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Pian piano…il crollo dei miti..ad uno ad uno

E io che credevo che usare le donne in un certo modo per fare pubblicità fosse una prerogativa tutta italiana! E io che pensavo, venendo in Germania, di non vedere mai più tette e culi al vento  usati con disinvoltura per vendere prodotti o aumentare l’audience di una trasmissione. E io che ero convinta che in terra teutonica mai avrei visto il corpo femminile mercificato nel peggiore dei modi.

E invece….

(guardate e cliccate per ingrandire; si tratta dell’estratto del catalogo pubblicitario di una tipografia, ricevuto qualche giorno fa in ufficio)

Mi devo forse ricredere? Che ne pensate?

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Bambini con valigia

 

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento del 19 luglio. Questa non posso non raccontarla. La blogger di cui parlo nel post qua sotto (machedavvero.it) si è presa il tempo e la briga, su mia segnalazione, di leggersi questo articolo e di twittarlo, non con uno, ma addirittura con due Tweet. Mi scrive che condivide la mia opinione, mi ringrazia e mi fa i complimenti per il post. Che dire? Son quelle cose che ti cambiano la giornata! Grazie Chiara!

Da blogger appassionata quale sono, mi piace ogni tanto infilarmi qua e là tra i blog altrui; sono curiosa, mi piace mettere il naso nelle vite degli altri abitanti del Web. Mi diverto a scoprire autori interessanti, scritti originali, post divertenti, diari on lain simpatici. Così, tra una lettura e l’altra, qualche tempo fa sono approdata anche sul celeberrimo blog di una mamma espatriata. Se mi seguite, sapere che ho un’idiosincrasia per i mommy blog, ma questo, bisogna dirlo, è diverso. Leggero, fresco, spiritoso, ironico, non incentrato ossessivamente sulla bambina come fonte di vita e di senso per la madre. Si parla di tutto un po’, inclusa la vita a Londra, e per questo trovo carino leggerlo di tanto in tanto. Orbene l’ultimo post scritto dall’autrice, che parla di come ha mandato la figlia in vacanza per due settimane in Italia dalla nonna, ha suscitato un vespaio pazzesco. Quasi 300 commenti nei quali si alternano voci adoranti (sei la mamma perfetta, ti voglio bene, un bacio alla piccola!) a condanne irrevocabili (sei una deficiente che abbandona sua figlia per divertirsi come se avessi ancora 18 anni). Tutta questa confusione per una quindicina di giorni in vacanza lontana da mamma, mi ha veramente fatto impressione. Mi sembra che la quantità e l’intensità dei commenti rifletta il fatto che, in Italia, la tematica del distacco tra madre e figlio sia ancora un tema scottante, qualcosa di mal elaborato; come un piatto di cannelloni non ben digeriti adagiati sullo stomaco. Veramente tutta roba italiana, mi viene da dire. Pur non conoscendo approfonditamente la mentalità tedesca riguardo alla maternità, infatti, vi posso certamente dare la mia impressione dopo circa due anni di permanenza in Crucconia: le mamme tedesche sono molto meno melodrammatiche di quelle italiane. Sono attaccate ai figli, ovvio, ma non ossessivamente. Vogliono bene ai pargoli, di sicuro, ma possono sopravvivere anche a distanza da loro senza sentirsi smarrite, vuote e prive di senso. Cercano di promuovere l’autonomia dei loro cuccioli, anche attraverso vacanze in solitaria, perché sanno che questi, un giorno, dovranno prendere la loro strada.  Chiaro, parlo di un trend, non dico che tutte le mamme tedesche in blocco siano così. Ma insomma, tanto per farvi capire.

