Tu? Lei? Voi? Essi?

Se c’è una cosa che m’infastidisce particolarmente, sono i formalismi. Ad esempio, ho sempre trovato ridicola l’usanza tipicamente italica di chiamare tutti “Dottore”. “Dottore” per me è una parola riservata ai medici, non a chiunque abbia un titolo di studio universitario. Invece questa abitudine di appellare l’altro “dottore” fa un sacco di tendenza negli ambienti lavorativi italiani. “Dottor Gigioni ci vediamo domani per la riunione eh?, “Ma certo Dr. Pupazzi, non mancherò!”, quando magari i due lavorano insieme da anni, ma non sia mai che si chiamino semplicemente Stefano e Giorgio (oppure lo fanno se sono entrambi allo stesso livello gerarchico o se lavorano in una multinazionale con casa madre in America). Per non parlare del fatto che, per stare sul sicuro, bisogna chiamare “dottore” tutti, laureati o meno, così non si rischia di offendere nessuno. Perchè se scrivo un e-mail a qualcuno, apostrofandolo soltanto con “Sig. Taldeitali” e questo invece ha una sudata laurea, poi potrebbe aversene a male, potrebbe sentirsi declassato o sminuito. E allora via con “dottore” a cani e porci, un titolo che più inutile non si può. E lo dice una laureata, una che si è sempre scocciata a sentirsi dire “ Cara dottoressa”. Ma dottoressa de che?

Comunque, a quanto mi pare di capire finora, anche ai tedeschi sconfinfera il fatto di sentirsi chiamare “dottore”. Anche loro ci tengono e anche loro stampigliano orgoglioni il titolone sui loro biglietti da visita per fare bella mostra di sè. In questo, lo ammetto, speravo di trovarli più informali, più alla mano. Invece no. Però, a differenza di noi, i teutonici non si fregiano di titoli che non hanno solo per fare bella figura, la bella figura che a noi italiani tanto piace e tanto invoglia. Rimarrà sempre nel mio cuore, ad esempio, quel mio collega di tanti anni fa, che nella firma in calce alle e-mail aggiungeva sempre davanti al proprio nome e cognome il titolo, che non aveva, di Ingegnere. Ing. Paolo Stufetti, tanto per la bellezza della messinscena. Ma non è peggio la figuraccia barbina che ci si fa poi, quando la verità viene a galla? Non sarebbe stato meglio dire semplicemente la verità sui titoli di studio conseguiti? O si teme di non essere presi abbastanza in considerazione, di non essere rispettati come si deve?

Altra costumanza che io accetto a fatica, é quella di distinguere tra “tu” e “lei”. Lo so che lo fanno anche i francesi (loro addirittura col “voi”), gli spagnoli e i portoghesi, e magari a mia insaputa pure gli olandesi, ma io lo vedo come un eccesso, un orpello, un barocchismo. Secondo me il “lei”, nato certamente come espressione di una forma di rispetto per l’altra persona, ormai nella nostra epoca, mette distanza tra le persone. E il più delle volte porta con sé altissimi rischi di gaffes, offese e malintesi. Non vi è mai capitato, ad esempio, di non capire se il vostro interlocutore fosse più anziano o più giovane di voi o se provenisse da un ambiente più o meno informale e quindi di dibattervi per lunghi secondi nell’indecisione di dargli del tu o del lei? E allora magari gli avete dato del lei suscitando così l’ilarità sua e di altri? A me capitò una volta, appena arrivata su un nuovo posto di lavoro. Ho usato la formula magica “lei” per rivolgermi a una tizia gerarchicamente più in alto di me e con qualche annetto in più, tanto per stare sul sicuro. Ma il trucchetto non ha funzionato. In quel posto di lavoro infatti era abitudine, perlomeno fino a quel determinato livello gerarchico, darsi del tu. Equindi il mio approccio è risultato in quell’occasione pomposo, rigido e persino fuori luogo. Simili situazioni imbarazzanti mi sono capitate più volte con le altre mamme dell’asilo del b.b. in Italia, dove a volte davo del tu, perché tanto abbiamo la stessa etá e siamo come in famiglia e mi vedevo trafiggere da un sopracciglio alzato e altre volte ho dato del lei e, ancora una volta, sono passata per esagerata. Lo so che ci sono problemi più gravi nella vita, per carità. Però.

