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Letterinen a Babben Natalen

Letterina per Santa Klaus, scritta dal bambino bionico tutto da solo:

LIBA NICOLAOS IC WÖNSCHE MIA (A)INËNN ZUC OE MIT FËANBEDINOG DAS NISC (C)ONPLICIËT EST ZCUM BAUN =

Lieber Nikolaus, ich wünsche mir einen Zug mit Fernbedinung, das nicht kompliziert ist zum Bauen =

Caro S. Nicola, vorrei un treno telecomandato che non sia difficile da costruire.

Io dico che ha la stoffa del genio! 🙂

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La visita pre-scolastica di screening obbligatoria di Fantozzi

In Germania non è detto che i bambini debbano andare a scuola nell’anno in cui compiono sei anni. Ci possono essere diversi motivi per i quali il pargolo farà il suo ingresso un anno più tardi nel mondo della frequenza obbligatoria. Può succedere e qua non v’è nulla di strano al riguardo. Alcuni bambini vanno a scuola a sei anni, altri a sette e fine della storia. Tuttavia quando ho raccontato questo fatto ai parenti italici, la cosa ha suscitato un mezzo scandalo e molta molta perplessità. In Italia, infatti, i piccoli, raggiunta l’età di circa 72 mesi, devono andare a scuola. Che siano pronti o no. Qua è diverso, anche se a noi pare difficile da capire. E per essere sicuri sicuri sicuri che il bambinello adorato sia davvero pronto per il grande passo che cambierà la sua vita e quella dei suoi genitori, i tedeschi lo sottopongono anche un’approfonditissima visita medica obbligatoria. Sì, visita medica. Sì, obbligatoria. In pratica l’anno precedente l’ingresso a scuola del proprio bambino o bambina, si riceve a casa una lettera in cui viene fornita una spiegazione del perchè e percome di questa visita e si viene invitati a telefonare all’ufficio igiene per fissare l’appuntamento. Ma non si può telefonare a caso eh. No. “Tutti i bambini nati nel mese X dell’anno Y: telefonare per prendere l’appuntamento tra il 15 e il 30 marzo dell’anno prossimo.”. In pratica ti danno l’appuntamento per prendere l’appuntamento, cosa che tanto piace ai nostri organizzatissimi amici teutonici. Bene, allora il genitore solerte telefona e fissa l’appuntamento, che, va da sé, sarà in orari da ufficio (tanto la mamma non lavora no? E quindi che problema c’è?), quindi gli toccherà prendere un permesso, uno dei tanti che devi prendere di continuo per accompagnare il pargolo alle milioni di visite mediche a cui qua i bambini vengono di continuo sottoposti. Fin da quando nascono, infatti, i pupattoli dovranno andare incontro ad una serie di controlli medici obbligatori a cadenza regolare, le cosidette U Untersuchungen (dove U sta appunto per Untersuchung, cioè visita medica). C’è la U1, la U2, la U3 e via di seguito, manco fossero nomi di  linee di metropolitane. Il risultato di ciascuna visita viene quindi certificato e accompagnerà il bambino per sempre nel suo percorso di vita. Questo serve ovviamente a fare emergere eventuali problemi nello sviluppo e, nel caso, ad intervenire tempestivamente. Da noi in Italia l’intera vicenda è presa, a mio avviso, molto più sottogamba e infatti ho conosciuto nel Belpaese diversi bambini i cui problemi sono stati scoperti quando ahimè era troppo tardi per porvi rimedio, perché “nemmeno il pediatra se n’era accorto!”; e allora il piccolo si è dovuto tenere i suoi casini. Vabbeh. Torniamo a noi. Il giorno della visita medica pre-scolastica di screening obbligatoria di Fantozzi, ci si presenta all’ufficio igiene con il bimbo, il suo libretto delle vaccinazioni, che devono essere state fatte tutte – qua, mi pare di capire, c’è poco spazio per le proteste sociali degli anti-vaccinisti, ma potrei sbagliare – il suo libretto giallo con sopra tutti i risultati delle U Untersuchungen e soprattutto il risultato della U9 Untersuchung, quella immediatamente precedente l’ingresso a scuola, la più importante. Il bimbo viene quindi ribaltato come il classico calzino, in quanto viene pesato, misurato in altezza e circonferenza cranica, gli vengono fatte prove dell’udito e della vista, gli viene chiesto di contare fino a dieci, di disegnare, di riconoscere alcune immagini e poi viene sottoposto a vari altri test più o meno ameni. Alla fine, se non v’è stato nulla di particolare durante questo primo screening, si può andare via felici. Se invece c’è stato anche il minimo inghippo, bisogna fare un ulteriore passaggio e cioè andare da un medico vero e proprio (quella di prima era un’infermiera), sempre lì all’ufficio igiene. Per esempio, nel caso del bambino bionico, l’infermiera s’è accorta che con l’occhio destro il piccolo, pur portando gli occhiali, non riusciva a leggere le ultime due righe della tabella per la prova della vista. Allora la dottoressa ci ha consigliato di andare dall’oculista per un controllo (l’ultimo era stato sei mesi prima). Io ho pensato dentro di me: “Beh andremo a Natale dal nostro oculista in Italia, come sempre. Faccenda risolta”. Mi ero illusa troppo presto. La dottoressa mi ha consegnato un foglio, pregandomi di consegnarlo a mia volta allo specialista degli occhi, che lo dovrà compilare con i risultati della visita e poi timbrarlo e firmarlo. Poi io lo dovrò faxare compilato all’ufficio igiene. Ovviamente questo ha escluso subito la possibilità del medico in Italia. Echeppalle, lasciatemelo dire. La duemilionesima visita medica! Arrivata in ufficio quella mattina, ho fatto subito partire un sondaggio d’opinione tra i colleghi genitori: “Tu dove porti il tuo pupo dall’oculista? Da nessuna parte? A chi potrei chiedere allora? Hai mai sentito di uno in zona? Me lo consigli?”. E poi giù dell’ennesimo appuntamento da prendere, sempre in orario da ufficio (ma quando lo capiranno che non è vero che le mamme sono tutte a casa full-time a prendersi cura della prole?). Poi bisogna ricordarsi di faxare il risultato della visita pre-scolastica alla scuola del bimbo, così sanno che la visita è stata fatta. Poi c’è la copia per noi, da archiviare nel faldone “Documenti Germania bambino bionico”. Poi c’è la copia per il pediatra, quella per il farmacista, quella per la donna delle pulizie, quella per il vicino di casa, per la nonna, per l’edicolante che ci vende il Topolinen, per il panettiere (ok, tutte queste ultime sono degli scherzi). Se ne esce vivi? si domanda alla fine di tutto il genitore smarrito. Forse no.

