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La celeberrima riservatezza tedesca tra mito e realtà

L’invito è arrivato tramite una conoscente del marito supersonico, una vicina di casa con cui prende regolarmente il bus il mattino. L’evento si sarebbe svolto un sabato pomeriggio, nella via dietro casa nostra. Abbiamo deciso quindi di accettare. “Perché no?” ci siamo detti. E così il pomeriggio dell’appuntamento abbiamo atteso che la ragazza ci venisse a prelevare e siamo andati. Fatti pochi metri a piedi, girando l’angolo, abbiamo visto le panchine e i tavoli con le tovaglie bavaresi (ossia a quadretti bianchi e azzurri) allestiti sulla strada; poi abbiamo notato bevande di ogni genere, dal caffè all’acqua, all’Apfelschorle, all’immancabile birra, lì a disposizione di tutti. Torte e dolcetti di vario genere facevano bella mostra di sé su un tavolo, mentre i barbecue attendevano soltanto l’orario giusto per essere accesi. Da parte nostra abbiamo contribuito al magna-magna generale con una bella ciambella all’italiana, che abbiamo appoggiato sul tavolo, quindi tagliato e condiviso con i presenti. In pratica abbiamo partecipato alla nostra prima festa del vicinato alla tedesca. Come siamo arrivati, le persone sedute al nostro stesso tavolo, gentilissime, si sono presentate. “Hallo! Grüß Gott, ich bin der Werner! Ich wohne hier gegenüber in dem grünen Haus!” (Ciao, salve, sono Werner, abito qui di fronte nella casa verde!“). Ciascuno dava il nome e la posizione geografica, tanto per aiutare l’altro ad orientarsi. “Ti ho già visto, mi sembra, ma non ricordo dove” ha detto un signore dall’aria sorniona al marito supersonico. Poi di colpo è giunta l’illuminazione: “Aaaah sì, ho capito. Mi capita di passare spesso davanti a casa tua e attraverso le finestre, ti vedo cucinare!” Eh già è proprio lui. Intanto il bambino bionico, con fare circospetto, osservava i numerosi bambini del circondario anche loro intervenuti alla festa: ce n’era di tutte le età, dai 2 agli 11 anni. “Certo, è carina questa festa, è stata una bella idea organizzarla!” ha detto uno. “Eh sì, perché in questa zona siamo in tanti, ma praticamente non ci conosciamo.”, gli ha fatto eco un altro. “Ci si saluta, ci si sorride, ma poi finisce lì, non c’è un vero rapporto ed è un peccato!” ha aggiunto una signora lì a fianco. Ma allora è vero, mi sono detta io, è proprio come mi sembrava: questi tedeschi fanno più fatica di noi a fare amicizia tra di loro. Non sono solo io che, a causa della mia leggendaria timidezza, ci metto anni per lasciarmi andare oltre a un “Ciao” con chi non conosco. Qua sono tutti come me! Ciò da una parte conferma il mito dei tedeschi riservati, chiusi, distanti. D’altra parte però, guardando la scena in cui eravamo immersi, facevo fatica a pensare a gente fredda e poco sociale. Vedevo sorrisi a bizzeffe, mani e sguardi che s’incontravano, birre bevute assieme, sentivo risate comunitarie, udivo persone che non si erano mai viste prima tra loro, parlare come se si conoscessero da anni. Tedeschi asociali e gelidi? A quanto sembra stasera, direi di no, dicevo tra me e me. Addirittura in più di una occasione sono stata avvicinata spontaneamente da persone gentilissime, che mi hanno fatto ogni sorta di domanda su di me, con curiosità e vero interesse. Non c’era niente di formale o vuoto nel loro approccio, ma solo desiderio di conoscermi meglio. “Da quanto vivete qui? E dove lavori tu? E il bimbo dove va all’asilo? Ah sei italiana? Ah io sono stata in vacanza in Italia quest’estate. Roma, Genova, che meraviglia! È quello sul monopattino il tuo bimbo, vero? Che carino!”. Io trasecolavo, impressionata da tanta cordialità (fino a questo punto si spingevano i miei pregiudizi sui tedeschi: fino a rimanere stupita dalla loro simpatia!). All’inizio della festa, lo ammetto, mi sentivo come il solito baccalà decorativo. Nelle  situazioni sociali nuove, come ormai avrete capito, mi sento solitamente poco sciolta e tendenzialmente non vedo l’ora di andare via. Eppure dopo qualche ora, durante questa festa, ho iniziato a rilassarmi. Ho cominciato, udite udite, a sentirmi a mio agio. Robe da matti. Verso sera, mentre le chiacchiere andavano avanti e nuove persone arrivavano a getto continuo, qualcuno ha portato la legna e un contenitore di metallo ed ha acceso il fuoco. Poi fuori i bastoni, fuori i marshmellows e via coi bimbi intorno alle fiamme a cuocerli! Il buio scendeva, il freddo aumentava, ma l’allegria intorno a noi, oltre al fuoco, ci hanno scaldati parecchio. Abbiamo scoperto di vivere in una zona piuttosto internazionale del quartiere: oltre ai tedeschi provenienti da ogni parte della Germania, abbiamo incontrato greci, ungheresi e non ricordo più bene quale altra nazionalità. La festa, col passare delle ore, si animava sempre di più, il via vai di gente è stato continuo e ad un certo punto c’è stato anche chi ha iniziato a cantare.

