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Metti una sera a cena

Interno sera. Casa di Eireen e Marito Supersonico. In cucina spicca una tavola apparecchiata a dovere per cinque e sui fornelli troneggiano pentole che bollono. L’atmosfera è di attesa e un po’ di tensione. Ore 19:00 suona il campanello: i vicini di casa, Moglie Tedesca e Marito Tedesco, sono arrivati. Dopo i convenevoli e qualche imbarazzo iniziale, la conversazione si avvia, l’atmosfera si scalda e la serata si svolge allegramente.

MS – certo la lingua tedesca è difficile eh. La struttura della frase è rigida, non si possono scambiare le parole all’interno di una frase, non c’è libertà, non c’è flessibilità, non c’è convenienza, non c’è il 2×3, non c’è l’ampio parcheggio all’ingresso!

MoT – Sì, certo è così, abbiamo una lingua molto strutturata, organizzata, disciplinata. Come tutte le cose in Germania!

MaT  – È verissimo! Qua ogni più piccola cosa è rigidamente controllata, regolamentata.

E – Sì, ho notato anche io che ci sono regole per qualunque circostanza; persino su come si parcheggia l’auto in strada, che si può collocare solo nella direzione del traffico, ad esempio, per evitare di dover fare manovre pericolose quando la si vuole spostare

MaT – (con aria critica) Assolutamente. Tutto è previsto, tutto è inquadrato in qualche legge, in qualche paragrafo o sottoparagrafo che ti dice come bisogna fare dalla A alla Z, senza eccezioni.

MoT – E c’è solo un modo di fare ciascuna cosa. Uno. Punto. Si fa così, non ci sono discussioni. Eccezioni? Poche e sparute.

E – (tra sé e sé) Ma guarda, credevo che i tedeschi manco si rendessero conto di quanto sono strutturati e organizzati in tutti gli aspetti della loro vita, fino a regolamentare come si va al cesso; pensavo che ci fossero talmente dentro, da non farci neanche caso. E invece guarda un po’, criticano questo loro stesso modo di vivere.

MaT – Per esempio, a me piace pescare. E sapete che cosa devo fare per poter pescare qua in Germania? Oltre a pagare un sacco di soldi, devo fare un esame. Un esame dove dimostro che so pescare, ammazzare il pesce, trattarlo.

E – (ironica) Addirittura? E quindi immagino tu debba fare un corso, altrimenti come fai a sostenere l’esame? L’arte dello scuoiare il pesce o una roba simile.

MoT – Ovvio, c’è il corso, dove impari a pescare proprio come descritto dalla legge 132 paragrafo 76, sottoparagrafo A, righe 5-23; poi c’è l’esame, poi ottenuto il mio patentino bello bello, posso finalmente pescare. Ma non dove dico io eh. Ah no. Dove dicono loro: a te pescatore nr. 34B toccano i laghi D, F, Z del circondariato lacustre nr. 18.

E – Guarda che cosa tocca fare per due trote!

MoT- Ecco, appunto. Pensare che di recente sono andato in Norvegia, ho detto che volevo pescare, ho pagato 5 euro e ho potuto pescare per una settimana liberamente e dove volevo. I norvegesi, quelli sì che sanno vivere!

E (riflette) E io che credevo che solo noi italiani fossimo usi a criticarci e pensare sempre che più a nord hanno capito tutto meglio di noi.

La cena continua, viene servito il pesce, il vino scorre, le chiacchiere proseguono.

E – Allora, Moglie Tedesca, come prosegue la gravidanza? Quando arriva il bimbo? Racconta.

MoT – Ah tutto bene, una meraviglia. Sono proprio contenta; peccato che avere una figlio qua a Monaco, o più in generale in Germania, sia diventato così difficile, un percorso ad ostacoli.

E- (soffocata dalla stupore) ma non è da noi in Italia che è impossibile fare figli, che non ci sono politiche di sostegno alla famiglia, che non ci si può permettere il lusso di diventare genitori e bla bla bla?

MS – (con aria curiosa e interessata) Non capisco, che cosa intendi? Non è forse la Germania il paradiso delle famiglie, con facilitazioni, sgravi fiscali, maternità lunghissime, gente felice che fa figli a gogò e li porta al parco serena, uno nella fascia portabebè, uno nella carrozzina, uno per mano?

MoT – Mica tanto. Facci caso: qua nessuna coppia si azzarda ad avere figli prima di compiere 35-40 anni. Io, che ho 26 anni, sono un’eccezione. Al corso pre-parto ero la più giovane e mi guardavano con curiosità; c’era una di 41 anni al suo primo figlio! Poi soprattutto qui a Monaco è un delirio, col costo della vita, gli affitti, pochi asili a disposizione.

MaT – prendiamo il caso, che ne so, di una madre single che fa la parrucchiera. Che cosa guadagnerà? 2000 euro al mese lordi. 1300 circa netti. Credete che riesca a mantenere se stessa e il bimbo con quella cifra a Monaco? Ahahahaha. Tra appartamento, asilo per il pupo, spesa, bollette… Fa prima a emigrare altrove.

