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Auf wiedersehen!

Die Italienerin è giunto al capolinea. Ho detto ciò che dovevo dire, ho espresso ciò che dovevo esprimere, ho scritto quello che dovevo scrivere. Questo blog mi ha accompagnata nei momenti migliori e in quelli più difficili di quest’espatrio. Mi ha fatto conoscere delle persone, sia dal vivo che per iscritto (ciao Elena, ciao Landslide e pure ciao Pilga, va là!:-)). Mi ha permesso di sfogare la mia creatività e di provare il brivido di essere commentata e seguita. Ma soprattutto, cosa fondamentale, mi ha permesso di guardare a questa mia avventura con ironia e distacco, evitando così che io fossi fagocitata, a seconda dei momenti, dalla disperazione o dall’eccesso di entusiasmo. E poi…diciamolo, “mi ha anche aiutata a crescere, sia professionalmente che come persona” [questa frase non manca mai nei messaggi di addio che si rispettino. NdR].

Da poco ho aperto un altro blog, di genere completamente diverso. Si tratta di un contenitore di articoli, idee, racconti, cretinate et similia. Non escludo che anche su questa mia altra “piattaforma creativa” potranno comparire altri articoli sulla Germania, sugli expat, sui tedeschi, sugli italiani. Chi lo sa? “La Pozione Magica”, così come una vera pozione magica degna di tale nome, conterrà – e già contiene – un po’ di tutto. Ho sentito, infatti, che era giunto il momento di allargare lo sguardo e non limitarsi più soltanto a raccontare la mia esperienza all’estero. Chi mi vorrà seguire anche , sarà il benvenuto.

A chiusura, non possono mancare i classici ringraziamenti. Allora, siore e siori…si ringraziano, in ordine sparso:

Torquitax per avermi seguita, commentata e sostenuta senza riserve fin dall’inizio. Grazie anche per le innumerevoli lezioni di tedesco, i babysitteraggi, i tour guidati di Monaco, le indicazioni turistiche, la sua amicizia e il volume “111 Orte, die man in München gesehen haben muss”. Conto di ridartelo dal vivo un giorno o l’altro eh!

Grazie a Jane Pancrazia Cole che mi ha ispirato la forma del blog “cimettodentroquellochemiva” per La Pozione Magica. E grazie per avermi fatta sfasciare dalle risate col suo blog sull’Erasmus a Berlino, un must-read per chiunque aspiri a far ridere scrivendo.

Grazie a Nicla per avere usato parti di questo blog come materiale didattico per una lezione d’italiano ai tedeschi.

Grazie a Paolo per avere usato un mio post per dare origine ad una discussione su come si emigra.

Grazie a Chiara di machedavveroPUNTOit per avere letto e twittato un mio post quest’estate.

Grazie a tutti i tedeschi che ho incrociato sul mio cammino finora e che mi hanno ispirato i post più sentiti. Grazie agli italiani che mi hanno fornito materiale di confronto.

Grazie ai miei colleghi blogger in Germania, che mi hanno fatta a volte sentire un poco meno sola tramite la condivisione scritta di emozioni e sentimenti.

Grazie a tutti i miei lettori silenziosi, ai commentatori e agli 8o followers, dal primo all’ultimo, senza riserve nè eccezioni. Senza di voi, i miei articoli sarebbero rimasti parola di colui che grida nel deserto.

A tutti ancora grazie di cuore. Auf wiedersehen!

“Die Italienerin” strumento didattico. WOW.

Questa mattina, grazie al mio collega blogger Torquitax, ho scoperto di essere stata citata nel post di una blogger che vive a Friburgo. Quale onore! Nel post in questione la blogger dichiara che “Die Italienerin”, tra gli altri blog sulla Germania, le ha dato spu(n)ti di riflessione per creare un’unità didattica (lei insegna italiano ai tedeschi). Posso considerare questo un eccellente risultato e sono felice di “ribloggare” il post in questione. Buona lettura! Progetti didattici ma non natalizi (forse).

P.S. non per vantarmi eh (no, no) ma questo episodio, mi ha fatto venire in mente il libretto “How to Be an Alien” di George Mikes. Nello scritto – del 1946 – l’autore, un immigrato ungherese in Gran Bretagna, scrive dei tipici usi, costumi e abitudini inglesi con ironia e leggerezza. Beh ancora oggi il libretto (che fa morir dal ridere e ve lo consiglio!) è usato appunto come strumento didattico per l’insegnamento dell’inglese. Sarà lo stesso per “Die Italienerin”? Ai posteri l’ardua sentenza, come diceva quello.

 

Con la dolcezza, si ottiene tutto!