Verso le dieci di sera, “stanchi, ma felici”, ci siamo decisi a tornare a casa. Abbiamo salutato tutti con un sorriso e ricevuto indietro altrettanti sorrisi.  “Tschüüüß! Gute Nacht! Bis bald! Danke für die Einladung! Wiedersehen” (Ciao, buonanotte, grazie dell’invito, arrivederci). E forse da questa esperienza, ci siamo portati dietro la fine di una leggenda e il crollo di un mito inossidabile: quello dei teutonici gelidi e inavvicinabili!

Questione di stile

Qui a Monaco da un paio di giorni fa un caldo, che manco nel deserto del Gobi il 15 d’agosto. Tutto questo calore improvviso, tuttavia, non ha affatto colto di sorpresa i nostri amici tedeschi, i quali hanno prontamente tirato fuori dall’armadio il tipico sandaletto e non solo. È fatto noto ormai come le giornate di sole pieno e stabile qua in Germania siano davvero pochine. Di conseguenza i teutonici tutti, non appena intravedono anche solo uno sparuto raggio dorato che sbuca da una nuvola, per quanto pallido e poco convinto, si buttano all’aperto, migrando in massa allegramente verso a) i Giardini Inglesi, il parco più grande della città, dove, come vuole la leggenda, essi amano stendersi dietro ai cespugli completamente nudi, con le pudenda al vento; b) i vari laghi e laghetti che circondano Monaco per distensive gite in bicicletta con la famiglia intera; c) i sentieri di montagna  lungo i quali si dilettano in simpatiche passeggiate, attrezzati di tutto punto.  E fin qua. Ma ciò che mi lascia davvero perplessa, ancora oggi nonostante i quasi due anni di permanenza, è il modo in cui il tedesco medio si veste per adattarsi alle temperature tropicali che hanno trasformato ieri e oggi Monaco di Baviera in Miami, Florida. Praticamente agghindati come in una puntata di Beverly Hills 90210. Peccato che in Baviera manchino sia il mare che le palme! Ma questo credo che sia sfuggito alla maggior parte dei nostri amici germanici; o forse non è loro sfuggito affatto, ma essi, probabilmente, se ne infischiano con calcolo e fanno “come se”. Altrimenti non si spiegherebbero le decine e decine di persone, da me avvistate in un noto negozio di mobili montabili, vestite come se stessero sfilando lungo viale Ceccarini a Riccione: ciabattine infradito di gomma abbinate a pantaloncini di jeans talmente corti da farli sembrare una cintura e top di stoffa leggerissima, sotto cui ho più volte sospettato si celasse un costume da bagno. Cioè che fossimo stati al parco, uno dice “Vabbè non c’entra molto, ma perlomeno siamo all’aperto.”. No, dentro ad un negozio di mobili, tra il reparto sofà e l’angolo cucine, tra un armadio a quattro ante e una scrivania con sopra finti laptop di plastica grigia e romanzi in svedese (ho provato ad aprirne uno e mi ha incuriosito molto. Si chiamava En omöjlig kärlek, ma ho potuto leggere solo le prime righe: qualcuno sa come finisce?).  Io, che già mi sentivo di osare come una pazza con le mie scarpe aperte giallo senape e lo smalto per unghie arancione, che fa tanto fashion quest’estate, mi sono dovuta ricredere. Che sciocca, sarei dovuta uscire anche io in microgonna e bikini, per meglio adattarmi agli usi locali e mimetizzarmi abilmente tra i nativi!

Tutto questo osservare la fauna umana di Monaco in questo weekend, comunque, mi ha dato modo di avere conferma di un luogo comune che, temo, si basa profondamente sulla realtà: i tedeschi si vestono male. Nemmanco con la globalizzazione e con la diffusione nelle principali edicole dell’edizione internazionale di Vogue, sono riusciti ad educare se stessi al ben vestire. Ok, noi italiani su questo siamo puntigliosi ed esagerati: a volte arriviamo a non osare neppure scendere in tabaccheria per comprare un francobollo, se il colore della tuta da ginnastica non è abbinato a quello del calzino. Ma il tedesco medio va nella direzione opposta: se ne frega. Oppure non ci capisce nulla, è convintissimo, vestendosi, di avere creato abbinamenti  stilistici da far rosicare Karl Lagerfeld, quando in realtà sembra decisamente che gli abbia vomitato addosso l’armadio. Alcuni sono in grado di indossare sei capi di sei colori diversi, di cui neppure due abbinabili vagamente tra loro: cappello verde, camicia lavanda, cardigan pesca, pantaloni marroni, cintura avorio, scarpe beige. Oppure li vedi con un pezzo di sopra pregiatissimo ed elegante e sotto un paio di pantaloni che risalgono a sette stagioni prima, sia per stile che per usura. O ancora vedi donne con gambe oscene e pelose indossare indomite gonne supercorte e magari coprire bellamente l’unica parte del corpo che dovrebbero invece valorizzare senza remore. Ad esempio, hai un decolletè da far scatenare la rabbia di Scarlett Johannson, amore? Ma mettiti un bel top scollato rosso corallo, che va tanto adesso e lascia perdere il lupetto che tanto ti piace, ma che cela le tue beltà, ciccina! Dai, che non ci vuole Miuccia Prada per arrivarci!