Per fortuna che di visite pre-scolastiche, come di mamme, ce n’è una sola!

Ore 18: calma piatta

Sono rientrata da qualche giorno a Monaco di Baviera. Sul volo di ritorno io e il bambino bionico eravamo gli unici passeggeri diretti a Monaco: tutti gli altri hanno proseguito per esotiche destinazioni e turistiche mete. Al nastro bagagli spirava un forte vento da sud e sulla scena passavano gatti enormi di polvere, modello film western. Il giorno dopo il nostro arrivo, io e il b.b. siamo andati a fare un giro in die Stadt, ovvero in centro. Già quando sono salita sulla U-Bahn semivuota, ho capito che, una volta arrivata, non avrei dovuto per forza sgomitare per farmi largo tra la folla. E infatti. Praticamente i miei passi risuonavano sul selciato, mentre l’afa che è calata in questi giorni su Monaco mi avvolgeva tra le sue spire! Boccheggiavo, vedevo annebbiato e disperavo di riuscire a mettermi su un mezzo di trasporto per tornare a casa: di sicuro sarei svenuta prima di raggiungere la fermata. Anche i turisti erano pochi e sparuti e degli artisti di strada che di solito decorano la zona pedonale, non vi era neppure l’ombra. Vedere Marienplatz e dintorni così poco frequentati e a mia totale disposizione, è stata un’emozione insolita. Una di quegli eventi che capitano ogni 100 anni, tipo araba fenice che rinasce dalle sue ceneri. Cammina, cammina, io e il b.b. stavamo per rientrare a casa scoraggiati, quando all’improvviso…TADÀ! abbiamo scoperto una vera e propria oasi in centro città, tra selciato, chiese e centri commerciali.

ImmagineSolo guardare la fontana dal magico zampillo, ci ha fatti sentire rinfrescati e rinvigoriti! Non a caso quello era l’angolo della città con la densità per metro quadro più alta in quel momento. Ma le gioie e le godurie di piccolo pezzo di paradiso, non erano finite lì. Era stato infatti allestito una sorta di circo ambulante a disposizione di bambini e adulti per il loro massimo divertimento. Attrezzi come trampoli, hula-hop, birilli, una corda per equilibristi, strane biciclette, palle e altre amenità erano lì per tutti, semplicemente da prendere ed utilizzare a volontà.

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Inutile aggiungere che i bambini si stavano divertendo come forse non era mai accaduto in vita loro, ma gli adulti di piú! Mamme e papà facevano a botte pur di accaparrarsi anche loro un attrezzo qualunque, un trampolo su cui torreggiare, una boccia da lanciare, un oggetto non ben identificato con cui compiere divertenti evoluzioni. Naturalmente con la scusa di insegnare al pargolo come si fa o per giocare un po’ con lui, da bravo genitore moderno. Ho lasciato il b.b. a  sbizzarrirsi, mentre io, accomodata su una sedia, mi godevo il fresco che arrivava dall’acqua della fontana! Vi lascio immaginare quanto sia stato difficile convincerlo a venire via: passavo da semplici ordini, a implorazioni, a minacce modello “Niente ovetto di cioccolata se non molli subito i birilli!”.

Ancora una volta Monaco è riuscita a sorprenderci! Sembra che la città non si dimentichi mai dei bambini, di dare loro un’occasione per spassarsela, di considerare che ci sono anche le loro esigenze.  E le vostre città sono a misura di bambino? Vi ricordate qualche esperienza particolare di quando eravate piccoli, sia a casa vostra che qualche città all’estero? Lasciate un commento!

Cercando di destreggiarsi tra le paludi nebbiose del bilinguismo

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Era inevitabile. Ho sperato che il nostro caso fosse diverso, che per qualche specie di magia noi ci saremmo salvati. Invece niente. Ci tocca affrontare la realtà: il bambino bionico, dopo un anno e mezzo di soggiorno in Teutonia, sa meglio il tedesco dell’italiano. Parla tra sè e sè in tedesco, ad esempio quando gioca da solo. Pensa in tedesco e traduce in italiano. Esempi. “Mamma, quando divento 6?” = “Quando compio 6 anni?” (dal germanico “Wann werde ich 6?”); “Mamma, dopo il mese di Iulio c’è Augosto!” (Juli e August in tedesco); “Mamma voglio giù” = “Mamma voglio scendere” da “Mamma, ich will runter”. Inutili i miei tentativi di correggerlo per ricondurlo sulla retta via dell’italica grammatica. La sua risposta fissa è “Sì, ma a me non interessa: io parlo come voglio”. Ah ok, se lo dici tu. Spesso poi mi chiede come si dicono determinate parole in italiano, a volte mettendomi parecchio in difficoltà. Tipo “Mamma, come si dice “Wasserstrudel” in italiano?”. Ehm…ehm… ci ho dovuto riflettere. “Vortice d’acqua!” ho poi esclamato trionfante dopo qualche minuto di meditazione. Stesso discorso per “Luftschlangen” (stelle filanti), “Planschbecken” (piscina gonfiabile) e “Matschhose” (intraducibile – sono pantaloni impermeabili spesso neri, blu o giallo fluo che i bimbi qua indossano per proteggersi dal freddo o per evitare di sporcarsi quando giocano in giardino).