E – Già, in effetti. Difatti ho sentito dire che Monaco è la città dei single. Per forza: se hai famiglia qua, non ce la fai a tirare avanti, salvo che tu non abbia un mega-stipendio.

MS – A proposito, in media che cosa guadagna al mese un impiegato a Monaco, tanto per cercare di capire?

MaT – Impossibile dirlo. Ci sono troppe varianti in gioco: dipende moltissimo dal tipo di lavoro. Però vi posso dire una cosa: quello che guadagnavo a Dresda come ingegnere, qui a Monaco lo guadagna il meccanico di un’autofficina.

MoT – Perché siamo a Monaco. E la vita costa.

MS – Allora conviene andare ad abitare il più fuori possibile!

MaT- certo fuori, ma attenzione a non andare troppo fuori. Monaco è una città internazionale, aperta, tollerante. Ma provate a spostarvi in città più piccole in Baviera e vedrete come cambia la musica. O andate in certi piccoli villaggi bavaresi, provate ad integrarvi e poi ne parliamo.

E- Cioè? Del tipo che se sei un uomo e non giri coi Lederhosen e i baffoni non ti considerano?

MoT – Beh non proprio, ma quasi. Per esempio, se non sei cattolico, non vai a messa tutte le domeniche, non fai il volontario nei Vigili del Fuoco locali, beh, non aspettarti troppa accoglienza. Alcuni sono capaci, se non sei come loro e ti siedi allo stesso tavolo, di alzarsi ed andarsene. Letteralmente. Ti escludono, ti emarginano, ti ritrovi isolato. E dopo un po’ sei tu che te ne vai; volontariamente. Per così dire.

E – Ammazza, sono tosti ‘sti bavaresi. Fiuuuuu, allora per fortuna che siamo atterrati a Monaco, dove il 60% dei bambini ha almeno un genitore che non è tedesco!

MoT – Certo, qua si vive bene, la città offre decine di occasioni di lavoro, soprattutto per ingegneri o tecnici. Vuoi un lavoro?  A Monaco lo trovi! In fretta e bene. Io, per esempio, lavoro in un ufficio dove offro servizi alle persone che lavorano negli uffici del palazzo dove mi trovo. È interessante, unico problema è che ogni tanto mi annoio. Abbiamo pochi clienti, anche se sono tutti soddisfatti.

MaT – Ecco, questo è un altro tipico problema tedesco. Il problema del marketing. Il tedesco medio chiede un servizio, il servizio funziona, lui è contento, se ne va. Fine della storia. Difficilmente andrà in giro a dire: “Uh ho usufruito di questo servizio, è eccellente, è una figata, andate tutti lá!”. No, lui darà per scontato che doveva funzionare bene, ha funzionato, quindi tutto nella norma.

MoT – Qui in Germania funziona tutto, quindi perché fare pubblicità a un posto in cui funziona tutto? È solo ovvio.

MaT – I tedeschi si svegliano solo quando c’è da lamentarsi. Allora lì sì che aprono la bocca e parlano. Eccome se parlano: si lagnano, criticano, si fanno sentire. Ma se tutto è ok, allora zitti, bocca cucita e non dicono beo neanche se li prendi a selciate.

MS – In questo modo però un buon servizio non può diffondersi: nessuno ne parla e quindi la clientela non aumenta.

MoT- Difatti qui in Germania da quel punto di vista è dura, bisogna lavorare sodo. Non puoi sperare che la voce si diffonda da sola e che la clientela aumenti di conseguenza.

E – Beh in Italia è il contrario: poiché niente funziona, se qualcosa va bene, allora partono le lodi sperticate, i commenti positivi con gli amici, il passaparola… Un altro mondo.

La serata continua ancora, il confronto culturale anche e alla fine si scopre quanto si possa imparare su un paese da una semplice cena tra amici: quasi più che in anni e anni di corsi di cultura all’università…

Mamma mia!

Questo è il post di una mamma arrabbiata. O meglio: di una donna arrabbiata. Arrabbiata, perché non capisce come mai, dopo decenni di scontri, rivendicazioni, battaglie, discussioni, conflitti, lotte e contese, ancora la condizione materna deve essere così impegnativa e complicata da vivere. Sì perché la Germania, vista dall’Italia, appare come il paradiso delle mamme. Congedi di maternitá eterni, posto mantenuto al rientro in ufficio dopo anni, Kindergeld (cifra mensile che lo stato eroga ai genitori), mamme che fanno il part-time come se piovesse. Quindi prima di partire mi dicevo: “Chissà come saranno avanti là, in quanto a conciliazione tra vita lavorativa e vita da genitore. Altro che qua in Italia, dove una deve fare il triplo carpiato di continuo per far combaciare gli orari dell’ufficio con quelli dell’asilo, poi il bimbo si ammala e non si sa come fare, poi t’iscrivi in graduatoria per il nido, ma non hai abbastanza sfighe punti e allora non te lo prendono; poi i nonni lavorano o abitano a 500 km e gli asili privati costano troppo, d’altronde con 1000 euro al mese come fai? Ancora peggio con una baby-sitter. Poi la volta che fai tardi alla riunione perché il pupo ha il caghetto, il capo ti guarda storto.” Insomma, un inferno, o quasi. Era un continuo dover incastrare esigenze diversissime, orari sballati, riunioni coi clienti coincidenti con la festicciola di fine anno alla materna, febbroni da cavallo della prole che diventano anche i tuoi.

