Expatriation Blues

L’expatriation blues si presenta come un disturbo dell’umore che sopraggiunge a sopresa e resiste tanto più tenacemente, quanto più si crede di esserne immuni. Si tratta di una sorta di virus parassita, non particolarmente dannoso se ben gestito, ma quasi letale se gli si permette di prendere possesso completo di sè. Puó attaccare all’improvviso, del tutto inaspettatamente, o può installarsi gradualmente nella mente dell’espatriato in procinto di rientrare all’estero, ad esempio pochi giorni prima del rientro stesso.

I sintomi sono inequivocabili e sono i seguenti (non si presentano necessariamente tutti insieme):

–       Tristezza diffusa;

–       Insostenibile necessità di piangere copiosamente a tratti;

–       Senso di attaccamento al proprio paese natale in stile melodramma. Del tipo che non vorreste più andarvene e vi aggrappate alle tende del salotto mentre ponete un braccio sulla fonte in segno di disperazione;

–       Impressione netta che “come qui da nessuna parte al mondo”;

–       Timore o, nei casi peggiori, puro terrore di avere sbagliato tutto emigrando all’estero; questo sintomo sopraggiunge con tanta più forza, quanto maggiore è stata la convinzione con la quale siete originariamente partiti;

–       Convinzione che nel vostro paese di destinazione non troverete mai amici così cari e che vi vogliono così bene come a casa;

–       Generico senso di nostalgia;

–       Visione improvvisamente rosa di tutti gli atroci difetti per i quali vi siete allontanati dal vostro luogo natio. Esempio nel caso dell’Italia: “Beh in fondo tutta questa disorganizzazione e questo caos si traducono in allegria e simpatia” oppure “Se torno indietro, un lavoretto lo trovo, dai. Che sarà mai sta crisi, poi?”.

Cari lettori, non ci vuole un QI superiore alla norma per intuire che scrivo il mio post su un argomento del genere perchè l’expatration blues questa volta ha preso anche me. Eh sì, lo devo ammettere. Non più tardi di qualche giorno fa scrivevo quanto avessi voglia di tornare in Germania, alle mie abitudini, al mio ambiente. E adesso sono qui che pesto sulla tastiera del mio PC, sprofondata in uno stato malinconico, che l’asinello di Winnie Pooh al mio confronto sembra un ilare mattacchione.

Vi assicuro, io non sono proprio il tipo da EB. Chi mi conosce lo sa bene; sa con quanta forza, tenacia e voglia ho cercato per anni un lavoro all’estero. Sa quantio io credessi, e ancora credo, in questo progetto, in questo sogno, in questo cambiamento. Sa quanto io ne avessi bisogno. Sa quanto non resistessi più nel Belpaese e come vedessi difetti ovunque: credo che negli ultimi mesi, quelli precedenti la partenza, io fossi addirittura diventata allergica all’Italia. Eppure.

Tuttavia. Ieri ho avuto una conversazione illuminante sul tema con Paula, una del gruppo dei miei inseparabili compagni di pranzo in caffetteria. Paula, la mia dea ex-machina, Paula, il mio faro nella notte, Paula, il mio “Moment” per l’emicrania . Proprio lei che è venuta via da casa solo per seguire il fidanzato, che non si sarebbe mai mossa dal paesello, Paula che “mi sa che prima o poi torno in Portogallo”. Io ho esordito con “Sai che due giorni prima di partire per tornare qui, mi sono sentita triste e ho pianto?”. Lei ha risposto con un netto, deciso, stupitissimo: “TUUUUU?” a occhi e bocca spalancati. E già questo vi da l’idea di quanto lei mi percepisca come qualcuno che può avere nostalgia di casa. Insomma, per farla breve, le ho spiegato a grandi linee il mio stato d’animo. E lei, con la massima naturalezza, parlando come se esprimesse la più ovvia delle ovvietà ed accompagnando il tutto con il più dolce dei sorrisi, mi ha detto: “Sì, ma considera che mentre eri in Italia, eri in vacanza. Avevi ritmi rallentati, non dovevi andare in ufficio, potevi vedere i tuoi amici in qualsiasi momento, eri rilassata e sapevi che saresti stata lì per poco tempo, quindi tutte le tue sensazioni belle erano amplificate. Se tu tornassi davvero a casa, non sarebbe così, dovresti cercarti un lavoro, tornare nella routine, rifare la vita che facevi prima. Proveresti sentimenti del tutto diversi!”. Santo cielo. Ha ragione, mi sono detta, come ho fatto a non pensarci, come ho potuto credere che queste tre settimane a casa riproducessero lo stile di vita che potrei avere se rientrassi? Si è trattato di uno strappo nella trama della mia vita quotidiana, di un salto in una dimensione diversa, di un’incursione temporanea in un altro livello di esistenza, che non ha niente a che vedere con la vita reale. Beh, non mi sono subito sentita sollevata? Non ho visto subito l’intera situazione sotto una prospettiva differente? Non è stato come risvegliarsi da un sogno, bello, ma anche pericoloso? Direi di sì. È stato come vedere di colpo qualcosa che in realtá era già lì, davanti a me, ma io avessi per tutto il tempo guardato altrove.

Oggi ancora un po’ di tristezza la sento e me la concedo, ci mancherebbe, ma non lascio che prenda il sopravvento e mi affoghi, travolgendomi. Va a onde.  So che queste onde passeranno e attendo, sicura che tra pochi giorni l’EB sarà giusto un ricordo.

