Lavoro e vita privata

Sul Corriere della Sera on lain di qualche tempo fa, nella rubrica “Italians” (che leggo regolarmente da 9 anni ogni mattina, e se non  riesco, mi sento poco a posto per tutta la giornata, come se non avessi fatto colazione) mi sono imbattuta in una lettera che, oltre ad essere ben scritta, mi ha colpita, perchè riassume in poche parole quello che io da un’eternità penso su come gli italiani si rapportano al lavoro. Col permesso dell'autore, riporto la lettera in questione: “…lavoro da due anni in Germania e ho visto la differenza non solo di tempistiche lavorative, ma anche la mancanza di occhiatacce negative a uscir dall’ufficio alle cinque. Qui è normale, anzi se ti trovano in ufficio dopo le cinque ti chiedono letteralmente “se ci sono dei problemi”. Al di fuori dell’orario di ufficio, i colleghi hanno una famiglia a cui badare e interessi da coltivare. Quanti capi tiratardi abbiamo incontrato nella nostra vita? Quelli che sentono l’impellente bisogno di riunirsi giusto 5 minuti prima del momento di uscire; che “scusa, devo dirti solo una cosa” e ti tengono inchiodato per un’ora? Un’abitudine tutta italiana per la quale chi vuole fare carriera è come impegnato in una gara a chi resiste più ore in ufficio. Ho conosciuto colleghi che rimanevano soli in ufficio fino a notte fonda, e colleghi che se ne andavano lasciando accesa la luce all’unico scopo di far vedere che “ci sono”. Ma domando: anche non volendo tenere in considerazione i bisogni personali di chi lavora, per una impresa è efficiente un’organizzazione così? E sono capi veramente capaci quelli che non sanno programmare e programmarsi? Ha senso “trascinarsi” in ufficio per ore e ore? Purtroppo in Italia la disorganizzazione è a scapito di tutti, l’unico problema vero è quello del doverci essere fino alle otto di sera se si vuol far carriera. E’ uno stile di vita. Mi domando se la cultura protestante e la cultura cattolica non giochino in questo un ruolo. Una cultura come la nostra garantisce che la colpa, il perdono, il giudizio su merito e biasimo siano eventi esterni; la cultura protestante focalizza molto più sul giudizio autonomo che ciascuno dà di sé. Forse noi troviamo un aiuto per rafforzare la nostra autostima e per scacciare il senso di colpa, anche nel vedere lo sguardo compiacente del capo e la sua lode per la nostra infaticabile resistenza lavorativa.”.
Faccio fatica persino ad aggiungere delle parole, perchè l’autore me le ha praticamente rubate di bocca. Possibile che per gli italiani sia così difficile separare lavoro e vita privata? Pare che si chieda loro di dividere una madre dal proprio figlio piccolo: impossibile. O meglio: è così impraticabile considerare che anche la vita privata abbia un valore e vada coltivata con cura e amore, come una piantina di basilico profumato, per il proprio stesso benessere? Gli italiani si identificano spesso al 100% col proprio lavoro. Dicono ad esempio: “Piacere Giovanni, sono l'amministratore delegato della ditta Scorzetti”. Sono o faccio? Facciamo un esperimento  e proviamo a dire: "Faccio l’amministratore delegato".  Poi fuori di qua sono solo solo Giovanni, gioco a tennis, ho due figli, mi piace guardare film degli anni ’30 in TV e qualche volta coltivo i pomodori nell’orto. Ma no, non sia mai. Domina invece il concetto di vita monolitica e monosfaccettata: il lavoro. E guai a uscire puntuali dall’ufficio, come dice l’autore della lettera: sei un fannullone. In Germania invece significa che non ti sai organizzare bene e quindi hai bisogno di fare straordinari. L’italiano però pensa: sto qua fino alle sette, così faccio vedere come sono fedele all’azienda, manco l’azienda stessa fosse un coniuge – e a volte, dato il tempo che vi trascorriamo, rischia di diventarlo. Io penso: “Stai lì fino alle sette e fai vedere come sei pollo.”. Porti via tempo al tuo privato, spesso per una retribuzione pari a zero, dato che gli straordinari non pagati sono una parte della mentalità italiana, e riconoscimenti quasi nulli. È la stessa idea che spinge molti, come dicevo in un post di qualche tempo fa, a non stare quasi mai a casa in malattia (almeno in certi tipi di ambienti lavorativi, non parlo del settore pubblico): cercare di fare vedere come si è dediti. Per poi arrabbiarsi fino a perdere la salute quando l’azienda, nel momento della necessità, ti lascia a casa. La verità è che all’azienda non interessa un tubo di tenerti, se deve tagliare i costi. E poco le importa se sei stato lì ogni sera fino alle sette: ti taglia.
Ho trovato eccelsa poi la domanda che l’autore della lettera si pone: non sarà che in questa differenza di approccio c’entra il cattolicesimo, con questa idea continua della necessitá di approvazione esterna: la gente, il prete, le istituzioni? Il protestantesimo spinge molto di più sul pedale dell’autovalutazione e del cercare le risposte dentro di sé. Trovo che chi scrive non abbia torto.  L’effetto esplosivo del passaggio ad un altro tipo di mentalità, lo posso constatare su me stessa:  finchè ero in Italia ero abituata a usare riferimenti esterni per valutare le mie scelte, non solo lavorative, e decidere come sciogliere i miei dubbi. Mi chiedevo: “Che cosa devo fare in una situazione come questa? Che cosa direbbe Tizio? E Caio come agirebbe?”. Forse ero io, forse non c’entra la cultura italiana. Sta di fatto che da quando sono in Germania, ho subito notato una gran differenza proprio nel modo di lavorare – pur trovandomi in un ambiente internazionale, sento l’impronta tedesca – che si è riflettuta sul mio intero modo di essere. Spesso quando domando come devo fare una certa cosa in ufficio, mi sento rispondere: “It’s up to you!” (decidi tu). Fantastico: mi viene data fiducia e ho la possibilità di scegliere. Questo per me è diventato uno slogan: it’s up to you. Qua si conta che tu abbia abbastanza risorse per valutare e decidere; non ti vengono date istruzioni da seguire alla lettera, come ero abituata prima. Decidi tu. Così ho notato di aver lentamente interiorizzato questo motto e quando ho un’incertezza di qualunque genere, cercando dentro di me una risposta, non posso fare a meno di sentire: it’s up to you. Qua l’approvazione altrui conta molto meno ed è inutile, direi, descrivere quanto questo sia liberatorio; come essersi tolti un paio di scarpe di un numero in meno portate per tutta la giornata, o meglio per tutta la vita. È liberatorio anche rispetto al senso di colpa, che in Italia è un’abitudine, come quella di prendere cappuccio e brioche al mattino: senza un po’ di senso di colpa ci sembra che la giornata non cominci a dovere. In realtà, per ogni nostra decisione, è fondamentale che ci prendiamo noi stessi la responsabilità delle conseguenze, buone o cattive che siano. Senza che altri, chiunque altro, anche qualcuno che noi consideriamo un'autorità in quel campo, ci vengano a dire: ma che cosa fai? Si fa così!! In questo modo ecco che non è più necessario vedere il brillio di approvazione negli occhi del capo per sentirci a posto con noi stessi. Con tutte le conseguenze che ne derivano.