Poi c’è da fare un discorso a parte per le mamme espatriate, di qualunque nazionalità esse siano. Quando si espatria, si sa, si sconvolge tutta la propria esistenza, dato che la quotidianità costruita fino a quel momento va di colpo a gambe all’aria. Si abbandonano le proprie radici e ci si allontana da famiglia e amici (fa pure rima, voilà). Questo significa, il più delle volte, che i pargoli, che fino a ieri ogni tanto sbolognavamo alla nonna magnanima, mollavamo alla zia pensionata, consegnavamo alla sorella impietosita, beh quei pargoli ce li dobbiamo accollare noi genitori tutto il tempo. Tutto il tempo. Sempre. No stop. Ok, noi si va al lavoro e loro all’asilo, ma dopo? Ce li hai sempre appiccicati come delle cozze, diciamocelo. Meraviglioso, per carità; intensissimo, ci mancherebbe; straordinario, non dico di no. Ma anche faticoso, pesante, stressante. A volte decisamente soffocante, non neghiamolo. E allora che cosa c’è di più naturale, più benefico per gli uni e gli altri, più ideale, più liberatorio per tutti (quindi anche i bimbi!) che mandarli a casa dalla nonna, nella fattispecie in Italia, per un po’? Ovviamente non se questo comporta crisi atroci nel bimbo, nel caso in cui non sia ancora pronto per staccarsi dalle appendici materne e paterne. Ma vi assicuro che quasi tutti i miei colleghi expat, ad esempio, fanno così. L’estate incombe e la scuola chiude? Spedisci il pargolo in patria dalla nonna. Lui si diverte, tu ti rilassi, la nonna s’impegna, ma che vogliamo di più? La mia collega Carmen, spagnola, ogni estate a inizio luglio, di sabato, accompagna i pupi a Barcellona dalla madre, torna la domenica, lunedì va in ufficio e poi ogni venerdì sera per un mese prende l’aereo e li raggiunge.  Poi lei, il marito e i pupi trascorrono tre settimane in agosto alle zusammen, tutt’assiem! Sono morti i bimbi? No. Sono traumatizzati? Neppure. Sono crudelmente abbandonati al loro destino? Non direi. La situazione in realtà è una gran pacchia per tutti? Penso di sì.  A me questo giochetto non è ancora riuscito per una serie di ragioni, ma qualche settimana fa la nonna P. ha dichiarato che l’estate prossima sarebbe felicissima di ospitare  il bambino bionico a casa sua nel Bel Paese per una settimana o due. O gioia, o gaudio, che cosa odono le mie orecchie! Aspetta che prendo appunti. Mo’ mooo segno!  Sarà che non sono mai stata troppo appiccicosa col b.b., sarà che i piccoli distacchi mi sono sempre parsi molto salutari per entrambi, ma io in una situazione del genere non ci vedo davvero nulla di male, né di dannoso.  Anche se, va da sé, mi butterei dall’Alter Peter per il b.b, tanto gli voglio bene.

In conclusione, ripeto, non vedo alcunchè di scandaloso e neanche nulla di fuori dal normale nel regalare ai figli, ai noi stessi e ai nostri genitori un’opportunità di questo genere. Chissà un giorno come saranno ricchi, variegati e intensi i ricordi di questi bambini, divisi tra due mondi, ma in senso buono; bimbi/adulti che si  sentiranno a casa propria e a loro agio sia all’estero che in patria, senza che vi sia troppa distinzione tra questi due concetti. Lo immagino già il b.b., ormai grande, che si muove tra Italia e Germania con la stessa scioltezza, facilità e tranquillità con la quale io da piccola mi muovevo tra la città e il paesino di montagna a un’ora di macchina di distanza da casa. Dico, ma vogliamo mettere?

Mamma mia!