O come detto i tedeschi sbagliano completamente la tenuta rispetto all’occasione. Oltre ai già citati turisti da spiaggia nel negozio di mobili, infatti, potrei dirvi di quella signora avvistata oggi pomeriggio che, per portare il cane a passeggio, si è premurata di indossare un tubino nero, un cardigan di seta fucsia e sandali neri aperti tacco 17! Forse pure il cane, nero anche lui come il tubino – quantomeno l’abbinamento dei colori era azzeccato – aveva dei coprizampa coi tacchi, ma non ci ho fatto caso. Un bijoux, se la signora si fosse trovata al cocktail d’inaugurazione di una mostra di Chagall! Insomma, nel complesso il modo di vestire dei nostri amici germanici è una catastrofe, mi dispiace dirlo, perchè sapete che per i tedeschi e la Germania ho sempre un occhio di riguardo. Tranne che stavolta.

E a proposito di abbigliamento, mi viene in mente quella collega tedesca che, dopo qualche tempo che ci conoscevamo, m’invitò a pranzo e mi disse: “Vedo che sei italiana per il modo in cui ti vesti!”. Io non dissi nulla e continuai a mangiare. E lei, dopo un po’ ruppe il silenzio con un: “No, ma era un complimento.”. E te credo! Che, voleva essere pure un’offesa? Ma mi faccia il piacere!

…issimo…. (ovvero dell’espatrio, del clima, della gente)

Rientro generale dei colleghi dalle vacanze: s’inizia coi racconti, le storie, gli aneddoti, le reciproche consolazioni (già finita la pacchia eh? Back to reality… va beh, dai tra poco c’è il ponte dei morti, poi Natale… coraggio). Io e Paula andiamo a pranzo insieme e inevitabilmente anche per noi due il discorso scivola sulle ferie estive  ormai trascorse.
 

  • Però! Stai benissimo così abbronzata, non sembri neanche tu.
  • Eh sì, ci vuole un soggiorno in terre calde di tanto in tanto o si rischia di diventare color cadavere a stare solo in Germania! Bianchiiiiiiiiiiiiiiiiii.
  • BIANCHISSIMI. (sospirando)  Eeeeeh certo le estati come da noi in Portogallo, dove sono appena stata, qua te le scordi.
  • Giusto. E anche io, tra Italia e Grecia, ho fatto una bella scorta di sole. Magari riesco a tirare avanti senza la depressione fino ad ottobre.
  • Ogni volta che rientro è uno choc… ieri poi, Ferragosto e pioveva a dirotto. Ti pare giusto?
  • Assolutamente no. Io e mio marito in vacanza abbiamo discusso della palese e innegabile differenza tra paesi caldi e paesi freddi. Non si tratta solo di clima.
  • No, no. Come diciamo sempre, è anche questione di persone.
  • Vuoi mettere col calore umano che c’è da noi, con la vita sociale, col contatto interpersonale dei paesi latini?
  • Guarda, non me lo dire. E il clima c’entra eh. Non mi si venga a dire di no.
  • Eccome se c’entra. C'ENTRISSIMA. Secondo te perché nei paesi freddi, come la Germania o la Scandinavia, tutto funziona, la qualità della vita è alta e nei paesi caldi è tutto il contrario? Pensa ad esempio  alla crisi in cui sono adesso Spagna, Portogallo, Italia, Grecia.
  • Dico bene. Ma per forza: nei paesi freddi la gente durante il giorno che cosa fa? Gli viene voglia di uscire? No.
  • Appunto: stanno in ufficio e lavorano, mica vanno a fare "peppeppeppeeee" in spiaggia. E i risultati si vedono. Da noi a che cosa pensa la gente? Ad andare in giro, a stare all’aperto, a passeggiare, a godersi il tempo. C’è poco da fare.
  • Eh…paesi mediterranei: prima si canta e si balla, poi si va in crisi marcia.
  • MARCISSIMA. Tipo formica e cicala, sai quella storia là?
  • Certo la qualità della vita qui sarà anche alta…
  • ALTISSIMA.
  • …altissima, però…manca quel qualcosa… a livello umano… non so… quella socialità….
  • Mio marito poi, che è africano, questa differenza la sente ancora di più. Sai Africa, Germania…non è che sia proprio la stessa cosa.
  • Immagino.
  • Però uno che cosa fa? Torna indietro alla vita di prima? Ai salti mortali con triplo carpiato all'indietro per tirare a fine mese?
  • No, no, ci mancherebbe. Tutto, ma non i tripli carpiati per carità.
  • Ecco. Vieni da un paese divertente e solare, ma dove prendevi uno stipendio da fame, ti trattavano maluccio in ufficio, magari eri pure precario e senza futuro e arrivi qua, ti strapagano, ti rispettano, puoi fare delle scelte concrete e costruttive per il tuo domani e che fai? Rientri? Ma scherziamo?
  • Scelte per il tuo domani, ma anche per il tuo oggi: non devi più guardare se pagare le bollette o comprarti un paio di scarpe nuove. O ti tagliano la luce o giri con un buco nella suola!
  • Basta con le vacanze alla Pensione "Gina" sul lungomare di Riccione, perché costa meno!
  • Certo dispiace.
  • DISPIACISSIMO, ma che cosa ci puoi fare?
  • Mio padre ieri, prima che io partissi, è scoppiato a piangere di colpo.
  • Mia madre piange ogni volta che vado via, ma io qua so di essere serena e di stare bene. E spero lei si renda conto, prima o poi, che per me è meglio così.
  • Anche la mia famiglia deve capire. Certo, io ero partita solo per fare un’esperienza e poi tornare a casa, ma adesso che sono qua, chissà. Non so se voglio tornare a breve, ma non credo. Qui sto bene: certo la vita da expat sotto certi aspetti è dura:, sei lontano da casa tua e dagli amici di sempre e soffri. Però…
  • Vogliamo buttarla sul filosofico? Si soffre comunque nella vita, che si sia a casa propria o all’estero. Per un motivo o per un altro, si soffre. C’è da mettere le cose sul piatto della bilancia, c’è niente da fare.
  • Bisogna scegliere. E non si può avere tutto: paese caldo, famiglia vicina, ottimo stipendio, lavoro soddisfacente, posto in parcheggio gratis e pure vicino all'ingresso! Certo l’esistenza ti mette di fronte a certi bivi mica da poco.
  • Santo cielo, siamo scadute nelle riflessioni cosmiche sul senso della vita. PESANTISSIMO! Magari è meglio rientrare in ufficio, che  ne dici? Si è  fatto tardi.
  • TARDISSIMO.