Vi state per trasferire in Germania o siete appena arrivati? Sognate in un futuro di farlo? Bene, scommetto allora che vi state preparando o lo avete fatto anche dal punto di vista culturale, oltre che pratico e logistico. Infatti, pur essendo fondamentale essere organizzati per quanto riguarda la ricerca di casa e lavoro, non bisogna trascurare l’aspetto più psicologico di un espatrio. Che cosa intendo? Intendo che, come ho già avuto modo di scrivere, state per andare ad abitare o siete appena andati in un paese che non è il vostro e quindi, necessariamente, dovete abituarvi ad una serie di abitudini, usi e costumi lontani dai vostri. E non crediate che, solo perché la Germania è dietro l’angolo, non vi siano da fare grandi sforzi d’integrazione. Per esempio, una delle cose fondamentali se volete ingraziarvi i locali e ottenere più in fretta ciò che desiderate è essere sempre gentili. “Ohibò, Eireen, che cosa ci stai raccontando? Non è forse questa una regola universale, valida ovunque, sempre e comunque?”, mormora il lettore, mentre legge queste righe. Sì, certo, ma vi posso assicurare che qui in Germania la gentilezza è ancora più importante, più diffusa, più richiesta di quanto non lo sia in Italia. E per evitare di farvi classificare istantaneamente come degli stranieri maleducati e cafoni, ecco alcune regole di base, che vi consiglio caldamente di mandare a memoria e di utilizzare quanto più possibile.

1 – Quando telefonate a qualcuno, noterete che l’interlocutore risponde pronunciando subito il proprio nome, o meglio, il cognome.  Ciò serve a loro a identificarsi, ovviamente, e a dare a voi modo di capire se avete composto il numero telefonico giusto. Quando poi voi, a vostra volta, gli avete detto il vostro nome –  “Salve, qui parla Rossi.” – , aspettatevi che l’altro lo ripeta continuamente. “Hallo Herr Rossi. Ja, Herr Rossi. Also wir sehen uns morgen Herr Rossi. Bis bald Herr Rossi.“ All’inizio a me sembravano tutti un po‘ esagerati, eccessivi. Invece qua è visto come un segno di rispetto e un modo per stabilire un contatto con l’altra persona. E non succede affatto solo al telefono, ma in qualsiasi tipo di normale conversazione; escluse quelle tra amici o colleghi, ovvio. Il bello è che in teoria, voi dovreste fare lo stesso, ossia chiamare continuamente il vostro interlocutore per cognome. Io non lo faccio mai e sospetto di risultare abbastanza cafona. I problemi sono due: primo, non essendo abituata a tanti ghirigori, non mi viene affatto spontaneo e mi sentirei ridicola a farlo. Secondo, il più delle volte non capisco affatto il cognome della persona con cui sto parlando e allora, per evitare figuracce…

2 – Quando chiedete qualcosa a qualcuno, usate sempre, rigorosamente il condizionale. Sempre. Cercare di evitare come la peste di essere diretti. Avete bisogno di un appuntamento in banca, dal medico, per visitare una casa? Dite: “Per me POTREBBE ANDARE venerdì dalle 15.00 in poi. Per lei ANDREBBE?”.  Mai dire robe come: “Io posso domenica.”. Troppo diretto, troppo brutale. Più condizionali ci sono nella frase, più farete buona impressione sull’altro e più alzerete le chances di ottenere il vostro obiettivo. “Gradirei sapere” o “Sarebbe gentile se lei potesse” sono formule vincenti. Anche nello scritto. Sempre partire dal punto di vista che state chiedendo un favore all’altro e state cercando un compromesso che vada bene ad entrambi, che ciò sia vero o no. Poi parlate di conseguenza.

3- Salutate, salutate, salutate. Dite “Hallo” al passante sconosciuto e che mai più rivedrete. Dite “Guten Morgen” alla vicina di casa che incrociate al mattino uscendo per andare al lavoro, anche se i vostri rapporti sono inesistenti e, a parte quel Buongiorno, non vi dite mai null’altro e, in generale, vi ignorate felicemente a vicenda. Salutate rigorosamente quando volete un’informazione da qualcuno per strada o in un negozio. Mai approcciare qualcuno di colpo con un: “Ma il negozio a che ora apre?”. Non siate violenti e rozzi. Piuttosto dite, sorridendo se possibile: “Buongiorno, mi scusi, salve. Non è che per caso saprebbe a che ora riapre questo negozio? (…) Ah bene. Gentilissimo, grazie. Arrivederci.” Più salamelecchi fate, meglio sarà.

4 – Avrete già capito, arrivati a questo punto, che è indispensabile pronunciare di continuo le paroline magiche “Bitte” e “Danke” (“per favore”/“prego” e ”grazie”). Mi raccomando di non sentirvi timidi. Usatele, usatele, usatele. Tranne gli eccessi (tipo un “grazie” ogni 3 parole, che diventa ridicolo), con Bitte e Danke non risulterete mai fuori posto. Mi raccomando però: ricordate che in tedesco si dice “Nein, danke” per rifiutare qualcosa e “Ja, bitte” per accettare. Se dite “Ja, danke” confonderete l’altro, che non capirà se vorrete o no la tal cosa. A me è capitato più volte. Altra parolina consigliabilissima è “Entschuldigung”, ossia “Scusi”, per introdurre una richiesta da parte vostra, tipo: “Entschuldigung, wissen Sie zufällig viewiel Uhr es ist?” (Scusi, non è che per caso sa che ore sono?).