Ora, da una parte mi fa ovviamente piacere che il b.b. stia assorbendo la lingua di Goethe con cotanta facilità. Dall’altra mi dispiace però che stia perdendo in qualche modo l’idioma di Dante, che poi è la mia lingua madre. Ed anche la sua. Ora, è vero che noi in casa parliamo quasi esclusivamente italiano, tranne quando viene zio Fritz a curare il giardino e il b.b. gli dà una mano (e tra l’altro ora, grazie a ciò, sa un discreto numero di nomi di piante in tedesco). Ma è anche vero che non appena mettiamo piede fuori dalla porta, ci immergiamo in un mondo in cui la lingua prevalente è il tedesco. All’asilo le tate parlano tedesco, anche se il b.b. tende a fare gruppo con i bimbi italiani. Va da sè che gli vengano insegnate le canzoncine tipiche dei bimbi, le filastrocche e le nenie in tedesco. Diciamolo: il suo mondo e la sua identità di bambino si stanno pian piano costruendo più che altro in tedesco. Certo, il b.b. non sarà mai al cento per cento come un bambino nato qui e con genitori entrambi tedeschi. Crescerà invece con due (o forse tre, data l’origine del marito supersonico) identità culturali. Sarà per sempre una sorta di mix, una persona con l’anima patchwork.

A me viene però da chiedermi: che cosa posso fare io affinchè non dimentichi completamente l’italiano? O meglio affinché lo impari correttamente. Posso portarlo in Italia il più spesso possibile. Posso supportarlo con DVD in italiano, libri di favole in italiano, fumetti in italiano. A un certo punto mi era anche balenata l’idea di iscriverlo ad un corso d’italiano di quelli organizzati dal Consolato, ma poi mi sono anche detta. “Non sará troppo? Già questi bimbi fanno diverse attività all’asilo, tra yoga, inglese, ginnastica, computer, taglio e cucito, pizzi e merletti. Ma che, ci devo infilare anche le lezioni di lingua? Non sarà meglio che invece si rilassi un po’ nel suo tempo libero, senza avere pensieri per la testa?”. E così, per ora, ho accantonato l’idea.

Stiamo a vedere come si sviluppa la situ in futuro. Lo terrò monitorato. Intanto, giusto per mostravi fino a quale punto questo bimbo si sta integrando, non solo linguisticamente, vi regalo una perla assoluta. Un’immagine esclusiva, una fotografia unica, una testimonianza preziosa e, forse, irripetibile. Uno di quegli scatti epocali, che le riviste di gossip di tutto il mondo faranno a gara per avere: il piede del bambino bionico che indossa….tadà… nientepopodimeno che sandaletto e calzinooooo! Ebbene sìììì!!! Non ci credevate eh? E invece è tutto vero; si tratta di un regalo per voi fedeli – o occasionali – lettori del blog.

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Che scoop eh?

Bambini con valigia

 

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento del 19 luglio. Questa non posso non raccontarla. La blogger di cui parlo nel post qua sotto (machedavvero.it) si è presa il tempo e la briga, su mia segnalazione, di leggersi questo articolo e di twittarlo, non con uno, ma addirittura con due Tweet. Mi scrive che condivide la mia opinione, mi ringrazia e mi fa i complimenti per il post. Che dire? Son quelle cose che ti cambiano la giornata! Grazie Chiara!

Da blogger appassionata quale sono, mi piace ogni tanto infilarmi qua e là tra i blog altrui; sono curiosa, mi piace mettere il naso nelle vite degli altri abitanti del Web. Mi diverto a scoprire autori interessanti, scritti originali, post divertenti, diari on lain simpatici. Così, tra una lettura e l’altra, qualche tempo fa sono approdata anche sul celeberrimo blog di una mamma espatriata. Se mi seguite, sapere che ho un’idiosincrasia per i mommy blog, ma questo, bisogna dirlo, è diverso. Leggero, fresco, spiritoso, ironico, non incentrato ossessivamente sulla bambina come fonte di vita e di senso per la madre. Si parla di tutto un po’, inclusa la vita a Londra, e per questo trovo carino leggerlo di tanto in tanto. Orbene l’ultimo post scritto dall’autrice, che parla di come ha mandato la figlia in vacanza per due settimane in Italia dalla nonna, ha suscitato un vespaio pazzesco. Quasi 300 commenti nei quali si alternano voci adoranti (sei la mamma perfetta, ti voglio bene, un bacio alla piccola!) a condanne irrevocabili (sei una deficiente che abbandona sua figlia per divertirsi come se avessi ancora 18 anni). Tutta questa confusione per una quindicina di giorni in vacanza lontana da mamma, mi ha veramente fatto impressione. Mi sembra che la quantità e l’intensità dei commenti rifletta il fatto che, in Italia, la tematica del distacco tra madre e figlio sia ancora un tema scottante, qualcosa di mal elaborato; come un piatto di cannelloni non ben digeriti adagiati sullo stomaco. Veramente tutta roba italiana, mi viene da dire. Pur non conoscendo approfonditamente la mentalità tedesca riguardo alla maternità, infatti, vi posso certamente dare la mia impressione dopo circa due anni di permanenza in Crucconia: le mamme tedesche sono molto meno melodrammatiche di quelle italiane. Sono attaccate ai figli, ovvio, ma non ossessivamente. Vogliono bene ai pargoli, di sicuro, ma possono sopravvivere anche a distanza da loro senza sentirsi smarrite, vuote e prive di senso. Cercano di promuovere l’autonomia dei loro cuccioli, anche attraverso vacanze in solitaria, perché sanno che questi, un giorno, dovranno prendere la loro strada.  Chiaro, parlo di un trend, non dico che tutte le mamme tedesche in blocco siano così. Ma insomma, tanto per farvi capire.