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13 risposte a “Lavoro e vita privata

  1. Che dire? il mio pensiero, specialmente sulla differenza cattolicesimo-protestantesimo, è tutto in quel post.
    Grazie Eirè, e brava. Come sempre.
    Ti stimo.

  2. Io riporto la mia esperienza anglosassone… Se io chiedo " Come si fa' questo?" la persona interrogata pensa: cosa stai dicendo? non sei capace di farlo? te lo devo dire io?insomma dai un po d'iniziativa. ..Ovviamente non te lo dicono ma non e' un gran domanda.

  3. Ecco, lo sapevo: come sempre emerge la differenza latini vs. anglosassoni/germanici. Lo sapevo che questo stile lavorativo é tipicamente nostro: devi sempre chiedere come fare e non ti viene data fiducia neanche a sassate. Le uniche volte che mi sono vista dare davvero fiducia e libertà é stato in una ditta svedese e adesso a Monaco. Mah…
    Pensa che una mia conoscente (italiana) una volta mi ha spiegato che un suo parente, pur lavorando da 20 anni con la stessa segretaria, non le concede mai di mandare e-mail senza prima averle riviste da capo a piedi. Della serie: grazie della fiducia. Ancora una volta: viva l'Italia.

    Caro Giorgio, grazie per il tuo commento, ma soprattutto grazie della stima che mi fa davvero onore!

  4. non penso sia tutto attribuibile al cattolicesimo…
    Sarebbe troppo facile. Certamente la visione familistica della famiglia della dottrina sociale della Chiesa ha contribuito, ma anche tanti altri fattori.
    Non c'è mai un unico fattore sotto a resistenze culturali così profonde.
    C'è una cultura politica e sociale profondamente maschile, ci sono vere e proprie barriere fissate dai maschi perché le donne siano sempre messe in difficoltà, e non ci sono leggi che nessuno riesce a far approvare per facilitare quello che in altri paesi è la norma….
    NL

  5. Cara Nancy grazie del contributo. In effetti condivido (ma non potevo approfondire troppo o veniva fuori un post chilometrico) e sicuramente il maschilismo e la visione della donna sono tipici "mali" italiani e fanno parte dei motivi per cui ho preferito andarmene; poi vediamo come sarà qui in Germania negli anni, perché all'inizio sembra tutto bello!. Concordo anche sul discorso successivo che fai e qui si potrebbe parlare per ore su come mai cose che in altri paesi sono normali, nel Belpaese diventano difficili, come appunto le leggi da far approvare. Per dirla banalamente: c'é ancora parecchia strada da fare.