5 – Non crediate che in Germania sia semplice entrare in confidenza; ma forse ve lo immaginavate già! L’ho scritto altrove, ma lo ribadisco. In Germania dare del lei agli altri è super-stra-importantissimo. Ad esempio, mai la commessa in un negozio vi darà del tu, come succede spesso in Italia; vi darà del lei per tutto il tempo dell’acquisto, anche se entrate da anni in quel negozio. Sono esclusi negozi molto alternativi di abbigliamento giovane o DVD, per esempio. Ma sono casi rari. Idem con patate per chiunque non conosciate, anche se ha la vostra età o è più giovane, a meno che non si tratti di un bambino o un adolescente. Per esempio è obbligo assoluto dare del lei alle tate dell’asilo e alle insegnanti dei vostri figli.  Non crediate che solo perché la tata del nido ha 23 anni e voi 40, possiate dirle “Hallo Britta!”. Non fatelo neppure per scherzo. Sempre: “Guten Morgen Frau Schulze!”. Uguale per, che ne so, il medico, i parrucchieri, i terapeuti, l’agente immobiliare, il commesso della banca etc…etc… Soltanto se e quando la relazione diventerà più confidenziale e rilassata, potrete passare al tu. Ma solo dopo averne discusso con l’altro ed esservi accertati che ciò vada bene a entrambi.

Quelle che ho menzionato sono le regole di base per come muoversì in società, come risultare integrati e centrare l’obiettivo prefissato. Se c’è qualcuno all’ascolto che abita o ha abitato in Germania, potrà magari aggiungerne altre, che mi sono sfuggite. Attendo i vostri commenti con trepidazione!

La celeberrima riservatezza tedesca tra mito e realtà

L’invito è arrivato tramite una conoscente del marito supersonico, una vicina di casa con cui prende regolarmente il bus il mattino. L’evento si sarebbe svolto un sabato pomeriggio, nella via dietro casa nostra. Abbiamo deciso quindi di accettare. “Perché no?” ci siamo detti. E così il pomeriggio dell’appuntamento abbiamo atteso che la ragazza ci venisse a prelevare e siamo andati. Fatti pochi metri a piedi, girando l’angolo, abbiamo visto le panchine e i tavoli con le tovaglie bavaresi (ossia a quadretti bianchi e azzurri) allestiti sulla strada; poi abbiamo notato bevande di ogni genere, dal caffè all’acqua, all’Apfelschorle, all’immancabile birra, lì a disposizione di tutti. Torte e dolcetti di vario genere facevano bella mostra di sé su un tavolo, mentre i barbecue attendevano soltanto l’orario giusto per essere accesi. Da parte nostra abbiamo contribuito al magna-magna generale con una bella ciambella all’italiana, che abbiamo appoggiato sul tavolo, quindi tagliato e condiviso con i presenti. In pratica abbiamo partecipato alla nostra prima festa del vicinato alla tedesca. Come siamo arrivati, le persone sedute al nostro stesso tavolo, gentilissime, si sono presentate. “Hallo! Grüß Gott, ich bin der Werner! Ich wohne hier gegenüber in dem grünen Haus!” (Ciao, salve, sono Werner, abito qui di fronte nella casa verde!“). Ciascuno dava il nome e la posizione geografica, tanto per aiutare l’altro ad orientarsi. “Ti ho già visto, mi sembra, ma non ricordo dove” ha detto un signore dall’aria sorniona al marito supersonico. Poi di colpo è giunta l’illuminazione: “Aaaah sì, ho capito. Mi capita di passare spesso davanti a casa tua e attraverso le finestre, ti vedo cucinare!” Eh già è proprio lui. Intanto il bambino bionico, con fare circospetto, osservava i numerosi bambini del circondario anche loro intervenuti alla festa: ce n’era di tutte le età, dai 2 agli 11 anni. “Certo, è carina questa festa, è stata una bella idea organizzarla!” ha detto uno. “Eh sì, perché in questa zona siamo in tanti, ma praticamente non ci conosciamo.”, gli ha fatto eco un altro. “Ci si saluta, ci si sorride, ma poi finisce lì, non c’è un vero rapporto ed è un peccato!” ha aggiunto una signora lì a fianco. Ma allora è vero, mi sono detta io, è proprio come mi sembrava: questi tedeschi fanno più fatica di noi a fare amicizia tra di loro. Non sono solo io che, a causa della mia leggendaria timidezza, ci metto anni per lasciarmi andare oltre a un “Ciao” con chi non conosco. Qua sono tutti come me! Ciò da una parte conferma il mito dei tedeschi riservati, chiusi, distanti. D’altra parte però, guardando la scena in cui eravamo immersi, facevo fatica a pensare a gente fredda e poco sociale. Vedevo sorrisi a bizzeffe, mani e sguardi che s’incontravano, birre bevute assieme, sentivo risate comunitarie, udivo persone che non si erano mai viste prima tra loro, parlare come se si conoscessero da anni. Tedeschi asociali e gelidi? A quanto sembra stasera, direi di no, dicevo tra me e me. Addirittura in più di una occasione sono stata avvicinata spontaneamente da persone gentilissime, che mi hanno fatto ogni sorta di domanda su di me, con curiosità e vero interesse. Non c’era niente di formale o vuoto nel loro approccio, ma solo desiderio di conoscermi meglio. “Da quanto vivete qui? E dove lavori tu? E il bimbo dove va all’asilo? Ah sei italiana? Ah io sono stata in vacanza in Italia quest’estate. Roma, Genova, che meraviglia! È quello sul monopattino il tuo bimbo, vero? Che carino!”. Io trasecolavo, impressionata da tanta cordialità (fino a questo punto si spingevano i miei pregiudizi sui tedeschi: fino a rimanere stupita dalla loro simpatia!). All’inizio della festa, lo ammetto, mi sentivo come il solito baccalà decorativo. Nelle  situazioni sociali nuove, come ormai avrete capito, mi sento solitamente poco sciolta e tendenzialmente non vedo l’ora di andare via. Eppure dopo qualche ora, durante questa festa, ho iniziato a rilassarmi. Ho cominciato, udite udite, a sentirmi a mio agio. Robe da matti. Verso sera, mentre le chiacchiere andavano avanti e nuove persone arrivavano a getto continuo, qualcuno ha portato la legna e un contenitore di metallo ed ha acceso il fuoco. Poi fuori i bastoni, fuori i marshmellows e via coi bimbi intorno alle fiamme a cuocerli! Il buio scendeva, il freddo aumentava, ma l’allegria intorno a noi, oltre al fuoco, ci hanno scaldati parecchio. Abbiamo scoperto di vivere in una zona piuttosto internazionale del quartiere: oltre ai tedeschi provenienti da ogni parte della Germania, abbiamo incontrato greci, ungheresi e non ricordo più bene quale altra nazionalità. La festa, col passare delle ore, si animava sempre di più, il via vai di gente è stato continuo e ad un certo punto c’è stato anche chi ha iniziato a cantare.