Questo è il post di una mamma arrabbiata. O meglio: di una donna arrabbiata. Arrabbiata, perché non capisce come mai, dopo decenni di scontri, rivendicazioni, battaglie, discussioni, conflitti, lotte e contese, ancora la condizione materna deve essere così impegnativa e complicata da vivere. Sì perché la Germania, vista dall’Italia, appare come il paradiso delle mamme. Congedi di maternitá eterni, posto mantenuto al rientro in ufficio dopo anni, Kindergeld (cifra mensile che lo stato eroga ai genitori), mamme che fanno il part-time come se piovesse. Quindi prima di partire mi dicevo: “Chissà come saranno avanti là, in quanto a conciliazione tra vita lavorativa e vita da genitore. Altro che qua in Italia, dove una deve fare il triplo carpiato di continuo per far combaciare gli orari dell’ufficio con quelli dell’asilo, poi il bimbo si ammala e non si sa come fare, poi t’iscrivi in graduatoria per il nido, ma non hai abbastanza sfighe punti e allora non te lo prendono; poi i nonni lavorano o abitano a 500 km e gli asili privati costano troppo, d’altronde con 1000 euro al mese come fai? Ancora peggio con una baby-sitter. Poi la volta che fai tardi alla riunione perché il pupo ha il caghetto, il capo ti guarda storto.” Insomma, un inferno, o quasi. Era un continuo dover incastrare esigenze diversissime, orari sballati, riunioni coi clienti coincidenti con la festicciola di fine anno alla materna, febbroni da cavallo della prole che diventano anche i tuoi.

“In Germania sarà tutto molto meglio organizzato”, pensavo prima di fare il grande salto. E gongolavo all’idea di liberarmi di alcuni fardelli legati alla condizione materna. Beh mi sbagliavo. Le difficoltà che incontra qui una mamma che lavora sono diverse da quelle italiane, ma sono comunque numerose. Come prima cosa, ho dovuto constatare quanto sia difficile trovare posto negli asili della città: bisogna organizzarsi molto per tempo e iscrivere il pupo quanto prima: bene se al momento del test di gravidanza, meglio ancora se in quello del concepimento. Qua non esistono graduatorie o robe simili, ma solo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”. Se vi trasferite, esempio, a Monaco a luglio e volete un posto per il pargolo a settembre in un Kindergarten, iniziate a dire il rosario. Poi magari vi capita il colpo di fortuna, per carità, ve lo auguro e come arrivate vi offrono il posto all’asilo sotto casa full-time.