La Primavera a Monaco

Non c’è niente come la primavera a Monaco di Baviera, specialmente il mese di maggio (esclusi i piumini nell’aria, mannaggia, ma questo è un altro capitolo). Dopo gli infiniti, gelidi, spietati mesi invernali, con giornate in cui la luce del giorno è ridotta al minimo sindacale, finalmente a maggio la primavera fa il suo ingresso in scena in maniera decisa. I primi timidi teporini estivi si fanno sentire, nonostante certe mattine il freddo ci tenga a dire ancora la sua e capita, lo assicuro, di trovarsi ancora la macchina ricoperta da un sottilissimo strato di ghiaccio. Ma non è come quello invernale che va grattato via praticamente con l’arpione e il rompighiaccio; no, questo é leggero e si lascia spazzare via con un colpo di tergicristallo. E quasi subito durante la mattinata, il fresco lascia il posto al tiepido e più avanti decisamente al caldo, quello che ti concede persino di pranzare sul terrazzo e prendere quel po’ di sole che ti aiuta a cancellare il pallore invernale dal viso. I pomeriggi sono strepitosi: uscendo dall’ufficio alle cinque e un quarto ci si può ancora godere in pieno la giornata, che dura tantissimo, almeno rispetto agli standard a cui sono abituata io. Giá alle cinque del mattino la luce inonda le strade e gli uccellini cinguettano (o meglio tuonano: a volte sembra che ce ne sia un esercito appena fuori dalla finestra e una volta che ti hanno svegliato con furore, non c’è verso di riuscire a riaddormentarsi). Verso le nove e mezza/dieci di sera c’è ancora luce e si può tranquillamente innaffiare i fiori in giardino con solo un cardigan leggero indosso. Con tutte queste ore di luce, sembra che il sole si voglia scusare di essersi assentato tanto nei mesi precedenti e voglia recuperare, offrendo se stesso un po’ di più , quasi come in un 3×2 da ipermercato!
La cosa che mi meraviglia è che la gente a Monaco si lamenti dell’umido. Per me, proveniente dal profondo della Pianura Padana, qua c’è un secco da deserto arabico. A chi si lamenta dell’umidità, rispondo regolarmente: fai un giro a Modena per un paio di settimane e ti assicuro che sarai pronto a ridiscutere da zero il tuo concetto di “umido”. Come faccio a scordarmi quelle giornate emiliane in cui, come esci di casa, fresca e “docciata”, ti si pezza l’ascella dopo 10 minuti e spendi lo stipendio alla ricerca del deodorante perfetto, che poi non esiste; quelle giornate in cui boccheggi e grondi di sudore anche solo stando fermo immobile sulla sedia e dove non sopravviveresti, se non avessi l’aria condizionata o un ventilatore a soccorrerti; giornate in cui chiedi pietà e ti domandi che cosa hai fatto in una vita precedente per meritare tutto ciò e reincarnarti proprio lì. Vuoi mettere con Monaco, calda, ma anche fresca, con la temperatura giusta e magari qualche volta anche ventilata nel modo migliore; con giornate più freschette che si alternano ad altre decisamente torride, per darti un po’ di sollievo?
In tutto questo idillio ho notato però un “difetto”, dal mio punto di vista. Abito in un quartiere residenziale assolutamente tranquillo, a volte troppo: solo case, case, case per un bel po’. Le strade sono spesse semivuote: circolano pochissime macchine e comunque sempre ai 20/30 all’ora (sono obbligate, visto che la polizia gira di frequente per controllare). In Italia questa sarebbe la situazione ideale per gli abitanti del quartiere per uscire e fare una passeggiata, incontrare i vicini, fare due chiacchiere, formare dei crocchi e parlare; i bimbi sarebbero sulla strada a giocare, correre, urlare, dando una pennellata di vivacità alla scena. I vecchi sarebbero seduti sulle loro sedie, portate da casa, a raccontare dei tempi andati, dell’estate del ’56, della guerra, dei propri nipoti. Ci sarebbe vita. Qui no. Qui ognuno sta a casa sua e si fa gli affari suoi: c’è silenzio assoluto, c’è tranquillità, c’è pace. A volte è affascinante, a volte inquietante; a volte mi domando semplicemente come mai. Come mai non viene spontaneo a queste persone uscire dopo cena e farsi il classico giretto? Perché si barricano in casa senza pietà? Che sia perché vanno a letto presto? Che sia una questione culturale? Forse abito in una zona particolarmente tranquilla della cittá? Forse è così solo Monaco? Forse invece tutto il nord Europa? E com’è nelle altre cittá europee e del mondo? Che cosa fa la gente quando la sera c’è caldo?  Che abitudini, usi, costumi vigono? C’è qualcuno là fuori che mi può riferire? Expatriates, se ci siete battete un colpo!

