce ne sarebbe da scrivere, bensì della Volkshochschule, o VHS. Essa è un’istituzione pubblica presente in tutte le città tedesche ed è praticamente una fonte inesauribile di corsi di tutti i tipi e di tutti i livelli, per di più a prezzi veramente ultra contenuti. Esempio: il corso di francese suddetto mi costa, per 15 lezioni di un’ora e mezza ciascuna con insegnante madrelingua, la misera cifra di 104 euro. Veramente un affare. La VHS è il classico punto di partenza per qualunque straniero che sia appena arrivato in città e voglia imparare il tedesco da zero, lo voglia migliorare oppure affinare, se lo sa già abbastanza bene. L’organizzazione della VHS è impeccabile ed offre corsi in maniera realmente capillare: vi sono lezioni di mattina, di pomeriggio, di sera, una, due, tre, quattro o cinque volte alla settimana e per giunta in diverse zone della città. Impossibile non trovare il corso che fa per te. E non si parla solo di corsi di lingua, per quanto questi da soli sarebbero sufficenti per stupire un’intera platea: si va infatti dai classici corsi di inglese, spagnolo e italiano ai più insoliti e curiosi greco, giapponese, ebraico, polacco o addirittura “kannada” (un premio a chi mi dice che cavolo di lingua è la kannada!). Ma, dicevo, la scelta è ampissima: 7245 corsi, recita la home page del sito. Allora si va dal corso di fotografia, un classico sempre attuale, alle lezioni di conversazione, un must per la personcina che voglia inserirsi bene in società; al corso su come aprire e gestire un blog di successo (forse dovrei iscrivermi anche a questo?). Non dimentichiamo i corsi di ballo, con mille possibilitá, tra cui i balli africani e quelli brasiliani; i corsi di moda e cucito, specializzati in moda giovane, moda tradizionale, o cucito per abiti in lana. Abbondano i corsi per “Senioren” (anziani), anche in questo caso di tutti i tipi e generi: psicologia e arte di vivere, religioni del mondo, economia e finanza, yoga, internet…Poi ci sono i corsi per persone con handicap, i corsi per emigranti in situazioni svantaggiate, i corsi per chi di fatto si annoia e non sa più che cosa inventarsi per far passare il tempo. Se uno volesse controllare veramente tutti i corsi disponibili sul catalogo, che esce aggiornatissimo e gratuito ogni tre mesi, potrebbe perdere la testa  e sentirsi disorientato. Una sera, mentre sfogliavo questo catalogo, ricordo di essermi sentita male all’idea di tutti questi corsi lì così, a portata di mano e al pensiero di non poterli frequentare tutti dal primo all’ultimo. Ma come!? Tanto “sapere” a disposizione e non abbastanza tempo per carpirlo tutto!!Come avrete capito, suggerisco caldamente a chiunque abiti in Germania di approfittare di questa meravigliosa opportunità per occupare il tempo libero. Ecco uno di quesi casi nella vita in cui vi è realmente, indubbiamente, inevitabilmente l’imbarazzo della scelta. E ora scusate, ma devo andare: fra poco scade il termine per l’iscrizione al corso sull’arte di sistemare i fiori nel Giappone medievale. Non posso perderloooooooo!