Poi c’è da fare un discorso a parte per le mamme espatriate, di qualunque nazionalità esse siano. Quando si espatria, si sa, si sconvolge tutta la propria esistenza, dato che la quotidianità costruita fino a quel momento va di colpo a gambe all’aria. Si abbandonano le proprie radici e ci si allontana da famiglia e amici (fa pure rima, voilà). Questo significa, il più delle volte, che i pargoli, che fino a ieri ogni tanto sbolognavamo alla nonna magnanima, mollavamo alla zia pensionata, consegnavamo alla sorella impietosita, beh quei pargoli ce li dobbiamo accollare noi genitori tutto il tempo. Tutto il tempo. Sempre. No stop. Ok, noi si va al lavoro e loro all’asilo, ma dopo? Ce li hai sempre appiccicati come delle cozze, diciamocelo. Meraviglioso, per carità; intensissimo, ci mancherebbe; straordinario, non dico di no. Ma anche faticoso, pesante, stressante. A volte decisamente soffocante, non neghiamolo. E allora che cosa c’è di più naturale, più benefico per gli uni e gli altri, più ideale, più liberatorio per tutti (quindi anche i bimbi!) che mandarli a casa dalla nonna, nella fattispecie in Italia, per un po’? Ovviamente non se questo comporta crisi atroci nel bimbo, nel caso in cui non sia ancora pronto per staccarsi dalle appendici materne e paterne. Ma vi assicuro che quasi tutti i miei colleghi expat, ad esempio, fanno così. L’estate incombe e la scuola chiude? Spedisci il pargolo in patria dalla nonna. Lui si diverte, tu ti rilassi, la nonna s’impegna, ma che vogliamo di più? La mia collega Carmen, spagnola, ogni estate a inizio luglio, di sabato, accompagna i pupi a Barcellona dalla madre, torna la domenica, lunedì va in ufficio e poi ogni venerdì sera per un mese prende l’aereo e li raggiunge.  Poi lei, il marito e i pupi trascorrono tre settimane in agosto alle zusammen, tutt’assiem! Sono morti i bimbi? No. Sono traumatizzati? Neppure. Sono crudelmente abbandonati al loro destino? Non direi. La situazione in realtà è una gran pacchia per tutti? Penso di sì.  A me questo giochetto non è ancora riuscito per una serie di ragioni, ma qualche settimana fa la nonna P. ha dichiarato che l’estate prossima sarebbe felicissima di ospitare  il bambino bionico a casa sua nel Bel Paese per una settimana o due. O gioia, o gaudio, che cosa odono le mie orecchie! Aspetta che prendo appunti. Mo’ mooo segno!  Sarà che non sono mai stata troppo appiccicosa col b.b., sarà che i piccoli distacchi mi sono sempre parsi molto salutari per entrambi, ma io in una situazione del genere non ci vedo davvero nulla di male, né di dannoso.  Anche se, va da sé, mi butterei dall’Alter Peter per il b.b, tanto gli voglio bene.

In conclusione, ripeto, non vedo alcunchè di scandaloso e neanche nulla di fuori dal normale nel regalare ai figli, ai noi stessi e ai nostri genitori un’opportunità di questo genere. Chissà un giorno come saranno ricchi, variegati e intensi i ricordi di questi bambini, divisi tra due mondi, ma in senso buono; bimbi/adulti che si  sentiranno a casa propria e a loro agio sia all’estero che in patria, senza che vi sia troppa distinzione tra questi due concetti. Lo immagino già il b.b., ormai grande, che si muove tra Italia e Germania con la stessa scioltezza, facilità e tranquillità con la quale io da piccola mi muovevo tra la città e il paesino di montagna a un’ora di macchina di distanza da casa. Dico, ma vogliamo mettere?

Schrannenhalle Viktualienmarkt

Avviso: questo non è un post sponsorizzato! Ho scritto tutto di mia iniziativa e non avrò per questo articolo retribuzione alcuna.

No, tranquilli, il titolo di questo post non è, nonostante l’apparenza, un’imprecazione in tedesco! Non è neppure una formula magica tipo “Hocus Pocus Maleficus”. Non è un codice fiscale, né un codice segreto da decifrare, ma il nome di un posto magico di Monaco di Baviera. Se passate di qui o addirittura ci vivete, vale totalmente la pena di farci il classico salto. Schrannenhalle Viktualienmarkt si trova a pochi passi dall’altro Viktualienmarkt, quello tradizionale, il più celebre, il famoso mercato all’aperto dove si vendono cibi freschi, quali frutta verdura, pane, carne, Würstel e ogni altro bendiddio. Schrannenhalle è, in buona sostanza, il suo fratello “di lusso”. Al chiuso, raffinato, ordinato, invitantissimo. Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 20, riserva gioie infinite per gli occhi e trionfi di sapori, colori, odori. Vi sono vari banchetti dove la merce, tutta di primissima qualità, tutte Delikatessen provienenti da tutto il mondo, è esposta in file disciplinate dalle quali non riuscivo personalmente a staccare lo sguardo. Cibo italiano, cibo asiatico, cibo esotico, cibo nostrano, tutto di prima classe. Confezioni invitanti, sacchettini colorati, pacchetti di design. Té profumato, riso di prima categoria, pasta selezionata, dolcetti gustosissimi,  condimenti superiori, pane sopraffino. Una manna.

Come ho messo piede dentro a Schrannenhalle, non ho potuto fare a meno di pensare: qua devo fare un reportage fotografico; questo ambiente è troppo magico, troppo unico, troppo imperdibile per non fare un paio di scatti da regalare ai lettori del mio blog. E allora ho tirato fuori il coraggio (vi ho detto che sono negata per la fotografia) e il cellulare e ho iniziato  a scattare. Portate pazienza se la qualità è quella che è, vi prometto che migliorerà.

Ecco a voi il risultato delle mie fatiche!

Sotto vedete il banchetto di O&CO. Si tratta di ottimi prodotti tutti a base di olio di oliva. Il gentilissimo commesso mi ha fatto assaggiare un olio di oliva a dir poco strepitoso, miscelato con una sorta di aceto per condire l’insalata veramente ottimo, dolce, fruttato. Un’esperienza gustativa, olfattiva e visiva da raccomandare!

Come vedete, si trova un po’ di tutto, non solo cose mangerecce.