A supporto della mamma disperata poi, c’è sempre il servizio di consulenza gratuito della città di Monaco, in cui vi spiegano come organizzarvi con la Betreuung del bimbo: asili, Tagesmutter, nonne in prestito, la scelta è ampia e questo è un aspetto lodevolissimo. Ma bisogna comunque correre come delle pazze per organizzare il tutto. A partire dal fatto che questo servizio di consulenza è disponibile quasi solo dalle 9 alle 12. Eh? Ma io lavoro a partire dalle 8 e fino alle 17. Se non lavorassi potrei andarci alle 9, ma a quel punto avrei meno bisogno di una sistemazione per il pupattolo, no?  E in ogni caso la stragrande maggioranza dei servizi è aperta solo al mattino (ne ho parlato in un post di qualche tempo fa). Al mattino.  Al mattino. Al mattino. E il pomeriggio? Al pomeriggio ti attacchi! Chiedi ai nonni, se li hai; trovi una vicina pietosa che ti tiene il pargolo oppure …oppure non lo so. Qualche asilo full time ovviamente esiste qui a Monaco. Ma sono contatissimi e per avere un posto bisogna essere disposti ad uccidere. Ve la sentite? Se sì, siete a posto.  Il punto qua è che per fare una vita da mamma serena, esiste un’unica soluzione: non lavorare. Ebbene sì. Vuoi avere uno o più figli e intanto anche realizzare te stessa, guadagnare qualcosa e sentire di mettere a frutto i tuoi talenti? Cambia nazione, non trasferirti in Germania, o tu donna che stai per espatriare o sei già espatriata causa offerta di lavoro. Oppure sii una donna che sta bene anche a casa a crescere i pargoli. Scelta, tra l’altro rispettabilissima, ma qui praticamente obbligata. Non c’è scelta. O meglio c’è: o stai a casa o diventi stron*a per riuscire a lavorare e stare anche con i tuoi figli. Le scuole pubbliche, ad esempio, i primi anni delle elementari chiudono verso le 11 o le 12.Per non parlare del coinvolgimento massiccio e obbligatorio dei genitori nei compiti a casa. Ma chi ha tempo?  Vuoi un posto al doposcuola perché tu e tuo marito lavorate full time? Vediamo, non so, non garantisco. Altro esempio di vita genitoriale difficile: una coppia di nostri amici, di recente ha dovuto vendere l’anima al diavolo, perché hanno trovato posto per l’ultimo anno di asilo del loro bimbo solo in una struttura che è aperta dalle 8 alle 14. Fine. Chiuso. Schluss. E dalle 14 in poi? Hanno dovuto lottare per rimediare il posto in un secondo asilo dove, grazie al cielo, un bus lo porterà ogni pomeriggio. Ma quanto stress comporta per tutti una situazione così? E potrei citarvi ancora quel mio collega che, alla fine della giornata lavorativa porta i figli al parco, mentre la moglie, appena rientrata dall’ufficio, cucina la cena. Spesso lui si ritrova ad essere l’unico padre del parchetto. Allora capita che venga avvicinato dalle altre mamme, che gli chiedono, trasecolate: “Ma la mamma dei bimbi dov’è?” e lui: “A casa che cucina, sapete, ha lavorato tutto il giorno, così porto a spasso io le belve qui.”. Risposta classica: “Lavooooooooooooooooooooooooooooraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa? E PERCHÈÈÈÈÈÈ?”. Cioè, riuscite a credere che gli chiedono perché lavora? Zio canta, ma secondo te perché lavoro? Sai, lavoro perché sono un po’ matta, non ho tutte le rotelle a posto. E poi avendo un’allergia ai tappeti in casa è meglio se sto in ufficio tutta la giornata, così evito di starnutire troppo. Ma santa pazienza, ma si può? No, non si può. Non si può ancora essere fermi all’idea della donna angelo del focolare e basta, senza via di scampo. Non si può negare alle donne la possibilità di una libera scelta, o fargliela pagare cara se decidono di lavorare full time. Non si può lamentarsi della bassa natalità e poi non offrire servizi adeguati di child-care ai genitori. Non si può trasferirsi all’estero, sperare di fare un balzo in avanti come qualità della vita da mamma e poi scoprire di avere fatto invece un salto indietro nel medioevo. No, così non va.  Ma quante strade ancora dobbiamo percorrere noi donne per essere veramente libere di essere donne intere, senza dover immolare parti di noi sull’altare del biberon e della pappa oppure sulla scrivania in mogano? Non ci siamo.

P.S. tardivo al post. Ho appena parlato col marito supersonico, che mi ha spiegato che qua in Germania la tematica di cui sopra è oggetto di acceso dibattito politico. Ah per fortuna che non sono l’unica che se ne lamenta. Marito mi ha parlato di famiglie, ad esempio africane, che abitano a Monaco. E poichè per ogni figlio mensilmente percepiscono parecchio denaro, una somma che aumenta all’aumentare della prole, alla fine a queste mamme conviene fare molti figli e poi stare a casa. Problema: in questo modo i figli degli stranieri non imparano il tedesco e hanno dunque difficoltà ad integrarsi. E al momento di andare a scuola, ovviamente obbligatoria, arriva il dramma. Vi pare che si possano chiudere gli occhi su una situazione del genere? Perchè le istituzioni e la politica su questo non vogliono cedere e continuano a fare finta di niente?