“In Germania sarà tutto molto meglio organizzato”, pensavo prima di fare il grande salto. E gongolavo all’idea di liberarmi di alcuni fardelli legati alla condizione materna. Beh mi sbagliavo. Le difficoltà che incontra qui una mamma che lavora sono diverse da quelle italiane, ma sono comunque numerose. Come prima cosa, ho dovuto constatare quanto sia difficile trovare posto negli asili della città: bisogna organizzarsi molto per tempo e iscrivere il pupo quanto prima: bene se al momento del test di gravidanza, meglio ancora se in quello del concepimento. Qua non esistono graduatorie o robe simili, ma solo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”. Se vi trasferite, esempio, a Monaco a luglio e volete un posto per il pargolo a settembre in un Kindergarten, iniziate a dire il rosario. Poi magari vi capita il colpo di fortuna, per carità, ve lo auguro e come arrivate vi offrono il posto all’asilo sotto casa full-time.

A supporto della mamma disperata poi, c’è sempre il servizio di consulenza gratuito della città di Monaco, in cui vi spiegano come organizzarvi con la Betreuung del bimbo: asili, Tagesmutter, nonne in prestito, la scelta è ampia e questo è un aspetto lodevolissimo. Ma bisogna comunque correre come delle pazze per organizzare il tutto. A partire dal fatto che questo servizio di consulenza è disponibile quasi solo dalle 9 alle 12. Eh? Ma io lavoro a partire dalle 8 e fino alle 17. Se non lavorassi potrei andarci alle 9, ma a quel punto avrei meno bisogno di una sistemazione per il pupattolo, no?  E in ogni caso la stragrande maggioranza dei servizi è aperta solo al mattino (ne ho parlato in un post di qualche tempo fa). Al mattino.  Al mattino. Al mattino. E il pomeriggio? Al pomeriggio ti attacchi! Chiedi ai nonni, se li hai; trovi una vicina pietosa che ti tiene il pargolo oppure …oppure non lo so. Qualche asilo full time ovviamente esiste qui a Monaco. Ma sono contatissimi e per avere un posto bisogna essere disposti ad uccidere. Ve la sentite? Se sì, siete a posto.  Il punto qua è che per fare una vita da mamma serena, esiste un’unica soluzione: non lavorare. Ebbene sì. Vuoi avere uno o più figli e intanto anche realizzare te stessa, guadagnare qualcosa e sentire di mettere a frutto i tuoi talenti? Cambia nazione, non trasferirti in Germania, o tu donna che stai per espatriare o sei già espatriata causa offerta di lavoro. Oppure sii una donna che sta bene anche a casa a crescere i pargoli. Scelta, tra l’altro rispettabilissima, ma qui praticamente obbligata. Non c’è scelta. O meglio c’è: o stai a casa o diventi stron*a per riuscire a lavorare e stare anche con i tuoi figli. Le scuole pubbliche, ad esempio, i primi anni delle elementari chiudono verso le 11 o le 12.Per non parlare del coinvolgimento massiccio e obbligatorio dei genitori nei compiti a casa. Ma chi ha tempo?  Vuoi un posto al doposcuola perché tu e tuo marito lavorate full time? Vediamo, non so, non garantisco. Altro esempio di vita genitoriale difficile: una coppia di nostri amici, di recente ha dovuto vendere l’anima al diavolo, perché hanno trovato posto per l’ultimo anno di asilo del loro bimbo solo in una struttura che è aperta dalle 8 alle 14. Fine. Chiuso. Schluss. E dalle 14 in poi? Hanno dovuto lottare per rimediare il posto in un secondo asilo dove, grazie al cielo, un bus lo porterà ogni pomeriggio. Ma quanto stress comporta per tutti una situazione così? E potrei citarvi ancora quel mio collega che, alla fine della giornata lavorativa porta i figli al parco, mentre la moglie, appena rientrata dall’ufficio, cucina la cena. Spesso lui si ritrova ad essere l’unico padre del parchetto. Allora capita che venga avvicinato dalle altre mamme, che gli chiedono, trasecolate: “Ma la mamma dei bimbi dov’è?” e lui: “A casa che cucina, sapete, ha lavorato tutto il giorno, così porto a spasso io le belve qui.”. Risposta classica: “Lavooooooooooooooooooooooooooooraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa? E PERCHÈÈÈÈÈÈ?”. Cioè, riuscite a credere che gli chiedono perché lavora? Zio canta, ma secondo te perché lavoro? Sai, lavoro perché sono un po’ matta, non ho tutte le rotelle a posto. E poi avendo un’allergia ai tappeti in casa è meglio se sto in ufficio tutta la giornata, così evito di starnutire troppo. Ma santa pazienza, ma si può? No, non si può. Non si può ancora essere fermi all’idea della donna angelo del focolare e basta, senza via di scampo. Non si può negare alle donne la possibilità di una libera scelta, o fargliela pagare cara se decidono di lavorare full time. Non si può lamentarsi della bassa natalità e poi non offrire servizi adeguati di child-care ai genitori. Non si può trasferirsi all’estero, sperare di fare un balzo in avanti come qualità della vita da mamma e poi scoprire di avere fatto invece un salto indietro nel medioevo. No, così non va.  Ma quante strade ancora dobbiamo percorrere noi donne per essere veramente libere di essere donne intere, senza dover immolare parti di noi sull’altare del biberon e della pappa oppure sulla scrivania in mogano? Non ci siamo.