Spero che questa carrellata di immagini vi sia piaciuta e vi abbia fatto venire voglia di passare da Schrannenhalle e magari assaggiare qualcosa. Noi abbiamo preso delle brioches e un Brezen  che ci hanno davvero deliziato il palato. Sto già pensando alla prossima volta in cui passerò da lá e farò scorta di prelibatezze.

E adesso, in esclusiva per voi, una grande sorpresa, un regalo, una perla imperdibile, una di quelle cose che succedono una volta ogni cent’anni e forse neanche.

Vi dico la verità. Per questo evento speciale mi sono ispirata ad un celeberrimo blog mammesco, che parla anche di vita all’estero. L’autrice del blog pubblica spesso foto della sua bimba; foto in cui però della piccola si vedono soltanto dettagli: un occhio, un piedino, la gonnellina, i capelli, il visetto coperto da un palloncino e via dicendo.  Allora, mi sono detta, perché non posso anche io regalare ai miei lettori delle foto-perla del bambino bionico, naturalmente visto solo in dettaglio o semi-nascosto? Accontentiamo schiere di fan in attesa delirante di vedere un angolino del b.b., un suo dettaglio, un particolare, magari la foto delle scarpine delicate, che, nel caso del blog di cui sopra, hanno pure fatto aumentare le vendite delle calzature fotografate? Non posso sottrarmi e quindi ecco a voi!

Visto che roba? Visto che inquadratura, che prospettiva, che angolatura? Visto che bimbo?

Visto che poesia, che tocco artistico, che foto misteriosa? Ci ho messo ore per ottenere questa sfumatura. Sfumatura, non “fuori fuoco” ok?

E ora la perla più assoluta, lo scatto più imperdibile, la foto che tutti sognano. Il dettaglio che vi farà capire più di ogni altro il carattere del b.b. : le scarpine delicateeee! Visto che esclusiva?

E ora mi aspetto almeno 46 commenti deliranti sul tipo: “Oddio, ma é meraviglioso il bambino bionico!! Siete stupendi! Che invidia, ti ammiro tantissimo per quello che fai. Fai delle fotografie meravigliose, vorrei tanto essere come te! Ti prego, fai altri post così, che mi fai sognareeee! Un bacio al piccolo!”

Ahahahahahahahahah!

Il bambino bionico

Devo ammetterlo: prima di scrivere questo post, ho esitato parecchio. Perchè di blog mammeschi in giro ce ne sono parecchi e io non vorrei mai che questo diario on lain venisse scambiato per uno di questi. Perchè al momento la rete è sovraccarica di racconti personali su vomitini, pannolini e pupù di neonati e sulle gesta eroiche  ed i miracoli compiuti da lattanti, bambini e adolescenti di ogni età. C’è chi racconta i primi passi del proprio pargolo e riesce a farci sopra diciotto post. C’è chi sfoga con ironia le sue ansie da mamma, sperando, nella condivisione, di alleviare le proprie paure e finisce che ti racconta anche che la sua principessa quel giorno si è rotta un unghia. E c’è chi si limita a due righe quotidiane, in cui descrive gli imperdibili gugugu del figlioletto, ma quelle due righe, seppur striminzite, devono per forza comparire ogni giorno sull’apposita pagina web. E poiché io, spesso, per partito preso evito le cose che tutti fanno, beh mai mi sognerei di travolgere i miei lettori con valanghe di post sulle tappe della crescita di mio figlio di cinque anni e mezzo, il bambino bionico. Però, dato che anche lui è protagonista di questa avventura tedesca, non voglio neppure far finta che non esista, e inoltre mi sembra giusto e rispettoso verso il lettore dare una spiegazione, chiarire il mistero, svelare il gran segreto, aprire il cofanetto magico e rispondere alla domanda che tutti da mesi si pongono. Ma perchè caspita questo bambino è soprannominato “bionico”? Forse che, come nella celebre serie televisiva ammericana anni ’70 “L’uomo da Sei Milioni di Dollari”, si tratta non di un bambino, ma di una creatura mezza umana e mezzo robotica? Oppure si tratta più banalmente di un pupo nato in provetta? O “bionico” è la storpiatura di “biologico”, dato che si parla di un pargolo nutrito esclusivamente di prodotti dell’orto coltivati a mano e irrorati con concimi naturali? Niente di tutto ciò. Ora potete finalmente smettere di rigirarvi nel letto la notte, di consultare amici e conoscenti per avere un parere, di googlare per ore come dei pazzi l’espressione “bambino bionico” – con e senza le virgolette – , tormentandovi di dubbi e domandandovi continuamente il perchè di questo misterioso soprannome. Da oggi la vostra vita cambierà: di seguito vi rivelo, finalmente, i motivi per cui ho trovato opportuno appiccicare al mio inconsapevole figlio l’etichetta di “bionico”.