Verso le dieci di sera, “stanchi, ma felici”, ci siamo decisi a tornare a casa. Abbiamo salutato tutti con un sorriso e ricevuto indietro altrettanti sorrisi.  “Tschüüüß! Gute Nacht! Bis bald! Danke für die Einladung! Wiedersehen” (Ciao, buonanotte, grazie dell’invito, arrivederci). E forse da questa esperienza, ci siamo portati dietro la fine di una leggenda e il crollo di un mito inossidabile: quello dei teutonici gelidi e inavvicinabili!

Io linko, tu blogghi, egli posta, noi twittiamo

Immagine

Ispirata da un post di Torquitax, ho iniziato a riflettere anche io su come migliorare il mio blog. Mumble mumble. Come prima cosa vi dico subito che anche a me piacerebbe aggiungere di tanto in tanto delle foto scattate da me in persona.  Vi sono tuttavia due problemi a tal proposito. Uno non posseggo una macchina fotografica degna di tale nome. Ho solo quella incorporata al cellulare, che, diciamolo papale papale, fa delle foto che fanno pietà: sgranate, scentrate, fuori fuoco, con chiaroscuri improponibili. Meglio di no, grazie. Secondo ostacolo : come fotografa, faccio schifo all’umanità. Riesco a fotografare volti a metà, a cogliere angoli insignificanti e inutili anche in posti magnifici, a fissare immagini con luci che peggiorano tutto e far risultare orendo persino il volto angelico di un bimbo in primo piano e in piena luce. Tuttavia sono ottimista e ho deciso che in un futuro non troppo lontano acquisterò una camera e cercherò di migliorare le mie abilitá fotografiche, per poter mostrare a voi lettori angoli insoliti e simpatici di Monaco di Baviera. Quindi portate pazienza e vedrete; vi attendono ritratti del capoluogo bavarese degni di Helmut Newton (beh circa…).

Se poi voi lettori, tanto per scopiazzare un’idea del collega blogger sunnominato, avete idee e suggerimenti che mi possano aiutare a migliorare con efficacia il mio diario on lain, ben vengano le vostre proposte. Si accettano a braccia aperte critiche costruttive di qualunque genere (“costruttive” ho detto eh).

Vi è un’unica cosa alla quale mai e poi mai mi piegherò, neanche tra cent’anni, neanche nella prossima vita; una cosa a cui sono contraria di default, che non comprendo, non appoggio, non condivido. Nemmeno se questo dovesse garantirmi il successo istantaneo, la diffusione planetaria del mio blog, il contatto immediato di tutti i maggiori sponsor della Terra. Tutto, ma non questo.

Parlo della necessitá di essere su tutti i social network possibboli e immagginabboli. Di mettere nella colonna di destra il logo di tutti i principali s.n. conosciuti. Ora, non prendetela come un’offesa personale se siete un blogger che twitta, che posta su Feisbuc, che bazzica LinkedIn e quant’altro, ma secondo me la mania di essere ovunque e a qualunque ora, non ha senso. Ora, va bene cercare di farsi conoscere, di raggiungere il pubblico, di comunicare, di creare un ponte mediatico coi lettori, ma a volte mi sembra che si esageri.