  6. E' buffo però come loro pensino tutto il contrario di noi, ci vedono probabilmente sempre intenti a impastare la pizza o fare la siesta, crogiolandoci al sole nel paese "wo die Zitronen blühen"…

    leggiucchiavo in libreria qualche tempo fa una guida turistica  "manuale d'uso" dell'Italia dove si diceva: "die Deutsche leben, um zu arbeiten, die Italiener arbeiten, um zu leben…"

    ma quando mai??? è stato scritto da un tedesco che vive ora a Milano…ma io dico, non si è reso conto di come vivono e lavorano a Milano???

    Ale

  7. Sì Ale avevo letto queste tue osservazioni sul tuo blog e in effetti devo dire che ero rimasta abbastanza stranita. Posso capire che gli italiani del sud possano venire visti dall'esterno come capaci di godersi la vita etc…ma al nord? Ma quando mai a Bergamo li vedi rilassati e andare lenti, per odorare i limoni (sempre generalizzando!)? Secondo me in realtà l'autore di quel volume ha visto "La Dolce Vita" e pensa che siamo tutti così: a girare per Roma e fare il bagno nella fontana! Questo in Italia in realtà non c'é mai stato, dai retta a me!

  8. E' che l'Italia da loro viene spesso identificata solo con Roma e il Sud, infatti molti dicono "ah beh non sarai abituata a questo tempo in Italia c'è sempre il sole" ma dove?? a Como, il pisciatoio d'Italia?

    vabeh, stereotipi! è bello smentirli

    🙂

    Ale

  9. Il bello è come, mentre in Italia si lavora fino alle 7 di sera, si prende uno stipendio che è il 23° in Europa come media e il pil cresce solo del +0,3%, in Germania alle 5 si è già a casa, si prende mediamente il 30% di più che in Italia e il pil vola a +4%

  10. Ecco l'ennesima conferma di come non sia necessario rimanere in ufficio fino alle 8 per avere migliori risultati, ma che basta soltanto organizzarsi meglio! E che in Italia gli stipendi sono ridicoli.

  11. devo dire alcune cosette
    la prima che forse siete giovani, ma un tempo in Italia non si chiedeva che lavoro facesse l’ altro, mai. Era molto maleducato. Cosa che invece era comunissima, d’ obbligo in America e quindi ci è arrivata di lì.
    poi la seconda osservazione é che svanita la famiglia italiana tradizionale, il povero singolo, per lo piú maschio si è sposato non con il lavoro ( maquandommai) bensí con il connubio soldi+status sociale. Il lavoro é solo un mezzo e se per raggiungere lo scopo devo ammazzarmi mi ammazzo. Il denaro é il sostituto del cibo ossia della mamma. Italians. Poi non é il protestantesimo che ha definito la cultura nordica ma il calvinismo e con questo anche le regioni ai confini con la Svizzera e l’ Austria. Il calvinismo é l’ antica etica del capitalismo ossia il denaro ha un valore morale, il lavoro anche, il sociale pure. Quindi una nazione funziona per sé stessa.
    Infine un giorno del lontano 1980 mi trovai a passare dall’ insegnamento nelle scuole tedesche a quelle italiane. Fu tale lo choc, l’ orrore, il trauma che dopo neppure due anni andai a fare altro. Non é compatibile nella maniera piú assoluta il concetto di ordine, di bene, di educazione, di qualsiasicosa fra tedesco e italiano. Almeno per la mia generazione. L’ Italia resta un posto per le ferie, guaiaddiompensare a qualcosa di piú serio.

  12. "Sì Ale avevo letto queste tue osservazioni sul tuo blog e in effetti devo dire che ero rimasta abbastanza stranita. Posso capire che gli italiani del sud possano venire visti dall'esterno come capaci di godersi la vita etc…ma al nord? Ma quando mai a Bergamo li vedi rilassati e andare lenti, per odorare i limoni (sempre generalizzando!)? Secondo me in realtà l'autore di quel volume ha visto "La Dolce Vita" e pensa che siamo tutti così: a girare per Roma e fare il bagno nella fontana! Questo in Italia in realtà non c'é mai stato, dai retta a me!"

    Secondo la mia esperienza i tedeschi sanno perfettamente la differenza tra italiani del sud e quelli del nord. Anche perchè viaggiano molto in italia. Addirittura differenziano pure quelli del nord e quelli di bolzano.(!)

    katia

  13. scusate la cornice rosa. E ke volevo riprendere le parole di eireen ed è venuta così.
    katia