P.S. tardivo al post. Ho appena parlato col marito supersonico, che mi ha spiegato che qua in Germania la tematica di cui sopra è oggetto di acceso dibattito politico. Ah per fortuna che non sono l’unica che se ne lamenta. Marito mi ha parlato di famiglie, ad esempio africane, che abitano a Monaco. E poichè per ogni figlio mensilmente percepiscono parecchio denaro, una somma che aumenta all’aumentare della prole, alla fine a queste mamme conviene fare molti figli e poi stare a casa. Problema: in questo modo i figli degli stranieri non imparano il tedesco e hanno dunque difficoltà ad integrarsi. E al momento di andare a scuola, ovviamente obbligatoria, arriva il dramma. Vi pare che si possano chiudere gli occhi su una situazione del genere? Perchè le istituzioni e la politica su questo non vogliono cedere e continuano a fare finta di niente?

La casa di Monaco

casa monacoQuando ci siamo trasferiti a Monaco abbiamo pensato, per  evitare il problema degli affitti esorbitanti, di andare ad abitare nella casa che appartiene alla mia famiglia dagli anni ’50. Questa casa, la “casa di Monaco”, ha una storia che ho sempre trovato affascinante e che qualche sera fa zio Fritz mi ha raccontato, aggiungendo dettagli che non conoscevo.
La parte tedesca della mia famiglia è in realtà originaria di Berlino e all’epoca della guerra abitavano tutti nella zona est della città. Subito dopo la guerra, mio nonno Jakob ha giustamente pensato che fosse il caso di emigrare e di spostarsi verso Monaco. Andò avanti da solo, mentre il resto della famiglia attendeva a Berlino.
Ora poiché i tempi erano quello che erano e di soldi ce n’erano pochini, il nonno pensò bene  anche che fosse il caso di costruirsi la nuova casa  con le sue mani e così fece.  Prima si costruì una piccola casetta veramente essenziale, in pietra, con cucina e camera da letto, senza neanche il bagno, nella quale abitare per il tempo necessario affinchè la casa vera e propria, la casa di Monaco, fosse pronta. Capirete che per costruire da soli o quasi un casa con due piani, una cantina e un solaio, ci voglia il suo tempo e infatti ci vollero anni. Nel frattempo lui, insieme a uno dei suoi 3 figli, oggi scomparso, viveva nella casetta, che ancora oggi si trova in giardino, così com’era. Per mettere insieme la casa, nonno Jakob ha dovuto usare materiali recuperati un po’ da dovunque. Le porte, per esempio, prese da chissa dove, sono tutte una diversa dall’altra e sono state dipinte di bianco per renderle simili tra loro. Il pavimento, invece, è stato fatto usando la ghiaia della strada per formarne la base.
La casa di Monaco risponde ai rigidi criteri architettonici di quando fu costruita e in parte di oggi: ha il tetto super a punta, come gran parte delle abitazioni qui (come quella nella foto), suppongo per permettere alla neve d’inverno di scivolare meglio via dal tetto. È inoltre circondata da un giardino enorme e stupendo, ma grande il doppio della sua superficie di base, sempre per via di queste leggi. E ha un’altra particolarità: è leggermente storta rispetto alle altre case del quartiere, perché pare che fosse obbligatorio, all’epoca, che l’ultima casa in fondo alla strada fosse visibile dall’inizio della strada stessa: doveva insomma spiccare rispetto alle altre, tutte allineate fra loro.
Quando la casa era a buon punto mia nonna e i due figli rimanenti, mio padre e zio Fritz, si trasferirono anche loro a Monaco, raggiungendo il nonno. E intanto lui continuava a costruire, perché non era proprio tutto finito e le stanze erano ancora incomplete. Ci vollero altri anni affinchè il nido fosse davvero terminato e accogliente. Oggi la casa appare bella, ma anche strana: ha un solo bagno, ma cinque camere da letto – si usava così – mentre ben due stanze e l’intero corridoio su entrambi i piani non hanno il termosifone (ma ne faremo installare a breve, giusto per non ibernarci d’inverno). In compenso c’erano due praticissime stufe a legna, che scaldavano gli ambienti in pochissimi minuti. Per evitare il congelamento nei mesi più gelidi, bisognava tenere sempre chiuse tutte le porte, appunto per non fare uscire il calore dalle varie stanze.  Il forno a legna in cucina, enorme, quando era in funzione fungeva da falò e tutta la famiglia vi si riuniva attorno. In bagno c’é solo la vasca, ma era senza box (lo abbiamo aggiunto noi di recente): così bisognava fare la doccia solo seduti e velocissimi, per non schizzare d’acqua tutte le pareti e il pavimento!
La casa di Monaco negli anni ha accumulato al suo interno ogni sorta di oggetto e quando noi siamo arrivati e la nonna se n’era andata da un paio d’anni, era praticamente un museo. Tutti i mobili risalivano a quando la casa fu costruita. Materassi e lenzuola pure. Vestiti e attrezzi del nonno erano ancora lì; l’elenco di “roba” che era stata lasciata nel corso dei decenni sarebbe interminabile. Io e il marito supersonico, ma soprattutto lui, abbiamo gettato via montagne di cose e ancora ce ne sarebbe. Mesi fa guardare dentro le stanze era come guardare le stelle dentro un telescopio: si poteva fare un salto indietro nel tempo, alle origini della storia dell’universo-casa. Oggi essa è molto più vuota, più pulita, più leggera e ariosa. Sembra nuova. Eppure, eppure ha perso un po’ di sapore, un po’ di fascino – per acquistarne un altro, sia chiaro – ed è come se un pezzetto della mia storia se ne  sia andato insieme alle anticaglie che abbiamo gettato.