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14 risposte a “Expatriation Blues

  1. E’ vero, succede anche a me che ora vivo all’estero, ma mi succedeva anche quando vivevo in una regione d’italia che non era la mia. La situazione era la stessa: quando si torna a casa in genere si è in vacanza, ci si alza tardi, si è più rilassati e riposati, si vede il luogo con altri occhi. E gli amici e i parenti fanno a gara per trascorrere un po’ di tempo con te.

    • “E gli amici e i parenti fanno a gara per trascorrere un po’ di tempo con te.” È verissimo ed è la sensazione più bella: non ho mai ricevuto così tanti sms in vita mia come in nelle 3 settimane appena trascorse in Italia. “Allora quando ci vediamo?” “Ou sei tornata? usciamo?” “Carissima, ho voglia di vederti!”. Roba da sentirsi come una diva del cinema assaltata dai fan! `na meraviglia!

  2. Allora sono caduto vittima dell´expatriation Blues quel giorno famoso sul treno. La mia cura é stato il lavoro: giá il giorno dopo seduto alla scrivania non é che avessi molto tempo da pensare al magone (ignorando di che patologia fossi affetto l´ho chiamato semplicemente cosi). Al momento sono guarito. Questo tirocinio ha del miracoloso!!!
    Comunque voglio candidare la tua collega a genio del mese. Non mi era neanche passato per l´anticamera del cervello che le cose potessero stare cosi. Ha illuminato anche me. Paula for President!

    • Viva la Paula!!! Se solo sapesse che ho scritto un post sulla sua genialata… Beh quando sarò una blogger di fama internazionale, glielo svelerò!

  3. Paula ha detto la verità, tu vedevi l’Italia come la vedono molti turisti esteri: bella, con pochi difetti. I difetti li vedi quando ci vivi però.
    PS: c’è ancora la bellissima pista di pattinaggio in Karlstur?

    • Ciao! Io sono stato a Monaco in visita turistica (la sesta) settimana scorsa e la pista c’era ancora e stando alle webcam sembra che sia ancora allestita!

  4. Ciao Paolo, essendo appena rientrata a Monaco, non ho ancora avuto occasione di passare da Karlsplatz, quindi non ho idea se la pista ci sia ancora o meno. Qualcuno dei lettori lo sa, per caso?
    Per il resto, hai ragione: i difetti di ciascun paese si vedono solo nel momento in cui ci si vive abbastanza a lungo (vale anche per la Germania). Tschüßiiii!

  5. Cara Eireen, io in questi giorni ho il “reimpatriation blues” 🙂
    esattamente tutto quello che scrivi tu, invertendo paese ospitante e paese natio. E tu sai che non è sempre stato idilliaco qui, anzi, ci sono stati momenti in cui sarei tornata indietro (mentre ora mi fermerei). Ho versato due o tre lacrimucce salutando il Weser (in questo periodo di colore marrone peggio del Gange e di contorno un grigio pauroso… no dimmi tu!!!!)

    Credo sia normale… alla fine, comunque, si va avanti. 🙂

    • Massì, queste sensazioni fanno parte del gioco. D’altronde io so che se tornassi indietro, sarei insoddisfatta come lo ero prima, perciò, più che mai, va bene così!

  6. saudade.
    per quanto la casa (“patria” mi sembra un pò troppo pretenzioso) possa non piacerci, sempre casa è….
    personalmente non ho avuto questo expatriation blues, ma dopo 3 mesi in cambogia la prospettiva di tornare non mi sembrava così male…

    comunque, ricordo sempre con piacere quella scritta al museo di arti contemporanee di Amburgo, che credo si addica alla situazione:
    “Heimat ist nicht das Land, sonder die Gemeinschaft der Gefühle”

  7. Ciao redpoz! Mi sa che hai centrato il punto: casa è sempre casa . “Home is where the heart is”, dicevano quelli. Solo che il mio cuore è in due posti diversi adesso…

  8. capisco il problema.
    per fare una battuta troppo “alta” o troppo banale, ci portiamo tutti dietro dei “bagagli” che in qualche modo ci legano a posti, tempi e persone… tagliare completamente in ponti è praticamente impossibile.

  9. Scusate ma non sono daccordo con Paula!!!
    Il problema non sono i ritmi diversi, che sei in vacanza o che manchi da molto tempo. Il punto centrale e´che quando torni in Italia ti senti veramente a casa, le persone che incontri anche quelle che non conosci le senti vere, le senti vicine a te, hai uno scambio emozionale vero!
    Anche se per pochi secondi l´attenzione che avverti al livello di rapporti personali non ha paragoni con quello che quotidianamente provi a Monaco.
    In pratica cio´che in Italia nella vita privata e´scontato ricevere (affetto,calore umano, simpatia) in Germania te lo devi conquistare da solo giorno dopo giorno… e questo e´il prezzo da pagare per un italiano che espatria!

    • Buongiorno Massimo, beh con questa osservazione mi scoraggi! 😉 In realtá non è falso quello che dici, ma credo che, almeno nel mio caso, se io tornassi in Italia, ricomincerei subito a lamentarmi di tutto ciò di cui mi lamentavo prima di partire e alla fine non sarei contenta. Magari avrei l’affetto degli amici, che è fondamentale, ma non mi basterebbe per compensare altre mancanze, tipo una fatica quotidiana per sopravvivere con mille euro al mese e un futuro poco roseo per mio figlio.