Multi-taskando

Eccomi di ritorno a casa dopo la pausa pasquale trascorsa a casa (da buona italo-tedesca, mi sento a mio agio sia nella mia città d’origine che qui a Monaco e a volte mi sfugge di dire “a casa”, sia riferito alla Germania che all’Italia). Stando in vacanza e rivedendo il parentame vario, come da traditio traditionis, non ho potuto fare a meno di riflettere su diverse cose.  Vista dall’esterno, la mia scelta di emigrare potrebbe sembrare una follia (e forse lo è!): in Italia avevo un lavoro a tempo indeterminato e part-time; qui ho un impegno quotidiano full-time e un contratto per tre anni, poi chissà. Ho un figlio piccolo e mia madre, in pensione, non è qui. Quando il pupo si ammala, sono tutti cavoli miei e di mio marito (anche se qui non mancano i servizi di assistenza per questi casi). A casa, nella Pianura Padana, ho ovviamente una buona parte della mia famiglia d’origine, gli amici di una vita, i punti di riferimento di sempre, tante sicurezze. Qui, se ci rifletto, certi giorni è una follia: da perfetta donna e quindi in grado di “multi-taskare” senza batter ciglio, in certi momenti mi sorprendo di me stessa e di quello che riesco a fare. In ufficio a volte con una mano scrivo un’e-mail, con l’altra appiccico un post-it pro-memoria al PC, con un piede mando un fax, con l’altro rispondo al telefono (“Sì certo, mi dica pure…un attimo in attesa, scusi… Cosa dicevi scusa? Ti devo organizzare una riunione? Dimmi solo quando e quanti siete, dò subito un’occhiata… Rieccomi, scusi l’attesa, la faccio richiamare senz’altro, certo, certo non si preoccupi… Oddio adesso lo devo proprio mollare che mi squilla il cellulare, non sarà mica l’asilo che chiama che il bambino bionico ha vomitato; ah no ecco è il marito supersonico … Pronto, dimmi. Ah c’è uno davanti alla porta di casa che parla in tedesco e non capisci che cosa dice? Passamelo, che ci penso io. Ah buongiorno, come dice? Attrezzi da giardino? No, non siamo interessati guardi. Ma grazie eh! Arrivederci… Dicevamo per quella riunione? e via così delirando). Finita la giornata in ufficio corro a casa e, giustamente, il bambino bionico, pretende o di giocare con me a rubamazzo (è bravissimo, mi batte sempre) o di farmi vedere i suoi disegni (ne produce in quantitá industriali e la tematica, 9 volte su 10, sono aerei, treni e metropolitane, ma guai a non dirgli “Uh che beeeeeeellllo amore! Ma è un treno? E dove va?") o che lo accompagni al parco, dove io lo porto, strisciando per terra stremata dalla fatica e lui che corre, salta o sfreccia in bici, come se la giornata fosse appena iniziata. Mio marito è un santuomo: i primi tempi la sera mi chiedeva aiuto con i compiti del suo corso intensivo di tedesco (l’insegnante è uno schiacciasassen e li ammazza di compiti a casa). Entravo in casa e mentre il b.b. mi saltava in braccio, il m.s. mi guardava smarrito: “Ma che cosa vuol dire Morgen?”
“Domani.”
“Ma non voleva dire “mattina”?”
“Sì anche. Dipende dai contesti.”
“…”
“E lo so il tedesco è così. Morgen vuol dire due cose”.
“E per dire “cambiare” come faccio? Come lo traduci?”
“Mah dipende. Che cosa devi cambiare? E dove ti trovi? Si tratta di cambiare per davvero o in senso figurato? Ci sono traduzioni diverse a seconda della situazione”.
“Oddio. Mi pare il prof. abbia parlato diumsteigen. Credo.”
“Vuol dire cambiare in un mezzo di trasporto, ma tu adesso parli di cambiare un cavo nella macchina, no? Allora é tutta un’altra parola.”
“….”
“Il tedesco è complicato.”
“…”
Comunque, dicevo, essendo il m.s. un santuomo e notando ogni giorno la mia occhiaia incombente e il mio sguardo perso nel vuoto, ha smesso di chiedermi aiuto la sera e si arrangia col suo dizionarietto e il Google traduttore. E in tutto questo, direte voi, ma chi te lo fa fare? Io mi rispondo che me lo fanno fare la gran voglia che avevo di cambiare vita, il desiderio di mettermi alla prova, l’amore per il mio lavoro (da anni non mi ricordavo che cosa volesse dire questa espressione) e la certezza che dopo questo periodo iniziale impegnativo ci sia un futuro decente per me, il m.s. e il b.b.; un futuro che in Italia avremmo visto forse col cannocchiale. Se avrò avuto ragione o torto, si vedrà col tempo. Per adesso non mollo.