  • Il bambino bionico è capace di svegliarsi alle 7 del mattino, correre, giocare, rotolarsi, fare capriole, saltare, arrampicarsi, fare a botte con altri bimbi, andare in monopattino, costruire casette coi Lego, fare puzzle, disegnare, fare un giro al parco, zompare da un divano all’altro del salotto, fare la cyclette e nascondersi dietro alla poltrona, senza interrompere mai la sequenza, senza mai lamentarsi della stanchezza e senza mai cessare di provare a coinvolgere un adulto qualunque – tata dell’asilo, genitore, amico di famiglia, passante – in queste sue attività. Alle nove di sera, quando io, macinata da otto ore di ufficio, tento di avviarlo sulla via del letto, lui è capace di dirmi: “Mamma, giochiamo?”.
  • Il bambino bionico possiede una proprietà di linguaggio che al confronto i membri dell’Accademia della Crusca sembrano tutti Mami di Via col Vento. Solo che pretende che tutti coloro che gli stanno intorno usino le parole esattamente nel suo stesso modo. Esempi tratti dalla vita reale: “Mettiti le scarpe. Su. Perchè non te le metti?” “Quali scarpe? Qua ci sono solo dei sandaletti” (da bravo bambino ormai tedeschizzato!) oppure le varianti “Scendi dalla macchina” “No, è un furgoncino”; “Ti metto la macedonia nel bicchiere” “Ciotola, mamma, ciotola!”. Ancora: “Sono stufa marcia di doverti dire che cosa fare” “Mamma, le persone non possono marcire” (e chiamalo fesso!).  Per non parlare di quando bacchetta me e il marito supersonico, perchè abbiamo usato il termine sbagliato in tedesco o non abbiamo imbroccato la pronuncia di “Neunzehnhundertfünfundfünfzig”.
  • Il bambino bionico è arrivato in Germania in gennaio sapendo dire, male, “Eins, zwei, drei” e verso maggio era già entrato negli annali dell’asilo per il record assoluto nella velocità d’apprendimento di una lingua puntigliosa e demotivante come il tedesco. Le tate lo citano spesso come esempio luminoso, ma irraggiungibile, di conoscenza della lingua di Goethe da parte di un bambino non madrelingua. Non mi squasserei più di tanto se, tra qualche anno, io sentissi le educatrici che ci saranno allora al Kindergarten, dire: “Narra la leggenda che molto tempo fa, vi fosse qui un bambino italiano, che dopo solo pochi mesi parlava il tedesco come non avesse mai fatto altro in vita sua. Perlomeno, questo è quanto raccontano i manoscritti.”.
  • Il bambino bionico è de coccio. Se è convinto di sapere una cosa, niente lo dissuaderà dal crederla, nemmanco l’evidenza più assoluta: continuerà per sempre a pensare di conoscere la verità a dispetto di tutto. Per esempio, poiché al momento sta imparando a leggere e scrivere in due lingue, capita che si confonda e che scriva con grande impegno “FLUCZOIC” (Flugzeug=aereo), come se fosse il nome di un farmaco anti-sinusite da inalare con l’aerosol. Dopodiché passa i successivi 30 minuti a confutare con tutta la sua forza me, che cerco di spiegargli che in tedesco, a differenza dell’italiano, non si scrive come si pronuncia. Perché lui sa, perchè lui ha vissuto e conosce, perchè lui è ben oltre i nostri banali concetti di vero e falso. E, più spesso che no, per non rovinarsi la giornata, è opportuno lasciar perdere e farlo vivere beato nell’illusione di avere ragione.
  • Infine, il bambino bionico possiede una velocità di movimento che lo rende capace di coprire distanze di qualunque tipo in tempi da Guinness. È sufficiente, infatti, allontanare gli occhi da lui per il tempo di Planck, l’intervallo di tempo minimo misurabile nell’universo, che lui è già schizzato chissà dove, forse verso altre galassie, ormai irrecuperabile. Tipicamente quando vado con lui in luoghi pubblici, necessito del guinzaglio: gli attacco un lembo del manico della mia borsetta alla maglietta e sono tranquilla che non sparirà. Tanto per dirne una, un pomeriggio ero con lui nel supermercato più grande di Monaco, un luogo pazzesco, enorme, nel quale, si racconta, vagano ancora le anime dei clienti che vi si sono persi dentro negli anni e dei quali non è mai più stata trovata traccia. Il tempo di scorrere con gli occhi lo scaffale delle carte igieniche e di decidere se è meglio quella rosa a stampe allegre o la classica bianca che va bene per tutte le circostanze, che mi giro e lui non c’era più. Panico. Orrore. Immagini di lui rapito ed esportato in India. Primo piano di me in lacrime col microfono dei giornalisti sulla bocca e la telecamera in faccia, mentre la Germania intera raccoglie accorata il mio appello “Ritrovatelo!”. Dunque inizio a correre tra i corridoi, a chiamarlo, a prepararmi la frase in tedesco per le commesse “Ha visto un bambino alto 1.22, con una maglietta blu…?”. Dopo qualche minuto, che cosa vedo? Il bambino bionico, ovviamente ignaro di tutto il terremoto emotivo che mi aveva provocato, rilassatissimo, con l’aria allegra e divertita, che scivolava con nonchalance e sicurezza tra una corsia e l’altra a bordo di un monopattino trovato nel reparto sport.

Che dite, ho abbastanza motivi per pensare che , in realtà, si tratti di un essere proveniente da un altro pianeta?

I figli crescono e le mamme imbiancano

 

 

 

 

 

 

È venuto il tempo di scegliere la scuola elementare per il bambino bionico. Ebbene sì. Adesso però concedetemi, per cortesia, cinque minuti di sbrodolamento mammesco, di luogocoumunismo, di frasifattismo, di malincotristezza, di fastidiosa banalità: come passa il tempo, mi sembra ieri che desideravo un figlio e adesso lo sto iscrivendo alle elementari, fra poco il mio pulcino avrà 18 anni e volerà via dal nido, certo i figli crescono e le mamme imbiancano. Va bene, grazie, ci voleva proprio, adesso posso rientrare in me.

Nell’ambito della comunità di espatriati, perlomeno qui a Monaco, uno degli argomenti che fa più tendenza tra chi ha figli, piccoli o meno, è il sistema scolastico bavarese. Quando sono arrivata in Germania io non ne sapevo nulla e vivevo felice. Poi ho iniziato a sentire delle voci, a leggere dei post su altri blog di expat, a chiacchierare con i colleghi di diverse nazionalità. Ebbene, pare che la scuola qui sia in pratica una sorta di schiacciasassi: la pressione sugli alunni per studiare sarebbe altissima e questi poveretti verrebbero selezionati prestissimo in base alle loro capacitá intellettuali. Arrivati alla (ancora) tenera età di nove anni, verrebbero infatti indirizzati dai professori verso il loro futuro percorso scolastico, in base ai risultati ottenuti a scuola. In soldoni e per semplificare al massimo la faccenda: se il pargolo è bravino e s’impegna, ha aperta davanti a sè la possibilità di frequentare le scuole più prestigiose della Baviera, dove verrà spremuto, stressato, battuto fino allo sfinimento. Al momento dell’uscita da queste scuole, però, potrà fregiarsi di una preparazione di prima classe e avrà la strada spianata per praticamente qualunque tipo di carriera. Se il bambinello, al contrario, è poco dotato scolasticamente, ahimè, ha il futuro segnato al contrario, ossia dovrà frequentare una scuola di tipo strettamente tecnico, entrare presto nel mondo del lavoro e diventare così, che ne so, un elettricista, un commesso, un tecnico di qualche cosa; magari bravissimo, ma pur sempre escluso dalle zone alte della società, dai livelli superiori di un mondo, quello teutonico che pare sia altamente stratificato socialmente (e quale mondo poi non lo è, ma questo è un altro discorso). Va da sè che ho davvero ridotto tutta la questione ai minimi termini, che la realtà è molto più complessa ed articolata und so weiter und so fort.  Per essere onesta devo dire però che ho sentito anche pareri positivi su questo sistema, pareri di genitori soddisfatti e di ex alunni contenti, che sono sopravvissuti e non hanno riportato traumi infantili di alcun genere, anzi hanno imparato a dare il meglio di sè, ad impegnarsi, a fare sacrifici finalizzati alla costruzione di un futuro solido; oppure che hanno accettato di non essere fatti per studiare e sono riusciti comunque e con serenitá a trovare il loro posto nel mondo.