…issimo…. (ovvero dell’espatrio, del clima, della gente)

Rientro generale dei colleghi dalle vacanze: s’inizia coi racconti, le storie, gli aneddoti, le reciproche consolazioni (già finita la pacchia eh? Back to reality… va beh, dai tra poco c’è il ponte dei morti, poi Natale… coraggio). Io e Paula andiamo a pranzo insieme e inevitabilmente anche per noi due il discorso scivola sulle ferie estive  ormai trascorse.
 

  • Però! Stai benissimo così abbronzata, non sembri neanche tu.
  • Eh sì, ci vuole un soggiorno in terre calde di tanto in tanto o si rischia di diventare color cadavere a stare solo in Germania! Bianchiiiiiiiiiiiiiiiiii.
  • BIANCHISSIMI. (sospirando)  Eeeeeh certo le estati come da noi in Portogallo, dove sono appena stata, qua te le scordi.
  • Giusto. E anche io, tra Italia e Grecia, ho fatto una bella scorta di sole. Magari riesco a tirare avanti senza la depressione fino ad ottobre.
  • Ogni volta che rientro è uno choc… ieri poi, Ferragosto e pioveva a dirotto. Ti pare giusto?
  • Assolutamente no. Io e mio marito in vacanza abbiamo discusso della palese e innegabile differenza tra paesi caldi e paesi freddi. Non si tratta solo di clima.
  • No, no. Come diciamo sempre, è anche questione di persone.
  • Vuoi mettere col calore umano che c’è da noi, con la vita sociale, col contatto interpersonale dei paesi latini?
  • Guarda, non me lo dire. E il clima c’entra eh. Non mi si venga a dire di no.
  • Eccome se c’entra. C'ENTRISSIMA. Secondo te perché nei paesi freddi, come la Germania o la Scandinavia, tutto funziona, la qualità della vita è alta e nei paesi caldi è tutto il contrario? Pensa ad esempio  alla crisi in cui sono adesso Spagna, Portogallo, Italia, Grecia.
  • Dico bene. Ma per forza: nei paesi freddi la gente durante il giorno che cosa fa? Gli viene voglia di uscire? No.
  • Appunto: stanno in ufficio e lavorano, mica vanno a fare "peppeppeppeeee" in spiaggia. E i risultati si vedono. Da noi a che cosa pensa la gente? Ad andare in giro, a stare all’aperto, a passeggiare, a godersi il tempo. C’è poco da fare.
  • Eh…paesi mediterranei: prima si canta e si balla, poi si va in crisi marcia.
  • MARCISSIMA. Tipo formica e cicala, sai quella storia là?
  • Certo la qualità della vita qui sarà anche alta…
  • ALTISSIMA.
  • …altissima, però…manca quel qualcosa… a livello umano… non so… quella socialità….
  • Mio marito poi, che è africano, questa differenza la sente ancora di più. Sai Africa, Germania…non è che sia proprio la stessa cosa.
  • Immagino.
  • Però uno che cosa fa? Torna indietro alla vita di prima? Ai salti mortali con triplo carpiato all'indietro per tirare a fine mese?
  • No, no, ci mancherebbe. Tutto, ma non i tripli carpiati per carità.
  • Ecco. Vieni da un paese divertente e solare, ma dove prendevi uno stipendio da fame, ti trattavano maluccio in ufficio, magari eri pure precario e senza futuro e arrivi qua, ti strapagano, ti rispettano, puoi fare delle scelte concrete e costruttive per il tuo domani e che fai? Rientri? Ma scherziamo?
  • Scelte per il tuo domani, ma anche per il tuo oggi: non devi più guardare se pagare le bollette o comprarti un paio di scarpe nuove. O ti tagliano la luce o giri con un buco nella suola!
  • Basta con le vacanze alla Pensione "Gina" sul lungomare di Riccione, perché costa meno!
  • Certo dispiace.
  • DISPIACISSIMO, ma che cosa ci puoi fare?
  • Mio padre ieri, prima che io partissi, è scoppiato a piangere di colpo.
  • Mia madre piange ogni volta che vado via, ma io qua so di essere serena e di stare bene. E spero lei si renda conto, prima o poi, che per me è meglio così.
  • Anche la mia famiglia deve capire. Certo, io ero partita solo per fare un’esperienza e poi tornare a casa, ma adesso che sono qua, chissà. Non so se voglio tornare a breve, ma non credo. Qui sto bene: certo la vita da expat sotto certi aspetti è dura:, sei lontano da casa tua e dagli amici di sempre e soffri. Però…
  • Vogliamo buttarla sul filosofico? Si soffre comunque nella vita, che si sia a casa propria o all’estero. Per un motivo o per un altro, si soffre. C’è da mettere le cose sul piatto della bilancia, c’è niente da fare.
  • Bisogna scegliere. E non si può avere tutto: paese caldo, famiglia vicina, ottimo stipendio, lavoro soddisfacente, posto in parcheggio gratis e pure vicino all'ingresso! Certo l’esistenza ti mette di fronte a certi bivi mica da poco.
  • Santo cielo, siamo scadute nelle riflessioni cosmiche sul senso della vita. PESANTISSIMO! Magari è meglio rientrare in ufficio, che  ne dici? Si è  fatto tardi.
  • TARDISSIMO.