Donne e madri vs. uomini e padri

Sono le 7 di sera e sono ancora in ufficio. Momentaccio di iper-lavoro.
Nel corridoio incontro un collega, con lo zaino in spalla.
Lui: “Ehilà! Che cosa ci fai ancora qui?”
Io: “Ahah potrei farti la stessa domanda!”
Lui: “E infatti è quello che mi chiedo anch’io! Forza vai a casa…Hai una famiglia di cui prenderti cura!“
Io: “Giusto, ora vado!”. E ci separiamo.

Poi rifletto. Anche lui, come me, ha una famiglia di cui prendersi cura. Tutti e due abbiamo un figlio piccolo e un consorte a casa. Ma non appena lui ha detto che io ho una famiglia a cui pensare, automaticamente mi sono detta: giusto! Una madre dev’essere a casa a stare con i suoi famigliari, non dovrebbe fare straordinari. Eppure neanche per un attimo mi ha sfiorato il pensiero di dirgli la stessa cosa. Perchè? Perchè persino nella mia testa, la testa di una “donna di mondo”, di una che crede fermamente nella paritá di doveri e diritti tra i sessi, pur nel rispetto delle differenze, beh nella mia testa, in quel momento, ho pensato che una donna dev’essere a casa ad accudire la famiglia subito dopo l’ufficio e un uomo , in ufficio, può restarci finchè vuole, perchè tanto. Nella mia vita in realtà mi sono comportata e mi comporto ben diversamente: per motivi diversi, più volte è capitato che mio marito fosse a casa col bambino bionico mentre io ero al lavoro (e viceversa, va da sè) a volte anche per lunghi periodi. E in nessuno di questi casi mi sono sentita strana o in colpa, perchè ho la ferma convinzione che l’affetto del papà e quello della mamma in qualche modo si equivalgano, che siano fondamentali allo stesso modo, pur se in maniere diverse. Non credo nella presenza ossessiva della madre come unica fonte di benessere del bambino. Gioisco alla vista dei nuovi padri, che partecipano alla vita dei figli attivamente e col cuore, non solo portando a casa i soldi per mandare avanti la baracca e poi che al resto ci pensi la mamma.  Qua in Germania, poi, se ne vedono parecchi di padri in giro da soli con i figli, mentre la mamma, evidentemente, è altrove, si spera a divertirsi e rilassarsi un po'. Ma in qualche parte remota, o forse non troppo, del mio cervello, evidentemente ancora esiste un residuo dell’idea che la mamma è fatta per badare ai figli e il papà per procacciare il cibo. Intendiamoci: non che l’idea in sé sia sbagliata; ci sono fior di coppie che vivono così e sono ben contente di farlo. Quando si tratta di una scelta consapevole, infatti, trovo che sia perfetto: i partner si mettono d’accordo su come suddividere le incombenze di famiglia, decidono che lui lavorerà di più fuori casa e lei di più dentro e vivono felici e contenti. Il punto è che, a volte, ancora oggi, non si tratta affatto di una scelta consapevole da parte delle coppie, ma di un automatismo o di un condizionamento culturale. Ricordo benissimo, ancora in Italia, un mio conoscente brillantemente in carriera, in procinto di avere un altro figlio dalla moglie, anche lei super in carriera. Una volta mi disse: “Eh adesso che arriva il terzo, saremo impegnatissimi. I primi tempi per mia moglie saranno tremendi. E poi in veritá anche dopo. Finora ha investito nel suo lavoro, ma temo che d’ora in poi lo potrà fare ben poco. Peccato, però! Era brava”. Lo ha detto con la massima tranquillitá, il massimo amore e la massima serenitá possibili. Ma dando totalmente per scontato che sarebbe stata lei, pur lavorando esattamentre come lui, a rinunciare alla carriera. Nemmeno il minimo dubbio che si sarebbe potuta trovare una soluzione alternativa o che avrebbe potuto essere lui a lasciare la professione. Non sopporto l’estremismo delle femministe da battaglia, ma non posso fare a meno di notare che noi donne siamo indubbiamente ancora e sempre svantaggiate e penalizzate in tutto. Certo scoraggiarsi è vietato e inutile; l’unica strada rimane quella di far sentire la propria voce il più possibile, andare avanti e come diceva qualcuno: get up, stand up… stand up for your rights!