Ordunque, immaginiamo la situazione. Desidero appunto farmi conoscere e raggiungere il maggior numero di utenti possibile. Allora prima scrivo un post, poi lo pubblico su Feisbuc, poi ci metto il “like” da sola, poi magari scrivo un’e-mail – anzi 3 e-mail , ciascuna da un account diverso – a tutta la compa, pregandoli di mettere anche loro il “like” e di commentare. Poi ci faccio un Twitter sopra, quindi scatto una foto della Frauenkirchen, la aggiungo al post e la metto su Instagram e dopo la vado a sharare anche su Picasa e su Flickr. Infine metto la mia destinazione su Foursquare, ti aggiungo su Google+ , aggiorno il CV su LinkedIn, poi, non paga, creo una newsletter nella quale informo i lettori di tutte le attività di cui sopra. Diciamolo pure all’emiliana: vacca boia! Primo: non ho tutto questo tempo a disposizione. Io ho una vita. Io. Secondo: ma perché devo essere dappertutto a tutti i costi? Per poi, tra l’altro farmi venire il patema, perché 1) non ho abbastanza followers su Twitter 2) ho troppi pochi “like” su Feisbuc 3) il mio CV non è visionato abbastanza su LinkedIn. Mi sembra veramente che l’insopprimibile necessitá di essere continuamente collegati, linkati, networkati sia una nuova dipendenza. Scrivo un post, lo linko su Google+. Preparo una torta, la instagrammo. Vedo una conoscenza dell’asilo nido  e mando la Friend Request. Faccio pipì, scrivo un Tweet (non sia mai che io non aggiorni tutto l’universo su questo fatto fondamentale). Sapete che cosa vi dico? No, grazie, non fa per me. Sul mio blog non vedrete mai i patacchini luccicosi dei vari social networks in voga. Mi dispiace (o forse no). Cercare di farsi pubblicità va bene, comunicare va ancora meglio. Con ragionevolezza, con cautela però o si rischia l’inflazione. E adesso scusate, vado a inserire il mio profilo su quel nuovo sito per blogger, me ne hanno parlato tanto bene,corro a dare un’occhiata. Ahahahahah!

Nomen omen

Si dice che nel nome vi sia un destino. Beh nel mio c’è un destino sfigato. Il mio nome di battesimo, scelto dalla mamma italiana, è italiano, mentre il cognome è tedesco, per via di mio padre. Il nome è piuttosto raro, diciamo che andava di moda in Italia forse un centinaio di anni fa. Per questo a parte le difficoltà che ho sempre avuto nel farlo capire (Come dice scusi? Anilina? Severina? Belina?), c’é stato in passato chi mi ha detto: “Uh che nome romantico, sa di antico, evoca cose lontane nel tempo ” – commento poetico – e chi invece ci è andato giù pari: “È un nome da vecchia!” – commento cafone! Ma il peggio sta nel cognome. In Italia ho passato 36 anni a farne lo spelling continuamente a chiunque, per poi doverlo ripetere sempre almeno 2 o 3 volte, prima che dall’altra parte ci azzeccassero a scriverlo o a ripeterlo. Poi non vi dico le storpiature, tra cui la celeberrima e gettonatissima “Vietnam”: ma come si fa, dico io, a pensare che chiunque si possa chiamare così di cognome!
Quando mi sono trasferita in Germania, mi sono illusa che fosse finalmente iniziata la fine del tormento, del dover ripetere continuamente, spiegare (sa è un cognome tedesco. Ah e come mai?,  Eh per via di mio padre sa, ma io sono nata in Italia. Ma dai, pensi che io da piccolo avevo una compagna di classe, anzi no, la mamma della mia compagna che aveva un cugino il cui suocero era tedesco. Roba da matti, è proprio piccolo il mondo!), mimare, mostrare documenti, usare l’alfabeto morse e via dicendo. È vero, quel tormento è finito, ma in compenso ne è iniziato un altro: la condanna di sembrare tedesca a tutti gli effetti.
Quando ho un  contatto con chiunque qui in Germania, la cosa si trasforma regolarmente per me in un’agonia. Esempio a caso: vado dal farmacista e mostro la ricetta che mi ha dato il medico. Sulla ricetta c’è il mio cognome, il farmacista mi guarda e vede una tipa alta, secca, bionda e coi lineamenti nordici. Poi mi sente parlare, anche solo  per dire “Buonasera”, sente la pronuncia (che, mi dicono, sia quella di un madrelingua) e TRAC. Tutto bello baldanzoso, si sente in totale confidenza e via che spara una frase dietro l’altra a 200 parole al minuto, magari mangiandosele, infilando nel discorso espressioni gergali, parole in dialetto, proverbi tipici bavaresi e magari modi di dire assurdi, caratteristici solo di Monaco di Baviera. Io rimango lì imbambolata, qualcosa ho capito, adesso certamente capisco di più di un anno fa quando sono arrivata, ma può essere che il senso generale di quello che mi è stato detto mi sfugga o mi sfuggano parti del discorso, che però,  guarda caso, si rivelano fondamentali per un corretto scambio comunicativo. Allora spalanco gli occhi, metto su la mia espressione corrucciata e dico: “Bitte?
Können Sie wiederholen?” o “Können Sie langsam sprechen?“(Scusi? Può ripetere? Può parlare lentamente?)
A questo punto le reazioni possibili sono tre. L’altro ripete lentamente o alla stessa velocitá, con aria educata, senza farsi troppe domande: e qui mi va grassa. Oppure l’altro ripete scocciato, credendo che io sia un po’ stupida o molto distratta: e qui m’infastidisco. Oppure ancora l’altro é convinto che io abbia un problema di udito e inizia  a urlare, a gesticolare o a mostrarmi delle figure per farsi capire meglio. Non sapete quanto io mi senta a disagio. Allora certe volte dico: “Tut mir leid: ich bin Italienerin” (scusi, ma sono italiana), ma certe altre volte semplicemente non ce la faccio, sono stufa di dover spiegare, raccontare, giustificare: sono esaurita. Basta. Allora faccio finta di niente, spero di cavarmela comunque in qualche modo e buonanotte al secchio. E pensare che le prime volte qui, alla richiesta di vedere un mio documento, mostravo orgogliona il passaporto tedesco, lieta di avere finalmente dopo anni l’occasione concreta di utilizzarlo. Credetemi: ho smesso.