La saga del bidet

Ci siamo riusciti. Ce l’abbiamo fatta. È stata durissima, è stata un’impresa estenuante e a tratti logorante, ma alla fine ne siamo usciti vincitori. Abbiamo dovuto superare decine di ostacoli, cento prove di forza e d’intelligenza, mille test di pazienza e di coraggio, ma non abbiamo mai ceduto e, convinti della bontà dell’obiettivo da raggiungere, incrollabili nella certezza di procedere nella direzione giusta, abbiamo trionfato. Nemmeno quando tutto sembrava perduto e negli sguardi altrui leggevamo solo compassione e pietà, abbiamo voluto lasciar perdere. Abbiamo stretto i denti, siamo arrivati in fondo. Siamo riusciti ad installare un bidet in bagno.
Ebbene sí. Il bidet, questo sconosciuto (si veda
post). Il bidet, questo oggetto del mistero, questo totem, questo “maipiusenza”, questo simbolo culturale, la cosa che tutto il mondo c’invidia. Il bidet.
Tempo fa io e il marito supersonico abbiamo infatti stabilito che è sì giusto cercare d’integrarsi nel paese d’accoglienza, ma che è importante anche porre dei limiti, soprattutto se ne va dell’igiene personale. E quindi abbiamo deciso, alla faccia della cultura tedesca, che avremmo appunto installato un bidet in una casa esistente dagli anni ’50, ma dove non ve n’era mai stato uno. Primo passo: cercare di convincere zio Fritz, proprietario della casa in questione,  che non sarebbe stato necessario distruggere a picconate l’intero bagno allo scopo, ma sarebbe stato sufficiente togliere qualche mattonella e collegare qualche tubo. Grazie al cielo il marito supersonico ha fatto l’idraulico per anni in passato e questo ci ha risparmiato di dover aprire un mutuo per chiamare un professionista a casa, visti i costi di queste cose a Monaco.
Poi si è trattato di girare i negozi di sanitari alla ricerca del bidet dei sogni: bene, sappiate che qui si trovano soltanto bidet sospesi – uno di essi avrebbe comportato però molto più lavoro – e a prezzi esorbitanti. Abbiamo perciò rinunciato e, in occasione di un giro in Italia, ne abbiamo comprato uno a un prezzo ragionevole. Comodo, no? Il marito si è dunque messo al lavoro, sperando di finire il tutto nel giro di una mezza giornata. Mai valutazione fu più sbagliata. A un certo punto si è accorto che gli mancava un pezzo, detto "presa a staffa non rinforzate" (si veda immagine), senza il quale non avrebbe potuto procedere. Baldanzoso, si è recato in un grande magazzino con l’intento di acquistarne uno, pensando di stare fuori massimo mezz’ora. Ebbene sappiate che, dopo aver peregrinato con l’immagine del pezzo mancante in mano, per ore prima e giorni poi, a volte con me per tradurre, a volte persino da solo, ha scoperto che questo tipo di pezzo in Germania non si trova in nessun grande magazzino, nemmeno specifico per questo tipo di articoli, ma solo in alcuni negozi di sanitari, dove però ve lo vendono solo se siete un installatore – ovviamente certificato, non basta dichiararsi tale.  In pratica si tratta della mafia degli idraulici: "Hai bisogno di quel pezzo? Mi chiami a casa, io te lo compro, lo installo e ti chiedo 200 euro per il servizio.". Così il marito, per aggirare l’ostacolo, ha pensato bene di chiedere a un tizio incontrato da OBI e che dalla faccia sembrava proprio un installatore, di darci una mano. Il tipo si è mostrato disponibilissimo (mio marito riesce ad acchiappare la simpatia di chiunque – se glielo avessi chiesto io, il personaggio mi avrebbe guardato malissimo e se ne sarebbe andato sdegnato; diciamo che non ho esattamente lo stesso suo savoir-faire!), ha guardato l’immagine del pezzo e ha dichiarato che entro sera si sarebbe presentato a casa nostra per