La mia idea per la scuola del bambino bionico, comunque, sarebbe di tipo tutto diverso. Fin da prima della partenza per la Germania m’immaginavo mio figlio frequentare una scuola internazionale. Eh lo so, chiamatemi fissata, chiamatemi snob, chiamatemi un po’ come cavolo vi pare, ma io a questo tipo di percorso ci credo.  Come ogni genitore, mi stuzzica l’idea di dare a mio figlio quello che avrei voluto avere io e invece, per circostanze varie, non ho avuto. Vorrei vederlo crescere in mezzo ad un ambiente variegato e multilingue con la massima naturalezza; vorrei osservarlo diventare grande mentre si destreggia con spontaneità tra diverse lingue e fa amicizia come se niente fosse con bambini provenienti un po’ da tutta Europa. Lo so che magari suona idealista o troppo romantico, ma a me piace così. E alle scuole internazionali questa possibilitá esiste; e poichè si può anche inserirlo nella classe tedesca di questa scuola, perché non farlo?  In questo modo potrebbe sia imparare alla perfezione la lingua del paese in cui abita, frequentare amici tedeschi, evitando di chiudersi con gli expat, ma anche imparare con facilità una seconda lingua, tipo l’inglese e alla fine, decidere se rimanere qua in Germania, trasferirsi in Italia o sperimentare l’ebbrezza della scoperta di qualunque altro paese al mondo. Il b.b. da grande potrà muoversi come una trottola sul pianeta Terra oppure starsene fermo immobile a Monaco, crescere qui, farsi una famiglia qui, non mettere mai piede fuori dalla Baviera e vivere “happily ever after”. Ma almeno avrà avuto la possibilità di scegliere; almeno avrà potuto valutare; almeno non sarà stato costretto ad adattarsi perché privo di alternative.

Unico neo di tutta questa idilliaca situazione e vero nocciolo del problema: la scuola europea é situata a Sud di Monaco. Noi abitiamo a Nord e io lavoro a Hogwarts, paesino a sua volta a Nord di Monaco, dove si trova anche l’asilo del b.b. Questo significa, se le lezioni scolastiche iniziano alle 8 del mattino, bisognerà che il b.b. sia sul bus della scuola, che passa vicino casa, verso le 7.15. A sua volta questo comporta, per tutti noi, alzarsi all’alba, molto più di adesso, che apriamo gli occhietti sul mondo poco prima delle 7. Orrore. Per una notturna come me, una che si presenterebbe in ufficio con calma alle 10 se potesse, questo significa rivoluzionare la propria intera esistenza, regolare diversamente l’orologio interno, risistemare i miei ritmi biologici. Ce la farò? Ne varrà la pena? Sopravviverò? Il bambino bionico riuscirà a non perdere il bus metà delle mattine? O dovrà salirci, come io sospetto, ancora con le scarpe da allacciare e un toast al miele per metà in bocca? Restate sintonizzati su questo blog e lo scoprirete!

San Martino

Ich gehe mit meiner Laterne und meine Laterne mit mir. Dort oben leuchten die Sterne und unten leuchten wir!“ (Vado con la mia lanterna e la mia lanterna con me. Lassù brillano le stelle e quaggiù brilliamo noi!) . Erano giorni e giorni che il bambino bionico ci deliziava le orecchie in casa con la canzocina tradizionale che accompagna la festa di San Martino, cioè l’undici novembre. Festa qui in Germania molto sentita, assai più che in Italia, dove praticamente passa inosservata; perlomeno al nord, dalle mie parti. Quando ero piccola ricordo che mia madre ce ne parlava di questo San Martino, l’uomo che non aveva esitato a tagliare in due il proprio mantello con una spada per donarlo ad un povero in un fredda giornata autunnale. Allora ecco che Dio, per premiarlo, aveva fatto spuntare un raggio di sole e da qui l’origine dell’“Estate di San Martino” i primi giorni di Novembre, che sono di solito un poco più caldi degli altri.
Qui in Germania San Martino si festeggia per bene, con il Laternenumzug¸ la sfilata delle lanterne. All’asilo del bambino bionico le tate hanno chiesto di fornire un bastoncino con una lucina elettrica appesa – si trovano in tutte le cartolerie o supermercati a pochi euro – e poi i bimbi si sono costruiti con le loro manine d’oro la “Laterne” da appendere al bastone. Il b. b. era esaltatissimo all’idea della festa, della lanterna, della sfilata, dell’atmosfera che si era creata nell’aria, fino a voler dormire can la lanterna in camera, nei pressi del letto, per alcune notti. E quando è così, non puoi fare a meno di sentirti coinvolto anche tu.  Perciò alla fine ero emozionata anche io nell’attesa della festa all’asilo, che si è svolta il 9 novembre. Ci siamo trovati la sera nel giardino del Kindergarten, con il buio e la nebbia  a fare da contorno ideale per il corteo. Tutti i bimbi erano schierati in fila e i genitori con loro. Come al mio solito, mi sono esaltata alla sola idea di essere in mezzo a un gruppo di mamme, papà e pargoli di diverse provenienze e di sentire mille lingue tutte insieme, dall’ovvio tedesco, all’indispensabile inglese, all’onnipresente italiano, al immancabile francese, all’insolito ungherese: manco la Torre di Babele nel suo momento di massima gloria! E va beh, perdonatemi, ma io in mezzo  a questo tipo di situazioni ci sguazzo come un paperotto, come si suol dire.
Comunque il corteo si è snodato negli immediati dintorni dell’asilo, al freddo e al gelo appunto, accompagnato da canti tradizionali e infine coronato da un bicchiere di punch caldo per tutti: giusto per riportare il corpo ad una temperatura normale ed impedire così l’ibernazione generale.
Sarò infantile, sarò banale e forse anche retorica, ma mi sono davvero emozionata a passeggiare per mano col b.b. nell’oscuritá, in mezzo alle foglie cadute sul terreno, tra cento voci, con le lucine che ci accompagnavano. Mi sentivo io la bimba che canta le filastrocche, ride coi compagni e si diverte. Ich gehe mit meiner Laterneeee und meine Laterne mit miiiiiir. Dort oben leuchten die Sterneeeee und unten leuchten wiiiiiiiiir! Ein Lichtermeer zu Martinsehr. Rabimmel rabammel rabom bom bom!