Le matte risate

C’è un’altra cosa che non ho ancora capito dei tedeschi. Una sera di qualche tempo fa a cena, un amico italiano, ma parecchio filotedesco, mi ha pungolata chiedendomi quali sono le tipiche cose che fanno ridere i “crucchi”. Mi ha presa in contropiede. Non ho davvero saputo rispondere, non perché i tedeschi non ridano, ma perchè io non ho ancora colto nello specifico quale sia il loro tipo di umorismo. Certo ci sono cose che fanno ridere chiunque, tipo gli aneddoti divertenti raccontati fra amici, ma io non parlo di queste.  Per esempio a italiani e spagnoli spesso piace ridere sui doppi sensi sessuali. Eh sì, non si può negare. Carlos, il mio compagno di merende qui al lavoro, me lo conferma clamorosamente (va da sé che si tratta sempre di generalizzazioni, ma giusto per capirci). Tanto per dirne una, una mattina me ne sono andata a prendere la “piadina” da Sabine, la tipa che ha un simpatico baracchino di fronte al mio ufficio e ci delizia con le sue bontà due volte alla settimana. Sabine a dicembre andrà a Cuba e ha pensato bene di chiedere a Carlos, suo affezionato cliente, di parlare in spagnolo con lei ogni volta che viene a prendere da mangiare, così che lei possa imparare la sua lingua ed essere pronta ad affrontare la vacanza al meglio! Carlos non ci ha pensato un attimo, ha colto la palla al balzo e iniziato a ridacchiare come un pazzo: “Ehehehe beh se non lo impari con me lo spagnolo, eheheheh, sicuramente lo potrai imparare direttamente sul posto. Ehehehehheheh” e Sabine: “In che senso?”. Lui: “Ma sì insomma, a Cuba potrai fare tanti incontri e imparare la lingua senza problemi. Ehehehehhe. Va lá che la impari, sono sicuro! Ehehehe”. Io non potevo fare a meno di ridacchiare a mia volta, più per le facce che faceva Carlos che per le battute in sè. Sabine era stranita e lo guardava con fare interrogativo : “Ma scusa, che cosa intendi? Come faccio a imparare là, mica mi sono iscritta a un corso.” Altre risatine da parte nostra. “Aaaaaah forse ho capito tutto! So che cosa intendi. Che i latini gesticolano molto e quindi si riesce a comunicare lo stesso, anche se non si bene lo spagnolo, vero?”. A quel punto io ero indecisa se buttarmi per terra dal ridere o nell’Isar per la disperazione. Sabine, era evidente, non stava cogliendo il doppio senso, l’allusione, il riferimento sottile, che per me era assolutamente ovvio. Era genuinamente stupita, non stava fingendo o altro. Proprio non capiva. Piú tardi ho raccontato questo episodio a Paula e Carmen e loro mi hanno illuminata: “I tedeschi non hanno questo tipo di umorismo: solo noi latini siamo abituati a vedere doppi sensi sessuali anche dove non ce ne sono”. Pensandoci, è vero… mi sembra. A meno che Sabine non sia semplicemente parecchio ingenua per conto suo, cosa possibilissima. Altro tipo di umorismo che caratterizza noi italiani è quello che si potrebbe definire “intestinale”: pensate solo ai film di Pierino et similia degli anni ’80 che rappresentano – tristemente – la tipica comicitá del Bel Paese (ma devo aggiungere che per fortuna non c’é solo quella!). E i tedeschi? Hanno un Pierinen? O qualche altro tipico personaggio che li fa ridere? Mi vengono in mente i comici che interpretano i tipici contadini qua in Baviera e fanno spettacolini alla Zelig sulla TV locale, ma c’é un piccolo problema: declamano tutto in bavarese e io capisco poco e niente! Il mistero s’infittisce…