consegnarcelo. Siamo andati a casa carichissimi e nell’attesa di vederlo comparire col nostro tesoro, guardavamo fuori dalla finestra ogni 5 minuti. Ovviamente non si è mai presentato. Così il marito, imperterrito, ha chiesto a un amico italiano che vive qua e sarebbe andato in Italia a breve, di acquistare una presa a staffe per lui. Avuto il pezzo e credendo di essere ormai alla fine di questa ridicola saga, si è messo al lavoro. Inutile dire che, non so se per la legge di Murphy o altro, il pezzo si è rotto mentre lui lo maneggiava. Per fortuna il m.s. è sempre il m.s.: non si è perso d’animo e ha iniziato di nuovo il tour dei negozi di sanitari, stavolta praticamente appostandosi fuori da uno di questi per intercettare un idraulico che passava di lì, spiegargli la situazione  – veramente mirabolante, visto il poco tedesco che ancora conosce – e ottenere finalmente, trionfante, il pezzo. Roba da matti: io ero trasecolata per la sua intraprendenza e forza d’animo. Commossa, l’ho osservato finire il lavoro. Al momento il bidet è quasi  pronto, ormai la nostra vita sta per cambiare: aspettiamo solo che zio Fritz finisca di rimettere le mattonelle che sono state tolte e poi sappiamo che inizierà per noi una nuova fase dell’espatrio. A proposito, zio Fritz mi ha sorpresa perché, osservando il lavoro compiuto, non ha potuto fare a meno di chiedere, genuinamente stupito: “Ma ditemi, dai, a che cosa serve questo? Davvero”. Io ero talmente trasecolata da non riuscire a rispondere e così ci ha pensato lui stesso, per poi esclamare: “Non vi capisco, sinceramente. Io ho vissuto tutta la vita senza e sto benissimo. Mi faccio la doccia, che problema c’è?”. Inutili i miei tentativi di fargli notare differenze e vantaggi rispetto alla doccia. Non possiamo certo pretendere di convertire un tedesco a questa filosofia di vita, no?

 

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1 settembre 2011.
Tanto per concludere la saga e farvi sapere com'è andata a finire. Ci eravamo illusi di essere giunti alla meta, di esserci ormai lasciati alle spalle il tormento di un'esistenza senza bidet. Grave errore. Intanto siamo dovuti diventare cretini per convincere zio Fritz a rimettere a posto le mattonelle divelte. Dopo alcune settimane, in cui non dava segni di vita, gliel'ho gentilmente ricordato, solo per sentirmi rispondere: "Vedo quello che riesco a fare, ma sai, fuori c'è caldo, si sta bene, non ho voglia di chiudermi in bagno a lavorare. Pensavo di farlo in inverno!". Aaaaargh! Fino a novembre/dicembre senza bidet? Non sia mai. Ho fatto opera di persuasione e così il week-end successivo le mattonelle sono state riposizionate: due giorni di lavoro, con annesse difficoltà all'utilizzo dell'unico bagno che abbiamo in casa. Il marito si è poi apprestato a riallacciare il bidet e… tada! … gli attacchi erano stati messi troppo in basso e non andavano bene (non so i dettagli tecnici). Mannaggia. il marito ha dovuto rifare, rispostare, riposizionare, ri-insomma. L'ha fatto senza mai scoraggiarsi, come sempre. Ieri sera, trionfante, ha concluso l'opera, stavolta sul serio. Non ci potevo credere, eppure era proprio così. Certo, ormai mi aspetto di tutto: che le tubature cedano, che il rubinetto si scolli, che le mattonelle fossero incollate male e siano da rimettere su da un momento all'altro.
Mi chiedo se non ci fosse una brutta congiunzione astrale quando abbiamo preso la decisione. Che Plutone, signore dell'oscurità, fosse quadrato a qualche pianeta che domina le questioni di pulizia corporea  o integrazione in terre straniere? A questo punto non resta che incrociare le dita e sperare in bene per il futuro…