Mondi

Sabato pomeriggio, uscita di famiglia. Il marito supersonico ha ricevuto un invito per partecipare al ritrovo di suoi connazionali africani qui a Monaco. Dopo le necessarie e rituali preparazioni (“Bambino bionico, vieni qui, vestiti che andiamo a fare un giro da amici di papà.” “NO! Io non mi vesto, sto comodo in pigiama” “Dai, sù…” “Ho detto che non mi va.” “Dai che prendiamo la metropolitana.” “Sììììì!!! Arrivooo.” “Abbiamo tutto? Chiavi della macchina, da bere per il b.b., l’indirizzo l’hai preso? Dai che vien tardi.”), ci avviamo per raggiungere il luogo di ritrovo, che scopriremo poi essere una sorta di casa delle culture, un punto d’incontro per stranieri e non, un luogo non-luogo per tutti e per nessuno. Chi l’avrebbe detto che a Monaco esiste un posto così? Sono affascinata: fuori la capitale bavarese, pulita, ordinata, tranquilla, rigorosa; dentro il mondo: mille colori, mille costumi diversi, mille facce, mille etnie, calore, allegria, confusione, accoglienza. Ci viene a prendere Oumar, con un sorriso enorme, e ci conduce alla stanza dove si tiene il ritrovo. Entro e mi sento subito a casa: vedo le facce degli africani, osservo i loro tipici abiti coloratissimi, sento il loro francese ormai familiare (non lo parlo, ma lo capisco), rispondo ai tipici saluti (Salut, mon frère. Ça va?), ascolto i modi di dire che ritornano, riconosco il loro modo di fare e la loro musica. Eccomi di nuovo a casa. Passano le donne a offrire da mangiare e da bere: danke, merci, ottimo, grazie! Sapori conosciuti e rassicuranti. Allo stesso tempo mi sento strana: sono abituata a parlare italiano con gli amici di mio marito e all’improvviso mi ritrovo in un mondo, dove devo comunicare in tedesco con queste persone. Lo parlano tutti benissimo, mi fa effetto. Poi entra una donna tedesca, con in braccio un neonato minuscolo, probabilmente figlio di uno dei ragazzi del gruppo. Un uomo lo prende in braccio, lo avvicina al viso e inizia a sussurrargli parole sul faccino. “Sta pregando.”, mi dice mio marito. Sono ipnotizzata. Facciamo due chiacchiere, ci guardiamo intorno, iniziamo ad ambientarci. È tutto straordinario, ma purtroppo dobbiamo andare. “Au revoir, à la prochaine ! Tschüß, danke, bis bald!”
Ci reimmergiamo nel mondo occidentale, torniamo a prendere la metro. I treni sono stracolmi, vediamo passare gruppi di ragazzi, alcuni ubriachi, altri coi caratteristici costumi bavaresi, il Dirndl e i Lederhosen. Tutta questa confusione è per il Frühlingsfest, una specie di Oktoberfest di primavera. Non posso fare a meno di tornare col pensiero a settembre dell’anno scorso. Appena arrivata a Monaco, un po’ persa, sotto choc per il cambiamento, ricevo l’invito di Inge, una collega tedesca, per andare insieme a lei e a suoi amici alla parata di apertura dell’Oktoberfest. Come rifiutare un’occasione così? Ci ritroviamo la mattina in Goetheplatz; lei, sul lavoro così rigorosa, mi sorprende facendosi trovare col costume bavarese: la scopro ironica, simpaticissima. I suoi amici una deliziosa coppia tedesca con una bimba di 2-3 anni. Ci immergiamo nella confusione e nella folla, cercando un buco libero per assistere alla sfilata. Carri simili ai nostri carnevaleschi, gente ovunque, grida, sole, allegria,festa, saluti dai carri verso la folla e viceversa. Poi la passeggiata sul Theresienwiese, il luogo dove si trovano le tende sotto le quali si beve e si festeggia. Inge mi spiega l’origine della festa, il senso della tradizione, mi guida nei luoghi più interessanti, mi fa da Cicerone. Ho un ricordo bellissimo di quella giornata, della cena vietnamita che ne è seguita, della conversazione iniziata in inglese e finita in tedesco, dell’accoglienza di quelle persone nei miei confronti.

Due mondi: Africa e Germania. In modi diversi, sento di far parte di entrambi, così lontani geograficamente e culturalmente, eppure dentro di me vicini. Mi sento onorata di avere questo privilegio, di avere contatti con questi due pianeti lontani (ma lo sono poi veramente?). Torniamo a casa, tutti a letto e io ancora una volta so di avere qualcosa per cui ringraziare.
 

 

C’è posta per te!