Dottor Jekyll e Mr. Blogger

Dr_JekyllMr_HydeQuando si diventa blogger, ci si trasforma. Si subisce una mutazione permanente, irreversibile e perniciosissima. Prima si scrive, si corregge, si lima il post e poi lo si pubblica. E infine si aspetta. Si aspetta per vedere se il post piace, se viene letto, se interessa, se raccoglie consensi o suscita dibattiti. Tuttalpiù anche un po’ di polemica o di astio vanno bene. In pratica, in poche parole, si diventa assetati di commenti. Ebbene sì. Il commento è l’indice di gradimento, l’indicazione che siamo piaciuti o perlomeno che abbiamo destato l’attenzione del pubblico. È come una specie di Auditel per la TV. Si mette il proprio pensiero in rete e poi si controlla di tanto in tanto che cosa succede. I blogger più maniacali ed ossessivi sono capaci di fare un check  ogni mezz’ora: non si sa mai. Comunque la frequenza può variare; ma tutti, dico tutti, desideriamo essere letti e commentati. Ci dà un brivido di piacere vedere il numerino tra parentesi alla fine del post, che cresce, che sale, che non s’arresta. E se lo fa, se si arresta troppo in fretta, ci soffriamo. Ci domandiamo perché e a volte non troviamo la risposta. “Sarò stata noiosa? Scontata? Prevedibile? Forse banale. O magari a nessuno frega niente di questo argomento. O dovevo cogliere di più il lato ironico? O quello cinico. O sottolineare l’aspetto sarcastico. Dovrei essere più arguta. Ecco la chiave! Arguzia. O cattiva? Forse per suscitare interesse devo essere stronza o politically uncorrect.”.
E poi si fa il giro per i blog altrui, quelli più seguiti, quelli più cliccati, per capire, per estrapolare il segreto di tanto successo e farlo proprio. Ma non funziona, perché queste cose sono difficili a esaminarsi, sono anche frutto del caso, del momento, chissà. Allora ci si rivolge agli amici e ai parenti e s’implora loro di lasciare un commento e non si manca occasione per farlo. “Mi lasci un commento quando hai un minuto?”; “Hai letto il mio ultimo post?”; “Che cosa ne pensi della mentalità italiana? Ci ho fatto anche sopra un post, dacci un occhio e magari dì la tua!”. Che cosa non si farebbe! Alla fine gli amici ti odiano, odiano te e il tuo blog, non ne possono più delle tue richieste di commenti, dei tuoi messaggi subliminali (“uh quanto è divertente lasciar commenti nei blog” si declama con nonchalance una sera a cena con i vecchi compagni di scuola, quasi come se il tutto fosse perfettamente casuale). A forza di dai e dai, tutti vorrebbero vederti sparire per sempre dalla faccia della terra, tu e il tuo blog del cavolo. A questo punto il commento non te lo lasciano neanche a morire, fossi matto, mi rompe talmente le palle…poi se comincio e lo accontento, non mi smolla più.
Cari amici, parenti, lettori fissi e lettori casuali, abbiate un occhio di riguardo; non voltate lo sguardo schifati alla richiesta più o meno implicita di commenti  e perdonate tutti quei “E voi che cosa ne pensate, carissimi?” alla fine del post. Cercate di capire le manie di noi aspiranti blogger di fama (inter)nazionale. Dateci una pacca sulla spalla, incoraggiateci. E lasciate un commento, porca miseria!

 

Do you speak English?

Prima di arrivare in Germania avevo un mito incrollabile: i tedeschi parlano benissimo l’inglese. Lo imparano fin da piccoli a scuola, lo usano, si applicano e alla fine ci stupiscono tutti con la loro conoscenza superiore della lingua di Albione. Poi sono arrivata qui e mi sono dovuta ricredere completamente. I tedeschi non sanno benissimo l’inglese: si arrangiano, qualcuno sicuramente meglio di altri, ma in generale è meglio lasciar perdere. Premessa: l’inglese dei tedeschi è, in media, decisamente di livello parecchio più avanzato di quello degli italiani. Da noi, tranne fulgide eccezioni, siamo messi più o meno come Stefano Accorsi nel celeberrimo spot di anni fa: “Two gust is megl ke one!”.  Qui perlomeno le frasi riescono a metterle insieme, sono in grado di farsi capire discretamente e, se vanno a Londra , sopravvivono in maniera più che dignitosa. Gli italiani, invece, nella stessa situazione, se la caverebbero più che altro grazie alla gestualità e alla simpatia, che permetterebbero loro di procurarsi i beni di prima necessità, quali un letto e del cibo, nel caso in cui si trovassero improvvisamente teletrasportati in una città anglofona qualunque.
I primi tempi qui ero tutta baldanzosa: siccome erano dieci anni che non parlavo tedesco, non mi ricordavo quasi più nulla e quindi mi sentivo più sicura con l’inglese. Perciò mi lanciavo prima con quello, nella convinzione di trovare interlocutori preparati e scioltissimi. Ad esempio all’aeroporto di Monaco attaccavo bottone alle commesse dei vari negozi con l’intenzione di chiedere informazioni sui prodotti in vendita e subito leggevo panico e smarrimento sul loro volto. “Do you speak English?” cominciavo. Risposta classica: “Eeeeeeeeeh……ciast a litll pit” (traduzione: Just a little bit=solo un po’). “Scusa, ma allora che cavolo ci fai in un aeroporto internazionale a contatto col pubblico? Ma che speravi che tutto il mondo conoscesse il tedesco? Cambia mestiere va là!” pensavo io subito tra me e me. Il resto della conversazione era regolarmente e tragicamente comico, sconnesso e assurdo, fatto di frasi come: “Meipi iu ken ask mai collik. She spiks inglisc petta zen mi” (Forse può chiedere alla mia collega, che parla inglese meglio di me”). “Sì meglio, guarda, perché tu proprio non ci salti fuori, non sarebbe meglio che andassi sul retro a sistemare il magazzino? Mah!”. Ma il top assoluto è raggiunto quando pensavo in tedesco nella loro testa e traducono direttamente in inglese (tale e quale a quello che fanno gli italiani, del resto). Per me è un doppio lavoro: prima devo tradurre in tedesco quello che stanno dicendo in inglese, per capire che cosa hanno pensato nella lingua madre, e subito dopo lo devo trasporre in italiano e, sinceramente, tutto questo processo non sempre è possibile. “We have to put out this invoice” mi dice una collega (dato che la lingua ufficiale del luogo in cui lavoro è l’inglese). Io la fisso, ripeto la frase dentro di me, inizio a riflettere: “Dobbiamo put out  questa fattura; ok, ma put out che cavolo significa per lei? Ausstellen forse? Nel senso di emettere? Dobbiamo emettere questa fattura, in effetti ci sta; ma, un attimo, è già stata emessa, quindi non può essere. Aspetta….put out…put out… mettere fuori….archiviare? No, non mi pare. Dai che forse ci arrivo [… attimi di silenzio tragico…] No, non ci arrivo. Forse è meglio dire Excuse me?” e lo dico. “We have to put out this invoice” ripete lei, convinta che il problema fosse che io non avevo sentito bene o forse solo perchè non è in grado di usare parole diverse per esprimere lo stesso concetto. Al che, disperata, mi arrendo, dato che anche se le chiedessi di dirlo in tedesco, non andremmo forse molto lontano. Perciò le dico grazie, mi rimetto a lavorare e spero, almeno per un po', di non rivederla più.