San Martino

Ich gehe mit meiner Laterne und meine Laterne mit mir. Dort oben leuchten die Sterne und unten leuchten wir!“ (Vado con la mia lanterna e la mia lanterna con me. Lassù brillano le stelle e quaggiù brilliamo noi!) . Erano giorni e giorni che il bambino bionico ci deliziava le orecchie in casa con la canzocina tradizionale che accompagna la festa di San Martino, cioè l’undici novembre. Festa qui in Germania molto sentita, assai più che in Italia, dove praticamente passa inosservata; perlomeno al nord, dalle mie parti. Quando ero piccola ricordo che mia madre ce ne parlava di questo San Martino, l’uomo che non aveva esitato a tagliare in due il proprio mantello con una spada per donarlo ad un povero in un fredda giornata autunnale. Allora ecco che Dio, per premiarlo, aveva fatto spuntare un raggio di sole e da qui l’origine dell’“Estate di San Martino” i primi giorni di Novembre, che sono di solito un poco più caldi degli altri.
Qui in Germania San Martino si festeggia per bene, con il Laternenumzug¸ la sfilata delle lanterne. All’asilo del bambino bionico le tate hanno chiesto di fornire un bastoncino con una lucina elettrica appesa – si trovano in tutte le cartolerie o supermercati a pochi euro – e poi i bimbi si sono costruiti con le loro manine d’oro la “Laterne” da appendere al bastone. Il b. b. era esaltatissimo all’idea della festa, della lanterna, della sfilata, dell’atmosfera che si era creata nell’aria, fino a voler dormire can la lanterna in camera, nei pressi del letto, per alcune notti. E quando è così, non puoi fare a meno di sentirti coinvolto anche tu.  Perciò alla fine ero emozionata anche io nell’attesa della festa all’asilo, che si è svolta il 9 novembre. Ci siamo trovati la sera nel giardino del Kindergarten, con il buio e la nebbia  a fare da contorno ideale per il corteo. Tutti i bimbi erano schierati in fila e i genitori con loro. Come al mio solito, mi sono esaltata alla sola idea di essere in mezzo a un gruppo di mamme, papà e pargoli di diverse provenienze e di sentire mille lingue tutte insieme, dall’ovvio tedesco, all’indispensabile inglese, all’onnipresente italiano, al immancabile francese, all’insolito ungherese: manco la Torre di Babele nel suo momento di massima gloria! E va beh, perdonatemi, ma io in mezzo  a questo tipo di situazioni ci sguazzo come un paperotto, come si suol dire.
Comunque il corteo si è snodato negli immediati dintorni dell’asilo, al freddo e al gelo appunto, accompagnato da canti tradizionali e infine coronato da un bicchiere di punch caldo per tutti: giusto per riportare il corpo ad una temperatura normale ed impedire così l’ibernazione generale.
Sarò infantile, sarò banale e forse anche retorica, ma mi sono davvero emozionata a passeggiare per mano col b.b. nell’oscuritá, in mezzo alle foglie cadute sul terreno, tra cento voci, con le lucine che ci accompagnavano. Mi sentivo io la bimba che canta le filastrocche, ride coi compagni e si diverte. Ich gehe mit meiner Laterneeee und meine Laterne mit miiiiiir. Dort oben leuchten die Sterneeeee und unten leuchten wiiiiiiiiir! Ein Lichtermeer zu Martinsehr. Rabimmel rabammel rabom bom bom!

P.S. al post. Proprio il giorno di San Martino mi è capitato di entrare nell'ufficio di una collega e vedere stelle filanti ovunque. Immaginate la mia sorpresa: cose del genere già in novembre! Beh la collega, tedesca, mi ha spiegato che qui in Germania il carnevale, cioè Fasching, comincia l'11 novembre. A Monaco il tutto non è molto sentito, ma ad esempio a Köln, prendono la  cosa molto "sul serio" e iniziano davvero i festeggiamenti con mesi di anticipo. Poi nei pressi della data fatidica, addirittura ci sono molti che si presentano in ufficio in costume da carnevale, un po' come qua in Baviera per l'Oktoberfest, dove la gente viene a lavorare in Dirndl o Lederhosen!. Roba da matti!

Alle terme di Caracalla (dove i romani giocavano a palla)