Ogni mattina, intorno alle undici, effettuo il "giro posta", ossia vado alla reception, ritiro la posta per tutta la mia division, la apro, la suddivido, la distribuisco. Anche questa è un' ottima scusa per osservare la natura umana e i diversi caratteri delle persone. Dopo sette mesi di questa attività, posso dire infatti che esistono vari tipi di destinatari.
Tipo 1 – “Nonnepossopiù”. Lavora in questo posto da vari decenni, è stufo marcio e sogna soltanto il giorno in cui andrá in pensione. Non gli interessa un fico secco di lasciare aperta la porta dell’ufficio per comunicare disponibilità e apertura verso i colleghi e quindi si barrica dentro dalle 8 del mattino alle 5 di pomeriggio. Fortunatamente, quando bussate e consegnate la posta, è sempre gentile e disponibile (ma esiste anche il sottotipo “Ho le scatole di traverso, non mi rivolgere neanche la parola”).
Tipo 2 – “Disperato”. Lavora in un ufficio in fondo al corridoio ed è isolato da tutto e da tutti. Nessuno passa mai da quel posto sperduto e remoto e il nostro si sente disperatamente solo col suo PC. Perciò non appena varcate la soglia e vi avvicinate alla sua scrivania, usa qualunque scusa pur di attaccare bottone e avere uno scambio comunicativo con un altro essere umano. All’inizio è facile, basta chiedervi “Come va qui? Ti trovi bene nel nuovo lavoro?” e simili. Col passare del tempo, la cosa si fa più impegnativa. Si passa ai suggerimenti su che cosa vedere d’interessante in città, alle chiacchiere generiche sul tempo, a sviscerare in ogni aspetto il volantino pubblicitario delle cartucce per stampanti che gli avete appena portato.
Tipo 3 – “Scostante”. La sua porta è spesso semi-chiusa e quando entrate, vi guarda malissimo. Con lo sguardo sembra dirvi: “Che cosa ci fai qui, tu?”. Se poi fate l’errore di bussare ed entrare quando la porta è chiusa, siete spacciati: vi odierà per sempre. Tuttavia ogni tanto, si fa cogliere da sensi di colpa e risvegli di coscienza civile e vi sorride, carinissimo. Ma attenzione, si tratta di una fase transitoria. Al minimo sgarro è pronto ad incenerirvi nuovamente con lo sguardo. Dalla sua ha che, se capita un’occasione in cui gli date una mano quando ha davvero bisogno, allora si ammorbidisce, capisce che può fidarsi e si apre.
Tipo 4 – “Simpatia”. Questo tipo ama parlare all’infinito, adora il contatto umano e non riesce a stare fermo alla propria scrivania. Spesso quindi, quando voi passate con la posta, semplicemente non c’è: è in giro che chiacchiera . Ma quando c’è, vi rallenta inesorabilmente il giro. Facilmente vi attaccherà la pezza, raccontandovi di sue passate esperienze lavorative e personali, di cui, diciamocelo, non vi potrebbe importare di meno. Vi riempie le orecchie e la testa di storie dei suoi trascorsi, che potrebbero essere ultra-interessanti, se solo voi foste insieme in birreria e gli aveste chiesto di raccontarveli. Eppure, nonostante la loquacitá davvero eccessiva, è simpatico e travolgente, gentile e socievole. E in fondo in fondo, neppure a voi dispiace parlarci; solo ogni tanto però. Perciò capitano quelle volte in cui, se sapete che è in ufficio, gli infilate la posta in silenzio sotto alla porta e vi allontanate di soppiatto, cercando di fare il minimo rumore possibile.

Caratteri

Una tipica fissa degli italiani consiste nel credere fermamente che il carattere migliore del mondo sia quello solare e socievole. Fateci caso: “solare” e “socievole” sono aggettivi che vengono molto usati, spesso per fare un gran complimento ad una persona. “Hai proprio un carattere socievole!” oppure “Gigio è davvero una bella persona: ha un modo di essere così solare!”. Intendiamoci: niente di male nell’essere così; anzi. Ma mi chiedo perchè invece, tutte le persone che non sono “s e s”, in Italia debbano essere tendenzialmente stigmatizzate o reputate problematiche. Se sei una persona riservata, discreta e magari a cui piace farsi i fatti suoi, allora sei timido, magari strano; c’è qualcosa che non va in te: sicuramente hai bisogno di uno psicologo. Ad esempio, qualche giorno fa mi è capitato di leggere su una rivista italiana la lettera di un padre disperato ad uno psichiatra: “Mia figlia è molto taciturna e per questo ci stanno consigliando di farla vedere ad un neuropsichiatra. Io vorrei, ma mia moglie nega il problema e dice che è tutto a posto. Come posso fare?“. Lo psichiatra rispondeva che il marito avrebbe dovuto immediatamente convincere la moglie a prendere atto del problema e non continuare a nascondere la testa sotto alla sabbia. Ero trasecolata e ho dovuto leggere la lettera più volte per essere sicura di avere capito bene Taciturna=problematica? Santo cielo, allora io avrei già dovuto essere ricoverata più e più volte nel reparto psichiatrico di un ospedale locale, dato che la maggior parte del tempo mi piace starmene tranquillamente zitta! Ma stiamo scherzando? Voi direte: questo è un estremo. Beh non ne sono certa. Non ho mai capito infatti che cosa ci debba essere di male nell’essere riservati e discreti. Nel prendersi del tempo per studiare le persone prima di aprirsi con loro. Dove sta scritto che  sono positivi solo i caratteri più aperti e immediatamente amichevoli? A volte, ad esempio, ho notato che alcune di queste persone socievoli possono diventare invadenti, eccessivamente loquaci e magari pesanti. Oppure che fanno amicizia facilmente con tutti, ma in realtà con nessuno in particolare.  Certo, i tedeschi non si pongono minimamente questo problema. Nessun di loro, tendenzialmente, ti mollerà una pacca sulla spalla, ti subisserà di chiacchere o t’inviterà a merenda a casa sua al primo incontro. Quasi sicuramente sarà educato e di poche parole e le prime volte non ti chiederà direttamente nulla di personale. Potreste persino incontrarvi una sera per caso in birreria e fare mille chiacchiere, ma il giorno dopo in ufficio sarà come se la sera precedente non fosse mai esistita e lui a malapena vi saluterà. Ma voi non arrendetevi e continuate a sperare. Dopo qualche tempo noterete che inizia a fidarsi di voi, osa di più, fa qualche tentativo di approccio, magari dopo alcuni mesi  che vi conoscete arriva a fare una battutona simpatica per sciogliere il ghiaccio o a chiedervi “Come va? Tutto bene?”. Non significa che fino a quel momento gli eravate poco simpatico, ma solo che si sta prendendo del tempo per valutare la situazione e lasciarsi andare. Io che sono esattamente così e in Italia mi sono sempre sentita il classico pesce fuor d’acqua, finalmente qui mi sento autorizzata in pieno ad esprimermi. O meglio a “non” esprimermi, senza che qualcuno mi pungoli di continuo, facendomi notare che sono tanto silenziosa. Ma se sto tanto bene così!