E comunque anche i tedeschi in questo non sono da meno di noi, anzi sono da di più. Qui in Germania, infatti, bisogna dare del lei (sietzen) sempre e comunque a chiunque. Guai a dare del tu (dutzen), se non in rare e ultrasicure circostanze, tipo tra amici, parenti o colleghi stretti. Ci si dá del lei nei negozi, negli studi medici, negli uffici pubblici e ovunque altro vi venga in mente. E poi si deve fare il nome dell’altra persona accompagnato da Herr (signore) o Frau (signora) il più spesso possibile. Esempio. All’asilo del b.b. in Italia, davo del tu alle tate, ma qui non oso. E infatti vengo sempre approcciata dalla tata del b.b. come Frau Nachname. “Hallo Frau Nachname, guten Morgen. Wir gehen in die Bibliothek mit den Kindern heute Frau Nachname, wissen Sie? Gut, dann bis Morgen Frau Nachname”. Uffa e cheppalle, mollami con sto Frau Nachname, no? Unica eccezione qui sono i negozi molto trendy e cool per gggiovani, dove mi è capitato di chiedere info ai commessi con il “Sie” e mi sono sentita rispondere con il “du” a tempo di rap. E poiché mi sono giá abbastanza tedeschizzata, mi sono pure sentita offesa e ho pensato: ”Ma ke cosa tice qvesto cafone???”. Stessa cosa quando sono tornata in Italia per Natale e in qualunque negozio entrassi, al mio “Non le sembra un po’ grande questo per me?”, mi sentivo aggredire con un simpatico “Oh se vuoi ti faccio provare anche la taglia più piccola eh!”. Ogni volta trasalivo, mentre un tempo mi sarei pure sentita a mio agio! Il processo d’integrazione è diventato irreversibile, temo.

Per concludere tutto questo sproloquio, direi che in un mondo (per me) ideale, ci si chiamerebbe tutti per nome e ci si darebbe tutti del tu, senza distinzioni di sorta, esattamente come si fa in inglese. Che tu parli con la regina d’Inghilterra o con il tuo miglore amico o con un passante per strada, userai sempre e comunque il “you”, che fa sentire subito sullo stesso livello dell’altro. È come dire: “Non m’interessa chi sei, che cosa fai, che cosa hai studiato, quali obiettivi hai raggiunto nella vita, se più prestigiosi o meno dei miei. Non m’interessa che tu t’inchini davanti a me perchè è capitato che io nascessi qualche anno prima o che mi porti un rispetto solo apparente a causa di qualche sbiadita regola di galateo. Quello che conta è che siamo due persone che interagiscono, per breve o lungo tempo, e soprattutto quello che abbiamo da dirci. E il tuo parere vale quanto il mio.”. Ecco così.

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11 risposte a “Tu? Lei? Voi? Essi?

  1. Ciao Eireen, adesso mi sono riadattata, ma quando sono tornata a vivere in Italia, davo del lei anche al cane tra un po’! Ora do del tu quasi a tutti come si usa qui.
    Il mio padrone di casa è un medico che insegna all’Università e la prima volta che l’ho chiamato Dottore, mi ha corretto in Professore! L’amministratore lo devo assolutamente chiamare Ragioniere sennò ci rimane male…..
    katia

    • Ah già dimenticavo: guai a chiamare un professore, tipo un primario ospedaliero, semplicemente dottore. Per dispetto non comprerà mai più un farmaco prodotto dalla ditta da cui tu, che hai sbagliato appellativo, stai chiamando. E ti odierà per tutta l’eternità!

  2. Io come al solito non faccio testo, difatti sono andato a finire in un ambiente di lavoro molto informale (come sai giá bene). Dopo i primi 10 minuti di presentazione al team la Tutor mi ha detto subito dutzen! E io ho capito che mi dava del cretino patentato. Invece voleva appunto dirmi che dovevo darle del tu, mentre io abituato nei nostri uffici le davo del lei (sietzen). Qua si fanno chiamare tutti per nome, non esiste che chiami Frau di qua o Frau di la. Si dicono Frau solo per prendersi in giro! Fai un po tu. Comunque la storia dei dottori non l´ho mai capita neanch´io. Eppure proprio come te sono laureato, ma non mi sognerei mai di andare in giro con il cartellino Dottor Torquitax. Per caritá. Mica bisogna sempre prendersi sul serio, se no sai che noia…

  3. Dottor Torquitax!! Ahahahahahah meraviglioso! Strepitoso. Mi spiace per te, ma d’ora in poi, con tuo grande dispiacere, ti ribattezzo Dr. Torquitax. Meglio ancora di “Herr Stufini”, come mi capita di chiamarti a volte per e-mail!

  4. Uhm, questione spinosa. Noi lavoriamo in inglese e quindi è “you” per tutti e ci si chiama per nome tutti, dal gran capo alla signora delle pulizie. Non per questo, credo, ci si manca di rispetto. Fuori dal lab do del “Sie” a tutti e pace. Ma pensa un po’ che a Napoli, la mia città natale, si usa ancora dare del “Voi”, soprattutto alle persone anziane. Li è veramente un casino 🙂

  5. Anche noi lavoriamo in inglese e infatti lo adoro. E confermo che non vi é nessuna mancanza di rispetto nel date del “you” a tutti. Evviva l’inglese!