caracallaSiamo stati alle terme di Baden-Baden per il ponte dei morti e dei santi (ci mancano solo quelli che stanno così così e i miracolati!). Le terme sono un nostro personalissimo classico sempre attuale: praticamente una garanzia di vacanza perfetta, con tutti gli ingredienti per farsi coccolare e dimenticarsi del mondo esterno. Finché eravamo in Italia, le nostre predilette erano le terme di Abano. Abano è una simpatica località che praticamente vive di turismo termale: ogni 50 metri c’è un hotel e dentro ciascun hotel vi è un mondo fatto di piscine di acque bollenti, saune, SPA, percorsi Kneipp, grotte sudatorie, bagni turchi, ristoranti, bar, animazione (beh di quest’ultima il più delle volte si può fare anche a meno…). Ma poiché abbiamo pensato che non valesse la pena raggiungere Abano da Monaco per soli quattro giorni, abbiamo preferito orientarci su Baden-Baden, “scoperta” per caso una sera dal marito su Internet. Con la nostra solita metodologia di selezionare una decina circa di hotel e mandare a tutti la stessa e-mail di richiesta prenotazione, per poi scegliere la migliore offerta, abbiamo trovato il simpatico 3 stelle superior che ci avrebbe accolti. La mattina del sabato ci siamo messi in macchina carichissimi, convinti di dover viaggiare soltanto per circa un’ora e mezza, prima di giungere in paradiso. Quale sorpresa, quando il navigatore ci ha svelato che di ore ce ne avremmo messe invece quasi quattro! Una piccola, trascurabile falla organizzativa, che non ci ha però scoraggiati più di tanto! Motivati dall’idea di passare tre giorni a mollo, ci siamo avviati fiduciosi e col cuore contento. Ed ecco com’è andata la mini-fuga dei morti. Baden-Baden è una cittadina di 50 mila abitanti, definita un tempo “la capitale estiva d’Europa”, per la quale non esito ad usare le tipiche espressioni “pittoresca”, “da cartolina” e “ridente”. Il centro storico è decisamente delizioso e con i 18 gradi che abbiamo avuto la fortuna di goderci tutti i giorni della vacanza, si può sul serio definire una chicca, ideale per il passeggio autunnale. Se uno poi ha voglia di fare shopping, non c’è che il classico imbarazzo della scelta: i negozi più o meno di lusso, si sprecano. Ma il top, manco a dirlo, sono proprio le terme. Vi sono due stabilimenti, l’uno accanto all’altro: Friedrichsbad, più costoso e signorile, in cui i bambini non sono ammessi e Caracalla, dove siamo stati noi, più informale e dove i bimbi possono invece entrare da 7 anni.  Per i piccoli c’è a disposizione anche il Kinderparadies, una sorta di mini-asilo, dove non abbiamo esitato a parcheggiare il bambino bionico per le tre ore del soggiorno quotidiano in acqua. Non vi dico la goduria di immergersi, senza il pupo al seguito, nelle varie piscine d’acqua calda a cerchi concentrici, interne ed esterne, di entrare nell’Aromadampfbad (bagno a vapore aromatico), di tuffarsi nella pozza d’acqua bollente con accanto quella d’acqua fredda – dove io non ho avuto coraggio d’entrare – e poi rilassarsi sullo sdraio, magari leggendo o addormentandosi e infine di godersi un tè aromatico al bar. L’unico luogo dove proprio non siamo riusciti a mettere piede è stato la sauna. Una forte differenza culturale ce l’ha infatti impedito: era obbligatorio entrare completamente nudi. Per i tedeschi, francesi e russi che erano là non sarà stato un problema, ma noi abbiamo un diverso senso del pudore e così abbiamo preferito passare! 
Ma in conclusione si è trattato una vacanza decisamente positiva e consigliatissima, anche se con due piccoli difetti, due mancanze rispetto alle mitologiche vacanze alle  terme di Abano. Il primo è che, almeno nel nostro albergo, veniva offerta solo la colazione, seppur abbondante e gustosissima, mentre il piccolo ristorante annesso era aperto solo in certi giorni. Quindi la sera soprattutto, quando avremmo voluto starcene tranquillamente in hotel, ci è toccato invece peregrinare per la città per procacciarci il cibo. Ma soprattutto gli stabilimenti termali sono ahimè esterni agli hotel e quindi per raggiungerli bisogna organizzarsi, vestirsi, uscire, pagare extra… Vuoi mettere con indossare il costume e l’accappatoio in camera, fiondarsi giù in ascensore, rimanere al caldo magari mentre fuori nevica, fare tre passi ed essere già nel brodo bollente, potendoci stare quanto ti pare e piace e tornarci poi più volte al giorno, come ad Abano?  Non c’è paragone. Ma va bene così, le terme ci hanno comunque soddisfatti e rimangono le nostre vacanze top. E il primo che dice che sono da vecchi, ci litigo!