Fratelli d’Italia…?

Sono profondamente antipatriottica. Forse sono anche antipatica, sicuramente atipica e magari politically poco correct, ma a me dei 150 anni dell’Italia, che festeggeremo a giorni, interessa poco o nulla. Per me il tricolore al massimo può rappresentare una tendenza delle sfumature più in voga nella primavera-estate 2011. Per quanto mi concerne, “Fratelli d’Italia” potrebbe essere il nome di un cocktail. Senso di appartanenza all’italica terra ne ho pochino, orgoglio nazionale quasi zero. Mi sento italiana? Solo in parte. Non credo nei confini nazionali, se non per necessità amministrative e gestionali. Non m’interessa difendere l’italianità a tutti i costi, nè sentirmi “io” rispetto a “te”, che sei non-italiano, in senso separativo. Sono legata alla mia terra? Certo. So dove sono nata, so di fare parte del mio paese e di avere le radici (anche) là e so che la mia lingua primaria è l’italiano. Ma non riesco in alcun modo a sentirmi „patriottica”. Attenzione: lo stesso dicorso vale per la Germania. Non sto dicendo: abbasso l’Italia, viva la Germania! Mi sento, come sempre, a metà. Ma non riesco a parteggiare per nessuna delle due nazioni in particolare. E per nessun’altra, in verità. O meglio, per tutte. Le esperienze più intense e ricche della mia vita sono avvenute in ambienti internazionali: istintivamente li ho sempre scelti, come se fossi attirata da una calamita. E mi ci sono sempre trovata, come dire, come un paperotto nell’acqua. Vuoi mettere l’apertura mentale e il divertimento di stare in mezzo a persone provenienti un po’ da dovunque? In aeroporto, ad esempio, dove ho lavorato anni fa, il massimo era osservare i diversi approcci al lavoro e al viaggio da parte dei vari equipaggi o passeggeri: si poteva studiare la natura umana molto meglio che in un documentario!
Non a caso oggi sono finita ancora a lavorare in un ambiente internazionale. Trovo assolutamente straordinario l’amalgama umano di cui ho l'onore di far parte ogni giorno; penso sia stupefacente il modo in cui si convive nel massimo rispetto reciproco, modulando le differenze per poter lavorare insieme in maniera armonica. Il mio cervello si nutre delle conversazioni con  i colleghi all’insegna del “Sai, nel nostro paese abbiamo una tradizione per cui ogni anno in questo periodo…” e “Ah ma davvero? Sai che noi invece…?” e ancora “Ma và, non ne sapevo nulla, racconta…”. È come viaggiare senza muoversi, è un’occasione continua di ossigenarsi e guardare il mondo con altri occhi. È come essere in un non-luogo e in tutti i luoghi allo stesso tempo… Una medicina per la mente, ma priva di effetti collaterali; l’uso è caldamente consigliato in tutte le circostanze e occasioni. Nessun rischio di sovradosaggio è previsto.

Una vita sulla A22

A22Ho passato parte della mia infanzia sulla A22 del Brennero e tutt’oggi quando la percorro interamente, mi diverto moltissimo, sia che io guidi, sia che io sia il passeggero. Per me rappresenta un mondo: si parte da Modena, da casa, per arrivare prima al Brennero e poi a Monaco, mentre lungo il percorso il paesaggio, il clima e le persone cambiano gradualmente. È un viaggio spazio-tempo-culturale. Spaziale perchè, va da sè, si percorrono diverse centinaia di chilometri; temporale perchè, logicamente, si comincia il viaggio ad un dato momento e lo si termina ore dopo e culturale perchè si può osservare come usi, costumi e lingue parlate cambino durante la marcia. All’inizio, come dicevo, c’è aria di casa e tutto è familiare: il paesaggio con i campi e le balle di fieno, gli Autogrill, gli automobilisti con il macchinone che ti tallonano con gli abbaglianti accesi e pretendono che tu ti sposti immediatamente al loro passaggio e altre simpatiche amenità all’italiana. Per parecchi chilometri l’espresso resta ancora un buon caffè, per poi iniziare un lento e inesorabile declino dopo Trento e finire come una brodaglia allungata e imbevibile intorno a Innsbruck. Fino a Trento la lingua parlata e scritta ovunque è l’italiano e poco dopo inizia la compenetrazione del tedesco, coi cartelli e i segnali stradali bilingue. Man mano che passano i chilometri, la lingua germanica slitta in prima posizione, per poi soppiantare definitivamente l’italiano al confine tra Austria e Germania. Fin verso Vipiteno gli Autogrill hanno ancora il personale bilingue, poi si passa inesorabilmente al dialetto sudtirolese, quasi incomprensibile per i non indigeni. Mentre la macchina mangia l’asfalto, il paesaggio si fa più montagnoso; iniziano ad apparire casette, chiese e castelli in tipico stile montanaro-altoatesino e il clima si fa più freddo. In Austria spesso è ventoso e gelido, quasi di più che a Monaco. Se a Mantova si riesce a scendere dall’auto per un caffè senza la giacca a vento, verso Vomp, ad esempio, questo non è proprio possibile. Viaggiando, la luce del giorno diminuisce e i fari delle auto iniziano ad accendersi. La notte scende e a volte la noia o il mal di gambe incombono e così occorre fermarsi, magari per una cena, per poter spezzare la routine del viaggio e sgranchirsi gli arti inferiori. Se si è fortunati, si può ancora mangiare bene e leggero, così da poter riprendere il viaggio sazi e riposati. Nel frattempo si può notare di aver cambiato latitudine in quanto dalle compagnie chiassose e disordinate incontrate negli Autogrill dei primi chilometri, si sostituiscono le ordinate, silenziose e disciplinate famiglie tedesche pre-traguardo.
Credo che viaggiando sulla A22 si possa raccogliere materiale sufficiente per una tesi di laurea dal titolo “Studio sperimentale su usi, costumi, abitudini, stile di vita a confronto di italiani, austriaci e tedeschi meridionali. Differenze, similitudini, possibili punti di contatto e contaminazioni”. E si rischierebbe pure la lode!