P.S. al post. Proprio il giorno di San Martino mi è capitato di entrare nell'ufficio di una collega e vedere stelle filanti ovunque. Immaginate la mia sorpresa: cose del genere già in novembre! Beh la collega, tedesca, mi ha spiegato che qui in Germania il carnevale, cioè Fasching, comincia l'11 novembre. A Monaco il tutto non è molto sentito, ma ad esempio a Köln, prendono la  cosa molto "sul serio" e iniziano davvero i festeggiamenti con mesi di anticipo. Poi nei pressi della data fatidica, addirittura ci sono molti che si presentano in ufficio in costume da carnevale, un po' come qua in Baviera per l'Oktoberfest, dove la gente viene a lavorare in Dirndl o Lederhosen!. Roba da matti!

Pomeriggio in casa Cupiello

Lo temevo e adesso ci siamo: qualcosa è cambiato. I figli crescono e le mamme imbiancano. Il bambino bionico non è più il cucciolo di una volta; ha cambiato pelle come un serpente, si è trasformato ed è entrato in una nuova fase della vita. A quasi cinque anni, è iniziato per lui il periodo degli amichetti e del “vado a casa sua e poi lui viene a casa mia”.  Io lo so che nel giro di due minuti me lo ritroverò sulla soglia di casa con una valigia e uno zaino, che mi saluta infastidito per andare a vivere da solo, pensando: “Quella rompicoglioni di mia madre!”.
La prima volta è stato un paio di mesi fa. È arrivato a casa annunciando: “Mamma, domani David viene a casa nostra!” “Ah sì? Ma guarda. E chi l’ha detto?” “Eh l’ha detto lui” “Sì ma io non ho sentito i suoi genitori, magari prima è il caso di chiedere a loro, no? Senò come fa lui a venire fin qui? Lo sa dove abitiamo?” Ma il B.b., parecchio scocciato per la banalità delle mie osservazioni, mi ha risposto: “Ma uffaaaaa…gliel’ho detto io dove abitiamo. Prende la metro e arrivaaaaa!”. Ah già che stupida a non averci pensato!
Ieri è stata la volta di Luca, l’altro amicho italiano del gruppo al Kindergarten. La sua mamma ha ritirato sia il suo bambino che il mio e poi li ha portati a casa per farli giocare e nutrirli, con richiesta di ritiro verso le otto di sera. Che sollievo per un giorno sapere che qualcun’altro si cuccherà il b.b. per qualche ora e poi me lo riconsegnerà già divertito e mangiato, solo da lavare e lottare per infilarlo a letto.
Uscita dall’ufficio, mi sono goduta le due ore di libertà e poi mi sono messa in macchina e mi sono avviata verso la casa dei Cupiello, i quali vivono a Monaco da ormai 11 anni. Andando, avevo mille pensieri… Mi sono rivista bambina, che andavo a casa delle amichette, ho ricordato l’immagine della mamma che mi veniva a prendere e faceva due chiacchiere con l’altra mamma e ho pensato a quanto fosse pazzesco che adesso dall’altra parte della barricata ci sia io. E ancora pensavo, tesissima: “Chissà come saranno questi Cupiello, magari sono odiosi e snob. Magari arrivo là e non so che cosa dire. Beh si parlerà di Monaco, dell'Italia, di come è difficile parlare il tedesco, tu che lavoro fai qui, certo che c'è proprio freddo eh, eh già già”. Non è un mistero infatti che non sono proprio campionessa olimpionica di conversazione e spesso piuttosto che affrontare due chiacchiere con qualcuno che non conosco, farei il cammino di Santiago de Compostela in ginocchio e a ritroso.
Per fortuna nel giro di due minuti tutta la mia tensione si è stemperata. Nell’atrio del palazzo ho chiesto in tedesco a uno che entrava in quel momento: “Scusi, ma dov’è l’ascensore?” (abilmente camuffato da normale porta dal geniale architetto), solo per sentirmi rispondere in italiano: “Eccolo là. Ciao sono Agostino, il papà di Luca!”. Umiliazione tremenda per il mio tedesco, ma sollievo pazzesco per la mia timidezza: Agostino si è rivelato simpatico, rilassato, cordiale e chiacchierone. Ci siamo fatti il tragitto fino al settimo piano insieme ed è venuto fuori che lavoriamo nello stesso posto. Poi ho scoperto che anche Silvia, la moglie, è deliziosa; mi sono rilassata, abbiamo parlato, riso, ma veloce che ho la macchina in divieto e devo scappare, poi la prossima volta viene Luca a casa nostra, facciamo lo scambio eh mi raccomando, ok a presto, ciao, grazie di tutto veramente, buonanotte, ciao ciao ciao. Grazie ancora, sul serio, alla prossima.