Multi-taskando

Eccomi di ritorno a casa dopo la pausa pasquale trascorsa a casa (da buona italo-tedesca, mi sento a mio agio sia nella mia città d’origine che qui a Monaco e a volte mi sfugge di dire “a casa”, sia riferito alla Germania che all’Italia). Stando in vacanza e rivedendo il parentame vario, come da traditio traditionis, non ho potuto fare a meno di riflettere su diverse cose.  Vista dall’esterno, la mia scelta di emigrare potrebbe sembrare una follia (e forse lo è!): in Italia avevo un lavoro a tempo indeterminato e part-time; qui ho un impegno quotidiano full-time e un contratto per tre anni, poi chissà. Ho un figlio piccolo e mia madre, in pensione, non è qui. Quando il pupo si ammala, sono tutti cavoli miei e di mio marito (anche se qui non mancano i servizi di assistenza per questi casi). A casa, nella Pianura Padana, ho ovviamente una buona parte della mia famiglia d’origine, gli amici di una vita, i punti di riferimento di sempre, tante sicurezze. Qui, se ci rifletto, certi giorni è una follia: da perfetta donna e quindi in grado di “multi-taskare” senza batter ciglio, in certi momenti mi sorprendo di me stessa e di quello che riesco a fare. In ufficio a volte con una mano scrivo un’e-mail, con l’altra appiccico un post-it pro-memoria al PC, con un piede mando un fax, con l’altro rispondo al telefono (“Sì certo, mi dica pure…un attimo in attesa, scusi… Cosa dicevi scusa? Ti devo organizzare una riunione? Dimmi solo quando e quanti siete, dò subito un’occhiata… Rieccomi, scusi l’attesa, la faccio richiamare senz’altro, certo, certo non si preoccupi… Oddio adesso lo devo proprio mollare che mi squilla il cellulare, non sarà mica l’asilo che chiama che il bambino bionico ha vomitato; ah no ecco è il marito supersonico … Pronto, dimmi. Ah c’è uno davanti alla porta di casa che parla in tedesco e non capisci che cosa dice? Passamelo, che ci penso io. Ah buongiorno, come dice? Attrezzi da giardino? No, non siamo interessati guardi. Ma grazie eh! Arrivederci… Dicevamo per quella riunione? e via così delirando). Finita la giornata in ufficio corro a casa e, giustamente, il bambino bionico, pretende o di giocare con me a rubamazzo (è bravissimo, mi batte sempre) o di farmi vedere i suoi disegni (ne produce in quantitá industriali e la tematica, 9 volte su 10, sono aerei, treni e metropolitane, ma guai a non dirgli “Uh che beeeeeeellllo amore! Ma è un treno? E dove va?") o che lo accompagni al parco, dove io lo porto, strisciando per terra stremata dalla fatica e lui che corre, salta o sfreccia in bici, come se la giornata fosse appena iniziata. Mio marito è un santuomo: i primi tempi la sera mi chiedeva aiuto con i compiti del suo corso intensivo di tedesco (l’insegnante è uno schiacciasassen e li ammazza di compiti a casa). Entravo in casa e mentre il b.b. mi saltava in braccio, il m.s. mi guardava smarrito: “Ma che cosa vuol dire Morgen?”
“Domani.”
“Ma non voleva dire “mattina”?”
“Sì anche. Dipende dai contesti.”
“…”
“E lo so il tedesco è così. Morgen vuol dire due cose”.
“E per dire “cambiare” come faccio? Come lo traduci?”
“Mah dipende. Che cosa devi cambiare? E dove ti trovi? Si tratta di cambiare per davvero o in senso figurato? Ci sono traduzioni diverse a seconda della situazione”.
“Oddio. Mi pare il prof. abbia parlato diumsteigen. Credo.”
“Vuol dire cambiare in un mezzo di trasporto, ma tu adesso parli di cambiare un cavo nella macchina, no? Allora é tutta un’altra parola.”
“….”
“Il tedesco è complicato.”
“…”
Comunque, dicevo, essendo il m.s. un santuomo e notando ogni giorno la mia occhiaia incombente e il mio sguardo perso nel vuoto, ha smesso di chiedermi aiuto la sera e si arrangia col suo dizionarietto e il Google traduttore. E in tutto questo, direte voi, ma chi te lo fa fare? Io mi rispondo che me lo fanno fare la gran voglia che avevo di cambiare vita, il desiderio di mettermi alla prova, l’amore per il mio lavoro (da anni non mi ricordavo che cosa volesse dire questa espressione) e la certezza che dopo questo periodo iniziale impegnativo ci sia un futuro decente per me, il m.s. e il b.b.; un futuro che in Italia avremmo visto forse col cannocchiale. Se avrò avuto ragione o torto, si vedrà col tempo. Per adesso non mollo.