Tipi di expatriates

Lavorando in un’organizzazione internazionale, insieme ad altri stranieri come me, ho avuto modo di effettuare parecchie osservazioni di tipo antropologico e ho dedotto che esistono diversi tipi di expatriates, classificabili a seconda del grado d'integrazione nel paese di destinazione, in questo caso la Germania. Per semplificare, descriverò i principali. Grado 10: "mimetico" o “perfettamente integrato”. Questo personaggio abita in Germania da diversi anni e ormai fa parte del paesaggio. Parla benissimo il tedesco, o perlomeno ci prova, ha amici tedeschi e magari ha anche il partner teutonico. Col tempo ha fatto propri usi, costumi, tradizioni e abitudini del popolo mitteleuropeo, volente o nolente. Nel periodo dell’Oktoberfest si presenta in ufficio in Lederhosen o Dirndl (i tipici costumi bavaresi); mangia Brezen per merenda e spiccica anche qualche parola in dialetto bavarese. La Germania può piacergli oppure no, ma ormai ne fa irremediabilmente parte. Il passo successivo di solito è la richiesta di cittadinanza tedesca.
Grado 5: “un piede a casa mia e uno in Germania”. Questo tipo di expatriate non ha ancora deciso se un giorno tornerà in patria o se invece abiterà per sempre in Germania. Da una parte sente la nostalgia di casa, rimpiange i luoghi familiari, gli affetti e la tipica sensazione di familiarità che all’estero ancora non prova. S’impegna a studiare il tedesco, ma ancora non lo sente suo e si trova in difficoltà ad esprimere concetti complessi. D’altra parte sa che a casa sua, per un motivo o per un altro, non può tornare o non lo desidera fino in fondo e quindi si sente inquieto, insoddisfatto, fuori posto. Ogni tanto si butta nella ricerca di un lavoro nella madre terra, ma poi abbandona e dice a se stesso: “In fondo sto così bene qui”. Vive essenzialmente diviso.
Grado 0: il “pesce fuor d’acqua”. Egli (o ella) vive in Germania da pochissimo tempo, si parla ancora soltanto di settimane o mesi. È spaesatissimo, non capisce nulla di quanto gli capita intorno, non ha ancora amici, tende ad aggregarsi con gli altri expatriates e basta o addirittura soltanto con i connazionali. È perplesso di fronte ad abitudini che non comprende – come ad esempio per un italiano può essere la famigerata mancanza del bidet; non sa se ha fatto la cosa giusta trasferendosi all’estero e a volte piange di fronte a un Würstel, sognando di tornare a casa sua.
Grado 0 assoluto: “non ne voglio assolutamente sapere d’integrarmi”. Il personaggio vive all’estero ormai da anni, ma non ha la minima intenzione di prenderne atto. Non parla una parola della lingua locale e gli va benissimo così: tanto si arrangia con l’inglese o appoggiandosi sempre a qualcun’altro. Va dai medici che parlano la sua stessa lingua, non partecipa a feste locali e non è curioso affatto di conoscere la cultura del paese ospitante, di cui non gli potrebbe importare di meno. È tagliato fuori da tutto (non può andare nè al cinema, nè a teatro, nè partecipare alla vita sociale in generale), ma se ne bea allegramente. Oppure ne soffre, ma non fa assolutamente nulla per cambiare la situazione.
In mezzo, ovviamente ci sono diverse sfumature e l’elenco non è per nulla esaustivo. Per quanto riguarda me, come sempre, mi sento un ibrido. Ero già mezza tedesca prima di arrivare, ma ho sempre vissuto in Italia, quindi mi vivo più che altro come italiana; tuttavia quando ero in patria non mi sentivo completamente uguale agli altri e una buona parte del mio carattere è decisamente teutonica. Il mio spirito oscilla da sempre tra senso di appartenenza all’italico popolo e attrazione magnetica verso la Germania e dubito che supererò mai questa dualità. Ma in fondo questo è anche il mio bello, no?