  6. Sono d’accordo!
    Se lo vuoi sapere, in Turchia si usa il voi!

  7. Domanda: ma siamo sicuri che lo “you” non sia in realtà un “voi”? In fondo la seconda persona singolare e la seconda plurale si nominano allo stesso modo. Mi sembra strano che qualcuno possa permettersi di dire alla Regina d’Inghilterra una roba tipo: “Ehilà Betty, come butta?”.
    Sull’utilizzo improprio dei titoli sono d’accordo: hai mai provato a chiamare “dottore” un “ingegnere”??? Apriti cielo!
    Anche io da laureata detesto quando vengo chiamata “Dottoressa Nina”: mi sembra che vogliano prendermi per i fondelli! Ma chi, Dottoressa? Io?!?! Non è possibile! ahahaha
    Invece dissento sull’utilizzo del “tu” indiscriminato. Ci sono situazioni nelle quali sarebbe troppo ingessato ma è buona educazione non mettersi subito in una condizione di pari con un’altra persona.
    Addirittura sapevo che alcune categorie di lavoratori, come i camerieri ad esempio, considerano svilente il fatto di sentirti appellare in maniera troppo confidenziale, come a voler intendere “io sono l’avventore e TU sei il mio schiavo”.
    Tendo a dare del “lei” a chiunque per rispetto ed educazione, al massimo sarà il mio interlocutore a chiedere maggiore confidenza.
    Mai trovata in imbarazzo per questo, anzi ho colto una sorta di ringraziamento implicito anche da parte di chi mi ha subito offerto di passare al “tu”. Forse l’esperienza che ci raccontavi era un tentativo di mobbizzarti appena arrivata, non esiste che un gruppo di persone derida un nuovo collega solo perché questo è stato educato.
    Al contrario mi è capitato di trovare persone nell’ambiente di lavoro, nella fattispecie fornitori e non colleghi diretti, che una volta passati a maniere più intime si sono presi tutto il braccio, oltre alla mano, e ho dovuto ristabilire l’ordine portando nuovamente il rapporto su un piano formalissimo.
    Non esiste che per esprimermi disappunto mi scrivi “no cara, guarda che…”: ma oh! che cafone! Io non sono sua sorella, sono quella che lo paga.
    Nina

  8. Cara Destinazioneestero, se non mi piace il “lei”, figurati il “voi”! Cara Nina, grazie del tuo lungo e articolato commento. Rispondo punto per punto. Sì, può darsi che in inglese “you” significhi “voi” in certi casi, ma alla fine che differenza fa? Sempre di “you” si tratta. Certo cambia il tono. Alla regina dirò “Her Majesty, would you like to…?” e alla mia migliore amica mi rivolegrò con “Hey you what’s up!”.
    Interessanti le tue riflessioni sull’uso del tu indiscriminato. In effetti sono anche io molto infastidita quando sento qualcuno al ristorante rivolgersi al cameriere col tu. Io non lo faccio mai, mi sembrerebbe appunto di declassare la persona allo stato si schiavo. Però credo che anche qui conti il tono. Uno potrebbe anche dire: “Scusa, gentilmente mi potresti portare un piatto di spaghetti?” e il camarro potrebbe, in un mondo ideale/parallelo, rispondere: “Te lo porto con piacere!”.
    Grazie anche per avermi difesa con la questione dell’aver dato del lei a quella manager nel nuovo lavoro. In effetti non hai torto e io sono stata educata, mentre è stato cafone quello che mi ha presa apertamente in giro per avere usato il “lei”. Me lo ricorderò per una prossima occasione.
    D’accordo anche sul discorso delle giusta distanza coi fornitori. Ma che ti prendi confidenze? Ma stiamo a scherza’???? Ciao! E.

  9. Appleforever

    Ciao Eireen,
    condivido il tuo entusiasmo per la mancanza di formalismi – e confermo, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, che in ambienti internazionali spesso e volentieri si usa darsi del tu, non solo per l’uso della lingua inglese (per essere formali si potrebbe dire Mister Cognome, ma spesso ci si chiama per nome, indipendentemente dalla gerarchia e dai titoli vari che uno si ritrova o meno).
    In passato ho lavorato per una ditta che aveva (anche se molto raramente) relazioni d’affari con ditte italiane, ed eravamo alquanto stupiti che tutte le volte che scrivevamo o parlavamo con queste ditte, si rivolgevano a noi chiamandoci “Dottore…”. Faceva strano, ma per dirla tutta era anche piacevole.
    Comunque il luogo dove ho vissuto il massimo della mancanza di formalismo, dove tutti si danno del tu e si avverte un sentimento di grandissima solidarietà e vicinanza tra tutti i cittadini, è Cuba. Lì è veramente il massimo, è sentito, è vissuto. Almeno per questo aspetto potrebbe essere il tuo paese ideale. Poi per il resto (qualità di vita e dei servizi), presumo ti troveresti sempre meglio in Germania.

    • Buongiorno Appleforever e benritrovato! Sono lieta di risentirti. A Cuba non sono mai stata, anche se ne ho sempre sentito dire meraviglie! In effetti, dato che mi trovo così bene in Germania, non credo che potrei vivere a Cuba con altrettanta facilità. Comunque è sempre il solito dilemma: nei paesi in cui si trovano calore umano ed accoglienza, ci sono in generale problemi sul piano economico, dei servizi etc… e dove invece trovi organizzazione e un’alta qualità della vita, la gente è più chiusa e si fa più fatica ad inserirsi. Quale dei due scegliere? Essere o non essere, questo è il problema. E ciascuno deve trovare la sua risposta.