Donne dududu (espatriate, ma non solo)

Quasi sempre quando si pensa all’espatrio al femminile si pensa a donne che, al seguito del marito trasferito all’estero dalla propria azienda, si trasferiscono anche loro e decidono che il loro lavoro da qual momento sarà la gestione pratica, organizzativa, sociale, amministrativa ed emotiva della famiglia, con o senza figli. Queste stesse donne sono disposte a ricominciare tutto da capo ogni qualche anno in un altro paese, senza perarltro poter scegliere quale sarà la loro destinazione. Ammiro sconfinatamente queste mogli o compagne coraggiose, audaci, flessibilissime, aperte, con un senso pratico e uno spirito d’avventura che definire invidiabili è davvero riduttivo. Eppure non ci sono solo loro e trovo sia giunta l’ora di dare una rinfrescatina all’immagine della donna expatriate. Sarei curiosa di sapere, infatti, quante hanno fatto come me. Invece di partire al seguito del marito, è il marito che è partito al seguito loro. Come me, sono loro che hanno cercato per anni e infine trovato, il tanto agognato lavoro all’estero avendo avuto (si spera) tutto il tempo il sostegno incondizionato e l’appoggio psicologico del consorte, che non ha smesso di credere in loro e nella riuscita del progetto comune, anche quando sembrava che persino la speranza fosse ormai defunta. Quante altre donne sono partite avendo già almeno un figlio,  casomai piccolo, ma avendo contemporaneamente un compagno disponibile a dare una mano, anzi tutte e due, nella gestione della prole, mentre lui imparava la lingua locale e cercava lavoro? Le espatriate al seguito del marito sicuramente incontrano parecchie difficoltà nella gestione di un quotidiano che, tra l’altro, appena collaudato, è solitamente da disfare e ricostruire da capo da qualche altra parte del pianeta; ma anche gli ostacoli che incontrano le expatriates “al contrario”, non sono da sottovalutare.  Nel mio caso, la fortuna enorme è, come detto, di avere un marito davvero eccezionale che, con un atto di coraggio secondo me non comune, è stato disposto a rivoluzionare tutta la sua vita ancora più di me. Io sono arrivata in Germania che conoscevo in parte la città, parlavo la lingua ed avevo (e ho) i parenti, mentre lui sta davvero ricominciando tutto da zero. Però, per concludere, non posso fare a meno di ammettere che un’ancora maggiore ammirazione la provo per tutte quelle donne che rimangono esattamente dove sono e non pensano minimamente a spostarsi altrove. Queste eroine affrontano sfide quotidiane che, ai miei occhi, appaiono titaniche, come ad esempio lavorare sempre nello stesso posto da decenni o di gestire il menage familiare senza grandi scossoni per anni e anni, con tutti i rischi che ciò comporta, come ad esempio la noia o la routine. Guardo con riverenza soprattutto quelle che resistono coraggiosamente in Italia, perchè hanno deciso che, anche se il loro Paese non gli va bene così com’è, è proprio il caso di rimanere e darsi da fare per cambiarlo in meglio. A tutte noi, qualunque scelta abbiamo fatto, va un “Brava!” d’incoraggiamento! (Sarà che sento l’arrivo dell’8 marzo, che mi è uscita tutta sta vena femminista?).