Wie geht’s?

A volte cose che noi diamo totalmente per scontate e che ci sembrano ovvie o naturali, sono per altri fuori luogo, strane o inusuali. Un esempio eclatante è l’uso di chiedere “Come va?”, tipicissimo di noi italiani. Noi ci rivolgiamo in questo modo agli altri, come si suol dire, a ogni piè sospinto e praticamente lo facciamo con chiunque. Ad amici e  parenti è scontato che lo si chieda. Ma poi andiamo a prendere il giornale e apostrofiamo l’edicolante: “Salve, come va?”. Subito dopo incontriamo un fornitore in ufficio e immediatamente gli rivolgiamo un deciso: “Buongiorno, allora, come andiamo? Tutto bene?”. Manca poco che lo chiediamo al vigile che dirige il traffico all’incrocio. Eppure a volte, forse spesso – diciamocelo pure – di come sta il nostro interlocutore, non ce ne può fregare di meno. Chiedere “Come va?” è quasi un automatismo, un’abitudine, una frase detta per gentilezza, ma senza alcuna partecipazione. Noi: “Ah ciao Giulio, anche tu qui al meeting. Bene, bene. Allora, come va?”. E qui le possibilitá per Giulio sono due. Essere assolutamente falso, come la nostra domanda: “Benissimo, grazie, tutto a posto. Sono in forma smagliante!” oppure dire crudamente: “Beh, così, sai… ho i calcoli alla cistifellea, poi forse perdo il lavoro e ieri ho anche scoperto che mia moglie mi tradisce.” Ma inevitabilmente, implacabilmente, inesorabilmente, la risposta sarà: “Aaaah, che bello, fantastico, ottimo davvero. Benissimo!”. Perchè? Perchè non solo non ce ne importava di meno come Giulio sta, ma perchè non abbiamo neppure ascoltato la risposta e siamo subito passati oltre.
I tedeschi al riguardo, la vedono molto diversamente. Raramente, se non mai, ti chiedono “Wie geht’s?". Non gli interessa, ma non sono ipocriti come noi? Probabilmente. Non vogliono invadere l’altrui sfera privata? Può essere. Sono stronzi? Forse. Sta di fatto che, se abitate qui, sarà meglio per voi smetterla immediatamente di chiedere a destra e a sinistra “Come va?”, come facevo io i primi tempi. Vedevo un collega tedesco al mattino e subito mi lanciavo: “Hallo, guten Morgen. Wie geht’s?”; rivedevo per la terza volta il simpatico tizio che ci ha progettato la cucina e: “Guten Abend. Herr Z. Wie geht es Ihnen?”. Niente da fare: ottenevo solo risposte forzate e perplesse, sguardi truci e seccati, silenzi imbarazzanti e incattiviti. Era come se avessi detto qualcosa di completamente fuori luogo e inopportuno, manco avessi esclamato: „Sai, è un po’ che non vado di corpo”. 
Vi assicuro che persino i miei parenti mi osservano dubbiosi quando ci vediamo e io me ne esco con l’ormai famigerato “Wie geht’s?”.
I tedeschi non vogliono che gli si chieda “Wie geht's?”. I tedeschi, quando v’incontrate, non vogliono neppure sapere come te la passi tu e che cosa sta succedendo nella tua vita. Ad esempio, ho incontrato più volte un mio collega “germanico” davanti all’asilo dove vanno i nostri figli. Pochi minuti dopo, l’ho regolarmente visto anche in ufficio. Solo la prima volta ho osato accennare timidamente; “Ah allora quelli erano i tuoi figli eh! Ma come si chiamano?”. Dopodiché il mio entusiasmo si è spento completamente e non ho mai più riprovato ad aprire l’argomento; dal tono esitante con cui mi è arrivata la risposta, infatti, ho capito che queste cose, per loro, non si chiedono. Che la domanda era fuori luogo, punto e basta. E infatti mai una volta lui ha provato a dirmi: "Invece quello era il tuo bimbo? Ma quanti anni ha?" o simili.
Pertanto se volete davvero integrarvi in Germania, oltre a dire continuamente “Super!”, fate in modo di non chiedere mai, in nessuna circostanza: “Allora? Come va?”. E non fate ulteriori domande. Semplicemente, statevene zitti.